PICCOLI GRANDI LIBRI  Bruno Maggioni
I RACCONTI DELLA PASSIONE DI GESÙ CRISTO

C.E.A.M. - 1996
Cultura e attività missionaria

Prefazione di p. Massimo Casaro

LO SCANDALO DELLA CROCE
La croce: compimento della rivelazione
Crudeltà senza limiti

IL RINNEGAMENTO
Pietro lo seguì da lontano
Non eravamo degli eroi

IL GETZEMANI
E diceva: «Abbà, Padre...»
La divina solitudine

IL PROCESSO
«Il mio regno non viene da questo mondo»
Abbiamo scelto lui

L'ARRESTO
Quando la forza sembra prevalere
Il debole Gesù

LA CROCIFISSIONE
Volgeranno lo sguardo al crocifisso
Il Dio in agguato

IL PROCESSO

«Il mio regno non viene da questo mondo»

Il processo di Gesù davanti a Pilato, lo leggiamo secondo il racconto di Giovanni.

Prima di intraprendere l'analisi del brano, premettiamo qualche osservazione. Giovanni tipicizza, più esplicitamente degli altri evangelisti, i personaggi.

Una prima premessa.

Sicuramente c'è un richiamo alla figura storica del giudeo, perché Gesù è stato condannato in Palestina, ma il giudeo assurge a figura dell'uomo religioso che, tuttavia, non è il vero credente, perché rifiuta la verità. Ci troviamo di fronte ai giudei che diventano i rappresentanti del mondo incredulo.

Lo stesso discorso vale per l'altra figura presente nel brano, quella di Pilato, il quale, nelle mani del narratore, diventa la figura del potere politico minato da una sua debolezza "strutturale". Non è il potere politico malvagio, ma il potere politico che ha in sé una ragione e una radice idolatrica. Lo stesso processo, che è un evento storico, si trasfigura e diventa il simbolo del processo che percorre tutta la storia. In tutta la storia Gesù Cristo è sotto processo, è rifiutato dagli uni e dagli altri.

Giovanni, quindi, "gioca" con la storicità delle cose, dei personaggi per esplorarne ed esporne il loro significato simbolico. Giovanni usa, per raggiungere lo scopo, una tecnica molto particolare e intelligente che, a volte, viene chiamata "ironia giovannea" e che consiste nel "rovesciamento" dei personaggi. I giudei sono costretti, davanti a Gesù, a rivelare la loro segreta idolatria, come anche Pilato è costretto a farlo. Se, a un certo livello, Gesù è il processato e gli altri sono i giudici, a un livello più profondo è Gesù che costringe gli altri a subire il processo e a svelare se stessi.

Una seconda premessa.

E' la più importante: questo racconto del processo, che in Giovanni occupa un grandissimo spazio, quasi fosse la pagina più importante della passione, l'episodio che maggiormente rivela l'identità di Gesù, è costruito con la tecnica del chiasmo. Vale a dire: nel nostro caso il racconto è diviso in sette quadri, a parte una nota introduttiva e una nota conclusiva. In questo schema il primo quadro richiama l'ultimo, il secondo il sesto, il terzo il quinto. La scena madre, quella centrale, è, dunque, la quarta. Una simile struttura, che non ci deve sorprendere perché è frequente in questo tipo di letteratura (ma è usata spesso, per esempio, anche nelle cerimonie liturgiche o in quelle militari), consente di mettere ordine nel racconto, permettendo al narratore di collocare al centro la figura o il passaggio del racconto che ritiene fondamentale. Tutti gli altri quadri sono funzionali a quello centrale, avendo lo scopo di chiarire ed evidenziare la scena madre. Nel nostro caso, la scena centrale è quella degli insulti dove Gesù è vestito da re da burla.

Inoltre, utilizzando la struttura chiasmica, il narratore ha l'opportunità di ribadire due volte ciò che gli interessa, nel nostro racconto: l'innocenza di Gesù.

L'evangelista, con un'intelligenza narrativa veramente notevole, approfitta della situazione spazio-temporale, in cui avviene il processo, utilizzando la a suo vantaggio: poiché il giorno seguente era giorno di festa, i giudei non potevano entrare nell'aula del tribunale, perché luogo pagano, per non contrarre un'impurità rituale, così il narratore colloca i giudei fuori dal tribunale, Gesù dentro e Pilato che va avanti e indietro facendo da intermediario, da navetta. Seguendo il movimento dell' entrare e dell'uscire di Pilato, si delimitano i contorni dei sette quadri. Ciò permette al narratore di sottolineare il fatto che Gesù non parla più con i giudei, né i giudei con Gesù; il dialogo, ormai, è definitivamente interrotto. Dal punto di vista artistico è, dunque, una scena bellissima, costruita con grande abilità, un vero capolavoro letterario.

Con queste premesse, si può passare alla lettura del testo.

Allora Gesù fu condotto dalla casa di Caifa al pretorio. Era il mattino. I giudei però non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter partecipare al banchetto pasquale. Pilato perciò uscì verso di loro e domandò: «Quale accusa sostenete contro questo uomo? ». Gli riposero: «Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato». Allora Pilato disse: «Prendetelo voi e giudica tela secondo la vostra legge». Ma i giudei replicarono: «Noi non possiamo pronunciare una condanna a morte». In tal modo si adempiva la parola di Gesù che aveva predetto di quale morte doveva morire.

Pilato rientrò nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei giudei?». Gesù gli rispose: «Lo dici da te stesso o altri te l'hanno suggerito?». E Pilato di rimando: «Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non viene da questo mondo. Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei. Ma il mio regno non è da quaggiù». Gli chiese di nuovo Pilato: «Allora tu sei re?». E Gesù: «Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce». Pilato ribatté: «Cos'è la verità?» .

Detto questo, uscì di nuovo verso i giudei, e disse loro: «lo non trovo in lui nessun motivo di condanna. Ma vi è tra voi 1'usanza che io vi liberi uno nel giorno di pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei giudei?». Allora gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba».

Barabba era un brigante.

Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, lo rivestirono di un manto di porpora, e gli si avvicinarono dicendo: «Salve, re dei giudei». E lo prendevano a schiaffi.

Pilato uscì di nuovo dal pretorio e disse loro: «Ora ve lo conduco fuori perché sappiate che non trovo in lui alcun motivo di condanna». Gesù uscì con in capo la corona di spine e rivestito del manto di porpora.

E Pilato disse: «Ecco l'uomo».

Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo! ». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo, io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

Sentendo questo, Pilato si impaurì ancora di più. Rientrò nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Allora Pilato gli disse: «Non mi rispondi? Non sai che io ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti? ». Gesù rispose: «Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha una colpa ancora più grande».

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i giudei gridarono: «Se lo liberi, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato litostroto, in ebraico gabbata. Era la preparazione della pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai giudei: «Ecco il vostro re! ». Ma quelli gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso (18,28-19,16).

Il primo quadro mostra i giudei come uomini religiosi, osservanti, che si preoccupano di mantenersi puri e Pilato, che, disponibile a entrare e uscire, da buon magistrato, vuole conoscere l'accusa. I giudei sono convinti che Gesù è un "malfattore" e Pilato si chiede come mai, poiché lo hanno già giudicato, hanno deciso di portarlo da lui.

I giudei infatti, portando Gesù in tribunale, volevano solamente una ratifica da parte del potere romano, non un processo. Tra giudei e Pilato si apre, dunque, una tensione e vedremo come il contrasto tra le due parti progressivamente si acuisce: i due poteri sono discordi, anche se alla fine concordano sulla necessità di condannare Gesù. Interessante è il commento dell'evangelista che segue la condanna pronunciata da Pilato: In tal modo si adempiva la parola di Gesù che aveva predetto di quale morte doveva morire. L'importanza di questa annotazione, in cui, a differenza dei sinottici, non si dice che così si adempiono le Scritture, consiste nel portare la parola di Gesù sullo stesso livello della parola delle Scritture.

La frase finale (18, 32) è un interessante commento dell' evangelista. Se fosse stato condannato dai giudei sarebbe stato lapidato e non ci sarebbe stato nessun "innalzamento". Ma, consegnato ai romani, Gesù viene crocifisso, quindi "innalzato". L'immagine e le parole di Gesù a cui Giovanni si riferisce: «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (3, 14; 8, 28; 12, 32) è nota e bellissima. Dice le due facce della croce, sempre a motivo di quel "prima" e "dopo" che Giovanni tenta di sovrapporre. Certo la croce è una sconfitta, un'umiliazione, una condanna a morte, ma per uccidere Gesù, si è dovuto "tirarlo su" e questo già racchiude il simbolo della vittoria. Credevano di umiliarlo e invece lo hanno esaltato.

Per guardare il crocifisso si è costretti a guardare in alto e si intravvede già il risorto.

Il secondo quadro, dopo questo primo introduttivo già molto ricco, è importante perché pone esplicitamente il tema della regalità: Pilato, rientrato nel pretorio, rivolge a Gesù alcune domande. Da magistrato vuole giudicare personalmente se deve o non deve essere condannato. Gesù assume un atteggiamento strano, ma non insolito, ribatte con domande e costringe il magistrato a mettersi in discussione.

Quando poi Gesù risponde, riprendendo il discorso, riafferma la sua regalità: «Il mio regno non viene da questo mondo. Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei. Ma il mio regno non è da quaggiù».

Questo" da" è importante, dice 1'origine: non bisogna assolutamente cadere nel1'equivoco di pensare che il regno di Gesù non sia di questo mondo perché appartiene a un altro mondo, e che, quindi, non riguarda questo mondo ma fiorirà in un altro. Non è questo il senso vero della differenza. Il regno di Gesù, che pure riguarda questo mondo come riguarderà l'altro, non proviene dal mondo, dalla logica del mondo: è un contrasto d'origine che, per Giovanni, è una differenza d'essenza, di qualità, di logica.

Non è questione di un mondo di qua o un mondo di là, ma di logiche differenti. E dove sta la differenza? In che cosa consiste?

A quale diversa regalità ci si riferisce?

Deve essere una differenza talmente radicale, assurda e impensabile da suscitare, negli uomini che lo sentono parlare così, uno scoppio di ilarità. Un re così fa ridere, è un re da burla.

Non esiste una pagina di più alta rivelazione.

Il Figlio di Dio vestito da re da burla, perché si è presentato con uno stile che al mondo fa ridere, perché il mondo ha in mente un ben diverso tipo di re.

E dove sta la differenza?

Se il mio regno venisse da questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai giudei: questa è già una prima indicazione utile per cogliere la differenza. Il regno, il potere mondano ha come ragion d'essere la propria sopravvivenza, per cui, se minacciato, combatte e i sudditi sono chiamati a buttarsi nel combattimento per salvare il trono. La regalità di Cristo, invece, non ha come ragione ultima la propria sopravvivenza, tant'è vero che lui si lascia consegnare e morirà sulla croce. Allora c'è qualcosa d'altro che viene prima, che è più importante della propria sopravvivenza, del rimanere al potere, del proprio trionfo. E questo vale anche per i servitori del regno di Dio.

Pilato non capisce nulla e chiede nuovamente a Gesù se è re. Gesù conferma e dichiara: «Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce». Sottolineiamo quel "rendere testimonianza alla verità". E' questo il punto. La differenza tra la regalità di Gesù e la regalità del mondo sta tutta nel valore supremo che Gesù riconosce alla verità, quella di Dio che ama ogni uomo, per difendere la quale è disposto a perdere anche il regno e... la vita.

A questa affermazione di Gesù, Pilato ribatte con una domanda: «Cos'è la verità?», che però rimane senza risposta. Non è elusa, sia perché Gesù ha già parlato fin troppo chiaro con la sua vita e non si ripete più, sia perché, in fondo, Pilato non è interessato a conoscere la verità. Formulata la domanda, esce senza neppur aspettare una possibile risposta.

Pilato è un magistrato giusto e, con un ultimo tentativo, cerca di liberare Gesù perché riconosce la sua innocenza: «lo non trovo in lui nessun motivo di condanna. Ma vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno nel giorno di pasqua. Volete dunque che vi liberi il re dei giudei?». Lascia, dunque, ai giudei la decisione circa la condanna, con la possibilità di scegliere tra Gesù e Barabba. E loro scelgono di liberare Barabba, che, guarda caso, Giovanni sottolinea essere un vero brigante. Non è facile condannare la verità, si cade in un sacco di equivoci, di contraddizioni, si diventa persino ridicoli. La verità smaschera.

Quindi Pilato prende Gesù, lo fa flagellare. E "il re dei giudei" viene preso in giro, vestito con un manto di porpora e incoronato con una corona di spine: è proprio un re da burla, da prendere in giro. Una scena molto dura, eppure questo Cristo in silenzio è il vero re.

Quando Pilato esce di nuovo, si porta fuori anche Gesù per mostrarlo al popolo: «Ora ve lo conduco fuori perché sappiate che non trovo in lui alcun motivo di condanna».

Gesù uscì con in capo la corona di spine e rivestito del manto di porpora. E Pilato disse: «Ecco l'uomo». Non vi è nessun dialogo tra Gesù e il suo popolo, nessuna parola. Resta lì, in piedi, umiliato, ma con una grandissima forza dentro, con quella dignità che non si scompone di fronte alla gente che urla e si agita.

Pilato non trova motivo di condanna, ma i giudei vogliono che Gesù sia crocifisso, e alla fine manifestano il motivo del loro accanimento: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». Dunque è un motivo religioso.

Il procuratore, sentendo questo, si impaurisce e rivolge a Gesù una domanda ancora più radicale della precedente: «Di dove sei?», che è come se domandasse: «Qual è la tua origine? Chi sei? ». E' una domanda cruciale. Gesù non risponde. Ma come! E' la domanda decisiva, noi avremmo colto al volo l'occasione per spiegarci. Gesù, invece, non risponde. Un comportamento sorprendente. Il Gesù di Giovanni, a differenza del Gesù di Matteo, di solito si dilunga nelle spiegazioni, anche durante il processo, tant'è vero che, anche in questo caso, subito dopo risponde a Pilato. Ma a questo quesito non aggiunge nulla, forse perché è una domanda, come la precedente, alla quale ciascuno deve rispondere personalmente. Gli elementi in nostro possesso sono sufficienti, sappiamo cosa fa, come ragiona: chi è dobbiamo scoprirlo noi. Nessuno, infatti, può rispondere al nostro posto, perché nessuno può scegliere al nostro posto, nessuno può farei credere o no, neanche Dio.

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i giudei gridarono: «Se lo liberi, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare»: in fondo Pilato è un magistrato retto, ma è ricattabile anche lui, perché, da buon funzionario, al di sopra di tutti i valori c'è la ragione di stato. Gli spiace condannare un innocente, ma la ragione di stato viene prima. Questa è la segreta idolatria del potere, anche di quello" onesto": avere se stesso come fine, per cui non si può salvare un innocente mettendo a repentaglio l'ordine pubblico, o anche

semplicemente il proprio prestigio. Non tutto è sottomesso alla verità, prima della verità viene il proprio interesse, la propria consistenza.

Di fronte alla verità o si tolgono tutti i possibili ricatti, anche quelli che hanno come oggetto la propria sopravvivenza, o non si è servi della verità. Chi vuol salvare se stesso a ogni costo è disposto a tacere, a prendere le distanze, a "lavarsi le mani".

Anche i giudei sono a loro modo idolatri. Saranno anche sinceramente religiosi, ma di fronte a una voce libera e disarmata che li obbliga a ripensare il loro schema religioso, la loro teologia, rifiutano. Parlano di Dio, ma non è Dio il loro supremo interesse, al primo posto viene la loro teologia, le loro abitudini, il loro potere. O accettano di mettere in discussione la loro idea di Dio o sono costretti a far fuori Gesù che si proclama Figlio di Dio.

Questo è il peccato degli intellettuali: hanno elaborato una sintesi e questa impalcatura non la si può toccare. Se la realtà è troppo lunga l'accorciano, se è troppo corta l'allungano, ma a loro non viene neppure in mente che sia sbagliata la loro misura.

Dunque la conversione, prima di essere "morale", è "teologica", tocca, cioè, il livello della libertà che si lascia educare da Dio, seguendolo in obbedienza. Poi si può essere incoerenti, si possono fare degli sbagli, ma il cuore è docile, la mente aperta e le idee si convertono a una conoscenza sempre maggiore. Abbiamo visto, dunque, che i giudei ricattano Pilato, ma anche Pilato ricatta i giudei e, ironizzando, chiede: «Metterò in croce il vostro re?», e i sommi sacerdoti rispondono: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare».

Il popolo si è prostituito fino a cancellare, per condannare Gesù, il comandamento, motivo di orgoglio storico: non avere altro re all'infuori di Dio.

Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Abbiamo scelto lui

Le guardie conducono il prigioniero in un angusto carcere, nel vecchio edifico del Santo Uffizio e ve lo rinchiudono. Passa il giorno, sopraggiunge la notte, la cupa, calda, soffocante notte sivigliana. L'aria odora "di lauro e di limone".

In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la porta di ferro della prigione, e il vecchio Grande Inquisitore in persona, con una torcia in mano, entra a passo lento.

E' solo, la porta si chiude subito alle sue spalle. Si ferma sulla soglia e, per uno o due minuti scruta il viso di lui.

Infine si avvicina a passo lento, posa sul tavolo la torcia e gli dice: «Sei tu? Sei tu?». Ma, poiché non riceve risposta, subito prosegue:

«Non rispondere, taci! Che cosa potresti dire? So troppo bene ciò che potresti dire. Non hai il diritto di aggiungere nulla a quanto hai già detto una volta...

E ora perché sei venuto a disturbarci? E perché continui a guardarmi, in silenzio, con i tuoi occhi miti e penetranti? Va', va' in collera! lo non voglio il tuo amore, perché nemmeno io ti amo. E che cosa dovrei nasconderti? Forse non lo so con chi sto parlando?

Tutto quello che ho da dirti ti è già noto, lo leggo nei tuoi occhi. E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse tu lo vuoi proprio sentire dalle mie labbra? Ebbene, allora senti: noi non siamo con te, ma con lui (l'anticristo, il satana, n.d.r.), ecco il nostro segreto!

E' un pezzo che non siamo più con te..., che noi accettiamo da lui ciò che tu avevi rifiutato con sdegno, quell'ultimo dono che egli ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra; noi abbiamo accettato da lui Roma e la spada dei Cesari, e ci siamo proclamati re della terra, gli unici re, anche se, sino a oggi, non abbiamo ancora avuto tempo di portare a termine l'opera nostra.

Ma di chi la colpa? Oh, quest'opera è sinora soltanto agli inizi, ma è cominciata! A lungo si dovrà attenderne il compimento, e la terra dovrà ancora molto soffrire, ma noi raggiungeremo la meta, saremo i Cesari, e allora penseremo all'universale felicità degli uomini. Tu, però, già da allora avresti potuto prendere la spada dei Cesari! Perché hai ricusato quest'ultimo dono?

Accettando il terzo consiglio dello spirito potente, avresti realizzato tutto ciò che l'uomo cerca sulla terra: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in che modo unirsi tutti, finalmente, in un formicaio indiscutibilmente concorde, giacché la necessità di unione universale è il terzo e ultimo tormento degli uomini...

Accettando il mondo e la porpora dei Cesari, tu avresti fondato questo regno universale e avresti dato agli uomini la pace universale.

Chi, infatti, deve dominare gli uomini se non coloro che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane? E noi abbiamo preso la spada dei Cesari! Ma, prendendola, abbiamo naturalmente ripudiato te e abbiamo seguito lui...

Domani, te lo ripeto, tu vedrai che questo gregge mansueto si precipiterà, al mio primo cenno, ad attizzare i carboni ardenti del tuo rogo sul quale ti brucerò, perché sei venuto a disturbarci.

Perché se c'è qualcuno che, più di tutti, abbia meritato il nostro rogo, quello sei proprio tu. Domani salirai sul rogo. Dixi».

F. Dostoevskij, «I fratelli Karamazov», trad. di G. De Dominicis Jorio, ed. Paoline, Roma, 1977

 

La "Leggenda del Grande Inquisitore" occupa il posto centrale non solo nel romanzo "I fratelli Karamazov" di Fedor Dostoevskij (1821-1881), ma in tutta l'opera del grande romanziere russo. Siamo nella Siviglia del XVI secolo e Cristo ritorna sulla terra. Ridà la vista a un cieco e risuscita una fanciulla tra lo sbalordimento della folla. In quel momento passa il Grande Inquisitore che assiste al miracolo e fa arrestare Gesù, accusandolo di aver rifiutato la teocrazia e il potere, proposte allettanti suggerite da Satana, e di aver consegnato gli uomini al rischio della libertà e della responsabilità. Per Dostoevskij questa leggenda è metafora della storia umana, sociale e individuale: con Dio o contro Dio? Seguaci della logica umana o di quella divina?