"L'appartenenza non è un
insieme casuale di persone,
non è un consenso a un'apparente aggregazione,
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé".
Non ci crederete, ma a mandarmi questa
citazione desunta da una canzone di Giorgio Gaber (appunto "La
canzone dell'appartenenza") sono le
suore Clarisse dal loro convento di clausura di Rimini. Spero mi perdoneranno se
le evoco esplicitamente, ma lo faccio anche per demolire il mito che dietro le
grate incombano solo silenzio e rinuncia, negazione e rigore. Una volta, di
passaggio per una conferenza in quella città, sono stato accolto da loro con
festosità e con mille attenzioni: la separatezza della clausura è in realtà
un orizzonte ben più popolato di presenze e di voci di quanto lo siano le
nostre case rumorose. E le parole di Gaber sono proprio la spiegazione profonda
di un'esperienza, spesso ignota a chi vive in una folla, muovendosi in spazi
immensi e in mezzo a tante cose.
Infatti per avere una presenza autentica, per vivere in pienezza le relazioni,
per scoprire vicende vere non è sufficiente e neppure necessario aggregarsi e
incontrarsi: quanti giovani sono soli, pur vivendo in un branco, quante
solitudini nelle città sono a folla, quanti contatti si fermano alla pelle,
quanti rapporti si trascinano stancamente e senza ardore. Ecco, allora, la vera
appartenenza che altro non è se non la genuina declinazione del vero amore:
«Avere gli altri dentro di sé», come carne della tua carne, pensiero dei tuoi
pensieri, parte della tua stessa vita. Le suore di clausura spesso, senza che
noi lo sappiamo, ci portano con loro, strappandoci dalla nostra superficialità,
custodendoci dai rischi del male, offrendoci a Dio, anche se noi siamo distratti
e protesi verso gli idoli.