MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

 

CAPITOLO 17

Il nonno di Marituba

La visita di Giovanni Paolo II ha un effetto straordinario per la vita di Marituba. Il lebbrosario non è più «l'anticamera dell'inferno», ma ormai un luogo di speranza. E il Papa per primo l'ha dimostrato.

Nell'appassionata dedizione di Marcello Candia e di «dom Aristìdes» (così Pirovano viene chiamato a Marituba), i lebbrosi vedono l'amore di Dio. Ma alla fine del 1980 è un loro gesto a commuovere padre Aristide. In novembre in Italia un terremoto sconvolge l'Irpinia, seminando morte e distruzione. La notizia arriva anche a Marituba e la comunità si raccoglie in preghiera. Qualche settimana dopo, una sera, monsignor Pirovano viene "convocato" a un'assemblea da parte degli abitanti. Quando si presenta, si vede consegnare un pacco: «Sono per i nostri fratelli italiani - gli spiegano -. Hanno fatto tanto per noi e adesso stanno soffrendo per il terremoto...». Padre Aristide svolge il pacco e vi trova 250 dollari. La gente di Marituba ha rinunciato al proprio pane per metterli assieme. Lui e Candia lo verificano ogni giorno, ma questo episodio è l'ulteriore dimostrazione: anche chi è privo di tutto può donare più di quanto riceve.

Intanto l'atteggiamento nei confronti dei lebbrosi sta lentamente mutando in tutto il mondo. Per iniziativa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, si vanno affermando nuovi principi nei metodi di trattamento della lebbra: sostituire al sulfone (che è una cura troppo lunga e non efficace contro certi tipi di lebbra) una terapia consistente in più farmaci, da assumere contemporaneamente; evitare di internare i lebbrosi e predisporre anzi servizi di assistenza, di cura ambulatoriale e, talvolta, domiciliare; cercare di far presa nella mentalità comune per convincere che la lebbra è una malattia curabile e debellabile, che il contagio può essere evitato attraverso appropriate norme di igiene, e che la vicinanza, fisica e morale, dei famigliari è comunque determinante per lo stato di salute del malato.

In Brasile il Servizio nazionale di dermatologia sanitaria segue queste indicazioni e comincia a incoraggiare gli insediamenti di persone sane nei pressi dei lebbrosari, per favorire la nascita di comunità che vivano normalmente, senza paura della lebbra. Continua, e si amplia, l'esodo delle popolazioni della foresta verso Marituba. Arrivano a migliaia, richiamati dalla presenza di preti e suore che assicurano assistenza sociale e religiosa, e dai servizi che vengono offerti nell'ex colonia: nel 1981 a Marituba e Pedreirinha si contano già 11 mila persone. Ognuno si costruisce la propria baracca e in breve sorgono nuovi quartieri.

Monsignor Pirovano e Marcello Candia moltiplicano il loro impegno di fronte a questa autentica "invasione". I due hanno ormai costituito un tandem di straordinaria efficienza. Ad accomunarli, una trascinante vitalità - tanto più rilevante se si considerano i problemi di salute di entrambi (in questo periodo padre Aristide è finito un' altra volta sotto i ferri, a Erba, per asportare la prostata e alcuni calcoli alla vescica che avevano provocato un'infezione) - e la straordinaria capacità nel far quadrare i conti: Candia l'ha maturata nel gestire un' azienda, padre Aristide l'ha coltivata riuscendo sempre a far bastare il "niente" che aveva a disposizione a Macapà. Tutto quello che riescono a racimolare, sia in Brasile che durante i periodici rientri in Italia, viene impiegato con oculatezza e non va mai sprecato. Certo, i problemi sono tanti: difficoltà pratiche di ogni tipo, la passività e l'ignavia dei funzionari, la burocrazia soffocante... Quando poi, nonostante tutti gli sforzi, la cassa rimane desolatamente vuota, la fede dei due nella Provvidenza è infinita e non viene mai disattesa.

Dom Aristìdes e Candia si ritagliano ciascuno un proprio ambito di competenza, nel quale operano in relativa autonomia; ma sono frequenti i momenti di confronto e di verifica, e allora emergono i sentimenti reciproci di stima, fiducia e affetto, conditi da una giusta dose di umorismo. Il dottore, in particolare, manifesta per il vescovo un grandissimo rispetto, che sfiora la venerazione. Più di una volta i due trascorrono la notte nel buio della cappella, pregando davanti al Cristo mutilato e pensando a nuovi progetti.

Nell'ex lebbrosario, a poco a poco, le vecchie baracche lasciano il posto a solide case in muratura. Si sviluppano diversi tipi di attività: coltivazioni, allevamento di galline, riparazione di bici, falegnameria, ricami, costruzione di protesi e di scarpe ortopediche, ecc. Si aprono negozi e centri artigianali. Agli abitanti vengono fornite lenzuola nuove per i letti, attrezzi da cucina e da lavoro. Tutti gli aiuti vengono distribuiti da un comitato, che esamina le richieste, le seleziona e cerca di soddisfarle attraverso i fondi di una cassa comune, alla quale tutti sono invitati a contribuire. È un sistema che stimola la responsabilità, la partecipazione e l'autogestione. Nel Centro sociale si moltiplicano i corsi professionali: dattilografia, falegnameria, taglio e cucito, meccanica. Alla guida del Centro, dopo regolari elezioni, Angelita Matos Silva succede ad Adalucio Calado.

Pedreirinha, invece, accoglie ormai oltre cinquemila persone, tra cui un migliaio di lebbrosi: alcuni si sono nuovamente ammalati a causa della denutrizione e della scarsa igiene. I sussidi governativi sono insufficienti, ma l'impegno dei missionari e delle suore è instancabile. C'è una mobilitazione generale per rendere l'ambiente più sano e pulito, eliminando tutto quanto può essere veicolo di contagio, lavando pavimenti e muri e disinfettando dappertutto. Cucine e letti vengono completamente rinnovati. Poi tocca a una campagna per l'alfabetizzazione. Anche la vita religiosa, sotto la guida del parroco padre Valentino, è molto intensa. Ci sono il consiglio pastorale, gli incontri di catechesi, i gruppi di madri e di giovani, iniziative sociali e caritative. In occasione della Giornata missionaria mondiale si raccolgono perfino offerte per i poveri di altri continenti.

Il futuro di Marituba è nei suoi bambini, i figli degli ex lebbrosi e delle persone lì immigrate. Occorre garantire loro condizioni di igiene e di nutrizione, se si vuole prevenire il contagio della lebbra, che attecchisce là dove trova fame e miseria. Le bocche da sfamare sono almeno cinquecento. Monsignor Pirovano individua nelle scuole la risposta al problema. È un suo vecchio "pallino" - sia ai tempi di Macapà che come Superiore del Pime - quello di costruire scuole per favorire la promozione umana delle nuove generazioni. Ma a Marituba le scuole hanno una valenza non solo educativa: collegate a una mensa, possono garantire ai piccoli quell' adeguata nutrizione che rappresenta la prima difesa contro il morbo di Hansen. «Prima facciamoli mangiare, poi li faremo studiare», è il programma di dom Aristìdes. Comincia così la costruzione dell' asilo infantile e della scuola elementare.

A Marituba cresce una comunità nella quale le uniche regole sono l'amore e l'aiuto fraterno e vicendevole. Un esempio e un monito per le evolute società occidentali, in cui non manca nulla, ma dove l'egoismo senza freni ha fatto smarrire l'autentico senso della vita. D'altro canto monsignor Pirovano ha al suo fianco, in Marcello Candia, la prova vivente che è possibile rinunciare a tutto per vivere accanto ai più abbandonati. Candia lo ripete spesso: «Se si crede di essere fratelli, bisogna esserlo sul serio!».

Per il dottore, però, oltre quindici anni di attività e di impegno massacrante in Amazzonia cominciano a farsi sentire, malgrado cerchi di mascherare la fatica e il logorìo con il costante buonumore. Padre Aristide se ne avvede e più di una volta insiste perché Candia torni in Italia a ri1assarsi per qualche mese. "Affida" l'amico alle sue sorelle, con la raccomandazione di farlo riposare. Ma una volta in Italia Candia comincia un altro tour de force, fatto di interviste, conferenze, incontri, appuntamenti, tutti finalizzati a promuovere il più possibile la realtà di Marituba e a sollecitare la solidarietà degli italiani a favore dell' ex lebbrosario. Al punto che, quando il dottore risale sull' aereo per tornare in Brasile, le sorelle lo salutano con un sospiro di sollievo: a Marituba si stanca di meno. Padre Aristide non ne è sorpreso: pure per lui ogni ritorno in Italia rappresenta sì l'occasione di rivedere volti noti e cari, ma anche l'opportunità di bussare a nuove porte in cerca di una risposta generosa.

Nella primavera del 1983 Candia comincia ad avvertire forti dolori al fegato. La diagnosi non lascia speranze: è cancro. Il dottore la accetta con rassegnazione e la offre come ennesima testimonianza di fede. La malattia avanza rapida, inesorabile, dolorosissima. Ai primi di agosto Candia, ormai allo stremo, riparte per l'ultima volta per l'Italia: non tornerà più a Marituba. Il31 agosto, dopo gli ultimi giorni di atroce agonia, muore a Milano.

Padre Aristide perde così il suo alter ego, l'uomo che lui per primo ha convinto a realizzare la propria vocazione e che poi gli ha riaperto le porte di una missione. Nel momento del distacco, restano impressi in lui il frenetico attivismo, il costante pensiero ai poveri, la tensione naturale alla preghiera. Candia ha creato una Fondazione a lui intitolata per dare continuità alla sua opera e coordinare le varie iniziative missionarie legate al suo nome. Con la sua morte, la Fondazione diventa l'erede più degna: non certo di beni, quanto di impegno e di disponibilità. Dopo i primi momenti di esitazione e di incertezza con i nuovi interlocutori, padre Aristide stabilisce con la Fondazione Candia un clima di fiducia e di collaborazione. Proseguire l'opera a Marituba, ora, significa anche rendere omaggio alla fede e alla memoria del dottor Marcello.

Berrettino da ciclista o cappello di paglia in testa, barba ormai sempre più bianca, dom Aristìdes si rimette al lavoro. La giornata comincia alle cinque, quando si accende la luce nella sua camera. Alle sei si trova nella cappella con gli altri missionari per le lodi. Subito dopo, la messa, in casa o in qualche padiglione del lebbrosario: si reca personalmente a portare l'Eucarestia a quelle persone che, pur non potendosi muovere, desiderano partecipare alla celebrazione. In mattinata si reca spesso a Belem, al ministero della Sanità: ci sono permessi da ottenere, convenzioni da stipulare, personale da richiedere... Il più delle volte, però, il tutto si riduce a lunghe e stressanti anticamere che lui, con la consueta arguzia, chiama in portoghese «cha de cadeira» (the di seggiola). Quando è a Marituba, invece, non manca mai il rito del cafezinho, quasi sempre in compagnia di Adalucio, spinto sulla sua carrozzella da un ragazzo che dom Aristìdes paga appositamente per questo servizio. Poi c'è la sigaretta, che non abbandona mai. Nel pomeriggio, invece, si porta sui cantieri delle numerose opere in costruzione, oppure va ad acquistare del materiale, cercando sempre di "tirare" sul prezzo... Alla sera è solito passeggiare davanti alla cappella recitando il rosario, prima di ritirarsi in camera, dove fino a tarda notte si dedica alla lettura e alla corrispondenza: tiene bene in evidenza tutte le lettere che riceve, fino a quando non riesce a rispondere.

Nella comunità di missionari con lui adesso ci sono padre Angelo Consonni (che ha sostituito padre Rusconi) e fratel Faustino Blini, oltre a quattro Missionarie dell'Immacolata. Attorno alla chiesa di Nostra Signora di Nazareth - dove il Papa ha celebrato la messa nel 1980 - viene creata una parrocchia, che sviluppa iniziative di catechesi e di carità. Altre chiese sorgono nel barrio Madonna della Pace e a Pedreirinha.

Marituba conta ormai 30 mila abitanti. Il programma scolastico progredisce. Una convenzione con lo Stato del Parà garantisce la retribuzione del personale. Tutto il resto (spese didattiche, la refezione e tutte le attività parascolastiche) è a carico della missione. All' asilo o alla scuola i bambini, perlopiù sottopeso e denutriti, trovano un'uniforme, pasti e bagni regolari, libri e quaderni e la possibilità di socializzare con compagni e maestre. Circondati da cure e affetto, iniziano un lento, ma significativo progresso psico-fisico. Durante i fine-settimana, se a casa il livello del trattamento non può essere mantenuto a causa dell'indigenza della famiglia, la comunità interviene con un proprio contributo.

Il 22 febbraio 1985 monsignor Pirovano arriva alla soglia dei settant' anni. Torna a Erba e la sua città gli fa festa con un allestimento teatrale della Passione di Cristo, diretto dal regista comasco Bernardo Malacrida, a cui partecipano tutte le compagnie filodrammatiche locali. La rappresentazione viene replicata per una settimana all'Excelsior, il teatro dell' oratorio, con un grande successo di pubblico. Padre Aristide è in prima fila e apprezza moltissimo l'originalità e lo spirito evangelico della messa in scena. Tutto il ricavato viene devoluto a favore di Marituba.

Monsignor Pirovano dà uno sguardo alla carta d'identità e comincia a pensare al futuro. Tra l'altro ha appena contratto una brutta infezione che ha prosciugato il suo fisico già esile. Se vuole assicurare il "domani" di Marituba, deve individuare un istituto o una congregazione in grado di assumersi la responsabilità delle attività che lui, prima o poi, sarà costretto a lasciare. Il primo pensiero è diretto naturalmente al Pime, che però declina l'offerta: non potendo rilevare l'onere delle opere sanitarie e scolastiche, l'Istituto si limita all' assistenza religiosa. Si rivolge allora a La Nostra Famiglia di Pontelambro, fondata da don Luigi Monza. Collegato a quell'opera è l'Ovci (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale), che già Marcello Candia aveva contattato, anni prima, per un progetto di riabilitazione e accoglienza di bambini disabili e abbandonati a Santana. Dopo la morte di Candia, padre Aristide ha incoraggiato i volontari dell'Ovci a proseguire nel progetto. Ora parla loro di Marituba e stabilisce una nuova forma di collaborazione. Dal 1986 in avanti l'Ovci invia a Marituba i propri operatori per collaborare alla realizzazione di diverse opere sociali e assistenziali: tra queste, il centro dermatologico e il nuovo poliambulatorio Nostra Signora della Pace, ideati da monsignor Pirovano con l'aiuto del suo "tecnico" di fiducia, l'architetto erbese Marco Molteni. I volontari sono egregiamente coordinati da Laura Pellegrino, che per dom Aristìdes svolge funzioni di segretaria. Molti medici, infermieri e fisioterapisti partono dall'Italia per trascorrere alcuni mesi all' anno a Marituba. Tra loro c'è anche Aldo Lo Curto, medico di Canzo impegnato in diverse missioni nei Paesi in via di sviluppo, che più volte fa la spola tra la Brianza e il Brasile per prestare la sua opera a favore degli abitanti di Marituba.

Nel 1987 l'ex lebbrosario è abitato da circa 35 mila persone, tra i quali sempre più bambini. Per loro dom Aristìdes ha sempre in serbo una carezza, una parola dolce, una storia da raccontare. È ormai «il nonno di Marituba», ma per almeno uno di loro è qualcosa di più. Accade una sera, quando monsignor Pirovano si è già ritirato nella sua casetta. Qualcuno bussa concitatamente alla porta: è un uomo con la moglie incinta. La donna ha le doglie. I due sono spaventati: cercano un mezzo per raggiungere 1'ospedale più vicino, ma ormai è tardi, e di ambulanze neanche a parlarne. Non c'è da perder tempo.

«Calmatevi, vado a prendere la mia macchina -li tranquillizza dom Aristìdes -. Vi accompagno io».

Raccolte alcune coperte, a bordo del solito Volkswagen comincia una disperata corsa nella notte amazzonica: il vescovo-autista, il marito trepidante e la moglie sempre piùaffannata e sofferente. Il parto è imminente e, nonostante l'impegno del guidatore, finisce per aver luogo proprio in macchina. È un bel maschietto, che però respira a fatica: bisogna far presto per assistere al meglio lui e la puerpera.

Ecco finalmente l'ospedale. Monsignor Pirovano salta fuori dal pullmino, mentre l'uomo fa scendere la moglie e la adagia, con l'aiuto di un infermiere, su una lettiga. I tre entrano nel padiglione, ma qualcosa non va. Padre Aristide è il primo a rendersene conto: dov'è finito il bambino? Nella concitazione del momento tutti si sono dimenticati di lui. Allora dom Aristìdes torna sui suoi passi, fino al Volkswagen, e trova il piccolo riverso sul sedile. La situazione sembra disperata: il bambino non respira. Lo avvolge in una coperta e si precipita verso l'ingresso. Davanti alla porta, però, scorge una pozzanghera: si inginocchia, raccoglie un po' d'acqua e lì, al chiarore della luna, lo battezza. Appena avverte l'acqua, il bambino scoppia a piangere: è il segnale della ripresa. Poi padre Aristide lo affida ai medici. In capo a qualche ora madre e figlio sono fuori pericolo. Quando si tratta di scegliere if nome del piccolo, i genitori non hanno dubbi: Aristìdes.

La perizia automobilistica di monsignor Pirovano si è rivelata determinante. L'episodio, però, lo convince a portare avanti un'idea a cui sta pensando già da tempo. Le decine di migliaia di persone che gravitano attorno a Marituba non dispongono di servizi sanitari adeguati: ci vorrebbe un ospedale. Quello governativo di Belem è in crisi e sta chiudendo: padre Aristide prova a farselo cedere dalle autorità, ma poi opta per la costruzione di un nuovo ospedale, gestito da personale locale. Come Candia a Macapà, anche lui si getta in un'impresa che pare impossibile. Per il progetto si affida alla consulenza dell' architetto Molteni e al dinamismo di Teresinha de Jesus Araujo, una trentenne ingegnere del Maranao.

Intanto, però, tocca a dom Aristìdes ricorrere alle cure dei medici. La sua vista si è indebolita a causa di alcuni problemi di cataratta. Per un certo periodo è quindi costretto a rinunciare alla patente e a quelle corse a tutto gas nel cuore della foresta. Alla fine decide di farsi operare. L'operazione riesce perfettamente e può riprendere a guidare.

Sono ormai maturi i tempi, tuttavia, per dare corso alla "successione": in Italia lo aspettano le sorelle, Paola e Carla, alle prese con malanni vari. Per la responsabilità che si è assunto nei confronti delle decine di migliaia di persone che vivono a Marituba, monsignor Pirovano vuole precise assicurazioni circa la gestione delle strutture dell' ex lebbrosario e l'assistenza sociale e religiosa della popolazione. Interpella allora i Poveri Servi della Divina Provvidenza, congregazione di padri e suore del Beato don Giovanni Calabria, con sede centrale a Verona, ma attiva già da diversi anni in Brasile. Le risposte che ottiene lo convincono: i Poveri Servi, con l'impiego di religiosi e religiose brasiliani, sono in grado di "guidare" lo sviluppo di Marituba. Ma ancor più lo convincono l'incontro e la conoscenza di quello che sarà il suo vero "erede". Si chiama Gedovar Nazzari ed è un religioso della congregazione. È nato nel sud del Brasile e discende da una famiglia emigrata dal Veneto all'inizio del secolo. È rapido, efficiente, disponibile e condivide con dom Aristìdes il senso pratico, la determinazione e un'innata predisposizione all' ottimismo. È la persona giusta alla quale affidare la direzione delle attività.

Tra il 1990 e il 1991 viene completato il centro dermatologico. Spontanea e doverosa l'intitolazione a Marcello Candia, che vive sempre nel ricordo di tutti. Il centro con l'annessa calzoleria ortopedica per le protesi agli hanseniani - diventa un punto di riferimento per tutto il Parà, sotto due punti di vista: da una parte, la prevenzione del contagio (attraverso ricerche nel territorio e controlli periodici), la cura della lebbra con medicazioni ambulatoriali e assistenza continua, e la riabilitazione, sia preventiva che successiva a interventi di chirurgia plastica; dall' altra, la formazione del personale, chiamato a gestire piccoli ambulatori e unità sanitarie.

I padri di don Calabria assumono ufficialmente la direzione di Marituba dal 25 febbraio 1991 (le suore prenderanno il posto delle Missionarie dell'Immacolata dal 17 aprile 1993). È una soluzione che soddisfa e tranquillizza appieno monsignor Pirovano in vista del suo rientro in Italia. Anche questa è una decisione in linea con il suo stile: non desidera assolutamente dare l'impressione di voler controllare l'operato dei suoi "successori", e quindi decide di ritirarsi, con estrema discrezione. Anche dall'Italia, comunque, padre Aristide ha intenzione di seguire le vicende dell' ex lebbrosario e di prodigarsi per il suo sviluppo: si riserva anzi la possibilità di effettuare ogni anno una "visita" di qualche mese per dare una mano. C'è l'ospedale da portare avanti. Il progetto è già pronto: un complesso con sei padiglioni, per un totale di cento posti-letto, ampliabili a duecento. La spesa complessiva è di due milioni e mezzo di dollari: l'ennesima sfida.

La partenza di padre Aristide non rappresenta un addio, ma solo un arrivederci. Lasciando Marituba, viene insignito, dal governatore del Parà Jader Barbalho, della Commenda dell'Ordine al Valore, massima onorificenza dello Stato, nel grado di ufficiale, per «l'inestimabile lavoro» svolto nel territorio, «dove lascia un' eredità di lavoro, amore e dedizione». Il riconoscimento fa seguito alla cittadinanza onoraria di Belem, conferita il 24 maggio. Ma nel cuore di dom Aristìdes il più bel ricordo di Marituba è legato a Noemia, la moglie di Adalucio. Un giorno sull'ex lebbrosario infuria uno dei violenti temporali amazzonici. Padre Aristide si trova sotto il porticato della chiesa, in attesa della messa. Ma quando pioggia, vento, tuoni e lampi si scatenano, nessuno si azzarda a uscire dalla propria casetta. Il vescovo si sta ormai rassegnando a celebrare in solitudine. In mezzo alla bufera d'acqua, però, intravede un'ombra che risale la strada. La riconosce, è Noemia, che zoppica e ondeggia sulle sue protesi. Padre Aristidé spera e prega che non cada: grande e grossa com'è, non riuscirebbe più a rimettersi in piedi, e anche lui non potrebbe aiutarla. Finalmente Noemia giunge alla chiesa e padre Aristide la redarguisce severamente:

«Ma che ti è saltato in mente? Non hai visto che tempaccio? Tanto sei da sola, gli altri sono rimasti a casa, a messa non verrà nessuno...».

«Gli altri forse no - risponde Noemia -, ma Lui sicuramente verrà».