MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 18

«Le valigie sono pronte»

Per monsignor Pirovano il ritorno in Italia coincide con l'assegnazione del premio "Cuore Amico". Si tratta di un riconoscimento ideato dalle lettrici della rivista Madre e destinato a esponenti del mondo missionario italiano particolarmente meritevoli. La giuria è formata dal cardinale Agostino Casaroli (presidente onorario), dal vescovo di Brescia monsignor Bruno Foresti (presidente effettivo) e, tra gli altri, da monsignor Ersilio Tonini, dal direttore di Famiglia Cristiana don Leonardo Zega, dal direttore di Avvenire Lino Rizzi e dal giornalista e scrittore Giorgio Torelli. Chiamata per la prima volta a designare i premiati, sceglie monsignor Pirovano insieme a una suora comboniana impegnata in Uganda e a un medico che gestisce un ospedale in Kenya. Il premio, 210 milioni, viene diviso tra i tre.

A padre Piero Gheddo, giornalista e "memoria" storica del Pime, che gli comunica la notizia del premio quale "missionario dell'anno", padre Aristide chiede se per caso non lo stia prendendo in giro: «Un po' di milioni per Marituba - e soprattutto per l'ospedale - fanno comodo, ma non capisco perché abbiano voluto premiare proprio me». Concetto che ribadisce alla consegna del riconoscimento: «lo sono vescovo della foresta, non di teatri e di conferenze. Accetto volentieri il premio perché c'è unita una bella somma da mandare ai miei cari lebbrosi di Marituba». Ma una cosa lo preoccupa: «Temo che, quando comparirò davanti al Padreterno, mi dirà: "Ma tu chi credi di essere?"».

Non è ancora tempo di bilanci, tuttavia. Si avvicina il cinquantesimo di sacerdozio, che monsignor Pirovano festeggia innanzitutto fra i suoi confratelli del Pime di Milano, il 7 dicembre 1991. In suo onore viene allestita da novanta figuranti mantovani una rappresentazione della notte della natività. Per l'occasione viene poi presentato un libro, Luoghi della speranza, che la Fondazione Candia ha commissionato al giornalista Giorgio Torelli e al fotografo Fulvio Roiter. Il volume illustra tutte le opere realizzate da Candia in Brasile, da Macapà a Marituba. Torelli e Roiter hanno visitato l'ex lebbrosario; il giornalista già conosceva dom Aristìdes, Roiter no. Il fotografo lo ritrae in una delle pose più celebri ed emblematiche; sorridente, con il pollice sollevato a indicare il crocefisso, come a dire: «Ha fatto tutto Lui».

Il 19 dicembre monsignor Pirovano è in prima fila al teatro Excelsior di Erba, ad assistere allo spettacolo allestito per il suo giubileo: una rappresentazione briosa e vivace, coordinata dal regista Bernardo Malacrida, che ripercorre l'avventurosa esistenza del vescovo missionario.

Il finale, molto applaudito, è sulle note di Erba detto il paese più bello del mondo, lo stesso motivetto che ha allietato le tristi giornate trascorse da padre Aristide in cella a San Vittore.

Il 21 dicembre - giorno esatto della ricorrenza dell' ordinazione sacerdotale - viene esposto in città un monumentale calice in ferro battuto: è alto dieci metri e pesa dieci tonnellate. L'ha realizzato, lavorandolo completamente a mano, Angelo Miotto, membro della Confraternita del SS. Sacramento di Santa Maria Nascente, congregazione laicale le cui origini risalgono al 1500. Il calice

che reca incise alcune frasi evangeliche - è stato ideato come un muto ambasciatore del culto eucaristico: l'accostamento a monsignor Pirovano è naturale e spontaneo. La Confraternita gli fa dono di una croce pettorale.

All'inizio del 1992 padre Aristide va a Marituba, dove in febbraio viene posata la prima pietra dell' ospedale. L'opera di mobilitazione e di sensibilizzazione che monsignor Pirovano sta animando in Italia trova in Gedovar, da una parte, e in Teresinha, dall' altra, due "terminali" estremamente capaci. Al ritorno in Italia padre Aristide si premura di dare notizia, attraverso i mezzi di informazione, dei progressi dell' ospedale (i lavori veri e propri cominciano in giugno) e soprattutto di quelli dei "suoi" bambini: «Vedeste come mangiano!», ripete a tutti. Per provvedere alla mensa, alle spese scolastiche e agli interventi sanitari finalizzati alla diagnosi precoce dei casi di lebbra, nel 1993 viene lanciata l'iniziativa delle adozioni a distanza, affidata alla validissima Laura Pellegrino, nel frattempo rientrata in Italia. I bambini di Marituba trovano dall' altra parte dell' oceano mamme e papà pronti a offrire quanto è necessario per la loro crescita e il loro sostentamento. Gli effetti balzano all' occhio sui volti e sui corpi dei bambini: dapprima pallidi e macilenti, con una regolare nutrizione acquistano vigore, vivacità, allegria.

In Italia monsignor Pirovano si alterna tra l'abitazione di Erba e la Casa Mazzucconi del Pime a Lecco, dove a lui è riservata una cameretta. Lontano da Marituba, in una società che gli appare sempre più preda del consumismo e della manìa televisiva, padre Aristide confessa di sentirsi «in esilio». Persino a Erba. In una intervista al quotidiano di Como La Provincia nel settembre 1993, ammette di sentirsi «estraneo a questa città divisa», «lacerata da contrasti e da odii», dove la rivalità politica si è trasformata in «una guerra tra gruppi per far prevalere una parte sull' altra». Sottolinea come «le divisioni nate da egoismi non portano a nulla di buono», anzi sono «deleterie per la città», e che «tutto quello che si fa è per interessi personali o di gruppo», mentre «il bene della collettività non importa più a nessuno». Certo, non prende posizione, da uomo che vuole «poter parlare con tutti, senza distinzioni di colore e di bandiera», e da vescovo il cui compito è «quello di sempre. Dire ovunque chi è" l'uomo e che cosa deve fare per essere veramente uomo, stando fuori dai partitismi e dai particolarismi che stanno distruggendo l'uomo e la società. Le ideologie, l'abbiamo visto, sono tutte fandonie, l'uomo è un valore molto più grande e la Chiesa lo deve affermare in qualunque parte del mondo».

Padre Aristide, dunque, si sente in esilio, ma non certo in pensione. Anzi. Vive intensamente ogni sua giornata, senza lasciarsi scoraggiare dai problemi e dalle difficoltà. La sua agenda è sempre ricchissima di appuntamenti: celebrazioni, conferenze, serate pubbliche. Le associazioni e i gruppi di volontariato fanno a gara per averlo quale ospite d'onore in occasione delle loro manifestazioni. Amici e conoscenti lo reclamano per matrimoni, battesimi, anniversari. Poi ci sono le cene, le serate organizzate dai Lions o dal Rotary... A voler dar retta a tutti, non resterebbe un minuto libero. Ma padre Aristide sa che per lui ogni occasione di incontro rappresenta un'opportunità per trovare nuovi amici ai quali parlare dell'altra "famiglia" che ha in Brasile.

Le iniziative benefiche a suo favore si moltiplicano: gran parte del ricavato è destinata a Marituba, ma monsignor Pirovano non manca di riservare una "fetta" anche a Macapà. Non esita a prendere l'auto e, spesso da solo, si sobbarca trasferte anche lunghe per portare un messaggio, una testimonianza, un appello alla solidarietà. Un iper-attivismo che sfiancherebbe un fisico giovane e integro, ma che su questo indomito vescovo - che veleggia ormai verso gli ottant'anni e che è reduce da una vita di sacrifici e privazioni - sembra non lasciar traccia. Almeno fino al 29 novembre 1993, quando padre Aristide avverte una morsa al cuore. È un infarto, sia pure in forma leggera, che lo costringe a rinviare il consueto viaggio di inizio anno a Marituba. Il vescovo deve fare i conti anche con problemi di circolazione sanguigna alle gambe. Ma il passo è sempre svelto, l'espressione decisa e penetrante, la conversazione brillante. Non limita la sua attività e neppure si convince a smettere di fumare. A nulla valgono le raccomandazioni delle sorelle e degli amici.

Si rimette all' opera con il solito dinamismo e il consueto senso pratico. Verifica meticolosamente i carichi dei container diretti in Brasile, per stiparli nella maniera più capiente ed economica possibile. Controlla ogni giorno il listino delle valute per captare il momento in cui il "cambio" dei contributi da inviare a Marituba risulta più vantaggioso. Si occupa personalmente di pagare i fornitori. Ecco un esempio: la Pirelli fornisce cavi e tubi per l'impianto elettrico dell' ospedale. Alla consegna del materiale monsignor Pirovano "tratta" con uno dei dirigenti.

«Eccellenza, sarebbero 90 mila dollari...».

«Figliolo, ho frugato in tutte le tasche, ho aperto tutti i cassetti, ma non sono riuscito a trovarne più di 56 mila! Che facciamo?».

«E che facciamo, Eccellenza? Facciamo 56 mila...».

Nel1994 le autorità statali brasiliane decidono di cedere definitivamente le strutture del lebbrosario di Marituba ai Poveri Servi della Divina Provvidenza di don Calabria. La convenzione viene firmata il 14 novembre e da quel giorno parte l'opera per risanare il vecchio lebbrosario e trasformarlo in una moderna unità di cura per il morbo di Hansen. Anche in questo caso i lavori sono affidati alla piccola Teresinha. Con la collaborazione della Fondazione Candia, l'impegno è quello di reperire circa due miliardi di lire per ristrutturare i vecchi padiglioni che devono ospitare gli ultimi lebbrosi gravi. Una volta venuta meno questa necessità, i padiglioni saranno inglobati nel nascente ospedale e adibiti alle lungodegenze o a patologie che richiedono forme particolari di assistenza.

Superato un nuovo intervento (un by-pass aortico bifemorale alle arterie, eseguito a Garbagnate, per migliorare la circolazione del sangue), il 22 febbraio 1995 monsignor Pirovano compie gli ottant' anni in Brasile. È arrivato in gennaio, si ferma sino ad aprile. In questi viaggi periodici spesso è accompagnato dalla sorella Carla: in aereo lei riesce a prendere sonno, mentre lui occupa le lunghe ore della trasvolata leggendo o scrivendo. A Marituba verifica con soddisfazione l'avanzamento dei lavori dell' ospedale, dove le opere murarie sono quasi ultimate. Effettua sopralluoghi sul cantiere, dà consigli soprattutto per la copertura, che suggerisce di tenere sollevata rispetto alla struttura, per creare un'intercapedine che favorisca l'aerazione. Resta il problema delle attrezzature, che dom Aristìdes vorrebbe moderne ed efficienti: una "bazzeccola" da un miliardo da lire. Cerca l'appoggio del ministro della Sanità, ma non ottiene nulla. Per farsi ricevere dal governatore adotta lo stratagemma di andarci insieme al console italiano, al quale è risparmiata qualsiasi anticamera.

In compenso, grazie agli sforzi della Fondazione Candia e a un contributo personale di Giovanni Paolo II, fervono i lavori attorno al vecchio lebbrosario, mentre sono ormai 2760 i bambini e i ragazzi nutriti e mantenuti. Con la scuola media ormai avviata, si comincia a pensare alla formazione professionale, per far sì che i giovani possano costruire il loro futuro a Marituba e non siano costretti a emigrare verso le grandi città per trovare un' occupazione. Tra i vari progetti c'è quello degli "orti medicinali": si tratta di appezzamenti di terra che le parrocchie mettono a disposizione della comunità per la coltivazione di erbe e piante dalle quali ricavare farmaci, creme e tisane.

Al rientro in Italia monsignor Pirovano è atteso da nuovi riconoscimenti. Il 20 maggio 1995, nella sala consiliare del municipio di Erba, riceve l'Eufemino: è la massima benemerenza .civica, un omaggio ai cittadini che si sono distinti nei diversi settori della vita civile e che con il loro operare hanno dato lustro alla città. È un premio particolarmente caro a padre Aristide perché gli ricorda la chiesa di Sant'Eufemia - culla della sua vocazione -, nella quale ora è solito celebrare la messa prefestiva del sabato pomeriggio. In questa occasione, davanti a tutte le autorità cittadine, ricorda le vicende del periodo bellico e sottolinea l'importanza di una comunità unita, solidale, pronta a condividere i momenti belli così come quelli brutti. È una fase di transizione per la vita politica e sociale e monsignor Pirovano torna a essere un punto di riferimento per la popolazione, com'era già successo durante la guerra: un ruolo che, in virtù della sua autorità morale, tutti gli riconoscono, eleggendolo in più di un'occasione "arbitro" per dirimere liti e discussioni.

Ma padre Aristide è contento soprattutto quando può stare tra i bambini. Gli capita spesso, in chiesa o nelle scuole, dove sovente è invitato a tenere conferenze: ha un rapporto molto affettuoso in particolare con l'Istituto San Vincenzo. Allora parla a lungo di Marituba, accompagnandosi con qualche battuta e con il suo originalissimo modo di sorridere. «lo non ho fatto nulla - dice al suo auditorio -. È stato il Padreterno. È come un papà per tutti noi: dobbiamo avere fiducia in Lui e metterci nelle Sue mani, anche se a volte i Suoi disegni sono per noi incomprensibili...». Bambini e ragazzi, affascinati da quei racconti della foresta, pensano ai loro coetanei brasiliani, meno fortunati, ma sui quali veglia un "nonno" dalla lunga barba bianca.

Un "nonno" estremamente efficiente. Grazie all'aiuto degli Amici camionisti di Costamasnaga (è solo uno fra i tanti gruppi che monsignor Pirovano è riuscito a mobilitare), nell'ottobre 1995, per i tre asili-nido, le tre scuole primarie e quella secondaria, viene inviato a Marituba un carico che comprende: 500 quaderni, 70 scatole di pennarelli, 60 copertine, 300 gomme, 288 matite, 286 temperini, 500 penne, 20 album, 100 barattoli di colla, 50 buste di elastici, 200 gessi, 10 mila fogli di carta. E poi cartelle in pelle, tubetti di colori a tempera, tavolozze, pennelli e tre scatoloni con pantaloncini e magliette per bambini e ragazzi...

Poi c'è sempre la Provvidenza, come quando padre Aristide riceve una telefonata nella quale i parenti di una sua conoscente, appena scomparsa, gli comunicano che nel testamento della defunta c'è un lascito di 110 milioni per Marituba. Inizialmente pensa a uno scherzo, ma quando si rende conto che è tutto vero, fa una riflessione più seria: «Queste persone non mi conoscevano. Avrebbero potuto fare quello che volevano di quei soldi, e invece...».

Il progetto di adozione a distanza si allarga a macchia d'olio. I bambini da mantenere ogni giorno sono ormai oltre tremila. Laura Pellegrino tiene costantemente informati i "genitori" adottivi dei progressi dei "loro" bambini. Qualche "mamma" riesce anche ad andare a Marituba e constata personalmente l'attenzione che viene riservata ai piccoli: dall'accoglienza in asilo o a scuola all' educazione igienica personale, dall' alimentazione preparata secondo tabelle dietetiche all' assistenza medica, educativa e didattica. Se i bambini restano assenti da scuola per alcuni giorni, un' educatrice va a trovarli e, in caso di necessità, dispone un controllo medico-specialistico. Sono previsti anche interventi d'emergenza per le famiglie più indigenti, come la copertura delle baracche, gli arredi essenziali e l'installazione di filtri per depurare l'acqua. La povertà capovolge i normali rapporti famigliari. Due famiglie, ad esempio, vivono miseramente su un'isoletta in mezzo al fiume: i bambini "adottati" ogni giorno prendono la canoa per andare a scuola, non prima di aver pescato un po' di gamberetti, unico sostentamento per i loro genitori.

Intanto monsignor Pirovano si avvicina al quarantennaIe della consacrazione episcopale (13 novembre 1995). La scrivania di casa si affolla di messaggi di felicitazioni e d'augurio. Il cardinale Martini, arcivescovo di Milano, gli esprime «la riconoscenza mia e della Chiesa ambrosiana per esserci stato testimone di quell'ansia missionaria, di quell'impegno a portare il Vangelo "fino ai confini della terra" che risponde al mandato di Gesù e che è parte della vocazione cristiana». «Desidero unire ai sentimenti della mia personale gratitudine - scrive invece il cardinale J 0zef Tomko, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli -la preghiera affinché i tanti semi di bene da lei sparsi nel campo del regno di Dio trovino sempre nuovi operai pronti a rifare il gesto ampio del primo Seminatore e capaci di prodigarsi con altrettanto impegno ed entusiasmo a servizio della comune vocazione missionaria». «L'Istituto le deve tanto», gli ricorda padre Franco Cagnasso, Superiore generale del Pime, che proprio Pirovano ha accolto, ammesso al presbiterato e inviato in Bangladesh. Con l'assistenza della sorella Carla, padre Aristide cataloga tutta la corrispondenza per poi rispondere personalmente a ciascuno.

Le celebrazioni del quarantennale partono domenica

12 novembre, quando il sindaco di Erba Filippo Pozzoli va a "prelevare" da casa monsignor Pirovano a bordo di una carrozza, per condurlo alla prepositura attraverso le vie della città. Nonostante la pioggia battente, da entrambi i lati della strada partono salve di applausi ai quali padre Aristide risponde con un sorriso divertito. Concelebra la messa solenne con padre Cagnasso, sottolineando nell' omelia concetti a lui cari: «In una società che ha sempre meno spazio per Dio, servono testimoni del Vangelo. Ma per essere autenticamente missionari occorre avere un rapporto personale con il Signore». Al termine della messa, nella piazza davanti alla chiesa il sindaco rivolge a monsignor Pirovano il saluto ufficiale e gli consegna un assegno a favore di Marituba. Padre Aristide ringrazia, ma subito aggiunge: «Non bastano, per l'ospedale mi servono 900 mila dollari...». Detto da un altro, potrebbe suonare ingrato, ma gli erbesi conoscono bene il loro vescovo: lo applaudono per quello che ha fatto, ma lui pensa già al "dopo". Durante il pranzo comunitario che segue, la Confraternita cittadina dona a padre Aristide un anello episcopale realizzato dall' artista Franco Daverio.

La festa si rinnova il giorno dopo, con un concerto a distesa delle campane cittadine, la messa con tutti i parroci di Erba e uno spettacolo serale al teatro Excelsior. Qualche giorno più tardi, ai primi di dicembre, monsignor Pirovano riceve anche l'omaggio del Laboratorio Missionario di Lecco, di cui è assistente spirituale.

Per padre Aristide il 1996 si apre con la consueta trasferta a Marituba. È un'occasione importante, perché la struttura portante dell' ospedale è finalmente completata. Gli ultimi lavori vengono portati a termine il 15 febbraio. Un traguardo importante, anche se mancano ancora le rifiniture. Ed è bello che dom Aristìdes sia sul posto a condividere la soddisfazione generale. Anche perché per lui si tratta dell'ultima visita a Marituba. Il suo pensiero, tuttavia, è occupato dall'impellente necessità di attrezzare il nuovo complesso, dai centoventi letti a tutte le strutture. Il governo non mantiene le proprie promesse e mantenere un posto-letto costa 1500 dollari al mese.

Al ritorno in Italia, in maggio, il vescovo deve sottoporsi all' ennesima operazione, presso l'ospedale San Raffaele di Milano, per asportare dei calcoli dalla parte destra della carotide. È un intervento delicato, anche in considerazione dell' età del paziente, ma padre Aristide, ancora una volta, si riprende perfettamente. Ha un unico cruccio: per intervenire sulla gola i medici - pur scusandosi sono stati costretti a ridurre drasticamente la barba. Cambia un po' la fisionomia, ma non il buon umore e l'ottimismo: «Ricrescerà anche lei...». A una delle visite di controllo lo sottopongono ad alcune lastre ai polmoni. Il medico le osserva con stupore: «È tutto a posto. Non si direbbe neppure che lei abbia fumato per tutti questi anni».

Monsignor Pirovano riprende il suo ritmo di incontri e di appuntamenti, che gli occupano quasi tutte le sere, i sabati e le domeniche. In autunno, però, comincia a dar di tosse in modo insistente e preoccupante. Poi, improvvisamente, scopre tracce di sangue nelle urine. Dietro le insistenze degli amici decide allora di sottoporsi ad alcuni controlli. I peggiori timori si concretizzano: l'emorragia è provocata da un tumore al rene sinistro, che con le sue metastasi ha già aggredito anche i polmoni. Non c'è alcuna possibilità di intervenire chirurgicamente. I medici consigliano assoluto riposo, ma non lasciano speranze circa l'esito finale: è questione di qualche mese. Padre Aristide accetta il verdetto con grande serenità. A cinquant'anni dalla sua prima partenza per il Brasile, è pronto per l'ultimo "viaggio".

All' inizio del dicembre 1996 si ricovera all' ospedale V alduce di Como per ulteriori accertamenti. Neppure le sorelle sono in buone condizioni, perciò sono gli amici più cari e alcuni confratelli ad alternarsi al suo capezzale. Ma monsignor Pirovano non ha né l'aspetto, né lo stato d'animo di un morente. Intrattiene i visitatori che vanno a trovarlo in ospedale, nel periodo delle feste natalizie, con la consueta vitalità. È quasi sconcertante, anzi, nell' ottimismo che conserva nonostante la sofferenza fisica: «I medici non capiscono nulla. È questo freddo che mi frega. Se mi dimettono in fretta, a febbraio andrò in Brasile: il sole di Marituba mi rimetterà in sesto...». Ma poi, facendosi più serio, non si nasconde la gravità della situazione: «Se invece il "principale" ha deciso altrimenti, beh, le valigie sono pronte!». Lo ammette anche al Superiore del Pime Cagnasso, con il quale ha più di una conversazione telefonica: «Voglio tornare in Brasile per attrezzare l'ospedale: ma se devo chiudere, chiudo. A me non interessa, faccia Lui». La convinzione che la "buona battaglia" combattuta è giunta ormai al termine si stempera nell' assoluta fiducia nella Provvidenza.

Dimesso dall'ospedale alla metà di gennaio, padre Aristide si ritira nella sua stanzetta al Pime di Lecco. Non perde il buonumore, continua a sostenere che i medici si sbagliano e non rinuncia all'idea di partire per Marituba: il pensiero è fisso a quel miliardo da reperire per attrezzare l'ospedale. Ma le forze, progressivamente, lo abbandonano: i dolori sono sempre più forti e il respiro si fa affannoso. Non è mai stato un colosso, visto che il suo "peso forma" si è sempre aggirato sui cinquantacinque chili, ma ormai ne pesa solo quarantasette. Trascorre l'ultima settimana di gennaio assistito dai suoi confratelli.

Domenica 2 febbraio, alla mattina, monsignor Pirovano celebra la messa nella cappella. Chi assiste alla cerimonia e ne osserva l'atteggiamento di estremo raccoglimento, ha la sensazione che per lui quell'Eucarestia sia il viatico. La sorella Carla, anche lei dimessa da poco dall' ospedale, lo raggiunge. Le confessa di sentirsi stanco, estenuato, ma le dice anche: «Sia fatta la Sua volontà». Alla sera si mette a letto e riceve l'estrema unzione. Dopo una notte agitata, si sveglia apparentemente più in forze. Chiede di essere aiutato ad alzarsi, ma poi si sente mancare. Tornato a letto, si confessa a un confratello. Attorno a lui ci sono la sorella, alcuni amici e altri padri del Pime, con il superiore di Lecco padre Mozzato. Recitano il Rosario, che padre Aristide segue con un filo di voce. È del tutto cosciente della situazione: «Sto morendo», dice. Ma non perde il sorriso e riesce anche a pronunciare qualche battuta. Invoca una preghiera per Marituba. Poi, lentamente, serenamente, chiude gli occhi. Sono le 11.45 del 3 febbraio 1997, giorno di San Biagio, proprio il santo al quale, tanti anni prima, mamma Maria aveva raccomandato il piccolo Aristide, malato di difterite.

La notizia si diffonde in un baleno, da Lecco a Erba, fino a Milano, suscitando ovunque un moto di sorpresa. Si era sparsa la voce che padre Aristide stesse male, ma pochi erano al corrente della reale gravità delle sue condizioni. Le vicissitudini trascorse e l'enorme carisma che riusciva a trasmettere lo avevano reso "immortale" agli occhi della gente. Comincia un lungo pellegrinaggio verso la Casa Mazzucconi, dove la salma, rivestita dei paramenti episcopali e composta nella camera ardente, è visitata in due giorni da decine e decine di persone. Durante la seduta del Consiglio regionale al Pirellone di Milano, martedì 4 febbraio, monsignor Pirovano viene ricordato come «Grande lombardo». La sera, a Erba, la gente si raccoglie in preghiera nella chiesa di Sant'Eufemia.

Mercoledì 5 febbraio, nella cappella della Casa lecchese, il vicario episcopale monsignor Merisi presiede la messa funebre. Padre Cagnasso, il Superiore generale, ricorda alcuni aneddoti legati alla figura del suo predecessore. Al termine la salma di padre Aristide parte per Erba, dove viene deposta nella chiesa di Sant'Eufemia e vegliata costantemente. Alla sera la gente accorre per dare l'ultimo saluto al vescovo missionario che riposa nella bara sormontata dalla mitria.

Giovedì 6 febbraio è il giorno dei funerali, fissati alle 14.30. A Erba è proclamato il lutto cittadino, così come a Marituba. I fedeli sono invitati a non inviare corone, ma offerte per l'ex lebbrosario. Davanti alla chiesa la folla comincia a radunarsi poco dopo le 13, in un silenzio innaturale; alle 14 la piazza è gremita. All'uscita dalla chiesa il feretro viene salutato dal rintocco della campana a martello e dall'urlo della sirena anti-incendi. Il pensiero dei presenti più in là con gli anni corre immediatamente ai giorni tragici del 1944, quando quei suoni preannunciavano l'arrivo delle bombe. Ora come allora padre Aristide è in mezzo alla sua gente, che si scosta per lasciarlo passare.

Si forma solennemente il corteo. Prima la banda, che intona la marcia funebre, seguita dai componenti di tutti i gruppi e i movimenti cittadini, i membri delle confraternite, le rappresentanze delle scuole, le autorità civili e militari e i sacerdoti della città e del decanato. Poi la bara, portata a braccia, a turno, dai rappresentanti delle associazioni. Dietro, migliaia di persone. Una fila lunghissima che si snoda per le vie di Erba - piazza Vittorio Veneto, via Volta, corso XXV Aprile - e impiega quasi un' ora per giungere alla prepositura. Prima dell'ingresso in Santa Maria Nascente, l'omaggio della città, espresso attraverso le parole commosse del sindaco Pozzoli. Poi la celebrazione, in una chiesa ornata di fiori bianchi e gialli, davanti a un' assemblea attenta e partecipe. Il saluto del prevosto don Paganini, il messaggio del cardinale Martini, l'omelia di monsignor Citterio, ausiliare dell'arcivescovo di Milano, che ricorda quando «il vescovo della foresta», in occasione di una visita a Marituba, gli mise a disposizione la sua cameretta. Al di là dell' oceano, contemporaneamente, si svolge una funzione in suffragio. Ma Marituba è presente anche a Erba, in una croce di legno posta alla destra dell' altare e ricoperta di fiori lungo il tronco e una delle due braccia: l'altro braccio, spoglio, sta a testimoniare la mutilazione della lebbra.

Al termine della cerimonia, un lunghissimo applauso. Sono ancora migliaia le persone che accompagnano il feretro al cimitero. Monsignor Pirovano l'ha chiesto espressamente nel suo testamento: «Se muoio in Italia, seppellitemi a Erba». La bara viene calata nella tomba di famiglia, accanto ai resti di papà Pietro, di mamma Maria e del fratello Cesarino. Solo qualche metro più in là c'è la tomba di padre Silvio Miotto, un' altra vita dedicata alla missione. Sul monumento la foto di padre Aristide sorridente, la barba al vento, sormonta una lastra all'interno della quale viene deposta una zolla proveniente da Marituba. Il vescovo dei due mondi riposa sotto le due terre che ha amato e servito fino all'ultimo.

II PARTE 
Le lettere e il pensiero
Viaggiate sempre su una via che porta e dà Amore.
Non buttate via il tempo perché sulla terra è prezioso

CHI VOLESSE LEGGERE LA SECONDA PARTE SI RIVOLGA DIRETTAMENTE
ALL'ASSOCIAZIONE AMICI DI MONS. ARISTIDE PIROVANO.