MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 3

Una decisione tormentata

È il 1932. Da quasi un anno, ormai, Aristide studia a Treviso. Il padre, rimasto solo in officina, continua a lavorare duramente. Le commesse non mancano, i tempi sono sempre stretti e bisogna faticare per tirare avanti.

Per i suoi spostamenti Pietro Pirovano usa una vecchia bicicletta. Una sera pedala nei pressi di Pontenuovo, vicino a Merone. Sta per tornare a casa. Un camion con rimorchio viaggia alle sue spalle. Nel buio il camionista si avvede solo all'ultimo momento dell'uomo in bicicletta davanti a lui: sterza, cerca di evitarlo, ma il rimorchio sbanda e urta il ciclista. Pietro Pirovano è colpito alla spalla e al capo e viene gettato a terra: la morte è istantanea.

Per la famiglia è un autentico fulmine a ciel sereno. Oltre al dolore vivissimo per la perdita del marito, Maria Pirovano avverte tutto il peso delle responsabilità che le cadono addosso: tre figli da tirar grandi, la casa ipotecata, l'officina da mandare avanti in qualche modo. Da sola. E poi c'è quel figlio lontano...

Ad Aristide la notizia viene comunicata dal vicerettore. Si prepara in un baleno, compra il biglietto e sale in treno. Viaggia tutta la notte e, da Milano, giunge a Erba in tempo per il funerale. Rivede così i volti cari, conforta la madre, le sorelle e il fratellino, riceve la solidarietà di amici e parenti. Ma sta già pensando al "dopo": che fare?

Terminata la mesta cerimonia, con l'aiuto di alcuni operai il giovane torna in officina per fare il punto della situazione e concludere i lavori avviati. Fa un certo effetto, ad Aristide, trovarsi lì senza il padre a dirigere le operazioni: il loro rapporto si era cementato proprio grazie alle lunghe giornate di lavoro trascorse insieme. Anche gli screzi e le discussioni sorte al momento della decisione di Aristide di entrare in seminario erano state superate, e alla fine il padre non aveva fatto mancare la sua benedizione. Il dolore e il rimpianto sono fortissimi, ma bisogna andare avanti.

Aristide ottiene dal Pime un primo permesso di tre mesi. Mette mano ai libri contabili della ditta: deve ricostruire i conti, i pagamenti, i debiti. Poi c'è la casa, con un'ipoteca di 25 mila lire che cresce con gli interessi. Aristide non vuole perderla, dal momento che è il frutto di tanti sacrifici compiuti dai suoi genitori. Nondimeno si rende conto che la gestione - che comprende anche 1'orto, le galline, i conigli - è molto faticosa per la madre, rimasta sola. Per questo le propone di venderla e di trasferirsi in un appartamento più piccolo, ma anche meno impegnativo. Ma Maria Pirovano non vuole abbandonare la "sua" casa.

La madre invece ha un' altra idea per quanto riguarda la ditta. Un parente del marito, a Monza, ha un' attività molto ben avviata nel commercio dei marmi e lei gli chiede di rilevare l'officina di Erba. Il parente, però, non accetta e propone la soluzione che ai suoi occhi appare la più ovvia e la più conveniente: «Invece che andare in missione, Aristide prenda in mano la baracca e la porti avanti lui».

È il momento della scelta. Fin dal momento della morte del padre, Aristide sapeva che prima o poi si sarebbe trovato di fronte a questo bivio, ma ora non sa quale direzione prendere. Da una parte c'è la voce della fede che lo spinge ad andare; dall' altra c'è la mozione degli affetti che lo trattiene. È tempo di grande angoscia e turbamento, che non sfugge allo sguardo attento della madre. Un giorno Maria Pirovano prende in disparte il figlio, lo fissa negli occhi e gli dice con voce ferma: «Se sei davvero convinto che quella sia la tua strada, prendila. Non preoccuparti per noi: ci penserà la Provvidenza...». È una grande lezione di vita che Aristide riceve dalla madre, dal suo coraggioso spirito cristiano. Il dolore materno per il sacrificio di un figlio, destinato ad andare lontano, è forte; ma più forte ancora è la consolazione di saperlo votato a una scelta di fede. Così Maria Pirovano, per mantenere la famiglia, comincia a darsi da fare come sarta e stiratrice. Il lavoro non le manca: più di una volta sta alzata anche di notte.

Una volta presa la decisione, Aristide si sente più sollevato. Ma restano i conti da far quadrare. Mentre in ditta completa le ultime opere, intenta la causa per risarcimento danni contro la ditta proprietaria del camion che ha provocato l'incidente mortale del padre. Il processo andrà avanti per diversi anni, un periodo di grande travaglio durante il quale Aristide è costretto ad alternarsi tra il seminario e le aule di tribunale. L'ambiente giudiziario all'inizio lo sconcerta, ma con il succedersi delle sedute il giovane Pirovano - che ha ottenuto il patrocinio gratuito - ci fa l'abitudine. Anzi, la vicenda lo aiuta a capire come "funziona" il mondo al di fuori del seminario.

Malgrado il processo gli sia d'intralcio, Aristide prosegue gli studi con buon profitto. Il rettore gli viene incontro consentendogli di lasciare il seminario quando è richiesta la sua presenza in tribunale. Un passo dopo l'altro, nel 1935 Aristide termina il liceo e inizia a Monza gli studi di teologia. Si appassiona alla filosofia e si lascia per breve tempo attrarre dall'ideologia marxista, con le sue promesse di giustizia, di libertà per l'uomo, di rispetto per la sua dignità. Le discussioni con due compagni di studi lo distolgono però da distrazioni politiche.

In quel periodo resta anche particolarmente affascinato dalle letture sulla vita di un missionario olandese, padre Damiano de Voerster, segregatosi volontariamente nell'isola-lebbrosario di Molokai, nell'arcipelago delle Hawaii. L'isola è tagliata fuori dal resto del mondo: solo una barca, ogni tanto, vi porta provviste e notizie. Padre Damiano si dedica anima e corpo all' assistenza morale e materiale dei lebbrosi, uomini senza speranza. Alla fine il terribile morbo aggredisce anche lui e padre de Voerster è il primo missionario che muore di lebbra. La figura dell'eroico olandese e il suo prodigarsi fino al sacrificio estremo, se da un lato confermano in Aristide la bontà della scelta fatta («sarò missionario!»), dall' altro sviluppano in lui una particolare sensibilità nei riguardi dei malati di lebbra. Nel corso delle sue future peripezie in giro per il mondo - come semplice missionario, poi come vescovo e come Superiore del Pime -, in qualsiasi località si trovi, non mancherà mai di far visita a qualche lebbrosario.

Sono comunque anni di crisi, in cui la mente di Aristide è presa da mille pensieri. Non può concentrarsi appieno sugli studi per via dei problemi economici e giudiziari di cui ha dovuto farsi carico a soli diciassette anni. Dio lo chiama da una parte, il mondo lo rincorre dall' altra. Di questa incertezza risente anche fisicamente, con frequenti e dolorose emicranie e con disturbi intestinali che in un' occasione lo riducono in gravi condizioni, sull' orlo dell'intervento chirurgico. Nello stesso periodo viene operato di appendicite.

Per fortuna si lega profondamente al prevosto di Erba, don Erminio Casati. Costui è un sacerdote già avanti negli anni, ma dallo spirito giovanile, che prende a benvolere il giovane seminarista e lo assiste nell'interminabile causa. Dal canto suo, Aristide vede in quel prete il padre che ha perso troppo presto: con lui si apre, si confida, a lui parla di tutti i suoi problemi. In sua compagnia riesce anche a divertirsi. Nei rari momenti di libertà Aristide è solito farsi prestare dagli amici una motocicletta con la quale ama scorazzare per la Brianza. Una volta carica don Erminio e lo porta in Valsassina a trovare un prete suo amico. Quando Aristide comincia a dare gas, il prevosto si aggrappa a lui sempre più stretto, chiedendogli a quanto "va". È una giornata di fuga dalle preoccupazioni quotidiane che fa bene a entrambi.

La vicinanza di don Erminio è un sollievo per Aristide. L'ipoteca sulla casa è a favore di persone comprensive, ma l'amministratore che gestisce la pratica è molto rigido. I Pirovano perdono in primo grado il processo per la morte del padre e sono costretti a ricorrere in appello. Questa volta il verdetto è favorevole e Aristide ottiene quale risarcimento un'ipoteca giudiziaria su alcune proprietà della ditta responsabile. Un risultato che gli dà la tranquillità necessaria per dedicarsi al cammino finale verso l'ordinazione.

Mentre si respira già un clima di guerra (siamo nel 1940), Aristide giunge al termine del quarto anno di teologia. È perciò alle soglie del suddiaconato, a cui sarà ammesso dopo il giuramento di appartenenza al Pime e dopo che il Superiore generale lo avrà convocato per verificare le sue reali intenzioni.

Superiore dell'Istituto è monsignor Lorenzo Balconi, un uomo rigido e austero, con se stesso prima che con gli altri. È stato missionario in Cina, dove è rimasto ferito in occasione della rivolta dei boxer: per questo trascina una gamba e muove lentamente un braccio. È lui a convocare Aristide nel suo studio, nella sede del Pime a Milano. Il giovane Pirovano, teso ed emozionato, rimane ad ascoltarlo in piedi, sulla porta. Balconi non fa concessioni: spiega ad Aristide che, finché non avrà definitivamente sistemato le pratiche relative al processo, non potrà essere ammesso al suddiaconato.

È un brutto colpo, una delusione, un ennesimo intralcio alla volontà di farsi missionario. Aristide deve nuovamente fare appello alla sua ostinazione. Tornato a Erba, si consulta con don Erminio ed elabora una nuova strategia. Si rivolge alla controparte e trova finalmente un accordo di compromesso: ci rimette dei soldi, ma perlomeno la vertenza è chiusa. Non c'è più tempo, comunque, per accedere al suddiaconato insieme ai compagni, prima dell'estate41. Deve così aspettare settembre: nell' attesa decide di partire per una breve vacanza in montagna in compagnia del prevosto, per rigenerare la mente e lo spirito.

Arriva la tanto sospirata ammissione al suddiaconato. È un passo importante, anche perché una regola interna al Pime dispone che da questo punto in avanti i futuri missionari debbano lasciarsi crescere la barba. È un segno distintivo di appartenenza all'Istituto, una consuetudine maturata in seguito alle esperienze fatte nelle missioni in Oriente, dove i santoni, i guru portavano la barba lunga appunto come simbolo esterno di consacrazione alloro Dio. Aristide è doppiamente contento: in primo luogo per un traguardo finalmente raggiunto, e poi perché non è più costretto a radersi la barba, nera e ispida, con l'acqua gelata.

Gli ultimi mesi passano frenetici. A ottobre Aristide diventa diacono e la prepositura di Erba espone la "pubblicazione" - come per un matrimonio - per verificare l'esistenza di eventuali impedimenti all' ordinazione. Poi è la volta dell'ultimo colloquio con il prevosto e del giudizio finale del Superiore generale.

L'ordinazione è fissata per il21 dicembre 1941. Nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano, il diacono Aristide Pirovano si prostra davanti all'arcivescovo, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, e per le sue mani viene finalmente consacrato. Nell' antico tempio intitolato al patrono della Chiesa milanese, il vescovo benedettino rivolge paterni auspici ai preti novelli. Aristide è emozionato e contento: pensa già alla sua prima messa, che all'indomani lo attende a Erba.

Giunge a casa la sera stessa. La madre lo accoglie commossa. Vedendolo ordinato, capisce che tanti sforzi, tanti sacrifici non sono stati vani: dopo aver superato ostacoli e difficoltà, la vocazione del figlio può ora realizzarsi compiutamente. Il giorno dopo padre Aristide celebra la sua prima messa solenne nella prepositura di Santa Maria Nascente gremita di folla. Può finalmente compiere personalmente i gesti che ha visto ripetere tante volte da altri: al momento dell' elevazione coglie più che mai la comunione con il Signore che lo ha chiamato e di cui avverte il sostegno paterno. Pensa alla missione che lo attende, ma intanto è felice di condividere con la sua gente la prima eucarestia. Concelebra con lui e tiene il discorso d'occasione padre Obert, un missionario valdostano poi divenuto vescovo di Dinajpur, nel Bangladesh. Nel cielo di Erba sale alta l'eco festosa delle campane, ma presto i suoni saranno diversi. Per l'Italia la guerra comincia a volgere male.