MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti  Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 6

Sotto i bombardamenti

La sera stessa della sua liberazione Pirovano fa ritorno a Erba. La famiglia è già stata informata della scarcerazione. Tutti insieme si riuniscono intorno alletto di Cesarino e padre Aristide comincia il racconto dei tre mesi trascorsi in prigione. Omettendo i momenti più drammatici, anche lui ha così modo di riflettere sull' esperienza appena vissuta. Capisce che l'opera e la volontà di Dio si manifestano sempre, anche nelle forme più indecifrabili: talvolta può apparire che il Male abbia libero corso, ma solo fino a un certo punto. Perciò «Deo Gratias», come scrive sul libro giornaliero delle messe in prepositura.

Nei giorni seguenti Pirovano è convocato dai suoi superiori. Insieme concordano che l'aria di Milano si è fatta per lui irrespirabile. Non che tenga in gran conto l'impegno sottoscritto con i tedeschi di non collaborare con la Resistenza, ma c'è il rischio concreto che delle sue azioni venga chiamato a rispondere l'intero Pime di Milano. Una soluzione ci sarebbe: essere destinato in qualche parrocchia come coadiutore. Basta un cenno d'intesa con il prevosto di Erba e don Casati fa formale richiesta al Pime di avere a disposizione "don" Aristide in Santa Maria Nascente, in qualità di coadiutore aggiunto, affiancato al suo antico precettore don Alberto Bartesaghi. Nel maggio del 1944 la nomina è formalizzata. Per Pirovano non può esserci sistemazione migliore: il ritorno a Erba gli dà modo di continuare a provvedere alla cura d'anime e all' assistenza delle famiglie rese più bisognose dalla guerra; al tempo stesso può essere d'aiuto anche alla sua famiglia, già duramente provata.

I numerosi impegni non lo distolgono però dal seguire con attenzione le vicende belliche, dalle quali Erba non è estranea. Solo qualche mese prima, il 22 dicembre 1943, dopo un processo sommario tenuto a Como, davanti al cimitero maggiore del paese è stato fucilato Giancarlo Puecher, coraggioso studente milanese che nell' azione partigiana aveva concretizzato i suoi ideali di libertà: alla sua memoria sarà assegnata la prima medaglia d'oro della Resistenza.

A Erba è presente un distaccamento di circa trecento

SS, che hanno il loro comando ad Alzate Brianza, presso Villa Del Soldo, e un presidio oltre il ponte sul Lambro detto della Malpensata, all'ingresso del paese. Requisiti vari stabili, li hanno trasformati in uffici e magazzini di viveri e di munizioni. Loro comandante è il capitano George Pfaff, un omone grande e grosso, ostinato come sanno esserlo i tedeschi, ma fondamentalmente pacifico. La sua maggiore preoccupazione, da quando le sorti della guerra hanno voltato le spalle al Reich, è quella di salvare la pelle.

La Resistenza locale è rappresentata dal battaglione Puecher (intitolato al partigiano fucilato), circa quaranta uomini guidati dai cugini Giuseppe e Giampiero Majnoni. Il battaglione - il cui comando è installato nella settecentesca Villa Amalia, nella parte alta di Erba - è di matrice cattolica ed è collegato a un altro gruppo che fa capo al parroco di Pontelambro, don Giovanni Strada. L'attività consistvprincipalmente nella raccolta di armi, munizioni e tutto il materiale che potrebbe tornare utile in caso di scontro: non compie però azioni militari o imboscate. Pirovano presta la sua assistenza spirituale al battaglione, pur dovendosi muovere con circospezione. È costantemente sorvegliato dai nazifascisti, che controllano anche i contenuti delle sue omelie. Don Aristide se ne avvede un giorno, durante la messa: due sorelle sfollate da Milano prendono diligentemente nota di quello che dice. Allora le convoca e chiede spiegazioni.

«È vero - ammettono le due donne -; ci hanno chiesto

di riferire tutte le sue parole».

«Sta bene. Allora, prima di ogni messa, vi darò io il testo "ufficiale" dell' omelia, che voi consegnerete a chi sapete. Ma quello che poi dirò effettivamente è affar mio...».

Dopo l'estate' 44, intanto, i combattimenti sul fronte italiano si attestano sulla Linea Gotica, nell' Appennino tosco-emiliano. L'offensiva alleata non può prescindere da un massiccio intervento dell'aviazione anglo-americana, finalizzato alla distruzione del sistema delle comunicazioni e dei rifornimenti del nemico. Da quando hanno occupato

Erba, i tedeschi hanno allestito un deposito di carburante lungo la ferrovia, vicino alla cascina Sassonia, e un parco di automezzi nei pressi del campo sportivo. Non è molta roba, ma attraverso voli di ricognizione e informazioni passate dai partigiani l'esistenza del deposito viene segnalata agli alleati, che ne dispongono il bombardamento.

Il 30 settembre, sabato, è una bella giornata di sole. Nel primo pomeriggio i Pirovano sono tutti in giardino: c'è anche Cesarino, adagiato su una lettiga a godersi il caldo. Improvvisamente si ode un rombo di motore: dalla cima del Palanzone e dai monti circostanti sbuca una squadriglia di dodici bombardieri, con le ali e le fusoliere argentate luccicanti al sole. Si odono i rintocchi a martello della campana di Sant'Eufemia, si alza l'urlo raggelante delle sirene d'allarme delle fabbriche ed è l'inferno. Micidiali ordigni cadono a ripetizione. Obiettivo è il deposito, ma le bombe colpiscono invece il centro abitato e in particolare la piazza del mercato e la zona attigua alla chiesa di Sant'Eufemia, centrando anche il caratteristico lavatoio, in quel momento pieno di donne intente a lavare i panni. Sono 162 i proiettili di rompenti che, con il loro effetto scheggia, seminano morte e distruzione anche nei campi vicini, dove i contadini stanno lavorando.

Via Mazzini - dove si trova casa Pirovano - è vicinissima all' epicentro del bombardamento. Due passanti vengono colpiti e uccisi dalle schegge. Carla si getta sul fratello Cesarino per fargli scudo. Non appena gli schianti e le esplosioni si placano, don Aristide si precipita in bicicletta dal prevosto. Lo carica sul sellino e insieme si recano nelle zone colpite. È uno spettacolo terribile: tra le macerie delle case le vittime, orribilmente mutilate, sono decine. Dappertutto si odono le grida di dolore dei feriti e i lamenti dei sopravvissuti. I due sacerdoti si prodigano per portare soccorso ai primi e conforto ai secondi: per i morti, purtroppo, c'è solo l'olio santo.

Prestati i primi aiuti, don Aristide e gli altri si rendono conto che il vero bersaglio degli alleati non è stato neppure sfiorato: è dunque lecito temere un secondo attacco per l'indomani. Pirovano lo fa presente al podestà Airoldi, con il quale, al di là degli opposti schieramenti, trova modo di intendersi. Alla proposta di spostare il carburante nelle cantine di case private per evitarne la distruzione, don Aristide si oppone fermamente: «Piuttosto - afferma gagliardamente - vado io a dargli fuoco!». Durante la notte, comunque, si lavora alacremente per svuotare il deposito.

Il giorno dopo, 10 ottobre, è la festa del Rosario; ma è una domenica di lutto. Mentre le vittime vengono raccolte nel salone dell' oratorio, a metà mattina giunge in paese, inatteso, il cardinale Schuster. L'arcivescovo di Milano saluta il prevosto e don Aristide, rivolge parole di conforto ai fedeli riuniti in chiesa, visita e benedice le salme. Prima di andare, lascia una generosa offerta per i senzatetto.

Sono le 13 - Schuster è ripartito da meno di un'ora quando i bombardieri tornano per completare l'opera. Campane e sirene fendono nuovamente l'aria. Al sibilo delle prime bombe don Aristide è in chiesa con alcune persone. Stavolta il deposito è centrato, ma insieme vengono colpite altre case della via Volta: anche la ferrovia è interrotta. Si ripetono le scene di lutto e di disperazione del giorno prima, ma l'instancabile energia e la presenza di spirito di Pirovano danno coraggio ai soccorritori, tra i quali vigili del fuoco, militari, autorità cittadine e semplici civili.

Nel pomeriggio del 2 ottobre la comunità erbese si riunisce nella prepositura parata a lutto per l'estremo saluto ai caduti. Davanti all' altare maggiore sono allineate settantasette bare (i feriti sono oltre duecento), cruenta conseguenza di quasi quaranta tonnellate di esplosivo sganciate in due giorni. Insieme al prevosto con celebrano numerosi altri sacerdoti e i religiosi dei diversi istituti presenti in zona, che poi accompagnano il corteo funebre verso il cimitero.

Nei giorni seguenti il sopraggiungere delle nuvole e del maltempo impedisce nuove incursioni all' aviazione alleata. Nondimeno gli erbesi sono terrorizzati e parecchi tra loro preferiscono abbandonare le case e trasferirsi nei paesi vicini, in località più sicure. Lo stesso fanno numerosi milanesi sfollati in Brianza proprio per sfuggire ai bombardamenti che avevano colpito la loro città. Anche don Aristide fa caricare su un carretto la mamma, le sorelle e il fratello e dispone che vengano portati a Eupilio, presso alcuni conoscenti. Lui invece si trasferisce dal prevosto per essere pronto a intervenire in caso di necessità. I bombardieri torneranno solo una volta, il 10 gennaio 1945, e saranno altri due morti.