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È il
modo più intelligente di vivere: porre la propria vita nelle mani di
Colui che ce l’ha donata. Qualunque cosa accada, di Lui possiamo fidarci
ciecamente: è Amore e vuole il nostro bene.
Il profeta Geremia, proclamando questa "benedizione", richiama
un’immagine cara alla tradizione biblica: un albero piantato sulla
sponda di un ruscello ricco di acqua. Non teme la stagione calda: le sue
radici sono bene alimentate, le foglie rimangono sempre verdi ed è
fecondo di frutti.
Al contrario, chi pone la propria speranza fuori di Dio - può essere nel
potere, nella ricchezza, nelle amicizie influenti - viene paragonato ad un
arbusto in terreno arido, salmastro, che stenta a crescere e non porta
frutto.
«Benedetto l'uomo che confida
nel Signore»
Ci si
rivolge al Signore quando si è in situazioni estreme, disperate: una
malattia inguaribile, un debito insolvibile, un imminente pericolo di
vita… Non può non essere così. Sappiamo che ciò che è impossibile
agli uomini è possibile a Dio. Ma se a Lui tutto è possibile, perché
non ricorrere a Lui in ogni momento della vita?
La Parola di vita ci invita ad una comunione costante con il Signore, ben
al di là delle richieste che pure dobbiamo rivolgergli, perché sempre
siamo bisognosi del suo aiuto. È "benedetto", ossia ha trovato
la gioia e la pienezza della vita, chi instaura con Lui un rapporto di
fiducia e di confidenza che scaturisce dalla fede nel suo amore.
Egli, il Dio vicino, più intimo a noi di noi stessi, cammina con noi e
conosce ogni palpito del nostro cuore. Con Lui possiamo condividere gioie,
dolori, preoccupazioni, progetti… Non siamo soli, neppure nei momenti più
bui e difficili. In Lui possiamo confidare pienamente. Non ci deluderà
mai.
«Benedetto l'uomo che confida
nel Signore»
Dice
Chiara Lubich che un modo particolare per esprimere questa confidenza può
essere "lavorare a due".
A volte ci assalgono pensieri così assillanti, per circostanze o persone
cui noi non possiamo direttamente dedicarci, che ci è difficile compiere
bene quello che la volontà di Dio ci chiede in quel momento. Vorremmo
essere vicini a quella persona cara che soffre, che vive nella prova, che
è ammalata. Vorremmo poter risolvere quella situazione intricata, andare
in aiuto a popolazioni in guerra, a profughi, ad affamati…
Ci sentiamo impotenti! Ecco il momento della confidenza in Dio che a volte
può raggiungere l’eroismo. Chiara cita qualche esempio: "Io non
posso far nulla in quel caso (…). Ebbene io farò ciò che Tu vuoi da me
in questo attimo: studiare bene, spazzare bene, pregare bene, accudire
bene i miei bambini… E Dio penserà a sbrogliare quella matassa, a
confortare chi soffre, a risolvere quell'imprevisto".
Il pensiero di Chiara conclude: "È un lavoro a due in perfetta
comunione, che richiede a noi grande fede nell’amore di Dio per i suoi
figli e mette Dio stesso, per il nostro agire, nella possibilità d’aver
fiducia in noi.
Questa reciproca confidenza opera miracoli.
Si vedrà che, dove noi non siamo arrivati, è veramente arrivato un
Altro, che ha fatto immensamente meglio di noi.
L’atto eroico di confidenza sarà premiato; la nostra vita, limitata ad
un solo campo, acquisterà una nuova dimensione; ci sentiremo al contatto
con l’Infinito (…). Balzerà più evidente, anche perché
sperimentata, la realtà che siamo veramente figli di un Dio Padre che
tutto può."
«Benedetto l'uomo che confida
nel Signore»
"Suona
il telefono - racconta Rina, che gli anni hanno ormai costretto a vivere
ritirata
in casa
-
. È una signora anziana come me, a cui da tempo invio la Parola di vita.
Il fratello è morente e lei non sa come fare. Siamo nel periodo delle
vacanze ed è difficile trovare chi lo possa seguire, tanto più che negli
ultimi anni si è ridotto a fare il barbone… Sento mio il dolore della
mia amica e insieme mi sento impotente, come lei. Cosa posso fare, io che
abito tanto lontano, immobilizzata su questa sedia? Vorrei almeno dirle
parole di conforto, ma stentano a venire, neppure di questo sono capace.
Non mi rimane che assicurarle il ricordo. Ma ancor più
la preghiera.
A
sera, quando le mie compagne tornano dal lavoro, insieme affidiamo a Dio
questa situazione e mettiamo nel suo cuore i timori e le incertezze.
La notte mi sveglio e mi rivedo quel barbone solo, morente. Mi
riaddormento e ancora mi sveglio. Ora ogni volta mi rivolgo al Padre: 'È
un tuo figlio, non puoi abbandonarlo. Pensaci tu'.
Pochi giorni dopo una telefonata della mia amica mi dice che, dopo aver
parlato con me quel giorno, ha sentito una grande pace. 'Sai che lo
abbiamo potuto portare all’ospedale? Lo hanno aiutato, alleviando i
dolori. È stato purificato dalla sofferenza, era pronto. Si è spento
serenamente, avendo ricevuto l'Eucaristia'.
Nel mio cuore un senso di gratitudine, e di maggiore confidenza nel
Signore."
A
cura di
P. Fabio
Ciardi e Gabriella Fallacara. |