MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

 

CAPITOLO 2

Prete? No, missionario!

Per il giovane Aristide il tempo trascorre tra il lavoro a fianco del padre e i giochi con gli amici, nei quali si dimostra il più intraprendente: la sua fantasia e la sua prontezza di riflessi sono alla base di passatempi sempre nuovi e originali. Poi ci sono gli impegni oratoriani. Don Alberto si rivela ogni giorno di più guida saggia e preziosa. Per i ragazzi i locali dell' oratorio e quelli della sua casa sono un tutt'uno; spesso Aristide e la sua compagnia si fermano dalla sorella del sacerdote, Maria, brava quanto il fratello a riunire i giovani e - tra l'altro - abilissima a giocare a carte.

Tra una recita e un coro, una passeggiata e una domenica in allegria, Aristide fa in quei mesi la sua prima (e unica) "conquista" sentimentale. È un innocente filarino, quale può essere il rapporto d'amore tra due adolescenti, nei primi anni '30, in un paese della Brianza: le cose con la ragazza non si spingono sino al punto di impegnarsi seriamente per il futuro.

Tra le innumerevoli iniziative frutto dell'inventiva di don Alberto, ci sono le giornate di ritiro: momenti di ritrovo e di incontro che offrono l'occasione per pregare e approfondire le riflessioni di ordine spirituale avviate durante le lezioni di catechismo. Appunto per uno di questi ritiri, don Alberto sceglie come mèta Gorla Minore, nel Varesotto. A quei tempi si può considerare un vero e proprio viaggio la trasferta che porta la compagnia dell'oratorio erbese sino a Como in tram e poi in treno a Gorla. I ragazzi, difatti, sono eccitatissimi e anche Aristide si diverte parecchio. Ma è più taciturno del solito, perché da qualche tempo un'idea gli occupa la mente. Davanti agli occhi, insieme alle case che "fuggono" via al passaggio del treno, vede scorrere la sua vita. Rivede l'officina del padre, la sua casa, gli amici... Poi pensa alla madre, alla sua esistenza autenticamente segnata dalla fede, e a don Alberto, il cui esempio sicuramente lo affascina. E quell'idea riaffiora durante le meditazioni del ritiro.

È il 1931. Nell'animo di Aristide sta certamente avvenendo un cambiamento decisivo. Diventa più riflessivo, più maturo, dimostra anche più anni di quelli che ha. Una trasformazione che non passa inosservata. Una vicina di casa, un giorno, dà voce a un sospetto ormai diffuso: «Stai a vedere che l'Aristide pensa di farsi prete...».

Sulle prime, lui reagisce a muso duro, sdegnato, risentito: «Prete io? Mai!». Ma il tarlo comincia a rodere, al punto che quel «mai!» si trasforma a poco a poco in un «e perché no?». Dopo mesi di incertezza, ne parla con don Alberto e da lui riceve un caldo incoraggiamento. In casa, però, le cose non sono altrettanto facili: la madre cela la preoccupazione con la contentezza, ma il padre - pur apprezzando la scelta coraggiosa di Aristide - si sente in parte "tradito" nei suoi progetti: quella ditta per la quale si sta sacrificando e che vuole lasciare al figlio. Una sera la discussione si fa particolarmente accesa e Pietro Pirovano perde la pazienza: «Se sei proprio convinto, fai pure. Ma ricordati che se cambi idea e decidi di tornare, da quella porta non entri più!». Aristide, però, non indietreggia.

Nel frattempo i Passionisti e i Barnabiti, conosciute le intenzioni del giovane Pirovano, si rendono disponibili ad accoglierlo nei loro istituti. Ma ad Aristide non interessa fare il prete. E neppure il religioso, probabilmente a causa di alcune considerazioni poco lusinghiere della madre nei confronti di alcuni frati. Ha un' altra idea in testa. Il missionario, ad esempio: partire, arrivare sino agli estremi confini della civiltà, presso popolazioni sconosciute, e farsi portatore del Vangelo, che fino a poco tempo prima non ascoltava e che ora è al centro della sua vita. Tanto fa che riesce a convincere don Alberto a scrivere al Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere. Le caratteristiche del Pime corrispondono ai desideri di Aristide: l'Istituto è di clero secolare, i missionari sono ordinati come semplici sacerdoti diocesani, senza voti religiosi. La risposta è positiva: il ragazzo è atteso a Treviso, dove in ottobre, come" apostolino", potrà cominciare la prima ginnasio al seminario dell'Immacolata.

Arriva il momento della partenza: l'abbraccio della madre e delle sorelle, le strette di mano e le pacche sulle spalle degli amici... Quanto al padre, ogni incomprensione è superata: è lui, anzi, ad accompagnarlo. Per Aristide si chiude un capitolo e se ne apre un altro, quasi un romanzo, destinato a occupare tutta la sua esistenza.

Se la vita in famiglia non era agiata, l'impatto con il Pime è duro. Il seminario è un caseggiato immenso, gelido, senza riscaldamento: d'inverno, nelle aule circolano catini d'acqua calda per immergere le mani e combattere i "geloni". Ad Aristide risulta difficile stringere amicizie con i compagni, a causa della differenza d'età: lui va per i diciassette anni, loro sono tra gli undici e i dodici. Nei momenti di libertà, mentre gli altri giocano o fanno passeggiate, Aristide preferisce fare piccoli lavoretti o scrivere a casa.

A scuola le cose vanno discretamente, anche se riprendere gli studi dopo cinque anni di pausa non è semplice. Aristide si dimostra particolarmente versato in matematica, mentre ha qualche problema in francese, dove il professore, un sacerdote facile al riso, sottopone la classe a ritmi sostenuti: in una sola lezione riesce a far fare un dettato, a correggerlo e poi a interrogare tutti, pretendendo che qualsiasi comunicazione (compresa la preghiera iniziale) gli sia rivolta in lingua.

Anche il professore di italiano fa sudare, ma al momento delle pagelle finali si dimostra comprensivo. Nei temi, poi, ad Aristide giovano le letture fatte da ragazzo. Solo una volta, a corto di idee, ha la bella pensata di copiare integralmente un testo da un' antologia. Il professore non se ne avvede, lo corregge e gli appioppa un bel "cinque".

Parecchi anni dopo, già Superiore generale del Pime, monsignor Pirovano rivedrà il suo antico professore e gli confesserà il nome dell'effettivo destinatario di quell'insufficienza: «Tutto sommato, forse meritava qualcosa in più!», è il commento scherzoso, ma non troppo.

Davvero "tremendo", invece, è il professore di latino e greco, che pretende versioni dalla lingua in italiano e viceversa. Non è l'intransigenza dei docenti, comunque, a indispettire Aristide, quanto la severità assoluta, che tocca punte di rigidità talvolta incuranti del buon senso. Il giovane Pirovano si adegua, anche se a fatica. Del resto, il motto non scritto del Pime (<<Mandateci al martirio, ma non in fila!») sembra fatto apposta per lui, testardo e per nulla accomodante.

Con la fine dell' anno, insieme alla tanto sospirata promozione, arriva anche il momento della vestizione. È solo la prima di una lunga serie di tonache, ma è già sufficiente per animare la festa ad Aristide, che torna ad Erba per una settimana. C'è tanta allegria e un po' di commozione. Anche il padre adesso è fiero e orgoglioso del suo ragazzo. Ad Aristide la madre confida che - quando lui esce di casa per andare in chiesa - il padre, non visto, indugia alla finestra, lo rimira mentre passeggia con il suo lungo abito nero e poi commenta: «Com'è bello!».

Intanto dal Pime arriva la proposta di proseguire gli studi anche durante l'estate, per accelerare il conseguimento del diploma. Studiando senza soste e non tornando a casa neppure per le vacanze, Aristide potrà terminare il liceo in quattro anni anziché cinque. Il suggerimento viene dal rettore, padre Pagani, un missionario reduce dall'India, uomo buono e comprensivo. Aristide, che lo considera alla stregua di un secondo papà, accetta il consiglio.