PICCOLI GRANDI LIBRI   CAMILLE EID   SEGUENTE
Osama e i suoi fratelli

ATLANTE MONDIALE DELL’ISLAM POLITICO

PIMedit

A coloro che hanno un rapporto quotidiano con l'islam.
Ai giornalisti che, come Maria Grazia, vi hanno donato la vita.
Agli operatori che, come Elisa, vi donano il cuore.

L'attentato alle Torri Gemelle ha portato alla ribalta un fenomeno fin qui sottovalutato: la presenza in molti Paesi europei (Italia compresa) di persone e gruppi a vario titolo affiliati alla «rete del terrore» di Osama Bin Laden. In realtà, l'islam politico è una galassia dai contorni estremamente fluidi e confusi; non di rado, religione e politica si intrecciano con fattori etnici, rivendicazioni indipendentiste, rigurgiti nazionalistici. Il merito di questo volumetto (nato come dossier di Asia News e successivamente ampliato e arricchito) è quello di offrire un censimento dei «partiti di Allah», descrivendone storia, leader e strategie. Un'opera rigorosa, ancorché di taglio giornalistico. Utile - come ha l'ambizione di diventare la collana «Strumenti» Pimedit, di cui questo è il primo titolo - per chiunque, addetti ai lavori e non, intenda conoscere la realtà (in questo caso l'universo musulmano) oltre le semplificazioni.

Gerolamo Fazzini condirettore di Mondo e Missione

L'AUTORE - Nato a Beirut, si trasferisce in Italia nel 1984. Da allora collabora, in qualità di esperto di questioni mediorientali e islamiche, con varie testate cattoliche, tra cui Avvenire, Mondo e Missione e il supplemento AsiaNews, l'agenzia internazionale Fides e Jesus. È autore di Libano e Siria, le porte d'Oriente (Il Segno dei Gabrielli, 1999), co-autore con Guglielmo Sasinini di Alle radici dei cedri (San Paolo, 1995), e con vari autori sia del Rapporto 2001 sulla libertà religiosa nel mondo (ACS 2001) sia di Islam: una realtà da conoscere (Marietti, 2001). Cristiano-maronita, Eid ha effettuato vari reportage dal Medio Oriente. Ha seguito in particolare i viaggi papali in Libano (1997) e in Siria (2001). Nel 1999 gli è stato assegnato il "Premio giornalistico Giuliano Ragno" per un'inchiesta sul difficile equilibrio tra le varie comunità religiose in Libano, pubblicata su Mondo e Missione.

 

PREFAZIONE

Una tela di ragno di rapporti. Ora organici, ora sporadici. Ma con un obiettivo comune: la diffusione dell'islam radicale, legata ad un'interpretazione militante del Corano. Quelli censiti nelle pagine che seguono da Camille Eid, giornalista libanese, da tempo attento al fenomeno dell'islam politico, fondamentalista e no, sono decine di gruppi nati anche prima del fenomeno Osama Bin Laden e, dunque, destinati a durare. La sfida del Califfo ha solo dato nuova linfa ideologica ai movimenti integralisti, ha garantito finanziamenti e soprattutto li ha spinti ad unire le forze nella battaglia comune. Solo 'il tempo dirà se la meta è stata raggiunta.

Davanti ai nostri occhi scorrono le immagini di un confronto globale, segnato dalla proliferazione di fazione e movimenti. In Europa cercano di catturare i cuori e le menti di chi cerca fortuna e un destino diverso. Offrono valori a individui spesso umiliati e spinti al margine della società. In Medio Oriente rappresentano la punta di lancia della contestazione a monarchi e dittatori che hanno depredato i loro Paesi soffocando qualsiasi spinta alternativa. La moschea rimane l'unico luogo pubblico dove potersi riunire e discutere: inevitabile che, sotto la guida di imam impegnati politicamente, si trasformi in un centro d'opposizione. Dove fare proseliti, elaborare strategie, guidare il confronto.

Le crisi locali, come l'irrisolta questione palestinese o la Cecenia, diventano bandiere da sventolare, cause da difendere. I gruppi estremisti cercano una legittimazione facendosi paladini dei fratelli perseguitati. Puntano ad ampliare il loro fronte operativo prendendo le difese di chi soffre nel Paese vicino. Vogliono essere parte di una quadro internazionale che tende ad allargarsi a nuove aree regionali.

L'Occidente, ricco e superficiale, è terra di conquista. Le fazioni infiltrano i loro seguaci, mettono le radici e usano il territorio come piattaforma. Con una proiezione esterna, verso il loro Paese d'origine. Ed una interna, verso lo Stato che li ospita. La necessità di nuovi sbocchi geografici ha portato i movimenti radicali ad estendere l'azione in Africa e in Asia. La Somalia, dove continua a mancare un potere centrale forte, è divenuta parte integrante della rete edificata da Osama Bin Laden. Ma può fare anche a meno di un protettore. Gli estremisti hanno appreso la lezione. Il rubinetto dei fondi può essere chiuso e dunque necessario garantirsi una forma di autofinanziamento. I traffici di pietre preziose e il mercato nero rappresentano una risorsa importante per sostenere fazioni radicali.

In Indonesia, in Malaysia e nelle Filippine nuclei che erano considerati fino a poco tempo fa semplici segnali di malcontento sono divenuti fonte di preoccupazione crescente. Fermenti che hanno formato un arco di crisi andatosi a saldare con le tensioni del continente indiano. India, Pakistan ed Afghanistan, con le tensioni religiose ed etniche, rappresentano una ferita sempre aperta capace di infiammare l'intera regione.

E il filo rosso, attraverso l'Oceano Indiano, raggiunge la vera cassaforte del fondamentalismo. Il Golfo Persico, con i suoi tesori energetici. Su una sponda l'Arabia Sa udita, il Kuwait e gli Emirati che, con molto anticipo su Osama Bin Laden, hanno foraggiato generosamente gruppi e gruppuscoli. Un cordone ombelicale mai tagliato. Un fiume di denaro passato sotto gli occhi degli americani, rimasti per troppo tempo colpevolmente in silenzio. Sull'altra sponda del Golfo l'Iran degli ayatollah, faro dell'inquieto mondo sciita. Le convulsioni che hanno attanagliato il regime negli ultimi anni e la disperata necessità economica di aprirsi ad Ovest hanno ridotto l'azione sovversiva dei mullah. Ma le loro pedine, a cominciare dal solido Hezbollah libanese, apparato sociale e macchina da guerra nello stesso tempo, sono lì sui confini più caldi.

Osama Bin Laden ha tracciato il solco. Ha dimostrato, pur pagando un prezzo altissimo, che è possibile, con la fede e la determinazione, colpire il Grande Nemico americano. La rappresaglia statunitense se da un lato ha schiacciato AlQa'ida, dall'altro ha fomentato nuovo risentimento. Ha riattizzato un fuoco impossibile da spegnere con le bombe.

 

20 NOVEMBRE 2001

Guido Olimpio Corrispondente da Gerusalemme per il "Corriere della Sera"

 

PARTE PRIMA

MAPPA DELLE FORMAZIONI POLITICHE D'ISPIRAZIONE ISLAMICA

INTRODUZIONE

L'islam si presenta come una religione globale. La legge religiosa è tutt'uno con la legge civile e gestisce tutti gli aspetti della vita di un musulmano, privata, sociale e politica. Nel mondo islamico, è molto nota l'espressione araba che presenta l'islam come "din wa dunya", cioè religione e società, oppure come "din wa dunya wa dawla": religione, società e Stato. Nulla di strano. L'islam, infatti, è nato come un progetto sociopolitico-culturale-religioso. L'aspetto politico indica come bisogna agire con gli altri popoli e le diverse religioni, come rapportarsi in questioni di guerre e di pace, come relazionarsi agli stranieri. A differenza di molte religioni che, confrontandosi con nuove realtà socio-culturali o con altre religioni, hanno visto evolversi il loro punto di vista, l'islam si è mantenuto immutabile. Fino a qualche anno fa, pochi si sono chiesti se sarà mai possibile scindere, nell'islam, la religione dalla politica, Cesare da Dio. Oggi questa domanda torna alla ribalta in presenza del moltiplicarsi e propagarsi di movimenti integralisti che hanno presentato le loro credenziali in Occidente con clamorose azioni di terrorismo.

Ma sarebbe più opportuno, a questo punto, chiedersi se ''l'islam politico" debba necessariamente essere "radicale". Senza voler togliere nulla all'importante presenza di partiti e movimenti riformatori nei Paesi islamici (vedi il movimento di Khatami in Iran) che rappresentano il volto moderato dell'islam, registriamo il fatto che è piuttosto l'islam radicale a far oggi notizia. All'origine di questo conflitto, la presenza di due letture diverse del messaggio islamico. Mentre, infatti, i promotori di un islam aperto al dialogo e liberale privilegiano il primo periodo della predicazione maomettana alla Mecca, nel quale il Profeta richiamava la sua gente ai valori della giustizia e della tolleranza, gli ideologi della corrente integralista preferisce riferirsi al secondo periodo, quello in cui Maometto stabilisce lo Stato islamico a Medina, e di lì attingere il modello perfetto da perseguire. I versetti coranici discesi in questo periodo diventano, per costoro, la base giuridica per giustificare il ricorso alla violenza nel jihad contro i propri "governanti ipocriti", ma anche contro "infedeli" e "crociati": "Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel Giorno estremo... ossia coloro ai quali è stato dato il Libro, finché non paghino il tributo ad uno ad uno, con umiliazione» (sura della Conversione IX, 290), o anche «Pensate forse di entrare in Paradiso senza che Allah vi veda combattere la guerra santa con fede salda e sicura?» (sura della Famiglia di Imran 111, 142), o ancora la raccomandazione del versetto 39 della sura del Bottino "Combatteteli finché non ci sia più scandalo e la religione sia tutta per Allah».

Il fondamentalismo islamico moderno ha comunque i suoi "padri fondatori": si tratta di Hassan al-Banna, ideatore nel 1928 dei Fratelli musulmani in Egitto, e di Abu al-A'la alMaududi, fondatore nel 1941 della Jamaat-e-Islami nel subcontinente indiano. I due movimenti introdussero una rottura con l'islam tradizionale degli ulema proponendo un islam militante più affine all'ideologia politica. Per loro, le società musulmane contemporanee non avevano più nulla di islamico in quanto i relativi Stati avevano abbandonato i principi islamici. La soluzione era, dunque, un ritorno alle radici, ai fondamenti, individuati nel modello autentico creato in Arabia da Maometto e dai suoi primi successori.

Piuttosto che semplici partiti politici, i movimenti fondamentalisti risultarono essere delle confraternite religiose poste sotto la guida di un "amir" e, insieme, delle organizzazioni socio-politiche centrate sulla mobilitazione dei diversi settori della società attraverso l'infiltrazione nei sindacati professionali e nei movimenti giovanili e femminili, in vista del controllo del potere, abbinata ad un'azione caritativa che si concretizza con prestiti senza interesse, borse di studio e altro.

I movimenti fondamentalisti diventarono negli anni Settanta la principale forza di contestazione nel Medio Oriente, approfittando dell'usura delle ideologie nazionali o socialiste dei vari regimi: il nasserismo in Egitto, il Fronte di liberazione nazionale (Fin) in Algeria, il kemalismo in Turchia. L'irruzione del fondamentalismo sulla scena mondiale avvenne tuttavia in ambiente sciita, in Iran, con la vittoria, nel febbraio 1979, della rivoluzione khomeinista sul regime filo-occidentale dello scià. Fra tutte le minoranze sciite del mondo, dall'Iraq al Libano e al Pakistan, nacquero movimenti radicali che si ispiravano agli ideali islamici iraniani. Nel mondo sunnita, intanto, la volontà di integrazione dei movimenti fondamentalisti nel sistema politico si scontrava con una forte repressione governativa portando allo sviluppo di movimenti radicali orientati verso il terrorismo. Questi movimenti facevano riferimento al pensiero di Sayyed Qutb, un egiziano condannato a morte da Nasser nel 1966, che deplorava ogni tentativo di compromesso con il potere. L'obiettivo principale diventa, a quel punto, l'eliminazione dei regimi "infedeli" e la lotta armata. Questi gruppi si caratterizzarono, inoltre, dall'abbandono dell'azione sociale dei loro precursori e dall'uso frequente del "takfir", ossia l'anatema contro ogni musulmano che non la pensava come loro.

In quasi tutti gli Stati del Medio Oriente si verificò una polarizzazione tra, da una parte, i gruppi radicali che passarono all'azione armata e, dall'altra, i movimenti moderati, in generale legati ai Fratelli musulmani. Solo in Siria, la filiale dei Fratelli ha dichiarato guerra al regime del partito Baath guidato da Hafez al-Assad, subendo una dura repressione militare (rivolta della città di Hama nel 1982).

Bisogna aspettare la guerra in Afghanistan per assistere al salto di qualità. La guerriglia anti-sovietica dei mujahidin afghani ha, infatti, prodotto migliaia di volontari, arabi e non, che, a conflitto concluso, portano la loro esperienza militare nei rispettivi Paesi. Tra questi volontari, uno in particolare monopolizza l'attenzione dei mass media internazionali. Si tratta di Osama Bin Laden, miliardario di origine saudita, considerato il finanziatore dei movimenti integralisti islamici di mezzo mondo e la mente degli attentati terroristici più clamorosi, da quelli contro le ambasciate americane di Nairobi e Dar as-Salam (1998) a quelli dell'11 settembre scorso. Sebbene sia una mera semplificazione della realtà parlare di una "centrale internazionale del fondamentalismo", va ammesso che con Bin Laden la militanza radicale islamica ha scoperto anch'essa la globalizzazione. A lui, infatti, fanno ormai riferimento molti gruppi islamici che vedono nel jih8d in Palestina, in Cecenia, nel Kashmir o nelle Filippine, i tanti volti dell'unica lotta di tutta la Umma islamica. Le azioni di questi gruppi non sono più compiute, come negli anni Settanta, in nome di una causa "nazionale" precisa, ma di un insieme di rivendicazioni: l'uscita delle truppe americane dall'Arabia Saudita, la fine dell'embargo contro l'Iraq, il ritiro indiano dal Kashmir, l'instaurazione di un regime islamico ad Algeri, la creazione di una repubblica caucasica musulmana.

L'influenza che questi partiti e movimenti islamici esercitano sui propri connazionali immigrati in Europa è immensa, basti citare il Refah all'interno della consistente comunità turca che vive in Germania (attraverso il Milli Gorus), il tunisino Ennahda e gli algerini Fis e Gia sulle comunità maghrebine in Francia e nel Belgio, la Jamaat-e-Islami pachistana sugli immigrati del subcontinente indiano presenti in Gran Bretagna. Senza parlare delle diverse lotte inter-musulmane sul controllo delle moschee e associazioni all'estero. Pochi anni fa, anche i capi dei più moderati Fratelli musulmani hanno ammesso, per la prima volta, di avere ormai una struttura internazionale. Ogni "fratello" che lascia l'Egitto, dicevano, crea una filiale nel Paese di accoglienza: in Germania, in Gran Bretagna o altrove in Europa.

Di sicuro, tra i motivi di questa espansione vanno annoverate le restrizioni alle libertà nel mondo islamico, che colpiscono in primo luogo gli stessi movimenti musulmani. Nessuna meraviglia, quindi, se una città come Londra diventa la meta preferita degli esuli, "integralisti" e non. È da questa capitale, infatti, che lo sceicco Omar Bakri Mohammed, capo dei Muhajirun (gli Emigranti), elogia oggi i mujahidi'n di tutto il mondo e chiama i musulmani a rovesciare i "burattini" e i "tiranni" che governano i Paesi islamici per restaurare il califfato.

Anche la Francia ne sa qualcosa. A dispetto del mito dell'integrazione, Parigi ha constatato sulla sua pelle che molte delle oltre duemila associazioni islamiche - al 95 per cento identificabili solo attraverso una casella postale - che dichiarano scopi religiosi o impegni educativo e sportivi, reclutano invece adepti per la causa integralista. Imam provenienti dal Pakistan e dall'Egitto svolgono spesso un'opera di indottrinamento politico presso dei giovani che non avevano conosciuto fino ad allora alcuna religione. Li si convince che i loro delitti non possono essere classificati come delinquenza, ma come "guerra santa" contro gli infedeli per instaurare un giorno la repubblica islamica nel Paese. Da lì a diventare soldati di Dio il passo è breve.

GLOSSARIO

(le parole sono state scritte secondo le diverse grafie araba, farsi, urdu o turca)

Ansar. Partigiani. Con questo nome si indicano nella storia musulmana i sostenitori di Maometto a Medina.

Califfato. Dall'arabo khilafa, successione. Abolito nel 1924 da Ataturk, la sua istituzione è considerata necessaria da molti gruppi radicali islamici per liberare il mondo dalla jahiliyya.

Dhimmi. Significa in arabo "protetti" ed è riferito alla Gente del Libro, ossia ai fedeli ebrei e cristiani che dispongono di un Libro sacro. Questi ultimi sono posti sotto la protezione (dhimma) dello Stato islamico previo il rispetto di alcune norme e condizioni, in particolare il pagamento di un tributo.

Emiro. Dall'arabo amir, principe, comandante. Titolo che portano vari capi di gruppi integralisti.

Fatwa. Responso emesso da un giurista (detto perciò mufti) in merito a una precisa questione. Non si tratta quindi sempre di una condanna a morte come molti pensano in Occidente.

Hadith. La raccolta dei detti e gesta di Maometto. Il termine è spesso abbinato con Ahl , coloro che seguono.

Haraka/Harakat/Harkat/Hareket/Tehrik. Movimento.

Hizb/Hezb. Partito.

Imam. Titolo religioso che indica colui che "sta davanti", che guida la preghiera collettiva nella moschea. Dagli sciiti, il titolo è stato portato dai 12 discendenti di AIì che si sono succeduti a capo della comunità ed è perciò appannaggio di pochi eletti, come l'imam Khomeini.

Intifada. Insurrezione. Si riferisce alla rivolta palestinese "delle pietre", ma anche a quella degli sciiti nel sud dell'Iraq.

Jaish/Lashkar. Esercito.

Jàhiliyya. Letteralmente l'ignoranza. Il termine indica di per sé la società araba pre-islamica, ma oggi è usato dai gruppi radicali per indicare la società che non conosce o non applica l'islam assumendo il nostro significato di società barbara o pagana.

Jama'a/Jamaat/Jamait. Comunità, gruppo. Gamaa, secondo la pronuncia egiziana. Jam'iat/Jamiat/Jamat. Associazione.

Jihad/Jehad. Dal verbo JaHaDa, sforzarsi. Nella tradizione islamica, ma anche nella "letteratura" dei partiti islamici, questo termine (al maschile in arabo) è sempre inteso nel senso di "guerra santa" e mai in quello di sforzo individuale contro il male come invece molti sostengono in Occidente.

Khomeinista. Riferito ai gruppi che adottano la dottrina "rivoluzionaria" sciita propria dell'ayatollah Khomeini, in particolare la tesi sul "governo del dotto".

Maulana. Titolo religioso dell'area indiana.

Mujahidin/Mojahedin. Plurale di mujahid, combattente del jihad.

Mullah/Mollah. Titolo religioso dell'area iranica.

Sahaba. I primi compagni del Profeta.

Salafita. Il ritorno alle tradizioni dei salaf (chiamati anche alsalaf al-salih, i pii antenati), ossia i primi musulmani.

Sciiti. Da Shi'at 'Ali, il partito di Ali bin Abi-Taleb, cugino e genero di Maometto. Questa prima divisione in seno all'islam nasce dai dissidi sulla successione al Profeta. Gli sciiti costituiscono oggi circa il 10 per cento della popolazione musulmana. Vivono principalmente in Iran, Pakistan, Iraq, Libano e in alcuni Paesi del Golfo. Il rito sciita più comune è detto Jaafarita, in riferimento all'imam Ja'far al-Sàdiq.

Shari'a. La legge coranica. Abbreviazione comune di shari'at-Allah, la legge di Dio. La sua applicazione, in particolare in materia di diritto penale, costituisce oggi la prima rivendicazione dei gruppi radicali e un tema di acceso dibattito in molti Paesi islamici. Fonti della Shari'a sono il Corano e la Sunna.

Sunna. La tradizione islamica, ossia i detti e gesta del Profeta così come sono stati riportati e raccolti dai suoi diretti compagni o dai loro discepoli. I testi hanno dato luogo a diverse interpretazioni da parte delle differenti scuole giuridiche.

Sunniti. Coloro che si attengono alla Sunna. Costituiscono il 90 per cento dei musulmani nel mondo e sono divisi in quattro "riti" o scuole: la hanafita che si ricollega a Abu Hanifa (700-768) diffusa in Turchia, Egitto, Siria, Iraq, Pakistan, Afghanistan e India; la malikita che prende il nome da Malik bin Anas (712-796), diffusa nel Maghreb e l'Africa nera; la shafi'ita dell'imam Shafi'i (768-820) diffusa nell'Africa orientale, il sud arabico e l'Indonesia; e la hanbalita di Ibn Hanbal (781-856) dell'Arabia Saudita che ha dato origine alla rigida dottrina wahhabita della famiglia reale di Riad.

Takfir. Anatema, scomunica. Pratica diffusa tra i gruppi integralisti. Si lancia l'anatema contro governi o individui per poteri i combattere in quanto apostati.

Ulema. Dall'arabo 'ulama', sapienti. I "dottori della legge" coranica incaricati di interpretare la shari'a.

Umma/Ummat. Nazione. In generale si sottintende quella islamica.

Wahhabita. In riferimento al gruppo che adotta la dottrina ufficiale in vigore in Arabia Saudita e che si richiama agli insegnamenti del teologo Mohammad bin Abdel-Wahhab (1703-1787). Nei Paesi dell'ex Urss, il termine indica comunemente tutti i gruppi integralisti islamici.

 

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(non comprende le opere in lingua araba né i siti web)

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