VIAGGIO
APOSTOLICO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN TURCHIA
Mercoledì 29 Novembre Giovedì 30 Novembre Venerdì 1 Dicembre
| Divina liturgia nella festa di S. Andrea | Dichiarazione comune tra Papa e Patriarca |
| Incontro ad Istambul con il Patriarca Armeno Mesrob II | |
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DIVINA
LITURGIA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO
IN OCCASIONE DELLA FESTA DI SANT’ANDREA APOSTOLO
OMELIA DEL SANTO PADRE
Chiesa Patriarcale di San Giorgio al
Fanar, Istanbul
Giovedì, 30 novembre 2006
Questa Divina Liturgia celebrata nella festa di sant’Andrea Apostolo, santo
Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci porta indietro alla Chiesa primitiva,
all’epoca degli Apostoli. I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su come
Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù attribuì il nome di Cefa o
Pietro, e Andrea: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19;
Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre, presenta Andrea come il primo chiamato,
"ho protoklitos", come egli è conosciuto nella tradizione bizantina.
È Andrea che porta da Gesù il proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).
Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di
sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon
Pietro e Andrea, nell’incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello
nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la
tradizione dall’apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la
relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese
Sorelle.
Con gioia cordiale ringraziamo Dio perché dà nuova vitalità alla relazione
sviluppatasi sin dal memorabile incontro a Gerusalemme, nel dicembre del 1964,
fra i nostri predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il loro
scambio di lettere, pubblicato nel volume intitolato Tomos Agapis, testimonia la
profondità dei legami che crebbero fra di loro, legami che si rispecchiano
nella relazione fra le Chiese Sorelle di Roma e di Costantinopoli.
Il 7 dicembre del 1965, alla vigila della sessione finale del Concilio Vaticano
II, i nostri venerati predecessori intrapresero un passo unico e indimenticabile
rispettivamente nella Chiesa Patriarcale di san Giorgio e nella Basilica di san
Pietro in Vaticano: essi rimossero dalla memoria della Chiesa le tragiche
scomuniche del 1054. In tal modo essi confermarono un cambiamento decisivo nei
nostri rapporti. Da allora, molti altri passi importanti sono stati intrapresi
lungo il cammino del reciproco riavvicinamento. Ricordo in particolare la visita
del mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, a Costantinopoli nel 1979 e le
visite a Roma del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.
In quello stesso spirito, la mia presenza qui oggi è destinata a rinnovare il
comune impegno per proseguire sulla strada verso il ristabilimento – con la
grazia di Dio – della piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di
Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto
il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri
fratelli e sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di collaborazione
pastorale a tale scopo.
I due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei pescatori che Gesù
chiamò a diventare pescatori di uomini. Il Signore Risorto, prima della sua
Ascensione, li inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare
discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i suoi insegnamenti (cfr
Mt 28,19 ss; Lc 24,47; At 1,8).
Questo incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Andrea è lungi dall’essere
compiuto. Al contrario, oggi esso è ancora più urgente e necessario. Esso
infatti riguarda non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del
Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella
tradizione cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolito la tenuta di
quella tradizione; essa anzi è posta in questione e persino rigettata. Di
fronte a questa realtà, siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità
cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell’Europa circa le proprie radici,
tradizioni e valori cristiani, ridando loro nuova vitalità.
I nostri sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa Cattolica e le
Chiese Ortodosse sono parte di questo compito missionario. Le divisioni
esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la
proclamazione del Vangelo. Alla vigilia della propria passione e morte, il
Signore, attorniato dai discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno,
così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21). È solo attraverso la comunione
fraterna tra i cristiani e attraverso il reciproco amore che il messaggio dell’amore
di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile. Chiunque getti uno sguardo
realistico al mondo cristiano oggi scoprirà l’urgenza di tale testimonianza.
Simon Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare pescatori di uomini.
Ma lo stesso impegno prese forme differenti per ciascuno dei due fratelli.
Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato "Pietro",
la "roccia" sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in
maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli (cfr Mt
16,18). Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da
Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una
responsabilità universale. Il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi
Successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione,
che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente.
Il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, parlò
della misericordia che caratterizza il servizio all’unità di Pietro, una
misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint,
91). Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l’invito ad entrare in dialogo
fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino
potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l’essenza,
così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli
altri" (ibid., 95). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale
invito.
Andrea, il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico dal Signore, un
incarico che il suo stesso nome suggeriva. Essendo in grado di parlare greco,
divenne – insieme a Filippo – l’Apostolo dell’incontro con i Greci
venuti da Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta che fu missionario
non soltanto nell’Asia Minore e nei territori a sud del Mar Nero, cioè in
questa stessa regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.
Pertanto, l’apostolo Andrea rappresenta l’incontro fra la cristianità
primitiva e la cultura greca. Questo incontro, particolarmente nell’Asia
Minore, divenne possibile grazie specialmente ai grandi Padri della Cappadocia,
che arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità sia delle Chiese
Orientali sia di quelle Occidentali. Il messaggio cristiano, come il chicco di
grano (cfr Gv 12,24), è caduto su questa terra e ha portato molto frutto.
Dobbiamo essere profondamente grati per l’eredità che è derivata dal
fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Ciò ha
avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente. I
Padri Greci ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa continua ad
attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt 13,52).
La lezione del chicco di grano che muore per portare frutto ha pure un riscontro
nella vita di sant’Andrea. La tradizione ci racconta che egli seguì il
destino del suo Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in
Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce, quella diagonale che
veneriamo oggi come la croce di sant’Andrea. Dal suo esempio apprendiamo che
il cammino di ogni singolo cristiano, come quello della Chiesa tutta intera,
porta a vita nuova, alla vita eterna, attraverso l’imitazione di Cristo e l’esperienza
della croce.
Nel corso della storia, entrambe le Chiese di Roma e di Costantinopoli hanno
spesso sperimentato la lezione del chicco di grano. Insieme noi veneriamo molti
dei medesimi martiri il cui sangue, secondo le celebri parole di Tertulliano, è
divenuto seme di nuovi cristiani (Apologeticum 50,13). Con loro, condividiamo la
stessa speranza che obbliga la Chiesa a proseguire "il suo pellegrinaggio
fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Lumen gentium 8;
cfr s. Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2). Per parte sua, anche il secolo
appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni della fede, sia in Oriente sia in
Occidente. Anche oggi vi sono molti di tali testimoni in diverse parti del
mondo. Li ricordiamo nella nostra preghiera e, in ogni modo possibile, offriamo
loro il nostro sostegno, mentre chiediamo con insistenza a tutti i leader del
mondo di rispettare la libertà religiosa come diritto umano fondamentale.
La Divina Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata secondo il
rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono
state rese misticamente presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno
di una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale speranza magnificamente
espressa nell’antico testo conosciuto come Passione di sant’Andrea: "Ti
saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna delle sue membra come
di pietre preziose... Che i fedeli conoscano la tua gioia, e i doni che in te
sono conservati...".
Questa fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa speranza che
Cristo risorto offre all’intera famiglia umana, sono da noi tutti condivise,
Ortodossi e Cattolici. Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano
ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere presenti alla Divina
Liturgia, ma di essere in grado di celebrarla insieme, per prendere parte all’unica
mensa del Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice. Che il
nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa anticipazione del dono della
piena comunione. E che lo Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino!
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DICHIARAZIONE
COMUNE
TRA IL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
ED IL PATRIARCA BARTOLOMEO I
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"Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Sal 117,24)
Il fraterno incontro che abbiamo avuto, noi, Benedetto XVI, Papa di Roma e
Bartolomeo I, Patriarca ecumenico, è opera di Dio e per di più un dono che
proviene da Lui. Rendiamo grazie all’Autore di ogni bene, che ci permette
ancora una volta, nella preghiera e nello scambio, d’esprimere la nostra gioia
di sentirci fratelli e di rinnovare il nostro impegno in vista della piena
comunione. Tale impegno ci proviene dalla volontà di nostro Signore e dalla
nostra responsabilità di Pastori nella Chiesa di Cristo. Possa il nostro
incontro essere un segno e un incoraggiamento per noi tutti, cattolici ed
ortodossi, a condividere gli stessi sentimenti e gli stessi atteggiamenti di
fraternità, di collaborazione e di comunione nella carità e nella verità. Lo
Spirito Santo ci aiuterà a preparare il grande giorno del ristabilimento della
piena unità, quando e come Dio lo vorrà. Allora potremo rallegrarci ed
esultare veramente.
Abbiamo evocato con gratitudine gli incontri dei nostri venerati predecessori,
benedetti dal Signore: hanno mostrato al mondo l’urgenza dell’unità e hanno
tracciato sentieri sicuri per giungere ad essa, nel dialogo, nella preghiera e
nella vita ecclesiale quotidiana. Il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora
I, pellegrini a Gerusalemme sul luogo stesso in cui Gesù è morto e
risorto per la salvezza del mondo, si sono incontrati in seguito più volte, qui
al Fanar ed a Roma. Essi ci hanno lasciato una dichiarazione comune che mantiene
tutto il suo valore, sottolineando che il vero dialogo della carità deve
sostenere ed ispirare tutti i rapporti tra le persone e tra le stesse Chiese,
"deve essere radicato in una totale fedeltà all’unico Signore Gesù
Cristo e nel mutuo rispetto delle tradizioni proprie" (Tomos Agapis, 195).
Non abbiamo dimenticato lo scambio di visite tra Sua Santità il
Papa Giovanni Paolo II e Sua Santità Dimitrios I. Fu proprio durante la
visita di Papa Giovanni Paolo II, la sua prima visita ecumenica, che fu
annunciata la creazione della Commissione mista per il dialogo teologico. Essa
ha radunato cattolici ed ortodossi con lo scopo dichiarato di ristabilire la
piena comunione.
Per quanto riguarda le relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di
Costantinopoli, non possiamo dimenticare il solenne atto ecclesiale che ha
relegato nell’oblio le antiche scomuniche, le quali, lungo i secoli, hanno
influito negativamente sulle relazioni tra cattolici ed ortodossi. Non abbiamo
ancora tratto da questo atto tutte le conseguenze positive che ne possono
derivare per il nostro cammino verso la piena unità, al quale la Commissione
mista è chiamata a dare un importante contributo. Esortiamo cattolici ed
ortodossi a prendere parte attivamente a questo processo, con la preghiera e con
gesti significativi.
In occasione della sessione plenaria della Commissione mista per il dialogo
teologico tenutasi recentemente a Belgrado e generosamente ospitata dalla Chiesa
ortodossa serba, abbiamo espresso la nostra gioia profonda per la ripresa
del dialogo teologico. Dopo un’interruzione di qualche anno, dovuta a varie
difficoltà, la Commissione ha potuto lavorare di nuovo in uno spirito di
amicizia e di collaborazione. Trattando il tema: "Conciliarità e autorità
nella Chiesa" a livello locale, regionale e universale, essa ha intrapreso
una fase di studio sulle conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura
sacramentale della Chiesa. Ciò permetterà di affrontare alcune delle
principali questioni ancora controverse tra cattolici ed ortodossi. Come
nel passato, siamo decisi a sostenere incessantemente il lavoro affidato a
questa Commissione, mentre ne accompagniamo i membri con le nostre preghiere.
Come Pastori, abbiamo innanzitutto riflettuto sulla missione di annunciare il
Vangelo nel mondo di oggi. Questa missione: "Andate dunque, e ammaestrate
tutte le nazioni" (Mt 28,19), oggi è più che mai attuale e necessaria,
anche in paesi tradizionalmente cristiani. Inoltre, non possiamo ignorare
la crescita della secolarizzazione, del relativismo e perfino del nichilismo,
soprattutto nel mondo occidentale. Tutto ciò esige un rinnovato e potente
annuncio del Vangelo, adatto alle culture del nostro tempo. Le nostre tradizioni
rappresentano per cattolici e ortodossi un patrimonio che deve essere
continuamente condiviso, proposto e attualizzato. Per questo motivo,
dobbiamo rafforzare le collaborazioni e la nostra testimonianza comune davanti a
tutte le nazioni.
Abbiamo valutato positivamente il cammino verso la formazione dell’Unione
Europea. Gli attori di questa grande iniziativa non mancheranno di prendere in
considerazione tutti gli aspetti che riguardano la persona umana ed i suoi
inalienabili diritti, soprattutto la libertà religiosa, testimone e garante del
rispetto di ogni altra libertà. In ogni iniziativa di unificazione, le
minoranze debbono essere protette, con le loro tradizioni culturali e le loro
specificità religiose. In Europa, cattolici ed ortodossi, pur rimanendo
aperti alle altre religioni e al contributo che danno alla cultura, debbono
unire i loro sforzi per preservare le radici, le tradizioni ed i valori
cristiani, per assicurare il rispetto della storia, come pure per contribuire
alla cultura dell’Europa futura, alla qualità delle relazioni umane a tutti i
livelli. In questo contesto, come non evocare gli antichissimi testimoni e
l’illustre patrimonio cristiano della terra dove ha luogo il nostro incontro,
a cominciare da quanto ci dice il libro degli Atti degli Apostoli nell’evocare
la figura di San Paolo, Apostolo delle nazioni. Su questa terra, il messaggio
del Vangelo e la cultura ellenica si sono saldati. Questo vincolo, che così
tanto ha contribuito all’eredità cristiana che ci è comune, resta
attuale e recherà ancora frutti in avvenire per l’evangelizzazione e per la
nostra unità.
Abbiamo rivolto il nostro sguardo ai luoghi del mondo di oggi
dove vivono i cristiani e alle difficoltà che debbono affrontare, in
particolare la povertà, le guerre e il terrorismo, ma anche le diverse forme di
sfruttamento dei poveri, degli emigrati, delle donne e dei bambini. Cattolici ed
ortodossi sono chiamati ad intraprendere insieme azioni a favore del rispetto
dei diritti dell’uomo, di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza
di Dio, come pure per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Le nostre
tradizioni teologiche ed etiche possono offrire una solida base alla
predicazione e all’azione comuni. Innanzitutto, vogliamo affermare che l’uccisione
di innocenti nel nome di Dio è un’offesa a Lui e alla dignità umana. Tutti
dobbiamo impegnarci per un rinnovato servizio all’uomo e per la difesa della
vita umana, di ogni vita umana.
Abbiamo profondamente a cuore la pace in Medio Oriente, dove nostro Signore ha
vissuto, ha sofferto, è morto ed è risorto, e dove vive, da tanti secoli, una
moltitudine di fratelli cristiani. Desideriamo ardentemente che la pace sia
ristabilita su quella terra, che si rafforzi la coesistenza cordiale tra le
sue diverse popolazioni, tra le Chiese e le diverse religioni che vi si
trovano. A questo fine, incoraggiamo a stabilire rapporti più stretti tra i
cristiani e un dialogo interreligioso autentico e leale, per combattere ogni
forma di violenza e di discriminazione.
Nell’epoca attuale, davanti ai grandi pericoli per l’ambiente naturale,
vogliamo esprimere la nostra preoccupazione per le conseguenze negative che
possono derivare per l’umanità e per tutta la creazione da un progresso
economico e tecnologico che non riconosce i propri limiti. Come capi religiosi,
consideriamo come uno dei nostri doveri incoraggiare e sostenere gli sforzi
compiuti per proteggere la creazione di Dio e per lasciare alle generazioni
future una terra sulla quale potranno vivere.
Infine, il nostro pensiero si rivolge a tutti voi, ortodossi e cattolici
presenti ovunque nel mondo, vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e
religiose, uomini e donne laici impegnati in un servizio ecclesiale, ed a
tutti i battezzati. Salutiamo in Cristo gli altri cristiani, assicurando loro la
nostra preghiera e della nostra disponibilità al dialogo e alla collaborazione.
Vi salutiamo tutti con le parole dell’Apostolo dei Gentili: "Grazia a voi
e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo" (2 Cor 1,2).
Fanar, 30 novembre 2006
Benedictus PP. XVI - Bartolomeo I
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VISITA
DI PREGHIERA AL PATRIARCATO ARMENO APOSTOLICO
E INCONTRO CON SUA BEATITUDINE IL PATRIARCA MESROB II
SALUTO DEL SANTO PADRE
Cattedrale Armena Apostolica, Istanbul
Giovedì, 30 novembre 2006
Carissimo Fratello in Cristo,
sono lieto di avere questa opportunità di incontrare Vostra Beatitudine in questo stesso luogo dove il Patriarca Kalustian ha accolto i miei predecessori Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II. Con grande affetto saluto l'intera comunità armena apostolica a cui Ella presiede come pastore e padre spirituale. Estendo il mio saluto fraterno anche a Sua Santità Karekin II, Catholicos della Santa Etchmiadzin, e alla gerarchia della Chiesa Armena Apostolica. Rendo grazie a Dio per la fede e la testimonianza cristiana del popolo armeno, trasmesse da una generazione all'altra, spesso in circostanze davvero tragiche come quelle sperimentate durante il secolo passato.
Il nostro incontro è ben più che un semplice gesto di cortesia ecumenica e di amicizia. È un segno della nostra speranza condivisa nelle promesse di Dio e del nostro desiderio di vedere adempiuta la preghiera che Gesù elevò per i suoi discepoli alla vigilia della sua passione e morte: "Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21). Gesù diede la propria vita sulla croce per radunare nell'unità i figli di Dio dispersi, per abbattere i muri di divisione. Mediante il sacramento del Battesimo, siamo stati incorporati nel Corpo di Cristo, la Chiesa. Le tragiche divisioni che, lungo il tempo, sono sorte fra i seguaci di Cristo contraddicono apertamente alla volontà del Signore, sono di scandalo al mondo e danneggiano la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura (cfr Unitatis redintegratio, 1). Proprio mediante la testimonianza della propria fede e del proprio amore, i cristiani sono chiamati ad offrire un segno raggiante di speranza e di consolazione a questo mondo, così segnato da conflitti e da tensioni. Dobbiamo perciò continuare a fare tutto il possibile per curare le ferite della separazione ed affrettare l'opera di ricostruzione dell'unità dei cristiani. Faccio voti affinché siamo guidati, in questo compito urgente, dalla luce e dalla forza dello Spirito Santo.
A tale proposito, posso solo elevare un sentito grazie al Signore per la sempre più profonda relazione fraterna sviluppatasi fra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica. Nel XIII secolo Nerses di Lambron, uno dei grandi Dottori della Chiesa Armena, scrisse le seguenti parole di incoraggiamento: "Ora, poiché tutti abbiamo bisogno della pace con Dio, facciamo sì che l'armonia tra fratelli ne sia il fondamento. Abbiamo pregato Dio per la pace e continuiamo a farlo. Ecco, egli la sta offrendo a noi come un dono: accogliamolo! Abbiamo chiesto al Signore di rendere salda la sua santa Chiesa, ed egli ha positivamente ascoltato la nostra invocazione. Saliamo, dunque la montagna della fede del Vangelo" (Il primato della carità, Ed. Qiqajon, p. 81). Queste parole di Nerses non hanno perduto niente del loro potere. Continuiamo a pregare insieme per l'unità di tutti i cristiani, così che, ricevendo tale dono dall'alto con cuori disponibili, noi possiamo essere testimoni sempre più convincenti della verità del Vangelo e migliori servitori della missione della Chiesa.
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