MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte

CAPITOLO 4

Le avventure di padre Barba

 

Dopo tante vicissitudini, per i Pirovano quello del 1941 è finalmente un Natale sereno, pur nell' angosciante atmosfera bellica. Padre Aristide lo trascorre lietamente in famiglia e intanto assiste nelle funzioni il prevosto don Erminio e il coadiutore don Alberto.

Terminato il periodo di festa, il giovane missionario è atteso dal suo primo incarico. Nel seminario di Venegono Inferiore riceve il suo crocefisso di missionario, che l'accompagnerà per tutta la vita. Ma di partire subito per qualche missione, con le relazioni internazionali sconvolte dalla guerra, non se ne parla. Solitamente i preti novelli vengono spediti in qualche parrocchia a fare da coadiutori, ma per padre Aristide i programmi sono diversi. La dimestichezza con i conti esibita durante gli studi e la perizia forzatamente maturata nelle lunghe pratiche relative al processo non sono passate inosservate agli occhi dei suoi superiori. Viene perciò destinato all'economato dell'istituto milanese del Pime, in via Monterosa.

Economo generale è quel padre Obert che gli ha fatto da "padrino" in occasione della sua prima messa. Pirovano sarà suo assistente sino a quando Obert - terrorizzato dai bombardamenti su Milano - chiederà e otterrà di essere trasferito a Besozzo, nel Varesotto. Per il momento a padre Aristide viene assegnata la gestione delle spese ordinarie dell'istituto di via Monterosa e del seminario. Procura anche le tessere annonarie, ma con la guerra e la scarsità di generi alimentari l'approvvigionamento non è fa ci le. Padre Aristide si trae d'impaccio non curandosi troppo delle conseguenze personali: si rivolge al contrabbando, alla "borsa nera", e riesce a procurare due tessere annonarie per ciascun missionario e seminarista (una sessantina in tutto). Quando viene scoperto, rischia la denuncia, ma poi tutto si aggiusta.

Anche da Milano Pirovano non taglia i ponti con Erba e il suo ambiente. Un amico d'infanzia, Franco Mambretti, è in caserma nel capoluogo e vuole approfittare di questo periodo per frequentare i corsi di ragioneria alle scuole serali. Si rivolge allora al vecchio compagno di giochi per avere da lui lezioni di latino. Padre Aristide lo riceve regolarmente al Pime, dove gli rinfresca coniugazioni e declinazioni e insieme a lui rievoca le "imprese" di gioventù.

Tra il 1942 e il 1943, ogni mattina, alle 5.30, Pirovano celebra la messa al Policlinico per il centinaio di suore in servizio nell' ospedale. Ogni giorno gira per i padiglioni a visitare i malati: i preti non sono bene accetti, ma quando i ricoverati scoprono che Pirovano è un missionario l' atteggiamento cambia. Tutti mostrano di gradire il suo modo di fare, sempre pronto a una parola di conforto o a una battuta scherzosa. Questo provoca nei sacerdoti che operano nell' ospedale una certa invidia nei confronti di quel giovane barbuto. E l'invidia, complice un particolare episodio, è alla base di un provvedimento punitivo che addolorerà parecchio padre Aristide.

Capita che una suora addetta alle cucine, in procinto di sottoporsi a un' operazione, chieda a Pirovano di assisterla anche in sala operatoria. Lui accetta, la segue fin sul tavolo e lì, già pronta per l'intervento, la benedice. Si tratta di una violazione al regolamento dell' ospedale e i preti, per l'appunto invidiosi, non mancano di segnalarla al superiore. Padre Aristide è convocato e sospeso dalla celebrazione della messa. Il "colpevole" sa che la punizione è eccessiva (la sospensione dalla messa dovrebbe essere preceduta da due ammonizioni), ma fa ammenda in silenzio. Si accosta alla comunione insieme alle suore, ma nel suo intimo soffre molto per questa punizione. Si confida con suor Carlotta, la superiora (sorella del futuro sindaco di Milano, Caldara), che gli dimostra grande affetto. E alla fine, dopo un'intercessione generale, la sospensione viene revocata.

Milano, in quei mesi, vive il dramma dei bombardamenti alleati, che tengono la città in un clima di tensione e di costante allarme. Le sirene lacerano l'aria con tale ricorrenza che, dopo un po', padre Aristide neppure ci fa caso. Si muove solo quando sente il rombo degli aerei e il sibilo delle bombe. Ma non per scappare. Inforca la bicicletta e comincia a percorrere le vie del centro. Gira per gli ospedali e per i rifugi per portare assistenza ai feriti. Quegli ordigni di morte che cadono sulle case gli gelano il sangue, ma, suo malgrado, resta affascinato dalla città illuminata a giorno dai fuochi degli incendi. Una volta una bomba cade proprio vicino a lui e lo spostamento d'aria lo travolge insieme alla bicicletta; ma se la cava solo con una brutta botta alla gamba e un grande spavento. Un'altra volta le bombe provocano un incendio al Policlinico: Pirovano aiuta a domarlo insieme ai volontari dell'Unpa, un'organizzazione che spegne i fuochi dei bombardamenti e assiste i feriti. In quei frangenti giunge in visita ai ricoverati il cardinale Schuster. li giovane missionario si cambia l'abito rovinato e si presenta all' arcivescovo in borghese. Saputo dell'accaduto e del motivo di quella strana "tenuta", Schuster lo incoraggia: «Bravo! Continui, continui pure...».

In uno dei bombardamenti viene incendiata anche la casa del Pime. Padre Aristide è al Policlinico, impegnato con i pazienti, e non può allontanarsi. Finita l'emergenza, dopo qualche giorno torna all'istituto. li primo confratello che lo vede, padre Giudici, grida al miracolo: lo stavano cercando da giorni, ma avevano ormai perso le speranze e lo credevano morto sotto le bombe. Ora si deve organizzare lo sfollamento dei missionari e dei seminaristi in una casa di vacanza vicino alla Madonna del Bosco di Imbersago. Pirovano, però, non può andare con loro: la sua presenza a Milano è divenuta preziosa, per non dire necessaria.

Dopo 1'8 settembre 1943, l'Italia è divisa in due: al sud gli alleati, al nord i nazifascisti. Grazie al suo incarico al Pime, ai rapporti con la "borsa nera" e al servizio al Policlinico, già dai mesi precedenti padre Aristide è entrato in contatto con i nuclei milanesi del Comitato di Liberazione Nazionale. Si adoperano per aiutare ebrei e antifascisti a fuggire sui monti del Varesotto e di lì, attraverso alcuni camminamenti e gallerie, in Svizzera. All'elenco dei fuggitivi, dopo l'armistizio, si aggiungono anche soldati che non vogliono più combattere al fianco dei tedeschi e si rifiutano di arruolarsi nelle truppe della Repubblica Sociale.

Pirovano si presta di buon grado ad aiutarli. Alla base di questa scelta non ci sono motivazioni politiche, anche se il suo innato amore per la libertà non può non indurlo a condannare le repressioni del regime fascista. Per lui assistere quei disgraziati significa semplicemente salvare delle vite e tutelare la dignità di chi non vuole più combattere, sparare, uccidere.

Il suo nome in codice è «padre Barba». Nella sua "militanza" gli torna oltremodo utile la tessera dell'Unpa: con quel documento può circolare tranquillamente per la città anche dopo il coprifuoco. Non partecipa però alle riunioni e agli incontri strategici del Cln, anche se non manca di contestare la scelta di tendere imboscate ai soldati tedeschi: «Il coltello dalla parte del manico ce l'hanno sempre loro - spiega ai suoi interlocutori -. Gli attentati non risolvono nulla, anzi esasperano le SS e provocano le loro rappresaglie».

«Padre Barba» aiuta dunque a espatriare numerosi oppositori del regime, dei quali non vuole mai conoscere le generalità. Alcuni li accompagna personalmente, altri li affida a don Natale Motta (uno dei sacerdoti cosiddetti «ribelli per amore») e a un'organizzazione con sede a Varese. Ma in quello stesso mese di settembre la guerra lo colpisce in uno degli affetti più cari.

In famiglia le cose vanno discretamente. Mamma Maria continua nel suo lavoro di sarta, le sorelle Paola e Carla sono adulte e anche il fratello più piccolo, Cesarino, ha ormai quindici anni. Svolge qualche commissione da fattorino e con i primi risparmi si compra una bicicletta, con la quale circola per Erba e dintorni.

Un giorno giunge voce che alla stazione di Merone, vicino a Erba, sono fermi alcuni vagoni-merci carichi di carbone e di pacchi della Croce Rossa destinati ai prigionieri di guerra. Per la popolazione, provata da lunghi mesi di carestia, la tentazione è troppo forte: cominciano gli assalti e i saccheggi. Cesarino vuole andare sul posto per vedere che succede. Chiede il permesso alla madre, che in principio è contraria, ma poi acconsente a condizione che il ragazzo non stia via troppo a lungo. Cesarino monta allora a cavallo della bici e pedala di gran lena verso Merone. Quando giunge alla stazione, i treni sono presidiati da un gruppo di carabinieri, che per tenere lontana la folla cominciano a sparare. Non in aria - come sarebbe logico -, ma ad altezza d'uomo. Uno dei proiettili colpisce proprio Cesarino, alla schiena.

Mentre il ragazzo viene trasportato all' ospedale di Como, padre Aristide, informato dell' accaduto, accorre da Milano. Le condizioni del fratello sembrano disperate, c'è una gravissima lesione al midollo spinale e Cesarino viene ricondotto a casa ormai moribondo. Poi, lentamente, quasi miracolosamente, si riprende, anche se i medici non lasciano speranze: rimarrà paralizzato.

li povero Cesarino imbocca un tunnel senza uscita, fatto di crisi continue e di dolori atroci dovuti anche alle piaghe da decubito, che in alcuni punti lasciano esposta la colonna vertebrale. Al suo capezzale la madre e le sorelle vengono aiutate da medici e infermieri del Policlinico che, per via dell' amicizia con padre Aristide, si prodigano nelle medicazioni e rinnovano l'alcol, le bende, le garze. Cesarino affronta questo travaglio con grande serenità: si fa triste solo quando vengono a trovarlo i suoi amici, che involontariamente gli riportano alla mente i tanti momenti spensierati trascorsi insieme. Poi, tutte le sere, padre Aristide torna a casa da Milano, sempre con qualche regalo per lui: una volta una radio, un' altra un disco con la fiaba di Pinocchio. li ragazzo infermo non si fa illusioni e con il fratello parla spesso del Paradiso: «Che cosa devo dire, che cosa devo fare quando ci arriverò?», gli chiede.

Una figlia persa in tenera età, il marito morto tragicamente, un altro figlio in quello stato: ora più che mai mamma Maria cerca conforto nella fede.