MAURO COLOMBO
ARISTIDE PIROVANO

IL VESCOVO DEI DUE MONDI

I Parte
LA VITA E LE OPERE

Presentazione

Un ragazzino vivace Tra due fuochi La "staffetta" con Candia
Prete? No, missionario! L'ora della missione Al timone del Pime
Una decisione tormentata Destinazione Amapà Superiore saggio e accorto
Le avventure di padre Barba Pioniere della fede Al servizio dei lebbrosi
Tre mesi a San Vittore Il vescovo della foresta Il nonno di Marituba
Sotto i bombardamenti Un ospedale in Amazzonia «Le valigie sono pronte»

CAPITOLO 9

Destinazione Amapà

Da solo il Brasile rappresenta, per estensione, la metà dell'intera America Latina. Il suo territorio è grande quasi trenta volte l'Italia e la popolazione - frammentata in una miri ade di razze, dialetti, culture e religioni - è il triplo di quella italiana. Questa è la realtà che attende alla fine del 1946 i padri Garrè, Maritano e Pirovano, i "pionieri" chiamati ad aprire la strada ad altri missionari. A tutto ciò sono rivolti i pensieri di padre Aristide e dei suoi compagni di viaggio mentre la Almirante A lessa n drin o solca il Mediterraneo e si addentra nell' Atlantico.

La vita a bordo non è certamente di lusso. I tre padri sono alloggiati a prua, in uno stanzone con altre trecento persone, per lo più emigranti diretti in America a cercar fortuna. L'igiene è un'utopia: caldo soffocante, sporcizia dappertutto e un solo rubinetto di acqua dolce per lavarsi. Pirovano e gli altri si limitano a sciacquarsi in qualche modo la faccia con un bicchiere. Durante la traversata due bambini muoiono di vaiolo.

Se l'alloggio è quello che è, il vitto non è migliore. Padre Garrè, in considerazione dell' età, viene invitato alla mensa degli ufficiali e non può lamentarsi. Ma gli altri due... Il cibo non manca, anzi è abbondante, ma è assolutamente indigesto. "Colpa" dei due cuochi brasiliani, evidentemente incapaci. Per un po' Pirovano e Maritano si accontentano del pane - almeno quello, veramente buono -, di un bicchiere di vino e di qualche frutto che Garrè sottrae abilmente al menù degli ufficiali. Hanno anche parecchi soldi in tasca, ma preferiscono conservarli per l'arrivo: così, in tutto il viaggio, si concedono solo due birre. Il malcontento dei passeggeri sfocerebbe però in un autentico "ammutinamento" se i due missionari non riuscissero a sostituire i maldestri cuochi con due emigranti napoletani. Da allora le cose vanno decisamente meglio.

La "crociera" della Almirante Alessandrino dura più di un mese. La monotonia è interrotta dalla stesura di qualche lettera da spedire a casa e dai racconti di padre Garrè sulle sue esperienze in Oriente. All'alba del 16 dicembre - da quelle parti, il periodo più caldo dell' anno - la nave getta l'àncora nel porto di Santos. Dopo lo sbarco i tre missionari si dirigono verso la dogana, si fanno registrare e si mettono alla ricerca di alcuni amici di padre Garrè che dovrebbero accompagnarli a San Paolo. Ma trovano solo un domestico, che consegna loro i biglietti del treno per giungere a destinazione. Ancora a digiuno, salgono sulle carrozze e si dispongono al nuovo trasferimento. Viaggiano tutto il giorno e arrivano a San Paolo alla sera. Si rimettono alla ricerca degli amici di padre Garrè, ma fuori della stazione non si vede nessuno. Pirovano e Maritano scalpitano, Garrè chiede di pazientare ancora.

«Nella peggiore delle ipotesi - dice -, potrei chiedere ospitalità ai padri di don Orione, di cui ero buon amico».

«Padre Garrè, ormai è buio e qui non viene più nessuno. Prendiamo un taxi e andiamo subito dagli Orionini!».

«E voi volete spendere dei soldi per un taxi? Neanche per sogno!».

«Ma i soldi sono fatti per essere spesi...».

Alla fine l'insistenza di Pirovano e Maritano convince

anche Garrè, che - non va dimenticato - oltre che parco e austero è anche genovese... Arriva il taxi, si caricano le valigie, ma mentre l'autista ingrana la marcia, padre Garrè scorge le luci di una chiesa.

«Chi c'è in quella chiesa?», domanda.

«Sono i padri Sacramentini», risponde il taxista.

«I Sacramentini? Ma io li conosco! Si fermi, da loro troveremo sicuramente un posto per dormire».

L'accoglienza dei padri è calorosa e fraterna, ma quando si parla di ospitalità il responsabile assume un' espressione contrita: «Ci spiace, abbiamo tutte le stanze occupate, non abbiamo posto». Pirovano e Maritano fissano Garrè con aria interrogativa.

«E adesso che facciamo?».

«Beh, andiamo da don Orione...».

Un giovanotto ospite dei Sacramentini si offre di accompagnarli, ma il taxi ormai se ne è già andato.

«Chiamiamone un altro», salta su padre Aristide.

«Non se ne parla neppure. Un altro taxi! Ma siete matti?», è la risposta dell' anziano missionario. Questa volta la spunta lui e i quattro - Pirovano e Maritano carichi di quattro valigie, Garrè con la sua valigetta, e la guida

percorrono le vie di San Paolo nell'afosa serata brasiliana. Arrivati in plaça de Bandeira prendono un tram e, dopo qualche fermata, il giovane fa cenno di scendere: «Siamo arrivati». Una volta a terra, si guarda attorno e poi si volta dispiaciuto: «Scusatemi, mi sono sbagliato. È più avanti, dopo quella salitella».

Salitella? Una vera e propria erta, che padre Aristide e padre Giuseppe salgono sempre più stravolti dalla fatica. Ecco finalmente la casa dei padri di don Orione. Non c'è il campanello e allora la guida comincia a battere le mani per richiamare l'attenzione, mentre Pirovano e Maritano prendono fiato seduti sul marciapiede. Al secondo piano si apre una finestra.

«Chi è?».

«Missionari del Pime. Sono padre Garrè, amico di don Orione. Potete accoglierci per stanotte?».

«Un momento. Cominciate a salire».

Padre Aristide dà di gomito a Maritano: «Hai visto la scala? Se non hanno posto, ci tocca scendere di nuovo con tutte le valigie. Aspettiamo qui». Quindi sale il solo Garrè, che dopo qualche minuto si affaccia alla finestra: «Voi due, venite su! Dormiamo qui». Tra uno spostamento e 1'altro è ormai mezzanotte. I tre missionari sono digiuni e assetati e il padre di don Orione se ne accorge.

«Avete fame?».

«Molta! È da stamattina che non mangiamo...».

«Guardate, noi non abbiamo la cucina. Il cibo ce lo manda un'osteria qui vicino. Se vi accontentate, ho del guaranà e due banane». Una bevanda ricavata dalle bacche e due frutti da dividere in tre.

Dopo quella "lauta" cena, tutti a dormire, non senza il tempo per una sigaretta. Il vizio padre Aristide l'ha preso durante la guerra, per mitigare il nervosismo, e da allora non ha più smesso. Ne passa una a Maritano e dopo qualche tirata i due cominciano a canticchiare in dialetto: «Che la vaga ben) che la vaga mal) che la vaga semper inscì»

(<<Che vada bene, che vada male, che vada sempre così»). Un po' di ironia per allontanare depressione e nostalgia e per affidarsi totalmente al Signore. Così trascorre la prima notte dei pionieri della missione in Brasile.

Dalla mattina seguente comincia l'ambientamento, in attesa della convocazione da parte dell' arcivescovo di San Paolo e del colloquio nel quale, in accordo con gli impegni presi dal Pime con il Santo Padre, si devono fissare le coordinate della missione. Nelle prime settimane - mentre padre Garrè, di salute cagionevole, preferisce restare in istituto - Pirovano e Maritano cominciano a girare San Paolo in lungo e in largo. Prima della partenza padre Aristide aveva raccolto numerose lettere di conoscenti da far pervenire a italiani emigrati lì: per questo motivo è spesso fuori e non rientra neppure per il pranzo o per la cena. Così entra in contatto con le parrocchie e gli istituti religiosi della città e comincia a capire e a farsi capire meglio in portoghese. Scrive frequentemente a casa e insieme alle lettere spedisce fotografie delle località che visita.

Nel frattempo i tre missionari continuano a godere dell'ospitalità dei padri di don Orione, aiutandoli nella gestione della parrocchia loro affidata. Ma il religioso che li ha accolti appare sempre più imbarazzato e padre Aristide comincia a sentirsi di troppo. Un giorno affronta il problema con Garrè, che nel frattempo è diventato cappellano in una casa di salute.

«Padre Attilio, non possiamo rimanere qui! Quel povero padre, si vede che non ha il coraggio di mandarci via...».

«Non possiamo andarcene. Se rifiutassimo la loro ospitalità si offenderebbero!».

«Ma non ci hanno invitato loro, siamo noi che siamo arrivati qui...».

Non è solo un problema di ospitalità. Nella loro visione originaria e romantica della missione, Pirovano e Maritano desiderano partire al più presto, andare in mezzo agli indios e cercare di "convertirli": «È per loro che siamo stati mandati qui in Brasile», pensano i due missionari. Il fatto è che, nella grande e moderna San Paolo, non c'è traccia di indios. Alla fine si trova un compromesso. Per non pregiudicare i suoi rapporti con don Orione padre Garrè rimane all'istituto, mentre Pirovano e Maritano trovano una nuova sistemazione presso alcuni francescani tedeschi, che hanno bisogno di sacerdoti per la celebrazione delle messe.

Arriva finalmente la convocazione dell'arcivescovo di San Paolo, che aveva assicurato a monsignor Balconi di poter individuare alcuni territori del Brasile interno, in Amazzonia o nel Mato Grosso, dove il Pime avrebbe potuto fondare le sue missioni. Arrivati al dunque, però, il prelato brasiliano non dà indicazioni precise, ma solo un orientamento generico a esplorare il territorio, unitamente a un consiglio: «Cercate anche a sud. Una base lì potrebbe essere utile per permettere ai nuovi missionari appena arrivati di imparare il portoghese prima di partire per l'interno, oppure per consentire ai missionari vecchi e malati di riposarsi...». L'arcivescovo affida poi un incarico temporaneo ai due padri più giovani: Maritano è nominato coadiutore di una parrocchia a Cotia, fuori San Paolo; Pirovano, invece, viene assegnato a una parrocchia della città. La sua conoscenza del portoghese migliora sensibilmente. Non altrettanto può dirsi del rapporto con il parroco, che manifesta subito una certa "gelosia" nei confronti di Pirovano, nel timore che il Pime, attraverso quel missionario, voglia sottrargli l'incarico. In questo periodo padre Aristide finirà per cambiare casa ben sei volte: per breve tempo si installa anche nell' arcivescovado, svolgendo l'incarico di "facente funzioni" del segretario dell' arcivescovo.

Su indicazione del nunzio apostolico (il rappresentante della Santa Sede in Brasile) monsignor Carlo Chiarlo, padre Aristide scrive a tutti i prelati che hanno territori da evangelizzare, manifestando la disponibilità del Pime a collaborare a quest'opera. In breve arrivano richieste, proposte e segnalazioni che rendono necessari sopralluoghi sul posto. È il 12 aprile 1947 quando Pirovano comincia le sue "esplorazioni" verso l'interno. Per gli spostamenti si avvale degli aerei militari che sorvolano l'immenso paese per consegnare la posta. Arriva a Bahia, a Recife, a Belem. In ogni località chiede udienza al vescovo e da lui si fa illustrare caratteristiche, problemi e necessità materiali e spirituali di quella zona, che poi elenca nelle sue relazioni.

Tra le località da visitare c'è anche Manaus. Pirovano parte a bordo di un idrovolante che deve fare tappa a Santarem, nello Stato del Parà, per consegnare la posta. Al momento di ripartire, però, l'aereo non riesce più a risollevarsi dall' acqua. Padre Aristide approfitta allora di quella sosta forzata per incontrare il vescovo di Santarem Anselmo Pietrulla, un francescano di origine tedesca. Da lui apprende che il Parà è stato diviso per creare una nuova entità, il Territorio federale dell'Amapà (che diventerà a sua volta Stato solo nel 1988): un'area di 160 mila chilometri quadrati alle foci del Rio delle Amazzoni, ricca di risorse minerarie, ma socialmente depressa, abitata da un miscuglio di bianchi, neri e indios, dipendente dal punto di vista ecclesiastico dalla prelazia di Santarem (che si estende complessivamente su 900 mila chilometri quadrati). Il vescovo manifesta tutta la sua gioia nel vedere un missionario.

«Avremmo tanto bisogno di gente come voi! Qui la situazione è precaria. Il clima è malsano, il territorio è in gran parte inesplorato e le condizioni sociali sono davvero terribili. 1'evangelizzazione, poi, è praticamente ancora da avviare».

«Per il momento posso solo raccogliere informazioni e riferire. Non sta a me decidere», risponde Pirovano, che però è sinceramente colpito dal tono accorato del vescovo, con il quale rimane a colloquio per una notte intera.

Le esplorazioni di padre Aristide proseguono per oltre un mese, sino alla metà di maggio. Mentre lui attraversa in volo il Brasile, un giorno monsignor Pietrulla chiede udienza al nunzio monsignor Chiado.

«Eccellenza - esordisce Pietrulla -, qualche settimana fa ho incontrato un giovane missionario del Pime che stava cercando territori per aprire nuove missioni. Mi sono sentito in dovere di padargli dell' Amapà, ma temo di aver calcato troppo la mano...».

«In che senso?».

«Forse ho esagerato nel descrivergli le nostre difficoltà.

Non vorrei che, scoraggiati, quelli del Pime finissero per rivolgersi altrove. Lei non potrebbe insistere presso i loro superiori di Milano?».

«Non si preoccupi - è il congedo sorridente di Chiado-. Se la situazione è davvero così grave come l'ha descritta, l'Amapà è il posto giusto per i missionari del Pime. Lei quelli non li conosce!».

Nel frattempo, altre richieste giungono dal vescovo di Manaus, per una parrocchia in città e una missione sul Rio Madeira. Sulla base di tutti gli elementi raccolti, padre Aristide prepara il "rapporto" da sottoporre all'arcivescovo di San Paolo. Alla fine dell' anno viene nuovamente convocato insieme a padre Garrè ed espone al prelato osservazioni e valutazioni. Alla fine conclude: «Per quanto ho potuto vedere, la nostra opera sarebbe particolarmente necessaria nei territori di Manaus e Santarem.. .». L'arcivescovo approva e così i pionieri del Pime, a un anno dal loro arrivo in Brasile, si assumono la responsabilità di una parrocchia e di due missioni da fondare.

Prima di partire per la nuova destinazione, però, occorre attendere altri missionari in arrivo dall'Italia. Nel frattempo Pirovano (e con lui Maritano) si trasferiscono per qualche mese nell'interno dello Stato di San Paolo, ad Assis. Lì padre Aristide è nominato parroco della cosiddetta "cattedrale", una chiesa fatiscente e trascurata. La prima sera, durante la celebrazione solenne, il nuovo parroco, inginocchiato davanti all' altare, si sente improvvisamente osservato. Alza lo sguardo e vede un enorme topo di fogna fare capolino da un buco, salire sull' altare e cominciare a rosicchiare i fiori che spuntano dai vasi. Allora padre Aristide prende il turibolo dell'incenso e, tra una rotazione e l'altra, comincia il suo monologo contro il roditore.

«Sciò, pussa via!». E giù un'incensata.

«Vattene via!». Altro giro di turibolo.

«Via di qui!». L'incenso ormai annebbia tutto.

Ma il topo resiste fino all'elevazione, quando, accostandosi al Santissimo, Pirovano riesce finalmente a cacciarlo giù dall' altare.

Mentre padre Aristide ad Assis perfeziona il portoghese, i suoi confratelli raggiungono il Brasile a bordo della famigerata Almirante Alessandrino: un viaggio gratis, offerto dal governo brasiliano grazie ai buoni uffici di Pirovano e Maritano. Prima della partenza dei loro compagni dall'Italia, i due avevano inviato un cablo per avvertirli di quello che avrebbero trovato a bordo: non un piroscafo, bensì un «piroschifo». Ma è fatica sprecata. Quando i nuovi missionari giungono a Rio de Janeiro, padre Aristide, andato a riceverli, viene duramente rimproverato: «Ma che razza di nave avete scelto? È stato un viaggio d'inferno!». Lo spirito dei pionieri, evidentemente, era ben diverso...

Il 28 maggio 1948 il Pime mette piede a Macapà, capitale dell' Amapà, con padre Pirovano, superiore della missione, e padre Arcangelo Cerqua, futuro vescovo di Parintins. Altri dodici padri li raggiungono tra giugno e dicembre. Macapà è una cittadina di capanne fatte di legno, fango e paglia (non fa eccezione neppure la sede governativa), tagliata in due dalla linea dell' equatore, attraversata da piccoli corsi d'acqua e abitata da circa tremila persone. I missionari si sistemano in una baracca dal tetto precario, senza letti, tavoli o sedie, ma frequentata da formiche, topi e serpenti. I padri si organizzano. Smontando le casse della loro roba ricavano assi per costruire un tavolo e alcuni sgabelli. Per dormire fissano alle pareti alcune amache, il cui utilizzo richiede però un certo esercizio. In primo luogo bisogna salirci prestando attenzione a non rotolare dalla parte opposta. Secondariamente, una volta saliti sull'amaca, i padri provano a dormirci diritti, con il risultato che l'attrezzo spesso si chiude e si capovolge. Dopo alcuni "voli" non proprio graditi, viene adottata la tecnica giusta: stendersi, cioè, di traverso, in modo che il corpo rimanga in equilibrio e l'amaca resti aperta.

Inconvenienti, questi - con gli scherzi che li accompagnano -, che tengono comunque alto il morale della compagnia, alle prese con numerosi altri problemi. Il cibo, per esempio. Il menù è costituito unicamente da pesce e acqua bollita. Nemmeno l'ombra del pane, il cui surrogato è la mandioca, una farina che viene estratta da una radice amara ed è poi arrostita; i granelli che si ricavano, duri, secchi e indigesti, si mangiano da soli o impastati con il riso. Ma in breve i missionari cominciano a farsi da soli il pane e a procurarsi la carne con battute di caccia.

La situazione religiosa conferma le anticipazioni del vescovo di Santarem. L'Amapà era stato evangelizzato nel '600 da gesuiti francesi e portoghesi. La loro azione era stata però saltuaria e più volte interrotta dalle continue guerre e dalle scorrerie dei corsari inglesi e olandesi. Nei secoli successivi era segnalata la presenza di sacerdoti portoghesi, ma sempre a carattere sporadico. Poi, all'inizio del '900, il vescovo di Santarem aveva chiamato i Padri della Sacra Famiglia (tedeschi), che dall'isola di Santana, alle foci del Rio delle Amazzoni, compivano lunghissimi viaggi per visitare la terraferma. Avevano creato cappelle, stilato registri dei battesimi, organizzato il gruppo femminile dell' Apostolato della Preghiera e quello maschile della Congregazione Mariana. Ma l'opera di evangelizzazione non aveva fatto progressi significativi.

Ad accogliere i missionari del Pime nel 1948 ci sono solo due padri tedeschi, rimasti a Santana malgrado la guerra avesse troncato praticamente qualsiasi collegamento con la loro patria, e nonostante fossero guardati con sospetto dalla popolazione, che li considerava spie al soldo del Reich. Facile immaginare la gioia dei due padri all'arrivo dei missionari, tanto più che uno trema in continuazione e dice sempre e solo «sì», provato com' è dagli anni e dalle malattie. La loro abnegazione ne fa degli eroi agli occhi di padre Aristide.

L'unica chiesa esistente, invece, era stata eretta dai portoghesi nel 1745. Una costruzione antica, ma solida, un monumento al passato al quale padre Aristide si sentirà sempre legato: da vescovo, farà di quella chiesa la sua cattedrale. Non prima, però, di averla rimessa a nuovo. Nel 1948, infatti, l'interno somiglia più a un'esposizione d'arte sacra che a una chiesa: altari affollati di statue tarlate e diroccate, candele, fiori di carta, corone, nastri, quadri di dubbio gusto, strane figure modellate con radici d'albero... Nei primi mesi Pirovano e gli altri cercano di fare piazza pulita di quel "baraccone" che ostacola la naturale celebrazione delle messe. Ma si scontrano con l'ostilità della popolazione, legata in maniera superstiziosa a tutti quei simulacri. Allora decidono di procedere con astuzia, a mano a mano che la loro azione conquista la fiducia della gente. Alla presenza degli esponenti più influenti di Macapà, cominciano a segnalare che una statua avrebbe bisogno di restauri, che una corona andrebbe ritoccata, che un quadro dovrebbe essere ridipinto... Tutti lavori da affidare a esperti, come quelli che si trovano a Belem. Con queste premesse le statue e quant'altro partono con l'approvazione del popolo e naturalmente non fanno più ritorno. Un piccolo inganno, se si vuole, grazie al quale però la chiesa recupera in breve un aspetto più ortodosso e dignitoso.