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"Tendi alla giustizia, alla
pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza" (1 Tim
6, 11).
Come fare a vivere tutte queste virtù nel nostro
quotidiano?
Forse potrà sembrare difficile attuarle una per una. Perché allora non
vivere il presente con la radicalità dell’amore? Se uno vive il
presente nella volontà di Dio, Dio vive in lui e se Dio è in lui, in lui
è la carità.
Chi vive il presente, secondo le circostanze, è paziente, è
perseverante, è mite, è povero di tutto, è puro, è misericordioso
perché ha l’amore nella sua espressione più alta e genuina; ama
veramente Dio con tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze; è
illuminato interiormente, è guidato dallo Spirito Santo e quindi non
giudica, non pensa male, ama il prossimo come se stesso, ha la forza della
pazzia evangelica di "porgere l’altra guancia", di
"andare per due miglia…".
"Tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla
pazienza, alla mitezza".
L’esortazione è rivolta a Timoteo, fedele
collaboratore di Paolo, suo compagno di viaggio e amico, confidente fino a
diventare come un figlio. "Tu, uomo di Dio - gli scrive l’apostolo
dopo aver denunciato orgoglio, invidie, litigi, attaccamento al denaro -
fuggi queste cose", e lo invita a tendere ad una vita dove
risplendono le virtù umane e cristiane.
In queste parole riecheggia l’impegno assunto al momento del battesimo
di rinunciare al male ("fuggi") e di aderire al bene
("tendi"). Dallo Spirito Santo viene la radicale trasformazione
e la capacità e la forza per attuare l’esortazione di Paolo:
"Tendi alla giustizia, alla
pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza".
L’esperienza vissuta col primo gruppo di ragazze
che a Trento nel 1944 diede vita al focolare, lascia intuire come si può
vivere la Parola di vita, soprattutto la carità, la pazienza, la mitezza.
Specie agli inizi non era sempre facile vivere la radicalità
dell’amore. Anche fra noi, sui nostri rapporti, poteva posarsi della
polvere, e l’unità poteva illanguidire. Ciò accadeva, ad esempio,
quando ci si accorgeva dei difetti, delle imperfezioni degli altri e li si
giudicava, per cui la corrente d’amore scambievole si raffreddava.
Per reagire a questa situazione abbiamo pensato un giorno di stringere un
patto fra noi e lo abbiamo chiamato "patto di misericordia".
Si decise di vedere ogni mattina il prossimo che incontravamo - in
focolare, a scuola, al lavoro, ecc. - , nuovo, nuovissimo, non ricordandoci
affatto dei suoi difetti, ma tutto coprendo con l’amore. Era avvicinare
tutti con questa amnistia completa nel nostro cuore, con questo perdono
universale.
Era un impegno forte, preso da tutte noi insieme, che aiutava a essere il
più possibile sempre prime nell’amore, a imitazione di Dio
misericordioso, il quale perdona e dimentica.
Chiara Lubich |