Pino Stancari S.J.
il libro di Tobia

Lettura spirituale

2000 - Rubbettino Editore

Introduzione - Tra Antico e Nuovo Testamento: un insegnamento sapienziale

I. Il viaggio della vita
1. Il mestiere di vivere
Un sentimento
Un'immagine dominante
2. Orientamento verso la mèta
Il. Alla ricerca del senso della vita
1. Il senso della vita
in un'esperienza di fede
2. Custodire il passato: la ricerca di Tobi
Il cammino di un uomo solo
Il cammino di un uomo in lacrime
Il cammino di un uomo povero
3. Un futuro verso cui incamminarsi:
la ricerca di Sara
III. La partenza di Tobia
La memoria del passato
L’ oggi dell' elemosina
Il futuro della comunione piena
IV. Nel viaggio, l'amico
1. Identità
del compagno di viaggio
2. Segni della presenza e benevolenza divina
V. Nel viaggio, la sposa
1. Unico dono di grazia
2. Apertura al mistero
VI. Nel viaggio,
la liberazione

1. Una tomba vuota
2. Il dormiente vince la morte
VII. Nel viaggio,
l'abbraccio cosmico

1. Ambiente divino
2. L’identità del volto del padre
3. Il ritorno del figlio
4. Respiro trinitario
VIII. Nel viaggio, la benedizione
1. Il "salario" della preghiera
2. In viaggio per fare eucaristia
3. In viaggio per fare memoria
IX. Nel viaggio, la mèta
1. Lo scritto di Tobi
2. L’identità custodita e rivelata a Gerusalemme

I testi qui pubblicati sono stati ricavati dalla registrazione di un corso di esercizi spirituali. Le pagine che seguono conservano, così, le caratteristiche dello stile parlato, con tutti i vantaggi e i limiti del caso.

II. Alla ricerca del senso della vita

1. Il senso della vita in un'esperienza di fede

Libro della storia di Tobi, figlio di Tòbiel, figlio di Anàniel, figlio di Àduel, figlio di Gàbael, della discendenza di Àsiel, della tribù di Nèftali. Al tempo di Salmanàssar, re degli Assiri, egli fu condotto prigioniero da Tisbe, che sta a sud di Kades di Nèftali, nell'alta Galilea, sopra Casor, verso occidente, a nord di Sefet (1,1-2).

Dopo questo inizio - che ha quasi funzione di titolo - il libro di Tobia si apre con questa affermazione:

"lo, Tobi, passavo i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia" (1,3).

Fino a 3,6 il libro è un racconto in prima persona singolare. È Tobi che dice: "lo". Notate com'è forte questa battuta iniziale del libro: "lo, Tobi". lo. C'è qualcuno che si presenta in prima persona singolare. C'è qualcuno che ha il coraggio di dire "io", di citarsi direttamente. C'è qualcuno che si presenta e ci racconta la propria esperienza. C'è qualcuno che dice: "lo passavo i giorni della mia vita" (1). C'è qualcuno che ha compiuto un certo viaggio e Re dà ora testimonianza.

Il libro di Tobia si apre con la testimonianza in prima persona del vecchio Tobi. Il racconto si rivolge a coloro che sono disposti a dare testimonianza in prima persona della loro storia, a coloro che insieme con il vecchio Tobi sono disposti a dire "io". Non perché le vicende materiali della vita di ciascuno di noi coincidano con le vicende di Tobi, ma perché in realtà ciascuno di noi sa di essere direttamente e personalmente interpellato.

"lo", "io", "io": "lo viaggiavo". "lo seguivo le vie della verità e della giustizia". Le vie della verità: che cos'è la verità? La verità è - qui, e poi in tutto il libro di Tobia -!'iniziativa di Dio.

lo, davanti a Dio;

io, interlocutore di Dio;

io, in ascolto di quello che Dio mi ha detto;

io, di fronte a Dio, che chiama e che parla;

io, di fronte a Dio,

che mi propone un suo disegno,

un suo discorso,

la sua verità.

"Le vie della verità" sono le vie tracciate da Dio, lungo le quali andiamo constatando che Dio è il protagonista. Il libro si apre con questa solenne affermazione del rapporto che pone la creatura umana di fronte all'iniziativa di Dio. Dio chiama. Dio parla. Dio ha una "verità" per me. lo sono suo. Sono in ascolto di quello che lui mi dice. Anzi, io posso raccontarmi, posso parlare di me, posso disegnare il mio viaggio, proprio perché Dio è intervenuto, ha parlato, ha tracciato "le vie della verità". Dio ha un suo disegno. Nel corso del viaggio della mia vita io sono andato comprendendo che Dio tracciava una strada per me. Proprio in quanto Dio mi parlava e mi sollecitava ad intraprendere il viaggio da lui a me indicato, posso ora presentarmi a voi, raccontarmi e dire: "lo".

Aggiunge il vecchio Tobi: "Non solo seguivo le vie della verità (ossia la parola rivelata da Dio, che è il suo disegno programmatico), ma anche le vie della giustizia" (2). Dio ha una "sua verità" e me ne parla; a quella parola di Dio io rispondo con le "mie giustizie". Dio che parla e che chiama è colui che mi mette in condizione di viaggiare e di rispondere alle parole che ascolto - alla chiamata che ricevo - con le opere buone che, attraverso di me, egli ha saputo e saprà realizzare.

Nei primi tre capitoli, emergono due personaggi. Il primo grande personaggio, che poi rimane sullo sfondo di tutto il racconto successivo, è Tobi, il vecchio. Il secondo personaggio è Sara, che sarà la sposa di Tobia. I due personaggi sono scelti con molta attenzione ed oculatezza, così da costituire, nella loro disparità, un'introduzione davvero geniale al racconto successivo. Un vecchio ed una giovane; un uomo e una donna; due creature così diverse e così lontane. Tobi si trova a Ninive; Sara, invece, nella sua città di Ecbàtana, nel territorio della Media. Creature diverse e lontane, eppure coincidenti nell'esperienza della povertà. Coincidenti addirittura, stando al racconto, dal punto di vista temporale: nel senso che il vecchio Tobi ci viene presentato, nel momento conclusivo di tutta la sua dolorosa vicenda, contemporaneamente alla giovane Sara, che vive anche lei una sua amarissima esperienza. Personaggi lontani e diversi, ma già segnati da una misteriosa esperienza di comunione. È il dato di partenza su cui ora dobbiamo riflettere. Si tratta di riconoscere la diversità dei due personaggi, caratterizzandoli nella loro singolare individualità, tenendo sempre presente la profondissima comunione che già li lega.

[1] In greco è "viaggiavo attraverso i giorni della mia vita".

[2] In realtà, il greco usa il plurale "le vie delle giustizie", ossia quelle strade che sono riempite mediante l'esercizio delle opere umane: le opere soggettive, le opere buone.

2. Custodire il passato: la ricerca di Tobi

Tobi è personaggio esemplare, per quel che riguarda la sapienza nel custodire i ricordi del passato. Oltretutto, è lo stesso Tobi che si presenta a noi in prima persona, prende la parola e ci comunica i suoi ricordi. Tobi: l'uomo che guarda al passato, il custode del passato. Tobi: colui che deve riscattare il passato, quello suo personale, come pure quello della sua famiglia, della sua tribù e del suo popolo. Tobi: colui che, di fronte alla storia, sente la responsabilità di mantenersi e di dichiararsi fedelmente solidale con il passato.

Insistentemente, nel corso di queste pagine, Tobi si presenta a noi come l'uomo dei ricordi.

lo, dall'inizio della mia vicenda, mi sono aggrappato ai ricordi.

Ho sentito che per me era forte,

anzi autorevole, la chiamata

a mantenermi coerente con il passato, che scivolava alle mie spalle:

scivolava via.

Ora è un passato che appare sempre più remoto,

sempre più sfuggente:

quando da giovane andavo in pellegrinaggio a Gerusalemme ...,

quando pagavo le decime ...,

quando vivevo con la mia gente nella terra d'Israele ...,

quando ero ossequioso osservante della legge di Mosè ...

Quel passato è sempre più lontano da lui fisicamente; è culturalmente inafferrabile e spiritualmente irrecuperabile. Eppure, più invecchia e più Tobi sente viva ed esigente la chiamata a custodire proprio quel passato; perciò continua a presentarsi come colui che in nessuna maniera vuole separarsi da esso, ma vuole anzi dichiarare tutta la sua solidarietà con esso. In questo la figura di Tobi è davvero grandiosa: ecco un uomo che si sente debitore nei confronti di vicende storiche ormai remotissime, eppure sempre devotamente considerate. In nessun modo può rinnegare il passato, anzi ne è custode e ne fa rispettosa memoria! Vive, guardando al passato. Tobi non cerca una sua identità, facendo di tutto per apparire l'aggiornato cultore di nuovi atteggiamenti, dettati dalla moda vigente. Tobi vive in rapporto al passato. Grandiosa questa sua fedeltà, questa sua solidarietà con il passato, questo suo bisogno di dichiararsi responsabile di tutto il bagaglio che la sua storia - quella della sua famiglia, della sua tribù e del suo popolo - ha accumulato ed ora poggia sulle sue spalle: un bagaglio che egli non vuole e non vorrà mai rinnegare.

C'è qualcosa di monumentale in questa sua coerenza, in questa sua rigorosa disponibilità a far memoria del passato. Non si piega alle mode, né si adatta a facili compromessi. La figura di Tobi è davvero del tutto eterogenea rispetto ai motivi dominanti della nostra civiltà borghese: la civiltà cosiddetta "radicale", per usare un aggettivo oggi di moda. E parlare di una civiltà radicale significa esattamente riferirsi ad una visione del mondo, che pretende di vantare i successi moderni, per il gusto di dire "no" al passato! Ci si sente finalmente autorizzati a rifiutare il passato con un brivido di euforia e di eroismo, in nome di nuove luci, di nuove verità, di nuovi sacrosanti inoppugnabili valori. Quale soddisfazione in questo prendersi il gusto di dire "no" al passato! Perché il passato è oscuro, ed è meritevole soltanto di essere calpestato, condannato e relegato a fare da sentina della storia umana, là dove si possono depositare tutte le infamie sulle quali riversare ribrezzo e scandalizzati risentimenti. Infatti, noi veniamo fuori da un' epoca di tenebre; ma ora è sorta la civiltà radicale, che rifiuta e supera il buio dell' epoca antica, tagliando trionfalmente i ponti con la storia passata. Così si atteggia la civiltà borghese, che domina il nostro mondo da un paio di secoli: finalmente siamo emersi alla luce!

Il personaggio che ci viene presentato in apertura del libro di Tobia è del tutto eterogeneo, anzi contraddittorio, rispetto a questa mentalità. Tobi vive preoccupato di custodire il passato. Questo è il senso della sua vita. Non ha altro impegno, se non quello di far memoria pazientemente ed umilmente di tutto quello che prima di lui i suoi padri hanno ricevuto e trasmesso. È l'uomo della tradizione: una tradizione pesante, per tanti aspetti problematica, che spesse volte gli cade addosso in modo sgradevole. Lo stesso Tobi non è affatto benevolo nei confronti della storia dei suoi padri; si rende ben conto, infatti, delle gravi mancanze compiute dagli antichi e sa d'essere erede di una storia, che è corrosa dal peccato. Ma non è preso dal desiderio febbrile e presuntuoso di distinguersi da quel passato. Non sente bisogno di dire: "Per fortuna sono diverso; per fortuna appartengo ad un nuovo ciclo; per fortuna sono puro, intatto, illuminato, sano!". Tobi porta il peso di quella storia, nella continuità con una tradizione che è, per molte ragioni, dolorosa e che gli trasmette delle conseguenze calamitose.

D'altra parte, Tobi dimostra di essere convinto che l'eredità di una storia, apparentemente così pesante e inquinata, meriti tutto il suo rispetto e tutta la sua ammirazione. C'è un particolare, nella vicenda di Tobi, che illustra in modo davvero esemplare questa sua affettuosa attenzione al passato: la cura che Tobi ha per i morti. Quanti guai capiteranno al nostro personaggio ed ai suoi proprio per questa sua premura verso i defunti. Oltre tutto, stando alla concezione degli autori del libro, non è ancora affatto chiara la dottrina della resurrezione oltre la morte. La questione sarà ancora aperta al tempo di Gesù, nell' ambito delle dispute teologiche tra le diverse scuole dei farisei e dei sadducei (cf. Mt 22,23 ss.)." Tutto l'insieme lascia trasparire, insomma, che gli autori del nostro libro non siano affatto assertori del- \

la resurrezione. Anzi, si ha proprio l'impressione opposta. Perciò, se Tobi si prende tanta cura dei morti, ciò non avviene in quanto questi siano chiamati a risorgere. La premura di Tobi per i morti, allora, diventa ancora più esemplare, perché essa è rivolta a morti, che tali resteranno. Proprio perché morti, debbono essere pazientemente raccolti e custoditi. Tobi si esporrà a rischi gravissimi, per dedicarsi a quest'opera. Va in cerca dei cadaveri e li seppellisce devotamente. Tutto ciò viene dal passato; infatti, deve essere fedelmente memorizzato, conservato e riposto.

Per questa sua cura dei morti Tobi sarà perseguitato; ad un certo momento, dovrà addirittura abbandonare Ninive e fuggire. Resterà lontano da Ninive per un certo periodo, proprio perché pubblicamente accusato. Quando ritornerà a Ninive, in seguito ad un. capovolgimento dell' equilibrio politico del paese, nel giorno di Pentecoste, mentre si dispone a pranzare insieme con la sua famiglia, Tobi chiede al figlio d'andare a cercare per la strada, se ci siano poveretti da accogliere alla mensa. Ed ecco: un morto! Tobi andrà, raccoglierà il cadavere, lo sistemerà temporaneamente in un luogo appartato; poi, quel giorno, si ciberà nel dolore. Tutto quello che avverrà in seguito sarà conseguenza del gesto compiuto. Infatti, avendo toccato un cadavere, Tobi ha contratto un'impurità legale, per cui non può rientrare in casa, se non dopo essersi purificato. Deve perciò dormire all' aperto. Da qui l'incidente: gli uccelli, annidati sul cornicione, lasceranno cadere i loro escrementi sui suoi occhi, che si ammaleranno gravemente. Tobi va incontro a tutti questi guai, perché ha raccolto il cadavere di quel defunto.

Il cammino di un uomo solo

Che cosa vuol dire la cecità di Tobi? Il fatto è che Tobi, mentre invecchia nella fedele e responsabile custodia di tutta la tradizione che viene dalle generazioni antecedenti alla sua, va scoprendo di essere sempre più solo. È questa una constatazione che si fa sempre più dolorosa, man mano che Tobi avanza negli anni e nelle esperienze. Si rende conto di essere sempre più isolato ed incompreso; si radica nella coscienza di essere esiliato non solo fisicamente, perché lontano dalla sua terra e da Gerusalemme, ma più che mai spiritualmente: sempre più abbandonato a se stesso, sempre più rintanato in un suo mondo gravido di memorie e popolato di spettri. D'altra parte, è il suo mondo: quello di cui non riesce più a parlare con nessuno e nel quale nemmeno coloro che volessero eventualmente avvicinarglisi riescono più a raggiungerlo.

Io ero il solo che spesso mi recavo a Gerusalemme nelle feste, per obbedienza ad una legge perenne prescritta a tutto Israele. Correvo a Gerusalemme con le primizie dei frutti e degli animali, con le decime del bestiame e con la prima lana che tosavo alle mie pecore (1,6).

Quando Tobi racconta la sua storia, è ormai un uomo anziano; eppure è come se dicesse: "È dall'inizio, da sempre, che sono un solitario! La mia vita si è consumata nella solitudine. Già quando andavo pellegrino a Gerusalemme, ero solo" (3).

La terza decima poi era per gli orfani, le vedove e i forestieri che si trovavano con gli Israeliti. La portavo loro ogni tre anni e la si consumava insieme, come vuole la legge di Mosè e secondo le raccomandazioni di Debora, moglie di Anàniel, la madre di nostro padre, perché mio padre, morendo, mi aveva lasciato orfano (1,8).

Tobi era così fedele e rigoroso nel pagamento delle decime da andare ben al di là della norma. Proprio qui, ecco un altro elemento che serve a caratterizzare la solitudine del nostro personaggio: la sua orfanità. È solo fin dall'inizio. Non è strano che il cammino di quest'uomo si faccia sempre più solitario: infatti, è orfano fin dalla nascita! Nello stesso tempo, Tobi si consacra con insistente serietà alla parola di Dio, di cui è depositario. Non si considera mai disponibile alle false solidarietà, che invece sono accettate dai suoi contemporanei con tanta disinvoltura.

Quando divenni adulto, sposai Anna, una donna della mia parentela, e da essa ebbi un figlio che chiamai Tobia. Dopo la deportazione in Assiria, quando fui condotto prigioniero e arrivai a Ninive, tutti i miei fratelli e quelli della mia gente mangiavano i cibi dei pagani; ma io mi guardai bene dal farlo (1,9-11).

Così si manifesta la ricerca di una falsa solidarietà, garantita dal benessere; è la solidarietà che deriva dall'uso del linguaggio corrente sul mercato del mondo: mentalità, comportamenti, abitudini. Tobi rifiuta questi legami; non cede a questi compromessi, che pure sono a lui proposti con tanta persuasività e a cui si piegano con tranquilla prontezza i suoi contemporanei. Qui si parla di cibi. Ed in effetti le abitudini alimentari implicano la gestione di tutta la propria vita in rapporto all' ambiente. Ci sono alcuni i quali pensano che dall' accettare l'andazzo delle cose, che è comune nel proprio ambiente, deriverà un immediato e favorevole successo. Tobi è convinto, invece, che si tratta di essere solidali con la propria storia, con la propria vocazione d'origine, con la parola pronunciata da Dio all'inizio, con la propria tradizione. Guardando al passato, Tobi sente d'essere chiamato alla solidarietà: non già guardando all' ambiente che lo circonda, per ricercare in esso approvazione, o facile integrazione. Anzi, ritiene che la solidarietà ricercata nel rapporto con il proprio ambiente, sia una solidarietà che inganna, che imbroglia. È proprio così: ci sono, a questo mondo, false solidarietà, che isolano in modo terribile. Le si chiama solidarietà: nel consumare le stesse cose, nel vivere allo stesso modo, nell' abitare le stesse case, nel passare le vacanze negli stessi posti, e così via; in realtà, esse rendono singolarmente e paradossalmente soli. Come è vero che sono isolatissimi i nostri contemporanei, pur facendo tutti sempre le stesse cose.

Ma Tobi non si lascia ingannare. Non fa sue queste false solidarietà. Egli sente che deve mantenersi fedele al rispetto della continuità, che lega la sua storia presente alla storia del passato. Custode di morti nella solitudine, egli non si piega. È vero, però, che più invecchia, e più questa solitudine amareggia la sua esistenza. È grande il nostro personaggio, ma la solitudine lo soffoca. Ad un certo punto, abituato a trattare con i morti, è come se morisse lui stesso. A forza di vivere nel rispetto dei morti, diviene egli stesso un morto che vive.

[3] Addirittura nel testo greco viene usato il superlativo monòtatos, ossia "il più solo fra tutti": un solitario per eccellenza.

Il cammino di un uomo in lacrime

Tobi è consapevole che tutte le disgrazie del popolo, e sue personali, sono dovute al traviamento dei suoi. Citerà le parole di Amos, che si riferivano al culto idolatrico praticato nel santuario di Betel.

Sotto il regno di Assarhaddon ritornai dunque a casa mia e mi fu restituita la compagnia della moglie Anna e del figlio Tobia. Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: "Figlio mio, va, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. lo resto ad aspettare che tu ritorni!". Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: "Padre!". Gli risposi: "Ebbene, figlio mio". "Padre - riprese - uno della nostra gente è stato strangolato e gettato nella piazza, dove ancora si trova". lo allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l'uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai e, lavatomi, presi il pasto con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: "Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento" (2,1-6).

Tobi non è il cultore di un passato esaltante; è ben consapevole del fallimento che corrompe internamente la storia dei suoi padri; ma, al tempo stesso, non rifiuta questa storia. Non la rinnega. Piange.

È una storia dolorosa,

inquinatissima,

ma è la nostra storia.

È la storia

attraverso la quale Dio ci ha parlato.

È la storia

a cui non posso sottrarmi.

È insieme

il mio peso e la mia ricchezza.

E piange. Il volto di Tobi si copre di lacrime: è come se già su quegli occhi, che si ammaleranno e diventeranno sempre più incapaci di vedere, si stendesse un velo. La cecità di Tobi non sarà semplicemente dovuta a una malattia di natura organica, che possa essere clinicamente diagnosticata e curata. La cecità di Tobi affligge e compromette gli occhi di chi, a forza di guardare indietro, è divenuto sempre più solo e prigioniero del buio.

Tobi è il custode di un passato che egli non comprende più. È come se il nostro personaggio, guardando indietro - perché è proprio questo il senso della sua vita, l'impegno cui si è consacrato -, si trovasse sempre più incapace di afferrare il senso di quel che è capitato. Cerca di capire, e non ce la fa. È sempre più solo, privo d'aiuto, abbandonato da tutti, anche da quelli che gli sono più vicini.

E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. I miei vicini mi deridevano dicendo: "Non ha più paura! Proprio per questo motivo è già stato ricercato per essere ucciso. È dovuto fuggire ed ora eccolo di nuovo a seppellire i morti". Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile (2,7-9a).

Tobi viene deriso per il suo comportamento imprudente; viene giudicato uno stupido! In effetti, dovrà subire un danno gravissimo, proprio là dove egli, da parte sua, ritiene necessario dar testimonianza a quella fedeltà che è il senso di tutta la sua vita. Si sente rifiutato e contestato: perseguitato. Si tratta di una persecuzione che non ha la violenza aggressiva dei gesti cruenti, ma non per questo è meno drammatica e angustiante. È questa la persecuzione cui è esposta una persona che, puntualmente e quotidianamente, viene contestata, derisa, insultata, svillaneggiata, forse anche con una sola parola, o un solo sguardo, forse anche con un sorriso.

Poi c'è la malattia agli occhi. A forza di piangere, i suoi occhi vedono sempre meno. Guarda la storia passata, e piange. Vede i morti del suo popolo, e piange. È solo, e piange. Non capisce più, perché le cose vadano in questo modo. È cieco. Non ci vede più. Non comunica più. Non c'è più interazione tra l'ambiente che lo circonda ed il suo mondo interiore.

Per il caldo che c'era tenevo la faccia scoperta, ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmachi, più mi si oscuravano gli occhi per le macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni fui cieco e ne soffersero tutti i miei fratelli (4). Achikar, nei due anni che precedettero la sua partenza per l'Elimaide, provvide al mio sostentamento (2,9b-1O).

Questo è il cordoglio di gente che, con il proprio atteggiamento di apparente partecipazione al dolore, sta in realtà prendendo le distanze da lui. È un modo per tenersi lontani, per non essere coinvolti nella tristezza di un altro: ci si ritira con un bel gesto di rimpianto, dicendo: "Poveretto, quante gliene sono capitate!".

Tobi è sempre più solo. Ha conosciuto la contestazione; ora quella che si presenta come una manifestazione di riguardo nei suoi confronti, perché si è ammalato fino a diventare cieco, esprime in realtà un'intenzione d'abbandono, la volontà di non curarsi più di lui.

[4] Il testo in greco dice: "I miei fratelli fecero cordoglio", ossia quasi una forma di lutto.

Il cammino di un uomo povero

Tobi, diventato cieco, è anche diventato povero. È incapace di lavorare. È chiuso nel suo mondo, nella sua casa. Ed è ridotto in miseria.

In quel tempo mia moglie Anna lavorava nelle sue stanze a pagamento, tessendo la lana che rimandava poi ai padroni e ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando essa tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto per il desinare. Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare5 (2,11-13a).

Bellissima questa scena! È come se il capretto cercasse di stabilire un rapporto d'intesa con Tobi. "Il capretto belava, e belava verso di me; piangeva, e piangeva insieme con me". Nel gemito del capretto è il gemito di Tobi che si prolunga. Ma Tobi, cieco, è un Tobi angustiato, sempre più irrigidito, sempre più preoccupato.

Chiamai allora mia moglie e le dissi: "Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo il diritto di mangiare alcuna cosa rubata". Ella mi disse: "Mi è stato dato in più del salario". Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e a causa di ciò arrossivo di lei (2,13b-14b).

Notate quale terribile sospetto ha Tobi nei confronti della moglie. Tobi si sbaglia, perché la moglie non l'ha rubato: è un dono! Ma Tobi si è così irrigidito nelle sue posizioni, da ritenere inimmaginabile che qualche cosa venga donata. Strano, eppure è così! Tobi, che invecchia e che diventa cieco, nella sua solitudine e nel rigore della sua fedeltà al passato, è un personaggio ormai inasprito, al punto che si presenta ora a noi come un uomo duro di dentro. Tobi ormai è un uomo per il quale non è pensabile che il capretto sia stato donato gratuitamente alla moglie ed a lui. Non

è immaginabile che qualcuno doni gratuitamente qualcosa. Questa è la storia di un uomo che, in forza della sua fedeltà di partenza, giunge ad assumere delle posizioni profondamente ingiuste. È un uomo bloccato, indurito nel cuore.

Allora per tutta risposta mi disse: "Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene dal come sei ridotto" (2,14c).

Arriva allora la contestazione anche da parte della moglie, che gli rivolge critiche amare, rimproverandogli tutta la sua vita come uno sbaglio: "Ti sei sbagliato dall'inizio; hai sbagliato tutto". Più solo di così il nostro povero Tobi non poteva essere.

È contestato dai vicini; i fratelli si sono allontanati da lui, facendo finta di dolersi della sua triste situazione; ora la moglie, la stessa moglie, lo rinnega, lo disapprova, gli rimprovera i comportamenti per i quali ha speso la sua vita. C'è da sottolineare il fatto che Tobi, nel contrasto con la moglie, dimostra da parte sua di avere torti gravi. Non per quello che la moglie gli rimprovera, ma perché, a forza di chiudersi nella sua fedeltà così rigorosa ed intransigente, Tobi si è irrigidito ed incattivito nel cuore.

È questo il dramma di Tobi: abbiamo a che fare ormai con un uomo che non è più disposto a concedere spazio, nella sua vita, ad avvenimenti gratuiti. Non c'è nulla di gratuito al mondo, per Tobi. D'altronde, il suo senso di responsabilità verso la sua storia lo chiude nell' esperienza di un fallimento senza alternative: di questo Tobi porta il peso con una coerenza sovrumana, senza possibilità di recupero.

Con l'animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi presi a dire questa preghiera di lamento: "Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Tu hai lasciato che ci spogliassero di beni; ci hai abbandonati alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. Ora, nel trattarmi secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi decreti, camminando davanti a te nella verità. Agisci pure ora come meglio ti piace; da' ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa' che io parta verso l'eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia e così non sentirmi più insultare!" (3,1-6).

È la preghiera di Tobi. La preghiera di un uomo che non vede nessun'altra prospettiva, se non la morte. Una preghiera sbagliata! Ma è anche vero che è la preghiera di un uomo devoto e pio, che si è consegnato fin dall'inizio della sua vita in obbedienza alla Parola di Dio. È la preghiera di un uomo che si è trovato coinvolto in una terribile vicenda storica, che l'ha svuotato e indurito.

Anche nella sua preghiera Tobi guarda al passato; rivolgendosi al Signore, lo invita a "ricordarsi" (cf. 3,3). Tobi sente che su di lui pesa il peccato dei padri: l'eredità di un fallimento antico. E un peso cui non vuol sottrarsi, ma da cui si sente sopraffatto.

L'unica soluzione è la morte! Tobi è cieco. Non vede più la luce. Non ha più senso questa storia. La subisce, la sopporta, se ne sente parte, non si sottrae ad essa, ma non ci capisce più nulla. Non vede più la presenza di Dio. L'unica soluzione è la morte.

Mentre Tobi prega così, ad Ecbàtana, nella Media, Sara, figlia di Raguele, subisce un affronto da parte di una serva di suo padre.

[5] Il testo in greco dice: "Quel capretto belò verso di me".

3. Un futuro verso cui incamminarsi: la ricerca di Sara

Incontriamo un altro personaggio, una donna. Adesso la prospettiva è radicalmente contrapposta, perché il problema di Sara è quello di una giovane donna in attesa di marito. Desidera un marito, perché è in attesa di generare figli, che siano eredi nella casa del padre, prolungando verso l'avvenire la discendenza della famiglia.

Tobi guarda al passato; Sara guarda all'avvenire.

Il problema di Sara non è semplicemente d'ordine pratico ed affettivo (una giovane donna che cerca marito per poter aver dei figli), ma acquista una drammaticità totale: si può davvero discernere un avvenire verso il quale valga la pena di incamminarsi? C'è o non c'è un futuro per noi? C'è o non c'è un futuro per la mia famiglia? Tutto lascia supporre che non ci sia, perché Sara ha avuto sette fidanzati, ma non ha potuto sposarne nessuno. Una giovane donna senza avvenire! Non c'è seguito nella sua storia; e questo equivale ad affermare che la famiglia di suo padre si chiude con lei. Non c'è avvenire credibile verso il quale incamminarsi; non c'è futuro per loro!

Il problema di Tobi era quello di conservare il passato. Il problema di Sara è quello di puntare verso l'avvenire. Tobi è cieco e non riesce più a vedere questo passato, di cui è pure così fedele e rigoroso custode. Sara non riesce ad intravedere un avvenire credibile per lei.

Quando per il popolo di Dio, nel tempo della diaspora, viene meno la prospettiva di un avvenire, l'ipotesi che emerge più naturale e scontata è quella dell'assimilazione all'ambiente. Qual è l'avvenire verso il quale siamo incamminati? Quello di perdere la nostra identità, di confonderci con i popoli pagani presso i quali siamo dispersi, fino a non essere più presenti con la nostra autentica e singolare fisionomia. Non c'è più una storia per il nostro popolo. L'unica prospettiva valida è quella di lasciarci risucchiare nel grande vortice della storia umana ed essere così spazzati via.

Tobi è l'uomo anziano che, per custodire il passato, si è chiuso in un ghetto, al punto che non vede più quale identità meriti ancora d'essere conservata. Sara è la giovane donna che, alla ricerca di un avvenire, sembra costretta a non cogliere altra soluzione per sé e per il suo popolo, se non quella di rinnegare la propria identità particolare.

Nello stesso giorno capitò a Sara figlia di Raguele, abitante di Ecbàtana, nella Media, di sentire insulti da parte di una serva di suo padre. Bisogna sapere che era stata data in moglie a sette uomini e che Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi a lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: "Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere. Perché vuoi battere noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non abbiamo mai a vedere né figlio né figlia" (3,7-9).

Sara è insultata. Presa dalla disperazione, giunge al punto di intravedere per sé, come unica soluzione, il suicidio. Ma, riflettendo, considera meglio le cose (6).

In quel giorno dunque essa soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l'intenzione d'impiccarsi. Ma tornando a riflettere pensava: "Che non abbiano a insultare mio padre e non gli dicano: La sola figlia che avevi, a te assai cara, si è impiccata per le sue sventure. Così farei precipitare la vecchiaia di mio padre con angoscia negli inferi. Farò meglio a non impiccarmi e a supplicare il Signore che mi sia concesso di morire, in modo da non sentire più insulti nella mia vita". In quel momento stese le mani verso la finestra e pregò: "Benedetto sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. Ora a te alzo la faccia e gli occhi. Di' che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti. Tu sai, Signore, che sono pura da ogni disonestà con uomo e che non ho disonorato il mio nome, né quello di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti" (3,10-15).

Sara non vuole uccidersi, ma prega il Signore perché la faccia morire presto. Non c'è sposo per lei: perché dovrebbe vivere ancora? La sua richiesta corrisponde a quella di Tobi, anche se le prospettive sono completamente diversificate: il passato irrecuperabile per Tobi, l'avvenire irraggiungibile per Sara. Eppure Sara stende ancora le mani verso la finestra, perché essa è orientata verso Gerusalemme!

In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio e fu mandato Raffaele a guarire i due: a togliere le macchie bianche dagli occhi di Tobi, perché con gli occhi vedesse la luce di Dio; a dare Sara, figlia di Raguele, in sposa a Tobia, figlio di Tobi, e a liberarla dal cattivo demonio Asmodeo. Di diritto, infatti, spettava a Tobia di sposarla, prima che a tutti gli altri pretendenti. Proprio allora Tobi rientrava dal cortile in casa e Sara, figlia di Raguele, stava scendendo dalla camera. (3,16 s.).

Il racconto fa di tutto per sottolineare la coincidenza tra quello che avviene a Tobi e quello che avviene a Sara. Diversi i due personaggi, ma coincidenti quanto alla loro situazione di fondo: chiedono di morire. La loro è una preghiera sbagliata, ma è la preghiera degli afflitti, dei derelitti. È la preghiera di coloro che stanno male, di coloro che sono offesi e umiliati. È la preghiera dei poveri. Dio ascolta i grido, il lamento, l'urlo, la protesta, l'imprecazione dei poveri; è una vera preghiera, anche quando non sia formulata in termini corretti. Dio comunque ascolta.

Il racconto sottolinea a più riprese la comunione che collega, a distanza, gli afflitti della terra. Fanno coro tra di loro le preghiere di quelli che stanno male al mondo; anche se lontani, anche se diversi, nella preghiera si esprimono con una voce unica. Tra i poveri della terra sussiste già una comunione, di cui Dio è custode affettuoso. "In quello stesso momento" (cf. 3,7.1O.11.16.17d: i poveri sono collegati tra di loro; Dio li ascolta, e li ascolta insieme.

Alla fine del cap. 3 è già preannunciato tutto quello che avverrà. Non c'è brivido nel racconto; non c'è spazio per la curiosità d'andare a vedere che cosa succederà: è già detto tutto! Adesso interviene il Signore. Che cosa farà? Mediante il suo inviato Raffaele, il Signore inventa una storia, che servirà a cucire insieme le vicende disastrate, amare e dolorose dei suoi poveri. Di questa storia protagonista è Tobia, cui viene inviato l'angelo Raffaele. Dal cap. 4 ci sarà raccontato il viaggio di Tobia: un viaggio di valore sacramentale. Si delinea così un tracciato esemplare del metodo di cui il Signore onnipotente si serve, dal di dentro della storia umana, per mettere in contatto tra di loro le realtà povere di questo mondo, e così restituire la vista a Tobi ed aprire un avvenire a Sara.

Il pianto degli sconfitti è davanti a Dio. La nostra vita è davanti a Dio. La nostra vita appartiene a Dio. Anche quando la preghiera dei poveri fosse una preghiera sbagliata, è già davanti a Dio, e Dio interviene.

La coincidenza temporale, segnalata nella conclusione del cap. 3, costituisce in realtà una coincidenza teologale: è una coincidenza nel mistero della comunione, che raccoglie e lega i poveri davanti a Dio. Dio saprà fare di questi brandelli di storia, apparentemente senza significato, una storia piena e realizzata. Dio saprà servirsi di tutti i relitti della storia umana per mostrarsi al mondo. Farà trasparire la sua presenza, prendendo contatto con i frammenti di storia delle sue creature sconfitte e dando splendore a quella comunione tra tutti i poveri della terra che fin da adesso è, comunque, stabilita nel pianto, nell' abbandono e nella tristezza.

[6] Verremo poi a sapere che il demonio Asmodeo, invaghitosi di lei, era geloso e voleva riservarla per sé (cf. 6,15). Ciò equivale ad affermare che Sara è condannata alla sterilità; è, quindi, priva di un avvenire. Sara è costretta ad una assimilazione forzata: tutti, in queste condizioni, possono permettersi di offenderla, anche una serva di suo padre.