MORCELLIANA
1953| I | II | III | IV | V | VI | VII |
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Il Tempio cosmico |
Il Tempio mosaico |
Il Tempio di Cristo |
Il Tempio della Chiesa |
Il Tempio profetico |
Il Tempio mistico |
Il Tempio celeste |
Il Tempio, con l'Alleanza, è una delle realtà essenziali
della Bibbia, uno dei sensi secondo cui la decifriamo. Esso fa parte di tutto un
complesso sacerdotale e liturgico che comprende i sacrifici, la preghiera
liturgica, le feste. Ma non soltanto nell'Antico Testamento esso riveste questa
grande importanza: anche nel Vangelo ricorre con frequenza. Gesù se ne è sentito
attratto: ricordiamo, all'inizio, la presentazione al Tempio; poi Gesù a dodici
anni che ammaestra i dottori nel Tempio; poi, durante la vita pubblica, le
predicazioni nel Tempio, nell'occasione delle grandi solennità, i Tabernacoli,
la Consacrazione, la Pasqua.
Ma non basta. C'è un legame misterioso tra Gesù ed il tempio: Satana trasporta
Gesù sulla sommità del Tempio per tentarlo; in particolare l'affermazione che
causerà la ,sua condanna, è l'aver detto: «Distruggi questo Tempio (di pietra)
ed io lo ricostruirò (il mio corpo) in tre giorni (1) ». Questo è - il segno del
Tempio: la risurrezione, vale a dire il mistero della Presenza di Dio
nell'Umanità di Gesù e dei suoi che succede alla .sua Presenza nel 'l'empio di
Gerusalemme; infine, quando Gesù muore sulla croce, uno dei tre segni che
attestano l'ordine nuovo, è il velo del Tempio che si lacera: il Tempio non ha
più una funzione, perchè il nuovo Tempio è edificato.
La nostra 'meditazione seguirà questa linea. Sviluppando il tema del Tempio,
scoprirà nella Scrittura maniere diverse con cui Dio ha abitato fra gli uomini -
poiché questo significa il Tempio - maniere sempre più alte. Essa ci p01-terà
quindi dal Dio familiare delle origini al Dio « nascosto» del Sinai; essa ci
condurrà dall'abitazione delle Tre Persone nell'umanità storica di Gesù alla sua
abitazione nel Corpo Mistico, Tempio della nuova Economia ed in ciascun membro
di questo Corpo Mistico; ci mostrerà infine nella Presenza sacramentale
l'anticipazione profetica ed il simbolo nel tempo dell'edificazione del Tempio
escatologico che S. Giovanni descrive nell' Apocalisse. La Bibbia ci avrà cosi
consegnato alcuni dei suoi più profondi misteri.
[1] Si troverà la giustificazione esegetica di questa interpretazione in un articolo molto suggestivo di A. - M. Dubarle, O. P., Revue Biblique, gennaio 1939, pp. 21 seg.
IL TEMPIO COSMICO
In un primo stadio, che non è essenzialmente cristiano, ma che
vien a far parte del patrimonio storico del cristianesimo, e che d'ordinario
.fuori di esso si degrada, il mistero cristiano è il mistero della creazione.
Intendo con ciò non solo una dipendenza originale dell'Universo da un Dio
personale e trascendente, ma la dipendenza attuale di ogni cosa da Lui; e
conseguentemente una presenza di Dio che dà al Cosmos intero un valore sacrale.
All'origine dell'umanità, la creazione tutta quanta, uscendo dalle mani di Dio,
è santa; il Paradiso terrestre, è la natura in stato di grazia. Il Cosmos
intero, è la casa di Dio. Il cielo è la sua tenda, il suo tabernacolo; la terra,
lo «sgabello dei suoi piedi ». Vi è tutta una liturgia cosmica, quella delle
sorgenti, dei fiori, degli uccelli.
L'epoca patriarcale conserva ancora qualche cosa di quella
grazia paradisiaca. Lo Spirito di Dio si distende ancora sulle acque. Iahveh non
è ancora il Dio nascosto, separato dal tabernacolo. Egli discorre familiarmente
con Noé. I suoi rapporti con Abramo sono quelli di un amico.
«Iahveh gli apparve alle querce di Mambre, mentre egli stava
seduto all'entrata della tenda nel calare del giorno. Egli alzò gli occhi e
guardò. Ed ecco che tre uomini stavano ritti dinnanzi. Non appena li vide, corse
all'entrata della tenda dinnanzi a loro, e prostratosi fino a terra, disse: Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non
allontanarti, te ne prego, dal tuo servo. Lasciate che si porti un po' d'acqua
per lavarvi i piedi (3) ». Abramo ha verso Dio quella schiettezza, quella
libertà di
parola che apparteneva, nell'antica Grecia, al cittadino libero, e nella
quale S. Paolo ed i primi cristiani pongono la libertà dei figli di Dio nei
confronti del loro Padre. L'intera natura è ancora un tempio per
lui. Un gruppo d'alberi, una sorgente sono per lui un frammento di Paradiso dove
offre i suoi sacrifici; una pietra qualsiasi gli serve da altare.
Si tratta della religione primitiva, originale, comune a tutta
l'umanità e della quale si ritrovano le tracce, deformate, contaminate, pervertite, in
tutte le religioni. Cosi pure nella religione greca il bosco sacro, l'alsos,
con la sua sorgente; ma il politeismo è venuto a corrompere il gesto
primitivo. «Dio, nei secoli passati, ha lasciato che le nazioni seguissero la
propria strada, senza però tralasciare di render testimonianza a se stesso,
facendo del bene, dispensandovi dal Cielo le piogge e le stagioni feconde di
frutti, riempiendo i vostri cuori di grazia e di gioia (4) ». Soltanto i Sapienti
continuavano a cercare segni nel Tempio celeste, contemplando, considerando e
determinando in base agli astri il luogo delle città e degli altari. I Pastori
ed i Magi sono come l'affiorare nel Vangelo di una vena sotterranea, elementare,
che non era stata affatto guastata dalla corruzione, e nemmeno abolita dalla
rivelazione mosaica.
Essa continua a costituire per noi il sacro nella sua forma
elementare, che è l'intuizione oscura di una presenza divina nel silenzio della
notte, nell'oscurità delle foreste, nell'immensità del deserto, nella luce del
genio, nella purezza dell'amore. La percepiva quel contadino boero di cui parla
Otto che nella solitudine del deserto, sotto il sole che dardeggiava i suoi
raggi sulla pianura, aveva l'impressione di udire una voce che gli parlava. Essa
spiega il rispetto religioso da cui la terra merita di essere circondata. Ma
questo elemento sacrale ha senso solo se ricollegato ad una presenza personale:
«Il rispetto, in realtà, scrive Péguy, si estende a tutto quanto l'Universo.
Si
dimentica troppo facilmente che l'Universo, è la Creazione; ed il
rispetto, come la carità, si estende ad ogni creatura ». E' la
presenza personale, adombrata e rivelata ad un tempo dai segni, che
risveglia in noi quel timore religioso.
Innanzi tutto, in questo Tempio, l'uomo non è a casa sua, ma a
casa di Dio. Egli non può toccare nulla senza permesso, perché sa che deve
rispettare ogni creatura, la quale non è affatto suo possesso: tutto è sacro;
gli alberi sono carichi di misteri sacramentali. Ed il sacrificio primitivo è
questo semplice riconoscimento del dominio sovrano di Dio: Egli si serve per
primo - le primizie - e lascia che l'uomo prenda il resto. Ma nello stesso
tempo, l'uomo fa parte di questa creazione e vi ha un posto tutto suo. Dio ha
lasciato, in qualche modo, la creazione incompiuta, e compito dell'uomo è
di portarla a termine: col lavoro egli ne sfrutta le risorse materiali
sconosciute ed è questo il motivo per cui il lavoro è sacro, essendo
cooperazione all'opera creatrice; con la conoscenza e l'arte egli la
sottrae alla sua condizione effimera per farla sussistere spiritualmente (5).
Con l'uso sacramentale, infine, l'uomo conferisce alle cose
visibili la loro suprema dignità, di essere non solo segni e simboli, ma di
operare efficacemente la grazia nelle anime: cosi l'acqua opera la
purificazione, l'oliò comunica la forza e l'unzione, il sale il gusto delle cose
divine. L'uomo è pure il mediatore dal quale l'universo visibile è riassunto ed offerto, il
sacerdote di
questa creazione verginale sulla quale Dio si china con amore. Grazie a lui la
muta liturgia delle cose diventa un atto esplicito di adorazione:
Tutta la natura senza di me è vana, sono io che le conferisco un senso; ogni cosa in me diviene eterna nella nozione che ne possiedo; sono io che la consacro e che la sacrifico.
L'acqua non lava più solo il corpo ma l'anima, il pane che mangio diviene per me la sostanza
stessa di Dio (6).
Anche tutta quanta la natura, secondo la parola di S. Paolo,
attende dall'uomo che la conduca al suo fine. In particolare, il carattere
sacro dell'amore non promana dalla presenza tenebrosa della razza che utilizza
gli individui ai suoi scopi, ma dalla Presenza di Dio all'opera a cui l'amore
fa partecipare: «Accanto a lui, avevo quasi sempre il senso di una presenza
attuale di Dio », scriveva Alice Ollé-Laprune del suo sposo.
Tale è l'innocenza della creazione. Le creature sono tante,
attendono dall'uomo di venir condotte al proprio fine.
Ma quest'ordine, l'uomo può violarlo. Che egli si distacchi da
Dio, profani se stesso cessando di essere una creatura consacrata, subito egli
profana anche il mondo al quale impone un uso sacrilego: le invenzioni materiali
che sono fatte per aiutare gli uomini ad affrancarsi dalla materia e realizzare
la comunità umana, diventano fra le nostre mani uno strumento di
odio; la bellezza dei corpi, che è il meraviglioso riflesso della bellezza delle
anime, la loro
gloria
visibile e deve risvegliare in noi
amore e rispetto, diviene uno strumento di piaceri egoistici; dei beni della
cultura, destinati ad aiutare in noi l'uomo ad umanizzarsi dilatando il suo
spirito, noi facciamo lo strumento delle nostre deformazioni di specialisti, di
esteti, di intellettuali.
Ma la creazione, dal canto suo, è innocente di questi errori,
nei quali «essa patisce violenza ». Anche lei si ribella, nella sua purezza e
santità, per venir profanata in tal modo da usi sacrileghi. E l'espressione
della sua rivolta, è la resistenza che ci oppone quando la facciamo cosi deviare
dalla sua meta. Fra noi ed essa, si sviluppa una lotta, conseguenza del peccato.
«Voi non conoscete nulla nell'immenso universo che non sia lo strumento di una infelicità (7) ».
E' il mondo ostile che noi conosciamo, in cui tutto è minaccia.
Quanto più siamo sensibili, tanto più avvertiamo tale condizione. Nessuno
l'ha sentito più di un Rilke: « La presenza del terribile in ogni molecola
d'aria. Tu la l'espiri con la sua trasparenza ». Questa rivolta delle creature è
la sorgente della sofferenza, che è la resistenza della materia alla nostra
volontà. Essa non c'era nel Paradiso, non ci sarà nel Paradiso ritrovato, e
Gesù già lo riporta, signoreggiando il mare ed i venti, guarendo i malati. E'
sempre l'opacità del mondo che invece
di rivelarci Dio, ce lo nasconde e ci costringe sulla terra.
Cosi diventiamo schiavi, noi che siamo chiamati ad esser re. Ed il fuoco
dell'inferno, che cos'è se non questa rivolta ormai fissata per sempre?
Come ritrovare l'armonia perduta, come riconciliarci con le
cose? Di qui la nostalgia che forse dà sostanza alla poesia, la quale è un
tentativo di ritrovare i privilegi cosmici del Paradiso perduto, la
glorificazione del corpo, senza passare attraverso l'intermediario della
conversione del cuore. Ma tutto dipende dalla conversione del cuore. Le cose,
dal canto loro, non hanno cambiato. Sono rimaste quelle che erano; ci aspettano,
innocenti e fraterne. Il disordine si trova in noi. Se voglio ritrovare la gioia
del Paradiso e la familiarità con le cose bisogna che io renda loro il senso che
avevano, che restituisca loro la missione di ancelle. Allora non mi faranno più
intendere il loro muto rimprovero, riprenderanno a cantare intorno a me: « Solo
un'anima purificata può gustare l'odore della rosa 8 ». Bisogna che io ritrovi
la purezza dello sguardo. Allora le creature ritorneranno dei messaggi luminosi.
Una tale riconciliazione paradisiaca la ritroviamo in San Francesco d'Assisi,
in San Giovanni della Croce: «Si, i cieli sono miei e la terra è mia ed i popoli
sono miei... Che vuoi tu dunque? Cosa cerchi, anima mia? »
Non proviamo più alcun senso di abbattimento di fronte alle
potenze cosmiche ed alle potenze storiche, tutti flagelli sospesi sulla vita umana. Il terrore cosmico è vinto. L'Universo è ritornato
il Tempio dove un Dio benevolo passeggia sul far della sera e dove l'uomo
avanza, grave, silenzioso, intento ai suoi compiti come ad una perpetua
liturgia, attento a quella Presenza che lo colma di rispetto e di tenerezza.
[2] Pèguy, Eve (Oeuvres poétiques complètes),Gallimard, 1941, p. 710.
[3] Genesi, XVIII, 1-5.
[4] Atti degli Apostoli, XIV, 47.
[5] Lo esprime bene P.-J. Toulet:
Filaos dal canoro gorgheggio
che io muoia e domani
più non sarai se la mia mano
non ha fissato la tua immagine.
[6] Claudel, Cinq grandes Odes, 4" ed. 1913, p. 174
[7] Peguy, Eve, O.P.C., p. 740.
[8] Claudel, Figures et Paraboles, p. 28.