PICOLI GRANDI LIBRI   HANS URS VON BALTHASAR

IL CUORE DEL MONDO

Jaca Book, 2006

IL REGNO

IL DOLORE

LA VITTORIA

I. PRIGIONE DEL FINITO!

V. NON HO VOGLIA.

X. NESSUNO HA VISTO L'ORA DELLA TUA VITTORIA!

II. EGLI VENNE NEL MONDO.

VI. SAI, SIGNORE,

XI. TOMMASO,

III. LA SUA DISCESA NEL MONDO.

VII. SE HAI DEL FUOCO IN CASA,

XII. INVISIBILE È IL MIO REGNO,

IV. IO SONO LA VITE, VOI I TRALCI.

VIII. TU SEI IN CARCERE.

XIII. O SELVA BEATA DEL TUO AMORE.

 

IX. ALLONTANATI DA ME,

 

 

II. EGLI VENNE NEL MONDO.

Carico della sapienza e conoscenza del Padre, fornito di tutti i tesori dell'abisso. Espressione dell'inesprimibile. Egli è in principio la Parola. Ed aprendo la bocca davanti al mondo e iniziando a parlare del Padre, iniziò anche ad enunciare se stesso, perché è la Parola vivente, colui che parla e, insieme, il discorso parlato.

Egli venne nel mondo per rivelare se stesso come la rivelazione del Padre, e mentre trasferiva in questa notizia ogni sua mira e il senso del suo essere, ed altro non voleva che essere specchio e finestra del Padre, volontà ed essenza di entrambi coincisero, e quest'unità fu lo Spirito Santo. Trinitaria fu dunque l'azione, e trinitario il contenuto della rivelazione, e nucleo ed essenza di ogni verità fu racchiuso nella Trinità, radice e meta di tutte le cose.

In questo discorso la Parola di Dio era l'amore. Perché chi apre se stesso ama parteciparsi; e questo, Dio fece con la sua Parola. Lo stesso dire era l'amore di Dio e perciò anche il detto. Nient'altro infatti era il dire che il detto, perché la Parola era presso Dio e la Parola era Dio. Una sorgente cominciò a scorrere, e nel fatto stesso di questo scorrere consisteva la sorgente. C'erano abbastanza morte cisterne nel mondo, ma la cosa nuova era: scorre dell'acqua e si diffonde. Era straripata la coppa di Dio, si sarebbe potuto credere per l'eccesso di ira; ma se è Dio che tempesta, la nube dell'ira versa un sussurro d'amore.

L'acqua tende verso il basso e anche l'amore va verso il fondo, è la sua forza di gravità. Ciò che viene da sopra non ha bisogno di altezza, ha bisogno di profondità, vuole sperimentare l'abisso. Ciò che viene dall' alto è già intatto e puro, solo discendendo può rivelarsi. Ciò che viene dal basso tende naturalmente all'altezza, l'istinto mira alla luce, vuole il potere, ogni spirito limitato vuole affermarsi e svolgere la sua corona nel sole dell'essere. Ciò che è povero vuol essere ricco: di forza, calore, mediante sapienza e sentimento comunicativo. Questa è la legge del mondo. Poiché tutte le cose si protendono dal nodo del seme verso la vita evoluta, il possibile preme impaziente verso la forma, l'oscuro punta alla luce rompendo la terra che lo copre. Nel loro generale protendersi gli esseri si urtano l'un l'altro e si delimitano reciprocamente e questi confini si muovono in gioco ed in lotta per l'esistenza, e le delimitazioni tra esseri si chiamano costume, convenzione, famiglia, stato. A suo modo tutto questo premere, questa entelechia, attesta l'essenza buona del Creatore - poiché ogni buona cosa urge oltre se stessa verso il suo sviluppo - è l'oscura tendenza della creatura verso Dio. Perché questo impulso è inquieto, affamato e insaziabilmente coinvolge l'uomo il mondo e Dio, per calmare il proprio vuoto. Povero e bramoso viene quindi chiamato l'amore dell'uomo fin dai tempi antichi, e bisognoso del bello per generarvi, ebbro e cieco com'è, qualcosa di amabile.

Ma la Parola venne dall'alto. Venne dalla pienezza del Padre. In essa non c'era tensione, perché era essa stessa la pienezza. Luce era in essa e vita ed amore senza desiderio, amore che ebbe compassione del vuoto e decise di riempirlo. Ma l'essenza del vuoto era di tendere esso stesso alla pienezza, era un vuoto in fermento, un abisso armato di denti. La luce venne nelle tenebre, ma le tenebre per la luce non avevano occhi, erano fatte solo di fauci. Venne la luce a illuminazione di coloro che stanno seduti all'ombra dei sepolcri, e illuminazione voleva dire: riconoscere il dono della luce e mutare anche se stessi in luce che si dona. Ciò sarebbe stata la morte dell'istinto e la sua resurrezione nell'amore.

L'uomo mira all'alto e la Parola al basso. Così i due si incontreranno, a mezza strada, al centro, sul luogo del mediatore. Ma si incroceranno, come spade; le loro volontà sono contrapposte. Giacché assai diversamente che uomo e donna si rapportano Dio e uomo; in nessun modo i due si integrano a vicenda. E non è legittimo dire che Dio ha bisogno del vuoto per mostrare la sua pienezza, come l'uomo ha bisogno della pienezza per alimentare il suo vuoto; o che Dio discende affinché ascenda l'uomo. Se questa fosse la mediazione, l'uomo avrebbe sì inghiottito in sé l'amore di Dio, ma come nutrimento ed aumento della sua avida brama, la sua volontà di potenza si sarebbe alla fine impadronita di Dio, e così la Parola sarebbe stata strozzata e le tenebre non l'avrebbero compresa. E le ultime cose dell'uomo sarebbero state peggiori delle sue prime, perché egli avrebbe rinchiuso entro il cerchio stregato del suo io non solo i suoi simili, ma lo stesso Creatore e l'avrebbe degradato a leva dei suoi desideri egoistici.

Piuttosto, ammesso che debbano incontrarsi: quale strada bisognava percorrere? Le tenebre dovevano illuminarsi, la brama cieca sciogliersi in amore chiaroveggente, e la sagace volontà del possesso e dello sviluppo chiarirsi nella folle sapienza dell'autodispersione. Invece di perseguire, evitando la Parola di Dio, la temeraria salita per raggiungere il Padre, è stata proclamata una nuova istruzione: insieme con la Parola invertirsi, discendere dai gradini conquistati, trovare Dio lungo la strada del mondo, andare al Padre per nessuna altra via che quella del Figlio. Poiché solo l'amore redime, ma che cosa è l'amore lo sa Iddio, perché Dio è l'amore. Non esistono due specie di amore. Non esiste, accanto all'amore di Dio, un altro amore, umano. Ma quando Dio decide e la sua Parola viene proclamata, allora l'amore discende e trabocca sul vuoto, allora egli ha eretto la tavola della legge di ogni vero amore.

Ma in che modo avrebbe mai dovuto l'uomo comprendere questo? Perché da tempo assai lungo desiderio, impulso ed istinto della sua natura si erano irrigiditi nel peccato, il morbo della volontà convergente sull'io come un cancro aveva lacerato il tessuto dell' anima sua. Il ricco cuore che Dio gli aveva donato ondeggiava tutto folto di passioni e consumava se stesso nella malinconia, ogni tentativo di sfuggire alla prigione interiore lo rigettava in una schiavitù ancora peggiore. Così coatto e represso egli si diede a glorificare l'odiata corvée e a cingere la fossa dell'io di terrapieni e di buche. Chi a un tale io dichiara la guerra sia bene avvisato. Si sarebbe dovuto abbattere ronda su ronda, e se il nemico fosse penetrato già oltre il ponte e si fosse trovato il castello già tra le fiamme, e non fosse rimasta ormai che una torre a resistere disperatamente, l'uomo non si sarebbe arreso fino a che l'ultima porta non fosse stata infranta, l'ultima freccia scoccata, l'estrema energia del suo braccio paralizzata in una lotta mortale all'arma bianca.

La Parola venne dunque nel mondo. Venne nella sua proprietà, ma i suoi non l'hanno ricevuta. Brillò nell'oscurità, ma le tenebre se ne sono distolte. Così la rivelazione dell'amore dovette decidersi alla battaglia per la vita e la morte. Dio venne nel mondo, ma un muro di lance e di scudi si irrigidì a difesa. La sua grazia cominciò a piovere gocce, ma il mondo si fece gommoso e impenetrabile, e le gocce scivolarono via. Il mondo si era chiuso ermeticamente. Chiusa la circolazione della vita umana, sufficiente e soddisfatta di sé. Ogni aspirazione al di là dei suoi limiti veniva di continuo riassorbita nei limiti. Chiusa la religione, un cerchio di usi e di riti, di preghiere ed offerte, di prestazioni dell'uomo e di controprestazioni della divinità, un costume ereditato dagli avi e intangibile tranne che da parte di delinquenti. Chiuso e ben corazzato da tutte le parti era il mondo contro Dio, e non aveva occhi per fuori, perché tutti i suoi sguardi erano rivolti a sé verso dentro, ma questo interno sembrava una sala di specchi, dove le cose limitate sembravano rifrangersi in lontananze a perdita d'occhio, poneva se stessa in assoluto e in infinito, e bastava quindi a se stessa come Dio. Solo le fauci del mondo si aprivano verso fuori, pronte a ingoiare chiunque osasse avvicinarsi.

E quando ora la Parola di Dio vide che la sua discesa non poteva diventare altro che la sua morte e rovina, e che la sua luce doveva sprofondare nelle tenebre, essa accettò questa battaglia e dichiarazione di guerra. Ed escogitò questa imperscrutabile astuzia: immergersi come Giona nel ventre del mostro e avanzare fino alla cella più interna della morte. Far esperienza della prigione estrema della peccaminosa voglia e vuotare la feccia del calice. Offrire la fronte all'infinita brama di potenza e di violenza. Dimostrare la vanità del mondo con l'inutilità della sua stessa missione. Rappresentare l'impotenza della ribellione nell'impotenza della sua obbedienza verso il Padre. Portare alla luce la debolezza mortale di questa difesa disperata contro Dio mediante la propria stessa debolezza mortale. Lasciare al mondo la sua volontà e fare in questo la volontà del Padre! Dare al mondo la volontà del mondo e in questo modo spezzarla. Lasciare spezzare il suo calice e in tal modo versare se stesso! Con il versamento di un'unica goccia di sangue dal cuore divino addolcire il mare immensamente amaro. Doveva essere lo scambio più inconcepibile: che dall'opposizione più estrema uscisse l'unificazione più eccelsa e si dimostrasse, nell'estrema vergogna e sconfitta, la forza massima della vittoria. Perché la sua debolezza sarebbe già la vittoria del suo amore per il Padre e la sua riconciliazione, e l'atto della sua forza suprema sarebbe stato questa debolezza grande a tal punto da superare di gran lunga la miserabile inermità del mondo e da abbracciarla in sé come da sotto. Egli soltanto sarebbe di qui innanzi la misura e quindi anche il senso di ogni impotenza. Voleva sprofondare sì a fondo che ogni cadere sarebbe stato un cadere dentro di lui. E ogni rigagnolo dell'amarezza e della disperazione sarebbe d'ora in poi defluito giù fin nel suo abisso più profondo.

Nessun combattente è più divino di colui che è in grado di vincere con la sconfitta. Nell'attimo in cui egli riceve la ferita mortale, il suo avversario crolla a terra definitivamente colpito. Perché costui colpisce l'amore e viene così dall' amore colpito. E mentre l'amore si lascia colpire dimostra quod demonstrandum: che esso è appunto l'amore. L'odiatore colpito riconosce il suo limite e comprende: può comportarsi comunque egli voglia, ovunque egli attinge un amore più grande. Quanto egli crede di opporre: insulto, indifferenza, disprezzo, riso e ironia, silenzio mortale, diabolica offesa; ogni cosa non potrà che dimostrare la superiorità dell'amore; l'amore riemerge più radioso da ogni notte più nera. Perché ogni vita nel mondo si piega un giorno o anche più volte alla morte e deve attraversarne impotente la soglia; in tale passaggio si attua alla fine il gesto del Figlio, che a ogni impotenza dà contenuto e significato. Tutt'attorno noi siamo circondati da un limite in ogni sua parte mortale, e noi che ancora pensavamo di escludere Dio dal nostro spazio ben chiuso o di potervelo includere, abbiamo così facendo dimostrato l'esclusività del suo amore che ci tiene racchiusi nelle sue braccia invincibili. Poiché già è diventata la morte -la nostra morte - una trasformazione dell'amore.

Ma il piano e l'astuzia di Dio non sono ancora perfetti; vi manca ancora il termine medio. Lo strumento ancora vi manca per penetrare nell'interiorità del mondo e trasformarlo da dentro, il talismano per forzare la porta sbarrata. Egli creò allora il suo cuore e lo pose al centro del mondo. Un cuore umano, che conosce la tensione e la nostalgia del cuore umano, esperto di tutti i grovigli e vagabondaggi, atmosfere e metamorfosi, di tutte le beatitudini amare e beate amarezze, che un cuore umano ha mai assaggiate. Questa cosa creata, la più pazza e più indocile e trasformistica di tutte le cose create. Questo luogo di ogni fedeltà e tradimento, questo strumento che è più ricco di tutta un'orchestra, più povero del vuoto stridio di un povero grillo, e nella sua incomprensibilità una copia speculare rovesciata dell'incomprensibilità divina. Questo egli trasse, mentre dormiva, dalla costola del mondo e ne fece l'organo del suo amore divino. Con quest'arma egli stava - come il guerriero nel ventre del cavallo di Troia - già in mezzo al paese nemico, partecipava già al meccanismo del mondo, sapeva già tutto da dentro; come in un sogno poteva auscultare in questa conchiglia il mare di sangue dell'umanità: il suo tradimento gli era già stato rivelato, e conosceva ormai come Hagen il punto vulnerabile nel collo di Sigfrido. Perché nello spazio interiore del cuore ogni mistero è dispiegato ed aperto, e le onde del sangue lo fan rifluire spoglio ed inerme da un cuore d'uomo ad un altro. Egli prese parte a tutta questa circolazione sanguigna.

D'ora in poi la sua morte non era ormai più evitabile. Giacché quale cuore è in grado di potersi difendere? Non sarebbe più un cuore se avesse scorze e corazze, non sarebbe più un cuore se, ormai inerme dischiuso alla corrente che l'investe, vita donando dalla propria inesausta riserva di vita, non dimenticasse ormai tutto nel giubilo di questa sua prodigalità. Ebbro è ogni cuore così ricco di sangue e unicamente occupato ad attrarre in nuova danza l'immobilità; una selvaggia gelosia lo consuma; inesorabilmente egli batte il ritmo dell'amore, così che la ripercussione della sua tirannica frusta riecheggia ancora nel sonno attraverso il corpo fino alle membra più estreme. Cuore e vita, cuore e sorgente, cuore e nascita sono un'unica cosa. Quando un cuore potrebbe aver tempo per pensare a lotta e a difesa? Mentre tutte le membra dormono e soggiacciono alla tentazione della morte, il cuore insonne mantiene in vita gli inconsapevoli. Difendersi possono, vincere devono esteriormente il nemico, il cuore senz' armi dona loro la forza dal suo centro di fuoco. Ogni guerra si nutre di esso, ma esso stesso è la pace. Ogni potere esce da lui, ma lui stesso è l'impotenza. Ogni salute scaturisce da questa ferita che sanguina incessante.

Ogni cuore è senza difesa perché è la sorgente; perciò ogni nemico ha per sua mira il cuore. Abita qui la vita, qui si può coglierla. Qui essa sale, giovane fresca nuda, dall' abisso del nulla. Qui tu puoi porre il tuo dito sulla vena pulsante dell'essere, coi tuoi occhi vedere la sua rigenerazione. Rossa nel rosso essa pulsa nella rosa della vita, e l'occhio vi s'immerge nel mistero della nascita prima. Tutto irradia da questo centro generativo, e quando le arterie dal lungo errore ritornano, ciò che è fluito, stanco e oscuro rifluisce, per reimmergersi nel polso dell' origine, il fiacco calore che porta con sé è ancora pur sempre un'eco del principio. Ogni mistero della vita ha il suo inizio nel cuore. Pesantemente cariche di mistero escono sui flutti del sangue le sue flotte dal porto; e quanto esse, rientrando dalle isole più remote, sussurrano nel grande orecchio materno della sorgente può mai essère qualcosa di nuovo, più vivo della vita? Dice se stessa la vita nei ritmi immortali" martellanti del cuore, e le sue tempeste e bonacce, i suoi saliscendi, i suoi andirivieni si amplificano in legge di vita del corpo intero.

La Parola venne dunque nel mondo. La vita eterna si scelse il luogo di un cuore umano. Decise di abitare in questa tenda tremante, le piacque di lasciarsi colpire. Così la sua morte fu cosa decisa. Perché inerme è la fonte della vita. Dio nella sua eterna fortezza, nella sua inaccessibile luce, era inespugnabile, come spari di bambini le frecce del peccato si spuntavano alle bronzee mura della sua gloria. Ma Dio nell'abitacolo di un cuore, come era facile da raggiungere. Bastava un attimo per danneggiarlo. Più facile ancora di un uomo; perché un uomo non è solo un cuore; è cartilagine e osso, muscolo tenace e pelle indurita; ci vuol proprio una cattiva intenzione per ferirlo. Ma un cuore: quale bersaglio! Quale mai esca! Quasi senza pensare vi si indirizza il tiro della fionda. Quale tallone di Achille si era Dio procurato, in che pazzia si era mai gettato. Egli stesso aveva rivelato il punto debole del suo amore. Si era appena saputo che si trovava come un cuore tra tutti noi che affiliamo le frecce e assestiamo l'arco. Una pioggia lo sorprenderà, una grandinata; proiettili a milioni volano a bersaglio sulla piccola macchia rossa.

Il suo cuore, che è senza difesa, non lo difenderà. Un cuore non ha intelligenza, infatti. Non sa perché si spara. Non ci sarà chi si schieri con lui. Lo si tradirà (ogni cuore è infedele). Non ci si ferma mai, infatti, si va, si corre; e poiché l'amore corre sempre più forte, correrà più forte anche il suo cuore incontro al nemico. Sua delizia è dimorare tra i figli dell'uomo, sua passione è sapere quanto piacciono i cuoi stranieri, gli altri. Questo piacere ha voluto gustare, un gusto che gli è costato molto. Mai più dimenticherà questo gusto nelle più lontane eternità. Solo un cuore poteva progettare simili avventure, follie che conviene non raccontare a chi ha il ben dell'intelletto, che conviene passare sotto silenzio, che si covano soltanto in un' alleanza fra carne e sangue, follie del povero cuore che dalla sua povertà nascosta e da uno squallido campo terreno sa evocare tesori davanti a cui stupiscono i celesti.

Venne così il Figlio nel mondo, e il suo cuore lo ha trascinato Dio sa dove, perché ogni cuore morde impaziente la corda, fiuta tracce che nessuno fiuta, guizza per vie che solo lui conosce. E sono, questi due, in ultima analisi d'accordo, il Signore e il suo cuore. Il cuore segue volonteroso la volontà del Signore che lo adesca nella tana della volpe. E il Signore segue volonteroso le piste del cuore che lo guidano in avventure mortali: a caccia di uomini nelle foreste vergini del tenebroso mondo antidivino.

Incomprensibile segno issato in mezzo al mondo tra cielo e terra! Corpo misto, simile a un centauro, in cui si fonde ciò che doveva rimanere eternamente diviso in veneranda distanza! Il mare divino cacciato di forza nella minuscola fonte di un cuore d'uomo, l'immensa quercia della divinità nel piccolo fragile vaso di un cuore terreno. Dio, altissimo sul suo trono di gloria, e il servo, che faticoso lavora ed adora inginocchiato nella polvere, l'uno e l'altro non più distinguibili. Coscienza regale dell'eterno Dio compressa nell'incoscienza dell'umana umiltà. Tutti i tesori della sapienza e scienza di Dio ammucchiati nella camera angusta dell'umana povertà. La visione dell'eterno Padre avvolta nelle congetture di una fede offuscata. La roccia della sicurezza divina trainata sull' onde di una speranza terrena. Il triangolo della Trinità con la punta rivolta verso un cuore umano.

Così questo cuore oscilla, come l'anello stretto della clessidra, tra il cielo e la terra, e la sabbia scorre senza sosta dal contenitore da sopra verso il fondo terreno. Da sotto per contro sale attraverso l'anello un debole odore, un odore estraneo al cielo verso le alte sfere, e neanche una parte dell'infinita divinità non viene raggiunta da questo aroma nuovo. Lieve e costante un vapore colar rosso pallido si stende sui bianchi campi angelici, e l'inaccessibile amore del Padre e del Figlio assume il colore della tenerezza e della cordialità. Tutti i misteri di Dio, che celavano fino adesso il loro volto sotto sei ali, si scoprono e sorridono in direzione degli uomini laggiù. Infatti impensabilmente brilla loro incontro, come sdoppiato, di ritorno dallo spazio terreno come in uno specchio, lo stesso proprio volto.

Ogni uno diventa due e ogni due uno. Non una pallida copia di celeste verità si riflette sulla terra, ma la stessa celeste realtà, tradotta in lingua terrena. Se il servo quaggiù crolla a terra stanco e consunto e, Dio adorando, tocca con la testa la terra, allora questo povero gesto assume in sé ogni riverenza del Figlio increato davanti al trono del Padre. E aggiunge a questa eterna perfezione per sempre l'inapparente opaca perfezione, dolorosa faticosa, di una umana umiltà. Ma il Padre non ha mai così interamente amato il Figlio come quando lo ha scorto sfinito in ginocchio. Giurò allora a se stesso che avrebbe innalzato questa piccola creatura al di sopra di tutti i cieli fino al suo cuore paterno, questo figlio dell'uomo che è suo Figlio, e per amore di quest'Unico anche tutti gli altri, che assomigliano a quest'Unico, Diletto sopra ogni altro, nei quali egli intuisce, confusi e distorti, i tratti di suo Figlio. E quando il servo, diventato giocattolo dei suoi carnefici, ricoperto di sangue, coronato di spine, nascose a tal punto il suo volto che lui stesso, suo Padre, trova che è più umano perfin l'assassino e lo assolve, mentre la folla urlando perseguita a morte l'altro che non è più suo Figlio, allora l'eterna maestà non è mai stata finora raggiunta da un così perfetto onore e splendore, perché nell'inconoscibile volto di quel reprobo si riflette immacolata e radiosa la volontà del Padre.

Chi può qui dividere ciò che non si può più dividere? Chi separa la gloria di Dio dalla forma di schiavo dell'uomo? Chi distingue, in questo agire terreno di Dio, ciò che esce dallo strumento umano, a cui tutto è stato tolto, e ciò che è proprio della grazia che strappa al violino suoni che non ha? Chi può decidere ciò che può un cuore umano quando esso, innalzato sopra di sé, diventa espressione del divino e precisamente così è in grado di rappresentare, di dar via quanto c'è in esso di più umano? Chi può mostrare il confine tra l'umanità racchiusa in un cuore terreno e l'altra umanità a cui l'amore celeste è in grado di estenderlo? E chi può dire che nell'infinità seconda celeste il cuore umano dovrebbe cessare di battere, venendogli meno il respiro, perché non è estensibile fino ai confini del mondo, anzi di Dio stesso, oppure che un lo divino non ha spazio abbastanza per abitare in un cuore così amplificato, e dunque il mondo vi trova facilmente posto e senza forzatura alcuna e come dà sé? Chi è così temerario da affermare che il finito è sufficiente per noi, e che la silenziosa felicità di un angolo di terra, un certo numero d'anni, una felicità smorzata, una felicità modesta possano bastare al cuore, e che la realtà umana, quando essa sia pulitamente separata dal divino, gusta la sua transitorietà e piegata su se stessa centellina le sue proprie lacrime come un vino glorioso? Invece che alzare lo sguardo al grande cuore che è al centro, celebrare l'annientamento e la sconfitta di tutte le barriere, e capire che l'Altissimo guarda alla bassezza della sua creazione con tale amore da attirarla a sé e da eleggere la carne e il sangue come patria e dimora di grazia sovraumana?

Canta, mio cuore, le vastità del cuore del mondo! Se il triplice mare della vita eterna dall' alto risuona dentro il piccolo guscio, si alza da sotto, schiumando, il contro-mare di tutti i paesi ed i tempi, la torbida onda precipitosa del mondo, la nera schiuma del peccato, tutto: tradimento e viltà, boria, angoscia e vergogna si alzano verso l'alto, puntano e premono dentro il cuore del mondo. Ed entrambi i due mari vi cozzano insieme come acqua e fuoco, sopra il campo sottile si decide l'eterna battaglia fra il cielo e l'inferno. Mille volte esso dovrebbe scoppiare sotto questa aggressione, ma resiste, consiste, vince la prova. Tutta la cavità del cielo e dell'inferno la svuota in un unico movimento, con il gemito più profondo gusta la gioia più alta. E ciò che qui giubila e piange tuttavia non cessa un momento di essere ciò che era: un semplice cuore umano. Resistendo al duplice assalto, al doppio uragano dell' amore e dell' odio, al duplice fulmine del giudizio e della grazia, non scoppierà il piccolo cuore, neppure quando il Padre un giorno, nascosto, accompagnandosi ai traditori, lo abbandona solo in mezzo al mondo, circondato da tutte le parti da gelide tenebre, aggredito da tutte le fiamme dell'inferno, irriso dalle smorfie di tutti i peccati, inimmagin abilmente angosciato, sepolto vivo, precipitato nell' abisso. Ma la stessa morte non lo può uccidere, né tutte le acque dell'inferno affogare, e così questo cuore, che ama ancora quando il Padre gli si chiude, sembra la cosa più grande, ancora più grande se le meraviglie di Dio fossero le meraviglie del cuore umano: ma esso è appunto il cuore umano di Dio.

Perché questo è da sapere: se delle barriere umane fossero capaci di accogliere la pienezza di Dio, questo sarebbe un dono di Dio e non la forza di comprensione della creatura. Solo Dio può amplificarsi all'infinito senza rompere la finitezza. E ancora più grande del miracolo per cui un cuore può essere allargato fino alla misura di Dio è quello per cui Dio può venir ridotto fino alle misure dell'uomo. Quello per cui la mentalità del signore ha trovato posto nella mentalità del servitore. Quello per cui l'eterna visione, senza scomparire, si è offuscata fino alla cecità di un verme schiacciato sotto i piedi. Quello per cui il sì perfetto alla volontà del Padre ha potuto essere detto tra gli impulsi alla bestemmia degli istinti eccitati di un agnello martoriato a morte. Quello per cui l'eterna distanza di amore che pur eternamente si chiude nell' abbraccio di entrambi nello Spirito ha potuto dilatarsi come la distanza tra cielo e terra, sul fondo della quale il Figlio geme dicendo «Ho sete», e lo Spirito altro non è che il grande caos che separa e che non si può attraversare. Quello per cui la Trinità ha potuto deformarsi nella caricatura del rapporto tra giudice e peccatore. Quello per cui l'eterno amore ha potuto rivestire la maschera dell'ira divina. Quello per cui l'abisso dell' essere ha potuto scivolare in un abisso del nulla.

Ma anche questo mistero è incluso e tenuto nello spazio di un cuore. Nel suo centro s'incontrano essere e non essere. A lui solo è noto il nodo e la soluzione dell'enigma. Nel suo asse s'incrociano le due travi. Ogni abisso vien superato dallo slancio del suo amore. Ogni contraddizione ammutolisce davanti alla parola della sua dedizione. Un singolo, concreto cuore, esso è alla pari l'amore incarnato di Dio come l'amore divinizzato dell'uomo. La rappresentazione perfetta della triplice vita in Dio e la perfetta viva espressione di un semplice sentimento davanti a Dio. Distanza e vicinanza coincidono. li servo è come servo l'amico, e l'amico è come amico il servo. E niente vien fuso oppure confuso, nessun limite nell' ebbrezza dell'infinito prevale. Esatta e chiara e ferma come cristallo si mantiene la forma, e il contorno, e ciò che il peccato ha caoticamente mischiato viene nitidamente distinto in obbedienza e adorazione. Sobria è l'ebbrezza di questo amore, verginale il talamo nuziale del cielo e della terra.

Giacché non l'estasi salva ma l'obbedienza. E non la libertà dilata bensì il vincolo. Dunque legata nella costrizione dell'amore è venuta la parola di Dio nel mondo. Come servo del Padre, come il vero Atlante, si è caricato il mondo sulle spalle. Unì insieme nella propria azione le due volontà nemiche e disciolse unendole tutte e due il nodo indissolubile. Osò esigere tutto dal suo cuore e pretendendo l'eccessivo da sé trascinò in alto il suo cuore a prestazioni impossibili. In questo sovraccarico il cuore conobbe il suo divino Signore, conobbe la felicità e l'amore (che domanda sempre in eccesso), e si aprì al comando.

Si aprì al mondo. Prese su di sé il mondo. Divenne il cuore del mondo. Si espropriò in cuore del mondo. L'antro nascosto divenne strada per eserciti, su cui le carovane della grazia discendono, ed ascendono le lunghe processioni dei piangenti e dei mendicanti. Un andirivieni e un trambusto come nelle grandi piazze di transito e nelle centrali del commercio. Tutto ciò che sale riceve qui il suo passaporto e le sue credenziali, un unico cuore compie il lavoro di centomila impiegati. Tutto ciò che discende viene qui dettagliato e distribuito. Nessuno può venir trascurato, ognuno ha bisogno del suo aiuto, della sua missione, di chiare informazioni sulla propria strada ulteriore, del suo conforto, del suo viatico. A perdita d'occhio arriva qui la fila dei supplicanti, ogni caso è da trattarsi singolarmente. Nessun destino è simile a un altro, nessuna grazia è impersonale. I fili corrono, il telaio del mondo fila il suo modello infinito, le linfe circolano nelle arterie dell'umanità, ma un immenso volano mette in moto ogni cosa, un invisibile palpito spinge ogni cosa avanti. Inizia la circolazione dell'amore. Le pale di Dio discendono in profondità, estraggono il fango grondante dagli inferni delle anime e lo trasferiscono nel cuore che è il centro. Il sangue avvelenato viene assorbito, viene filtrato, e mandato poi avanti come un sangue rosa ringiovanito. Tutto ciò che è affaticato e pesante viene immerso nel bagno salvifico della misericordia, depressione e disperazione vengono versate nel cuore che le accoglie.

Questo cuore vive di servizio. Non vuole glorificare se stesso ma il Padre soltanto. Non parla del proprio amore. Fa il suo servizio in modo che non lo si avverte, a tal punto che quasi lo si dimentica, come noi dimentichiamo il nostro cuore nel groviglio degli affari. Pensiamo che la vita vive da sé. Nessuno ascolta, neppure un secondo, il pulsare del suo cuore, né vede le ore ed ore che esso gli dona. Si è abituato al suo battere lieve, al suo eterno ondeggiare che batte da dentro alla sponda della sua coscienza. Lo considera un destino, la natura, come il corso delle cose solite. Si è abituato all'amore. Non ode più il dito che picchia giorno e notte alla porta della sua anima, questa domanda, questa richiesta di entrare.