MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 8

L'ora della missione

Sui muri di Erba compaiono scritte inneggianti a don Aristide, ma il suo compito non è ancora finito. Nonostante il suo prodigarsi a favore della pacificazione tra i fronti contrapposti, anche in paese non mancano casi di vendetta sommaria e brutali esecuzioni.

Uno di questi episodi vede proprio Pirovano nelle vesti di testimone. Nella caserma dei carabinieri, dopo la Liberazione, sono stati incarcerati due esponenti fascisti: uno è un collaborazionista dei tedeschi, l'altro, il vicepodestà Gustavo Mambretti, è una persona perbene. Don Aristide vuole proteggerli e cerca il modo di farli trasferire a Milano per garantire loro un regolare processo. Purtroppo, però, alcune frange del Cln locale - guidate da Grossi, il famoso «eroe dell'ultima ora», secondo la definizione dello stesso Pirovano - sono alla ricerca di esecuzioni "esemplari".

Per rassicurare i due prigionieri sulla loro sorte, un giorno don Aristide si reca in visita alla caserma. Terminato il colloquio, esce e si ferma a parlare con alcuni partigiani. Improvviso, alle sue spalle, il frastuono di una raffica di mitra. Torna sui suoi passi, imbocca le scale e, salito al primo piano, trova i due fascisti esanimi a terra, fuori dalle celle, privi di vita. Di fronte allo sguardo irato di don Aristide le guardie tentano di giustificarsi: «Hanno cercato di scappare, abbiamo dovuto fermarli...». Ma il sospetto più che fondato di Pirovano è che, inscenando una finta fuga, si siano voluti creare ad arte i presupposti per poter uccidere i due prigionieri.

Così, qualche giorno dopo, decide di denunciare personalmente alla questura di Corno Grossi e la sua banda. Ma il questore, il vecchio amico avvocato Grassi, lo dissuade: «Che cosa vuole che faccia? L'altro giorno hanno sparato anche a me...». A tanto sono arrivate le profonde crepe interne alla Resistenza: evidentemente Grassi, liberale, risulta inviso alla componente comunista del Cln. Il processo ai fucilatori ci sarà, nel 1951 , ma si concluderà con un provvedimento di clemenza. L'episodio traccia solchi indelebili nell' animo di don Aristide, che moltiplica le energie per scongiurare ritorsioni e sottrarre i fascisti ad altre vendette: molte madri e mogli si rivolgono a lui perché interceda a favore dei loro congiunti.

Nel Veneto, intanto, cominciano ad arrivare dalla Germania i treni carichi degli ex detenuti nei campi di prigionia dei nazisti. Anche a Erba sono attesi diversi reduci. Occorre pensare a loro e alle famiglie che nella guerra hanno perso tutto. D'accordo con il prevosto, una sera Pirovano convoca presso l'albergo Centrale un incontro con tutti i notabili del paese, le persone più influenti e facoltose. Prende la parola: «Questi poveri disgraziati tornano e hanno bisogno di noi! Se non li aiutiamo, che cosa sarà di loro?». L'invito, neppure troppo velato, è di porre mano al portafoglio e il tono è di quelli che non ammettono repliche.

Comincia così la raccolta di fondi, destinata all' acquisto di vestiti, generi alimentari, medicinali. La gente "risponde" bene. Tra il giugno e il luglio '45 , l'oratorio, la casa di don Casati e la casa di Pirovano si trasformano in altrettanti depositi per lo smistamento del materiale e in centri di accoglienza e di soccorso per i reduci. Più di una volta lo stesso don Aristide si reca a Pescantina (Verona) ad accogliere i reduci per accompagnarli a Erba; oppure va in Emilia a procurare viveri.

Poi, nel mese di agosto, don Alberto Bartesaghi viene nominato parroco a Pusiano: don Aristide gli subentra perciò come coadiutore. Non c'è tuttavia il tempo per festeggiare il nuovo incarico, perché il destino ha in serbo un altro duro colpo. Dopo la Liberazione, la madre, le sorelle e il fratello infermo hanno fatto ritorno a Erba. Il povero Cesarino, però, è ormai allo stremo dopo due anni di infinite sofferenze. A ottobre, la crisi fatale: Cesarino muore a diciassette anni. L'ennesima croce per mamma Maria. In quei giorni di lutto capitano a casa Pirovano due partigiani, che chiedono di poter parlare in privato con don Aristide. Appartatisi, gli rivelano di conoscere l'identità della persona che ha colpito Cesarino e che, di fatto, lo ha ucciso. «Don Aristide, lei ha fatto tanto per Erba.

Se vuole, a quello ci pensiamo noi...». Pirovano sente il mondo rovinargli addosso: si è fatto in quattro per evitare nuove violenze e costoro gli offrono la vendetta così, come un favore, quasi una ricompensa per i servigi resi! La carica nervosa accumulata in tanti mesi si dissolve in un attimo. Si accascia, scoppia a piangere: «Voi non avete capito nulla! lo non cerco vendette... Fuori di qua!». I due restano allibiti, se ne vanno senza dire nulla e non faranno più parola di quei propositi. .

Pirovano fa fronte al dolore per la morte di Cesarino gettandosi nella gestione del rinato oratorio con grande zelo ed entusiasmo. Tiene lezioni private e sull' esempio di don Alberto chiama intorno a sé i ragazzi più grandi, nella Gioventù Studentesca Erbese, facendone il fulcro di tutte le attività di animazione giovanile: ci sono le recite della filodrammatica (tra cui una memorabile rappresentazione de I ragazzi della via Paal), la gestione della nuova sala di proiezione, le prove dei cantori, le riunioni dell' Azione Cattolica... Si inventa anche la Messa dei Fanciulli, dalla quale è severamente bandita qualsiasi presenza adulta. Per i ragazzi quel prete alto, barbuto, apparentemente severo, ma sempre pronto allo scherzo e alla risata, è ormai una leggenda, alimentata anche dai racconti che in tutte le case si fanno sulle sue gesta durante la Liberazione.

L'influenza e l'autorità di Pirovano hanno voce anche in campo politico, dove i partiti si vanno riorganizzando. Partecipa a numerosi incontri della neonata Democrazia Cristiana, che terminano quasi sempre oltre l'una di notte: la madre resta in piedi ad aspettarlo e poi alla mattina lo sveglia in tempo per la messa delle 5.30. Davanti all'eventualità di un' affermazione delle sinistre alle prime elezioni comunali, appoggia la candidatura del conte Belgiojoso, che viene eletto sindaco.

Proprio in casa Belgiojoso, una sera, don Aristide incontra un giovane industriale, il dottor Marcello Candia. Proviene da una famiglia della borghesia milanese: il padre è titolare di una fabbrica che produce anidride carbonica e ghiaccio secco per gli estintori e lui, laureato in chimica e in biologia, lo assiste nella conduzione dell' azienda. Ha un notevole senso degli affari, accompagnato peròda un profondo spirito cristiano e da un istintivo slancio solidale verso i poveri. Li deve all'educazione ricevuta dalla madre, morta nel 193 3: con lei, da ragazzo, si recava in visita alle famiglie più bisognose della periferia di Milano e prestava la sua opera presso la "mensa dei poveri" dei Cappuccini di viale Piave e in altre iniziative caritatevoli. La sua spontanea cordialità colpisce Pirovano.

A Erba, intanto, da più parti si comincia a sperare che il ruolo di coadiutore per don Aristide possa trasformarsi in un incarico stabile e che egli possa rimanere in paese quale guida spirituale e punto di riferimento anche per la vita civile. Lo invitano a costituire una sezione delle Adi. Ma Pirovano non ha dimenticato il motivo e le aspirazioni per cui ha voluto indossare la tonaca: ora che nel mondo è tornata la pace, nel suo cuore si fa ancora più forte il richiamo della missione. Molte volte si è chiesto dove potrebbe essere destinato. Si sente attratto dall'Estremo Oriente: gli piacerebbe andare in Birmania.

Nella primavera del 1946 riceve una cartolina illustrata. Arriva da Milano e porta la firma di monsignor Balconi, il temuto Superiore generale del Pime, che lo convoca all'istituto. Per don Aristide è un campanello d'allarme: da una parte si augura che sia l'annuncio della sospirata partenza; dall' altra sospetta che anche a Milano siano giunte voci della sua partecipazione all' attività politica e teme che Balconi gli rimproveri indebite ingerenze. Di queste paure parla con l'amico commerciante Vassallo, che lo accompagna a Milano in auto per il colloquio con il Superiore.

Alla portineria di via Monterosa incontra padre Giuseppe Maritano, suo compagno di studi, coadiutore a Vaprio d'Adda. Tra i due c'è grande sintonia, anche se Pirovano è più pragmatico e Maritano più idealista. Nei primi mesi di guerra, al Pime, insieme avevano "intercettato" una lettera dell'Ordinariato Militare a monsignor Balconi, nella quale si richiedeva la disponibilità di padri da inviare in Russia quali cappellani al seguito dei soldati: Pirovano e Maritano ci avevano fatto un pensierino, ma il Superiore aveva bloccato tutto.

Alla vista del compagno padre Aristide resta sorpreso. «Che ci fai tu qui?».

«Sono stato convocato da Balconi».

«Anche tu? Senti, non è che per caso a Vaprio hai ficcato il naso in qualche affare politico?».

«Niente affatto. Perché?».

«Nulla, un timore che m'era venuto... Se ha chiamato anche te, allora, è perché vuole mandarci in missione».

La curiosità fa a pugni con l'estrema soggezione che i due hanno di Balconi. Alla fine decidono di tirare a sorte: a perdere è padre Aristide, che con estrema circospezione sale dal Superiore per una "ricognizione". Bussa. Monsignor Balconi sta lavorando alla sua scrivania.

«Che c'è?».

«Monsignore, sono padre Pirovano. Giù c'è anche padre Maritano. Abbiamo ricevuto la sua cartolina...».

«Ah sì, sì, bene. Ma non adesso. Ne parliamo dopo, dopo, a tavola...».

Pirovano non aspetta altro. Chiude la porta e torna di sotto a grandi balzi: «Andiamo in missione, Maritano! Andiamo in missione!». Se davvero avesse voluto rimproverarli - ragiona -, Balconi l'avrebbe fatto subito.

Arriva l'ora del pranzo. Nel silenzio generale, il Superiore si alza dal suo posto e annuncia: «Siamo stati incaricati dalla Santa Sede di aprire nuove missioni in America Latina. Per questo abbiamo deciso di inviare laggiù tre missionari per studiare le zone più consone per i primi insediamenti: i prescelti sono padre Attilio Garrè, che è già stato in Cina e che sarà il superiore, padre Giuseppe Maritano e padre Aristide Pirovano. La partenza è prevista per il prossimo autunno».

Nel refettorio si alza un applauso generale per una comunicazione attesa e che rientra nell'ambito di un vasto progetto. Papa Pio XII, avvertendo il desiderio di aiutare la Chiesa dell'America Latina con forze nuove, ha pensato di affidare al Pime e ai suoi missionari un'opera di evangelizzazione sistematica di quei territori e in particolare dell'Amazzonia brasiliana. In seguito agli accordi presi con l'arcivescovo di San Paolo, è così stato deciso l'invio dei primi missionari: appunto Garrè, Maritano e Pirovano.

Nel Pime la destinazione dei missionari viene decisa autonomamente dal Superiore generale, senza tenere conto delle aspirazioni degli interessati. Del resto in Oriente (dove vorrebbe andare padre Aristide) la situazione è difficile: con l'affermazione di Mao in Cina, numerosi missionari sono già stati espulsi. Meglio togliersi dalla mente l'idea della Birmania, quindi. Nell'euforia del momento Pirovano trova perfettamente di suo gradimento la destinazione che gli è stata assegnata.

Al ritorno a Erba, la prima persona alla quale Pirovano dà la buona novella, dopo i famigliari, è il prevosto: anche lui è felice. Poi la notizia fa il giro del paese e al dispiacere per la partenza ormai prossima di una persona tanto amata e rispettata si mescola la soddisfazione di saperlo in procinto di realizzare il suo sogno, come nel secolo scorso avevano fatto due altri erbesi - fratel Giuseppe Corti, missionario in Oceania, e padre Battista Frigerio, della Società per le Missioni Africane di Lione, tra i primi evangelizzatori della Nigeria - e come qualche anno dopo farà padre Silvio Miotto, anch'egli destinato dal Pime in Brasile, a Manaus.

Nel mese di luglio arriva a Erba don Enea Romanati. È il nuovo coadiutore e ha il compito di affiancare padre Aristide, impegnato negli ultimi preparativi prima della partenza. I due cominciano a collaborare e, affidandogli progressivamente i suoi incarichi, Pirovano intuisce di lasciare l'oratorio in buone mani. Don Enea è un uomo buono, paziente, generoso: si spenderà tutto nelle sue responsabilità finché, nel luglio del 1947 (solo un anno dopo l'arrivo), cadrà fulminato da un infarto nel campo sportivo, durante una partita al pallone con i ragazzi.

Avvicinandosi il momento della partenza, Erba prepara a padre Aristide una grande festa di commiato. Nel teatro dell' oratorio i giovani della filodrammatica, guidati dal regista Gino Grattini, portano in scena una rappresentazione il cui ricavato viene destinato alle necessità del missionario. Arriva il giorno del grande viaggio, il 9 novembre 1946. Partenza da Genova, destinazione Santos. Da Erba si muove un autentico corteo, fatto di famigliari, autorità, amici e semplici conoscenti, chi in treno, chi in corriera: tutti per accompagnare padre Aristide e augurargli buon viaggio. Sul molo l'incontro con i due compagni: il ligure Garrè, già anziano e con la barba bianca, e il piemontese Maritano, suo coetaneo e, come lui, eccitatissimo. Padre Garrè ha con sé solo una valigia, Pirovano e Maritano hanno quattro borse a testa e le tasche piene dei soldi ricevuti dai parenti e dagli amici. Si imbarcano sulla nave, la Almirante Alessandrino, che batte bandiera brasiliana. Si scaldano i motori, vengono sciolti gli ormeggi, sale l'àncora. Dal molo ecco gli ultimi saluti velati di commozione: nessuno sa se e quando padre Aristide farà ritorno. Dall' altra parte dell' oceano lo attende il nuovo mondo.