Basta
ricordare che siamo fatti di acqua calda, che siamo soffici, liquidi ed
elastici.
L’abbandono è uno stato difficile a cui non siamo più abituati, perché
siamo ossessionati dal controllo a tutti i costi dei particolari.
L’abbandono invece è partecipazione alla pienezza, una forma di
consapevolezza. Come dire: è così chiassosa la storia, nell’infinito
silenzio universale, che è inutile aggiungere altro rumore.
Dunque è un prendere atto di esistere, di possedere braccia, dita e talento non
nostri, di essere in possesso di un’identità che ci è data, così come tutto
in noi e attorno a noi ci è donato, ci avanza, trabocca le nostre aspettative:
nulla ci appartiene.
Allora ecco risvegliarsi in noi l’infantile stupore per ogni cosa, sempre
nuova, sempre provvisoria. L’abbandono è una costante primavera, dove tutto
continuamente nasce.
Inizia dal respiro profondo, lento e sentito come la cosa momentaneamente più
importante, come un movimento ampio e complesso, non più involontario, cui
segue la perdita dell’espressione facciale, o meglio l’importanza che essa
riveste per noi, e questo è davvero difficile: smettere di sentirci immagine
esposta al giudizio degli altri, per tornare al valore della nostra unicità.
Il pianoforte reclama l'abbandono: esso non vuole essere suonato, ma è lui che
vuole suonare tramite il pianista. L'esecutore abbandonato al suo strumento
diviene egli stesso strumento, in un gesto impersonale e per questo totale, e la
Musica, misteriosamente, inizierà a sgorgare, fresca e leggera.
Io, pianista, devo avere la sensazione che le mani vadano da sé, che siano solo
le dita, morbide, a stabilire quando e come abbassare i tasti.
Devo essere spettatore impossessato della Musica, mentre nella mia mente un
silenzio energetico, gravido e vigile segue, vuoto, ogni minimo movimento.
Allora come un "carillon", ogni elemento entrerà in rapporto armonico con
l'altro: il respiro con il battito cardiaco, la pressione con la temperatura
delle dita; e la memoria musicale troverà, nel silenzio della mente, un lucido
lago ghiacciato su cui scorrere senza alcun ostacolo, senza altre intenzioni che
interferiscano con quella proveniente dalla tastiera.
È vero, con l’abbandono si sperimenta un piccolo miracolo che va ben oltre il
pianoforte: il prodigio di lasciar vivere e crescere i fiori che ci circondano,
di sentire di non aver più paura di nessuno, perché anche la nostra
presenza è dono; il miracolo di essere vivi e leggeri.