VIAGGIO APOSTOLICO
DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI A SYDNEY (AUSTRALIA)
IN OCCASIONE DELLA XXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

Giovedì 17 Luglio         Sabato 19 Luglio         Domenica 20 Luglio         Lunedì 21 Luglio

RITAGLI   Venerdì, 18 Luglio 2008   DOCUMENTI

Introduzione di Benedetto XVI alla Via Crucis di Sidney...

Il Papa legge la preghiera della prima Stazione della Via Crucis!

Incontro ecumenico Incontro con i rappresentanti di altre religioni
Preghiera di inizio della Via Crucis Incontro coi giovani della comunità di recupero

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TOP  INCONTRO ECUMENICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Cripta della Saint Mary's Cathedral di Sydney
Venerdì, 18 luglio 2008
       

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

elevo fervide grazie a Dio per l’opportunità di incontrarvi e di pregare insieme con voi, che siete giunti qui in rappresentanza di varie comunità cristiane in Australia. Riconoscente per le cordiali parole di benvenuto del Vescovo Forsyth e del Cardinale Pell, con sentimenti di gioia vi saluto nel nome del Signore Gesù, "la pietra angolare" della "casa di Dio" (cfr Ef 2,19-20). Sono particolarmente lieto di rilevare la presenza del Cardinale Edward Cassidy, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Ricordo con gratitudine il suo deciso impegno nel promuovere la reciproca comprensione fra tutti i cristiani.

L’Australia è un Paese contrassegnato da grande diversità etnica e religiosa. Gli immigranti giungono ai lidi di questa maestosa terra con la speranza di trovarvi felicità e buone opportunità di occupazione. Anche la vostra è una Nazione che riconosce l’importanza della libertà religiosa. Questo è un diritto fondamentale che, se rispettato, consente ai cittadini di agire sulla base di valori radicati nelle loro più profonde convinzioni, contribuendo così al benessere dell’intera società. In questo modo i cristiani contribuiscono, insieme con i membri delle altre religioni, alla promozione della dignità umana e all’amicizia fra le nazioni.

Gli australiani amano la discussione franca e cordiale. Ciò ha reso un buon servizio al movimento ecumenico. Un esempio può essere l’Accordo siglato nel 2004 dai membri del Consiglio Nazionale delle Chiese in Australia. Questo documento riconosce un comune impegno, indica degli obiettivi, dichiara punti di convergenza, senza passare frettolosamente sopra alle differenze. Un simile approccio dimostra non solo che è possibile trovare risoluzioni concrete per una collaborazione fruttuosa nel presente, ma anche che abbiamo bisogno di continuare pazienti discussioni sui punti teologici di divergenza. Possano le deliberazioni, che intraprenderete nel Consiglio delle Chiese ed in altri forum locali, essere sostenute dai risultati che avete già raggiunti.

Quest’anno celebriamo il bimillenario della nascita di san Paolo, lavoratore instancabile a favore dell’unità nella Chiesa primitiva. Nel brano della Scrittura che abbiamo appena udito, Paolo ci ricorda l’enorme grazia che abbiamo ricevuto nel divenire membra del Corpo di Cristo mediante il Battesimo. Questo Sacramento, che è la porta d’ingresso nella Chiesa e il "vincolo di unità" per quanti grazie ad esso sono rinati (cfr Unitatis redintegratio, 22), è conseguentemente il punto di partenza dell’intero movimento ecumenico. E tuttavia non è la destinazione finale. Il cammino dell’Ecumenismo mira in definitiva ad una comune celebrazione dell’Eucaristia (cfr Ut unum sint, 23-24.45), che Cristo ha affidato ai suoi Apostoli come il Sacramento per eccellenza dell’unità della Chiesa. Anche se vi sono ancora ostacoli da superare, noi possiamo essere sicuri che un giorno una comune Eucaristia non farà che sottolineare la nostra decisione di amarci e servirci gli uni gli altri a imitazione del nostro Signore: il comandamento di Gesù di "fare questo in memoria di me" (Lc 22,19) è, infatti, intrinsecamente ordinato al suo monito di "lavarci i piedi gli uni gli altri" (Gv 13,14). Per questa ragione un sincero dialogo concernente il posto dell’Eucaristia – stimolato da un rinnovato ed attento studio della Scrittura, degli scritti patristici e dei documenti dei due millenni della storia cristiana (cfr Ut unum sint, 69-70) – gioverà indubbiamente a far avanzare il movimento ecumenico e ad unificare la nostra testimonianza davanti al mondo.

Cari amici in Cristo, penso sarete d’accordo nel ritenere che il movimento ecumenico sia giunto ad un punto critico. Per andare avanti, dobbiamo continuamente chiedere a Dio di rinnovare le nostre menti con la grazia dello Spirito Santo (cfr Rm 12,2), che ci parla attraverso le Scritture e ci guida alla verità tutta intera (cfr 2 Pt 1,20-21; Gv 16,13). Dobbiamo stare in guardia contro ogni tentazione di considerare la dottrina come fonte di divisione e perciò come impedimento a quello che sembra essere il più urgente ed immediato compito per migliorare il mondo nel quale viviamo. In realtà, la storia della Chiesa dimostra che la praxis non solo è inseparabile dalla didaché, dall’insegnamento, ma anzi ne promana. Quanto più assiduamente ci dedichiamo a raggiungere una comune comprensione dei divini misteri, tanto più eloquentemente le nostre opere di carità parleranno dell’immensa bontà di Dio e del suo amore verso tutti (cfr 2 Tm 1,8-10). Sant’Agostino espresse l’interconnessione tra il dono della conoscenza e la virtù della carità quando scrisse che la mente ritorna a Dio attraverso l’amore (cfr De moribus Ecclesiae catholicae, XII,21), e che dovunque si vede la carità, si vede la Trinità (cfr De Trinitate, VIII,8,12).

Per questa ragione, il dialogo ecumenico avanza non soltanto mediante uno scambio di idee, ma condividendo doni che ci arricchiscono mutuamente (cfr Ut unum sint, 28,57). Un’‘idea’ è finalizzata al raggiungimento della verità; un ‘dono’ esprime l’amore. Ambedue sono essenziali al dialogo. L’aprire noi stessi ad accettare doni spirituali da altri cristiani stimola la nostra capacità di percepire la luce della verità che viene dallo Spirito Santo. San Paolo insegna che è nella koinonia della Chiesa che noi abbiamo la facoltà di difendere la verità del Vangelo e i mezzi per tale difesa, perché la Chiesa è edificata "sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti", avendo lo stesso Gesù quale pietra angolare (Ef 2,20).

In questa luce, possiamo forse prendere in considerazione le immagini bibliche complementari di "corpo" e di "tempio" usate per descrivere la Chiesa. Nell’adoperare l’immagine del corpo (cfr 1 Cor 12,12-31), Paolo attira l’attenzione sull’unità organica e sulla diversità che permette alla Chiesa di respirare e di crescere. Ugualmente significativa, tuttavia, è l’immagine di un tempio solido e ben strutturato, composto di pietre vive, poggianti su un fondamento sicuro. Gesù stesso raccoglie in sé in perfetta unità queste immagini di "corpo" e di "tempio" (cfr Gv 2,21-22; Lc 23,45; Ap 21,22).

Ogni elemento della struttura della Chiesa è importante; ma tutti vacillerebbero e crollerebbero senza la pietra angolare che è Cristo. Quali "concittadini" di questa "casa di Dio", i cristiani devono operare insieme per far sì che l’edificio rimanga saldo così che altre persone siano attratte ad entrarvi e a scoprire gli abbondanti tesori di grazia che si trovano al suo interno. Nel promuovere i valori cristiani, non dobbiamo temere di proclamarne la fonte dando comune testimonianza a Gesù Cristo Signore. È lui che ha affidato la missione agli "apostoli", è lui del quale i "profeti" hanno parlato, ed è lui che noi offriamo al mondo.

Cari amici, la vostra presenza qui oggi mi riempie di ardente speranza che, come proseguiamo insieme nell’ardua via verso la piena unità, avremo il coraggio di offrire una comune testimonianza a Cristo. Paolo parla dell’importanza dei profeti nella Chiesa degli inizi; anche noi abbiamo ricevuto una chiamata profetica mediante il Battesimo. Confido che lo Spirito apra i nostri occhi per vedere i doni spirituali degli altri, apra il nostri cuori per ricevere la sua potenza e spalanchi le nostre menti per accogliere la luce della verità di Cristo. Esprimo la mia fervida gratitudine a ciascuno di voi per l’impegno di tempo, d’insegnamento e di talento che avete profuso a servizio dell’"unico corpo e dell’unico spirito" (Ef 4,4; cfr 1 Cor 12,13), che il Signore ha voluto per il suo popolo e per il quale ha dato la sua stessa vita. Gloria e potenza siano a lui nei secoli dei secoli. Amen!

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TOP  INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI DI ALTRE RELIGIONI

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Sala Capitolare della Saint Mary's Cathedral di Sydney
Venerdì, 18 luglio 2008

Cari amici,

rivolgo un cordiale saluto di pace e amicizia a tutti voi che siete qui in rappresentanza di varie tradizioni religiose presenti in Australia. Sono lieto di questo incontro e ringrazio il Rabbino Jeremy Lawrence e lo Sceicco Mohamadu Saleem per le parole di benvenuto che hanno formulato a nome loro e delle vostre rispettive comunità.

L’Australia è rinomata per l’affabilità dei suoi abitanti nei confronti del prossimo e del turista. È una nazione che tiene in grande considerazione la libertà di religione. Il vostro Paese riconosce che il rispetto di questo diritto fondamentale dà a uomini e donne la possibilità di adorare Dio secondo coscienza, di educare lo spirito e di agire secondo le convinzioni etiche derivanti dal loro credo.

L’armoniosa correlazione tra religione e vita pubblica è tanto più importante in un’epoca nella quale alcuni sono giunti a ritenere la religione causa di divisione piuttosto che forza di unità. In un mondo minacciato da sinistre e indiscriminate forme di violenza, la voce concorde di quanti hanno spirito religioso stimola le nazioni e le comunità a risolvere i conflitti con strumenti pacifici nel pieno rispetto della dignità umana. Una delle molteplici modalità in cui la religione si pone al servizio dell’umanità consiste nell’offrire una visione della persona umana che evidenzi la nostra innata aspirazione a vivere con magnanimità, intessendo legami di amicizia con il nostro prossimo. Nella loro intima essenza, le relazioni umane non si possono definire in termini di potere, dominio e interesse personale. Al contrario, esse riflettono e perfezionano l’inclinazione naturale dell’uomo a vivere in comunione e in armonia con gli altri.

Il senso religioso radicato nel cuore dell’uomo apre uomini e donne verso Dio e li guida a scoprire che la realizzazione personale non consiste nella gratificazione egoistica di desideri effimeri. Esso, piuttosto, ci guida a  venire incontro alle necessità degli altri e a cercare vie concrete per contribuire al bene comune. Le religioni svolgono un particolare ruolo a questo riguardo, in quanto insegnano alla gente che l’autentico servizio richiede sacrificio e autodisciplina, che a loro volta si devono coltivare attraverso l’abnegazione, la temperanza e l’uso moderato dei beni naturali. In tal modo, uomini e donne sono portati a considerare l’ambiente come una cosa meravigliosa da ammirare e rispettare piuttosto che come una cosa utile semplicemente da consumare. È un dovere che si impone a chi ha spirito religioso dimostrare che è possibile trovare gioia in una vita semplice e modesta, condividendo con generosità il proprio superfluo con chi è nel bisogno.

Amici, questi valori - sono certo che siete d’accordo - sono particolarmente importanti per un’adeguata formazione dei giovani, che tanto sovente sono tentati di considerare la vita stessa come un prodotto di consumo. Essi pure posseggono, peraltro, la capacità dell’autocontrollo:  di fatto, nello sport, nelle arti creative, negli studi sono pronti ad accogliere volentieri tali impegni come una sfida. Non è forse vero che quando si presentano loro ideali elevati, molti giovani sono attratti all’ascetismo e alla pratica della virtù morale attraverso il rispetto di sé e l’attenzione verso gli altri? Si deliziano nella contemplazione del dono del creato, e sono affascinati dal mistero del trascendente. In questa prospettiva, sia le scuole confessionali che le scuole statali potrebbero fare di più per sviluppare la dimensione spirituale di ogni giovane. In Australia, come altrove, la religione è stata un fattore motivante nella fondazione di molte istituzioni educative, e a buon diritto continua oggi ad occupare un suo posto nei curricoli scolastici. Il tema dell’educazione emerge con frequenza nelle deliberazioni della Organizzazione Interfaith Cooperation for Peace and Harmony, e caldamente incoraggio quanti prendono parte a questa iniziativa a continuare nel loro confronto sui valori che integrano le dimensioni intellettuali, umane e religiose di una solida educazione.

Le religioni del mondo rivolgono costante attenzione alla meraviglia dell’esistenza umana. Chi può non stupirsi davanti alla forza della mente che carpisce i segreti della natura attraverso le scoperte della scienza? Chi non  si sente eccitato dalla possibilità di delineare una visione del futuro? Chi non si sente impressionato dalla forza dello spirito umano che stabilisce obiettivi e escogita vie per raggiungerli? Uomini e donne sono dotati della capacità non solo di immaginare in che modo le cose potrebbero essere migliori, ma anche di investire le loro energie per renderle migliori. Siamo consapevoli dell’unicità della nostra relazione col regno della natura. Se, quindi, riteniamo di non essere soggetti alle leggi dell’universo materiale allo stesso modo del resto della creazione, non dovremmo anche fare della bontà, della compassione, della libertà, della solidarietà, del rispetto di ogni individuo una componente essenziale della nostra visione di un futuro più umano?

La religione, tuttavia, nel rammentarci la limitatezza e la debolezza dell’uomo, ci spinge anche a non riporre le nostre speranze ultime in questo mondo che passa. L’uomo è "come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa" (Sal 143/144, 4). Tutti noi abbiamo sperimentato la delusione per  non essere riusciti a compiere quel bene che ci proponevamo di realizzare e la difficoltà di operare le scelte giuste in situazioni complesse.

La Chiesa condivide queste considerazioni con le altre religioni. Stimolata dalla carità, essa si accosta al dialogo nella convinzione che la vera sorgente della libertà si trova nella persona di Gesù di Nazaret. I cristiani credono che è lui che ci rivela appieno le potenzialità umane per la virtù e il bene; è lui che ci libera dal peccato e dalle tenebre. L’universalità dell’esperienza umana, che trascende ogni confine geografico e ogni limite culturale, rende possibile ai seguaci delle religioni di impegnarsi nel dialogo per affrontare il mistero delle gioie e delle sofferenze della vita. Da questo punto di vista, la Chiesa con passione cerca ogni opportunità per prestare ascolto alle esperienze spirituali delle altre religioni. Potremmo affermare che tutte le religioni mirano a penetrare il profondo significato dell’esistenza umana, riconducendolo ad una origine o principio esterno ad essa. Le religioni presentano un tentativo di comprensione del cosmo inteso come proveniente da e procedente verso tale origine o principio. I cristiani credono che Dio ha rivelato questa origine e principio in Gesù, che la Bibbia definisce "Alfa e Omega" (cfr Ap 1, 8; 22, 1).

Cari amici, sono venuto in Australia come ambasciatore di pace. Per questo, sono lieto di incontrare voi che parimenti condividete questo anelito e insieme il desiderio di aiutare il mondo a conseguire la pace. La nostra ricerca della pace procede mano nella mano con la ricerca del significato, poiché è scoprendo la verità che troviamo la strada sicura verso la pace (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2006). Il nostro sforzo per arrivare alla riconciliazione tra i popoli sgorga da, ed è diretto verso, quella verità che dà alla vita uno scopo. La religione offre la pace, ma - ancor più importante - suscita nello spirito umano la sete della verità e la fame della virtù. Ci sia dato di incoraggiare tutti, specialmente i giovani, ad ammirare con stupore la bellezza della vita, a ricercarne il significato ultimo e ad impegnarsi a realizzarne il sublime potenziale!

Con questi sentimenti di rispetto e di incoraggiamento vi affido alla provvidenza di Dio onnipotente, e assicuro la mia preghiera per voi e per i vostri cari, per i membri delle vostre comunità e per tutti gli abitanti dell’Australia.

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TOP  PREGHIERA DI INIZIO DELLA VIA CRUCIS
NELLA PIAZZA ANTISTANTE LA ST. MARY ’S CATHEDRAL

Saint Mary's Cathedral di Sydney
Venerdì, 18 luglio 2008

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TOP  INCONTRO CON I GIOVANI DELLA COMUNITÀ DI RECUPERO
DELL'UNIVERSITÀ DI NOTRE DAME DI SYDNEY

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Venerdì, 18 luglio 2008

Cari giovani amici,

con piacere mi trovo oggi con voi qui a Darlinghurst, e di cuore rivolgo il mio saluto a tutti coloro che partecipano al programma "Alive", come pure al personale che lo gestisce. Elevo la mia preghiera affinché possiate tutti beneficiare del sostegno che la Social Services Agency dell’Arcidiocesi di Sydney mette a disposizione, e affinché il bene che qui si compie continui a lungo nel futuro.

Il nome del programma che seguite ci induce a formulare la domanda: che cosa vuole realmente dire essere "vivo", vivere appieno la vita? È questo ciò che tutti vogliamo, specialmente in gioventù, ed è questo che Cristo vuole per noi. Infatti, egli ha detto: "Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10). L’istinto più radicato di ogni essere vivente è di rimanere in vita, di crescere, di svilupparsi e di trasmettere ad altri il dono della vita. Ne segue che è quanto mai naturale interrogarsi come sia meglio realizzare tutto questo.

Per quanti vivevano nell’Antico Testamento questo interrogativo era altrettanto pressante quanto per noi oggi. Indubbiamente ascoltavano con attenzione quando Mosè aveva loro detto: "Ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita" (Dt 30, 19-20). Era chiaro ciò che dovevano fare: dovevano prendere le distanze dagli altri dei e adorare il vero Dio che si era rivelato a Mosè - e dovevano obbedire ai suoi comandamenti. Potreste pensare che sia improbabile che nel mondo di oggi la gente adori altri dei. Ma a volte la gente adora "altri dei" senza rendersene conto. I falsi "dei", qualunque sia il nome, l’immagine o la forma che loro attribuiamo, sono quasi sempre collegati all’adorazione di tre realtà: i beni materiali, l’amore possessivo, il potere. Lasciate che spieghi ciò che intendo dire.

I beni materiali, in sé, sono cose buone. Non sopravviveremmo a lungo senza denaro, abiti e un’abitazione. Per vivere abbiamo bisogno di cibo. Ma, se  siamo ingordi, se rifiutiamo di condividere quanto abbiamo con l’affamato e con il povero, allora noi trasformiamo questi beni in una falsa divinità. Quante voci, nella nostra società materialistica, ci dicono che la felicità si trova procurandosi il maggior numero possibile di beni e di oggetti di lusso! Ma questo significa trasformare i beni in false divinità. Invece di portare la vita, portano la morte.

L’amore autentico è certamente qualcosa di buono. Senza di esso, la vita difficilmente sarebbe degna di essere vissuta. L’amore porta a compimento il nostro bisogno più profondo; e quando amiamo, noi diventiamo più pienamente noi stessi, diventiamo più pienamente umani. Ma quanto facilmente l’amore può essere trasformato in una falsa divinità! La gente sovente pensa di amare quando in realtà tende a possedere l’altro o a manipolare l’altro. La gente a volte tratta gli altri come oggetti per soddisfare i propri bisogni piuttosto che come persone da apprezzare e amare. Quanto è facile essere ingannati dalle molte voci che nella nostra società sostengono un approccio permissivo alla sessualità, senza prestare riguardo alla modestia, al rispetto di sé e ai valori morali che conferiscono qualità alle relazioni umane! Questo è adorare una falsa divinità. Invece di portare la vita, porta la morte.

Il potere che Dio ci ha dato di plasmare il mondo intorno a noi è certamente qualcosa di buono. Utilizzato in modo appropriato e responsabile, ci permette di trasformare la vita della gente. Tutte le comunità hanno bisogno di guide capaci. Ma quanto forte è la tentazione di attaccarsi al potere per se stesso, di cercare di dominare gli altri o di sfruttare l’ambiente naturale per i propri egoistici interessi! Questo è trasformare il potere in una falsa divinità. Invece di portare la vita, porta la morte.

Il culto dei beni materiali, il culto dell’amore possessivo e il culto del potere spesso portano la gente a "comportarsi da Dio": cercare di assumere il controllo totale, senza prestare nessuna attenzione alla sapienza o ai comandamenti che Dio ci ha fatto conoscere. Questa è la via che conduce alla morte. Al contrario, l’adorazione dell’unico vero Dio vuol dire riconoscere in lui la sorgente di tutto ciò che è bene, affidare noi stessi a lui, aprirci alla forza risanatrice della sua grazia e obbedire ai suoi comandamenti: questa è la via per scegliere la vita.

Un luminoso esempio di che cosa vuol dire allontanarsi dalla via della morte per incamminarsi sulla via della vita lo troviamo in una pagina del Vangelo che, ne sono sicuro, tutti voi conoscete bene: la parabola del figliol prodigo. Quando, all’inizio del racconto, quel giovane lasciò la casa di suo padre, era alla ricerca dei piaceri illusori promessi dai falsi "dei". Scialacquò la sua eredità in una vita di vizi e alla fine si trovò in uno stato di abietta povertà e di miseria. Quando toccò il fondo, affamato e abbandonato, comprese quanto era stato sciocco a lasciare suo padre che lo amava. Con umiltà fece ritorno e chiese perdono. Pieno di gioia il padre lo abbracciò ed esclamò: "Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15, 24).

Molti di voi hanno sperimentato personalmente la vicenda attraverso la quale passò quel giovane. Forse avete compiuto scelte delle quali ora vi rammaricate, scelte che vi hanno portato lungo una via che, per quanto potesse al momento apparire attraente, vi ha soltanto condotto a un ancor più profondo stato di miseria e di abbandono. La scelta di abusare di droghe o alcool, di entrare in attività criminali o autolesioniste poté allora apparire come una via di uscita da una situazione di difficoltà o di confusione. Voi adesso sapete che, invece di portare la vita, ha portato la morte. Prendo atto volentieri del coraggio dimostrato nello scegliere di ritornare sulla via della vita, proprio come il giovane della parabola. Avete accettato l’aiuto: dagli amici o dai familiari, dal personale del programma "Alive", da quanti hanno grandemente a cuore il vostro benessere e la vostra felicità.

Cari amici, vedo in voi degli ambasciatori di speranza per quanti si trovano in situazioni simili. Voi potete convincerli della necessità di scegliere la via della vita e di rifuggire dalla via della morte, perché parlate in base all’esperienza. In tutti i Vangeli, sono coloro che hanno operato scelte sbagliate ad essere particolarmente amati da Gesù, perché, quando si sono resi conto del loro errore, si sono aperti più degli altri alla sua parola risanatrice. In verità, Gesù fu spesso criticato da sedicenti giusti, perché passava troppo tempo in compagnia di tali persone. "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?", chiedevano. Ed egli rispondeva: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati ... non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (cfr Mt 9, 11-13). Erano coloro che desideravano ricostruire la loro vita che si dimostravano i più disponibili a dare ascolto a Gesù e a diventare suoi discepoli. Voi potete seguire le loro orme; anche voi potete avvicinarvi particolarmente a Gesù proprio perché avete scelto di ritornare a lui. Potete essere certi che, proprio come il Padre del racconto del figliol prodigo, Gesù vi accoglie a braccia spalancate. Vi offre il suo amore incondizionato: ed è nella profonda amicizia con lui che si trova la pienezza della vita.

Ho detto prima che quando amiamo, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente noi stessi, diventiamo più pienamente umani. Amare è ciò per cui siamo programmati, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, del cuore dell’insegnamento morale di Gesù: "Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" e "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (cfr. Mc 12, 30-31). Questo, per così dire, è il programma saldato all’interno di ogni persona, se solo avessimo la saggezza e la generosità di conformarci ad esso, se solo fossimo disposti a rinunciare alle nostre preferenze per metterci al servizio degli altri, per dare la nostra vita per il bene degli altri, e in primo luogo per Gesù, che ci ha amati e ha dato la sua vita per noi. Questo è quanto gli uomini sono chiamati a fare, è ciò che vuol dire essere realmente "vivo".

Cari giovani amici, il messaggio che oggi rivolgo a voi è lo stesso che Mosè formulò tanti anni or sono. "Scegli dunque la vita, perché tu e la tua discendenza possa vivere, amando il Signore tuo Dio". Il suo Spirito vi guidi sulla via della vita, per obbedire ai suoi comandamenti, seguire i suoi insegnamenti, abbandonare le scelte sbagliate che portano solo alla morte, e impegnarvi per tutta la vita nell’amicizia con Gesù Cristo. Con la forza dello Spirito Santo, scegliete la vita e scegliete l’amore, e siate testimoni davanti al mondo della gioia che ne scaturisce. Questa è la mia preghiera per ciascuno di voi in questa Giornata Mondiale della Gioventù. Dio vi benedica tutti.

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