MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti  Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 5

Tre mesi a San Vittore

Negli ultimi mesi del 1943 Pirovano si prodiga nell'attività clandestina. Sono molti gli ebrei e gli antifascisti che vengono indirizzati a lui per poter fuggire all' estero. Il nome di «padre Barba» circola ormai abitualmente negli ambienti della Resistenza. Anche i suoi superiori ne sono a conoscenza. Un giorno, anzi, Pirovano e un altro padre collaboratore del Cln devono subire una robusta lavata di capo da parte del vicario generale, padre Paolo Pastori: «Sì, voi vi impegnate, fate scappare questo, salvate quest'altro... Poi finirà che scapperete anche voi e noi andremo in galera per colpa vostra!».

La figura di un missionario solo apparentemente estraneo alle vicende belliche non tarda a destare sospetti da parte dei nazifascisti. Il 7 dicembre, mentre si trova nell'istituto di via Monterosa, padre Aristide riceve una telefonata che non lascia adito a dubbi: «Ti stanno cercando, mettiti in salvo!». Ma non è così semplice. In qualità di economo, padre Aristide deve completare il pagamento del legname acquistato per riparare l'edificio danneggiato dai bombardamenti: «Prima sistemo tutto, poi me ne vado».

Non ne ha però il tempo. La sera stessa, all'istituto arrivano due persone: si presentano come partigiani e chiedono di «padre Barba». Pirovano intuisce che qualcosa non va e bluffa: «Adesso non posso darvi retta e poi i miei superiori non sanno nulla di queste cose». I due allora chiedono di poter fare una telefonata. L'inquietudine di padre Aristide trova presto conferma. Al Pime piomba una squadra di SS che lo individua subito: «Cerchiamo "padre Barba": è lei?». La risposta, fintamente ingenua: «No, io sono padre Pirovano». E loro: «Bene, allora venga con noi».

Nessuno, nell'istituto, si è ancora accorto di quel che sta accadendo. Padre Aristide si rende conto di essere finito in trappola, ma tuttavia non dispera di riuscire a fuggire. Chiede di poter andare nel suo studio: di lì medita di scendere nello scantinato, passare nell' attiguo convento delle suore, attraversare il cortile, oltrepassare la cinta e svanire nel nulla. «Fuori - pensa - troverò sicuramente qualcuno disposto a darmi una mano». Per non farsi riconoscere è anche pronto a tagliarsi quella gran barba di cui va tanto fiero e che l'ha involontariamente tradito.

Mentre rimugina tra sé, un pensiero lo blocca: i suoi confratelli. Se lui scappa, i tedeschi sicuramente si ritorceranno contro di loro. Gli tornano in mente la discussione sostenuta con il vicario generale e la rassicurazione che gli ha dato: «Padre Pastori, non si preoccupi: se capiterà qualcosa, non sarà lei ad andare in prigione». Capisce che non può scaricare sugli altri padri le responsabilità del suo operato e si rassegna all' arresto.

Raccoglie il breviario, il rosario e il crocefisso e fa per avviarsi verso la portineria. Dall'ufficio del vicario filtra una luce. Chiede alle SS di poterlo avvisare. Bussa ed entra, mentre i tedeschi rimangono seminascosti nella penombra. «Padre Pastori, vado via con queste persone. Molto probabilmente starò fuori tutta la notte...». In quel momento il vicario scorge le SS e, avvertendo la gravità del momento, comincia a balbettare: «No! Che cosa fate? È un bravo ragazzo...». Ma la porta si richiude e padre Aristide si allontana nella notte.

Nel tragitto in macchina verso l'hotel Regina - quartier generale dei tedeschi a Milano - Pirovano, stretto tra due SS, pensa a come difendersi dalle accuse che gli verranno rivolte. Documenti compromettenti non ne ha, per cui non teme perquisizioni (il giorno dopo -lo saprà in seguito - i tedeschi metteranno a soqquadro anche la sua abitazione a Erba, frugando pure nei pressi del capezzale del fratello Cesarino, senza trovare alcunché). Un lampo, però, gli attraversa la mente. In una tasca della tonaca avverte un leggero rigonfiamento: è una piccola agenda, con alcuni numeri di telefono che ai nazifascisti farebbero molto comodo. Che fare?

Mentre l'angoscia lo attanaglia, l'automobile arriva all'hotel Regina. Salgono fino all'ultimo piano, dove c'è l'ufficio del comandante. E qui la Provvidenza, insieme alla destrezza di padre Aristide, ci mette lo zampino. Sono in corso altri interrogatori, per cui Pirovano viene portato in un corridoio ad aspettare. Si appoggia a una parete, proprio sopra a una cassetta di sabbia, utile a spegnere eventuali incendi. Da sotto la tonaca finge di estrarre il breviario e comincia a recitare con affettata devozione. Ma non sono preghiere quelle che ha davanti agli occhi; sono le pagine della famosa agendina, che con gran cura, badando a non farsi scoprire, strappa una per volta, appallottola e getta nella sabbia, seppellendole poi con un sapiente movimento del piede. Nel corridoio c'è un gran viavai di tedeschi, ma nessuno si accorge di nulla.

L'attesa di padre Aristide si protrae per un paio d'ore, durante le quali l'agenda viene completamente "mondata" da qualsiasi informazione pericolosa. Poi viene introdotto dal comandante. Costui comincia a interrogarlo, a fargli nomi, a mostrargli fotografie. Pirovano realizza che la sua scelta di non voler conoscere i nomi degli espatriati è stata oltremodo azzeccata: anche se volesse, non potrebbe confes~are nulla. Nega tutto, perciò, e l'atteggiamento dell'ufficiale tedesco, inizialmente paziente, muta: grida, si arrabbia, minaccia. In tutto quel bailamme padre Aristide arriva anche a mostrare comprensione per il comandante: dopotutto, è lui a mentire, con una gran faccia tosta...

Dopo un'ora di domande senza risposta, il brusco congedo: «Adesso la mandiamo a San Vittore. Ma ci rivedremo!». È notte fonda quando padre Aristide, sempre "sotto scorta", giunge a piazzale Filangeri. La sagoma del carcere si staglia sinistra nel buio. All'ingresso consegna soldi, breviario, rosario e crocifisso. Viene schedato e registrato con il numero 814. All'anagrafe del carcere stanno registrando anche alcuni ebrei. Improvvisamente una SS di guardia si avvicina a uno di loro e lo stende con un pugno. Poi si volge verso Pirovano, fissa la sua barba nera e gli chiede: «Giudeo?». Per nulla intimorito, padre Aristide risponde: «No, prete!». E il pugno si blocca.

Le guardie accompagnano il missionario verso la sua cella, nel braccio dei detenuti politici. Quando sente chiudersi dietro di sé i catenacci delle porte, Pirovano avverte di essere di fronte alla prova più importante della sua vita. Non si fa illusioni su quello che lo aspetta: pesanti interrogatori, violenze, torture, e poi la fucilazione o la deportazione in Germania. Scavando nel suo animo, però, si accorge di non provare paura per sé. Quello che ha fatto lo ha fatto in tutta coscienza, perché convinto di essere nel giusto: è sereno, non ha rimpianti. Piuttosto è preoccupato per la sua famiglia, per la madre già alle prese con il dramma di Cesarino e che ora deve far fronte a questa ennesima tegola. Trascorre la prima notte in carcere nella veglia e nella preghiera, affidandosi a Dio.

Nei giorni successivi fa conoscenza con il nuovo ambiente. L'hanno messo in isolamento, per cui i contatti con gli altri detenuti sono sporadici. Rimarrebbe anche digiuno se un secondino non gli passasse di nascosto una pagnotta e una immonda scodella di brodaglia, da cui attinge con un cucchiaio di legno rosicchiato per metà. Il tutto è davvero rivoltante, ma in soccorso a Pirovano giunge l'antica saggezza di mamma Maria: «Sacco vuoto non sta in piedi!», era uno dei suoi ritornelli quando i figli facevano i capricci a tavola. Padre Aristide capisce che, se non mangia, perderà le forze; se ha una pur minima possibilità di uscire vivo dall' inferno che lo aspetta, deve invece conservare integre tutte le sue facoltà. Perciò si tura il naso e si sforza di mandar giù quella "sbobba".

In capo a qualche giorno conosce la persona che, di nascosto, gli ha procurato il cibo. È l'avvocato Luigi Meda, capo del Cln di Milano, futuro deputato e sottosegretario. Arrestato prima di Pirovano, è divenuto in breve un vero e proprio leader tra i detenuti. Incontra anche altri preti, una dozzina circa, tutti arrestati perché accusati di collaborare con i partigiani: stringe amicizia in particolare con il parroco di Stresa, capo degli "scopini". Ma fa anche esperienza dei brutali metodi dei nazisti. Non gli viene permesso di celebrare la messa. Gli interrogatori

sempre alla presenza dell'interprete che traduce le domande aggressive e le scarne risposte - sono a base di pugni, calci e percosse. La tempra fisica e la carica spirituale sono le armi con le quali padre Aristide si difende. Non parla, ma le violenze e le privazioni sono probabilmente alla base dei disturbi che in seguito avvertirà allo stomaco e ai reni.

In cella patisce l'assalto delle cimici e del freddo. L'inverno è inoltrato e l'inferriata della finestra non ha vetri. Per riscaldarsi Pirovano improvvisa indiavolati balli che lasciano interdetti i suoi stessi carcerieri. Per farsi compagnia, invece, prega ad alta voce, recita il rosario e canta. Tra i suoi motivi preferiti, oltre a canti religiosi, c'è il refrain di una rivista scritta - vedi gli scherzi del destino dal podestà fascista di Erba, Alberto Airoldi, poeta e grande animatore culturale: Erba detto il paese più bello del mondo. Quelle note acuiscono la nostalgia e il desiderio di libertà, ma perlomeno aiutano a trascorrere giornate interminabili. Gli sono di conforto anche le visite della sorella Carla, che ogni sabato viene a portargli il cambio di biancheria e lo incontra nel parlatorio.

Arriva Natale. I carcerieri gli recapitano un pacco che arriva da casa: non ci sono lettere (che sono state requisite), ma tanto cibo. Padre Aristide comprende i sacrifici compiuti dai suoi cari per fargli avere quei viveri e si commuove, per la prima e unica volta. Poi la rabbia per una situazione dalla quale non vede vie d'uscita prende il sopravvento. Si scaglia contro le frotte di cimici e ne fa strage.

Pirovano non ha ancora capito come sia stato scoperto, ma non tarda a scoprire la verità. Un giorno lo mettono a confronto con un ex maresciallo della Marina. Padre Aristide sa che si fa chiamare «Paolo» e che fa parte della Resistenza, ma fatica a riconoscerlo, tanto i suoi lineamenti sono stravolti dalle percosse dei carcerieri. Non contente, per indurlo a parlare le SS gli hanno rapito la moglie e la figlia di dodici anni. Così è stato costretto a fare il nome di Pirovano. Ma anche di fronte al suo accusatore padre Aristide non cede e nega tutto, persino l'evidenza, scatenando le violente reazioni dei tedeschi. Non rivedrà mai «Paolo»: saprà poi che, deportato in Germania, non è più tornato.

Passano le settimane. Un giorno a Pirovano arriva un messaggio da parte del parroco di Stresa: «C'è qui il parroco di Cernobbio. È accusato di aver ospitato alcuni ricercati. A star da solo impazzisce. Non puoi chiedere che venga messo in cella con te?». Sulle prime, padre Aristide esita: ha ormai imparato a convivere con la sua solitudine e non vorrebbe rinunciare ai suoi originali "passatempi". Ma poi prevale la solidarietà. Bussa contro la porta per richiamare i carcerieri.

«Che vuoi?».

«Un compagno di cella».

E il povero parroco viene subito trasferito,

L'inverno volge al termine. Gli interrogatori sono fini

ti. Pirovano non sa se questo sia un buon segno, ma ha capito che contro di lui non ci sono prove. Una sera, però, sente gridare nel corridoio: «Numero 814!». Poi si alza lo spioncino della cella: «Preparati: ti processano». Finire sotto processo significa forse non tornare più. Padre Aristide ha appena il tempo di abbracciare il compagno di cella e di confessarsi a lui, prima che due guardie fasciste lo conducano via.

A piedi, nell'umida notte milanese, viene portato in piazza Piemonte, dove ha sede il tribunale. Mille pensieri affollano la sua mente. Il giudice è un tedesco in borghese, che già in precedenza l'ha interrogato. Dalla sua bocca, parole inattese: «Lei è libero. Domani, alla sirena delle 10, la lasceremo andare, a patto che firmi queste carte». Sorpreso, Pirovano getta uno sguardo ai documenti che gli porgono: si tratta di un impegno a non agire più contro il Reich (pena la fucilazione) e una dichiarazione secondo la quale in carcere è stato trattato bene. Neppure ora padre Aristide china il capo. Si volta verso l'interprete e gli dice: «Chieda al giudice se si è dimenticato tutte le botte che mi hanno dato!». Il giudice non risponde, ma il suo sguardo è sufficientemente eloquente. Alla fine Pirovano firma.

Prima di essere portato via, l'ultima condizione: «Domani, quando sarà liberato, andrà dal cardinale Schuster e gli dirà che i tedeschi mantengono la parola». Lì per lì padre Aristide rimane interdetto, non afferra il senso di quelle parole. Ma è talmente frastornato dal rapido incalzare degli avvenimenti e da un epilogo francamente insperato, che non ci fa molto caso.

Nel ritorno verso San Vittore, c'è ancora tempo per una capatina nella casa di uno dei due fascisti che lo accompagnano, un brav'uomo napoletano. Lì, dopo tanto tempo, Pirovano assapora finalmente un caffé come si deve e può telefonare al Pime per annunciare la sua liberazione. Poi il rientro in cella, l'abbraccio con l'incredulo parroco di Cernobbio, la preghiera di ringraziamento. Un'altra nottata insonne, come la prima trascorsa dietro le sbarre, ma quanta differenza! È il 15 marzo 1944: dall'incarcerazione sono trascorsi più di tre mesi.

La mattina dopo, il congedo commovente con l'altro sacerdote: pochi mesi dopo verrà liberato anche lui, ma ormai minato nella salute non sopravvivrà a lungo. Alle 10, con puntualità teutonica, padre Aristide viene condotto all' anagrafe e riceve i suoi effetti personali. Poi il portone di San Vittore si spalanca e dall'altra parte della strada l'ormai ex detenuto scorge due suoi confratelli - il già citato padre Obert e padre Beretta - che si precipitano ad abbracciarlo.

Prima di fare ritorno al Pime, però, c'è quell'importante incombenza da sbrigare. «Accompagnatemi all' arcivescovado, devo riferire al cardinale Schuster un messaggio da parte dei tedeschi». I tre missionari si recano così in piazza Fontana. Padre Aristide lascia i due compagni in cortile e, fattosi annunciare, imbocca il lungo scalone, chiedendosi ancora il significato delle sibilline parole rivoltegli dal giudice. Attraverso gli ampi saloni del palazzo arcivescovile giunge finalmente al cospetto del cardinale Schuster, che si ricorda di lui dal giorno di quell'incendio al Policlinico. Il piccolo monaco lo fissa incuriosito e ascolta attento quanto padre Aristide ha da riferirgli, senza fare commenti. Alla fine gli sorride compiaciuto: «Va bene, va bene... Adesso vada pure, ma stia attento: la prossima volta non si faccia prendere!».

Che cosa era successo? Il Policlinico prima e il Pime poi (che aveva anche pagato cinquantamila lire a un ras fascista per sapere qualcosa circa le condizioni del confratello) si erano rivolti all'arcivescovo perché intervenisse a favore di Pirovano. Si deve quindi presumere che Schuster, messo al corrente della sorte capitata al giovane missionario, abbia messo sul tavolo tutta la sua autorità morale (l'unica rimasta all'epoca nella Milano occupata) per intercedere per lui presso i tedeschi, come del resto fece in quel periodo per numerosi altri detenuti religiosi e laici (il più famoso è Indro Montanelli). Con ottimi risultati, come si vede; ma non è dato sapere - e lo stesso Pirovano non l'ha mai saputo - se ci fu una contropartita e di che cosa si trattò.

Ricevuta la benedizione dell' arcivescovo, per padre Aristide è tempo di tornare al Pime. Un momento sospirato e al tempo stesso temuto. Sì, perché più forte ancora della paura dei tedeschi e delle loro botte, è il timore di una energica reprimenda da parte del Superiore generale, il rigidissimo monsignor Balconi. A poco valgono le rassicurazioni di padre Obert e di padre Beretta: a bordo di un taxi a carbonella, all' approssimarsi di via Monterosa Pirovano sente le gambe tremare e il cuore venir meno.

È curioso come una persona, appena sfuggita alle grinfie delle SS, possa impaurirsi all'idea di una sgridata da parte di un superiore. Curioso, ma anche emblematico del modo in cui Pirovano vive la sua appartenenza al Pime ed è fedele alla disciplina dell'Istituto. Ma i suoi timori svaniscono all' arrivo in via Monterosa, dove trova ad attenderlo anche la sorella Carla e dove celebra la messa, l'appuntamento con l'eucarestia atteso da più di tre mesi. Poi, appena mette piede nel refettorio affollato per il pranzo, è gioia grande. Sulla tavolata, tre biscotti e un bicchiere di vino per tutti - merce rara in quei tempi - per festeggiare la liberazione di quel missionario un po' scavezzacollo, ma tanto coraggioso. E chi ha disposto tutto? Proprio monsignor Balconi, che gli sorride e lo abbraccia.