DICEMBRE 2009

DIARIO

 FEBBRAIO 2010

Gennaio 2010

Compendio del Catechismo

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1 V 1. Qual è il disegno di Dio per l'uomo?
2 S 2. Perché nell'uomo c'è il desiderio di Dio?
3 X 3. Come si può conoscere Dio con la sola luce della ragione?
4 L 4. Basta la sola luce della ragione per conoscere il mistero di Dio?
5 m 5. Come si può parlare di Dio?
6 M 6. Che cosa Dio rivela all'uomo?
7 G 7. Quali sono le prime tappe della Rivelazione di Dio?
8 V 8. Quali sono le tappe successive della Rivelazione di Dio?
9 S 9. Qual è la tappa piena e definitiva della Rivelazione di Dio?
10 X 10. Quale valore hanno le rivelazioni private?
11 L 11. Perché e in qual modo la Rivelazione divina va trasmessa?
12 m 12. Che cos'è la Tradizione Apostolica?
13 M 13. In quali modi si realizza la Tradizione Apostolica?
14 G 14. Quale rapporto esiste fra la Tradizione e la Sacra Scrittura?
15 V 15. A chi è affidato il deposito della fede?
16 S 16. A chi spetta interpretare autenticamente il deposito della fede?
17 X 17. Quale relazione esiste tra Scrittura, Tradizione e Magistero?
18 L 18. Perché la Sacra Scrittura insegna la verità?
19 m 19. Come leggere la Sacra Scrittura?
20 M 20. Che cos'è il cànone delle Scritture?
21 G 21. Quale importanza ha l'Antico Testamento per i cristiani?
22 V 22. Quale importanza ha il Nuovo Testamento per i cristiani?
23 S 23. Quale unità esiste fra Antico e Nuovo Testamento?
24 X 24. Quale funzione ha la Sacra Scrittura nella vita della Chiesa?
25 L 25. Come risponde l'uomo a Dio che si rivela?
26 m 26. Quali sono nella Sacra Scrittura i principali testimoni di obbedienza della fede?
27 M 27. Che cosa significa per l'uomo credere in Dio?
28 G 28. Quali sono le caratteristiche della fede?
29 V 29. Perché non ci sono contraddizioni tra fede e scienza?
30 S 30. Perché la fede è un atto personale e insieme ecclesiale?
31 X 31. Perché le formule della fede sono importanti?

CATECHISMO
DELLA
CHIESA CATTOLICA

Compendio

INTRODUZIONE

 

L11 ottobre del 1992, Papa Giovanni Paolo II, consegnava ai fedeli di tutto il mondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, presentandolo come «“testo di riferimento” per una catechesi rinnovata alle vive sorgenti della fede».1 A trent’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965), veniva così portato a felice compimento l’auspicio espresso nel 1985 dall’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, perché venisse composto un catechismo di tutta la dottrina cattolica sia per la fede che per la morale.

Cinque anni dopo, il 15 agosto del 1997, promulgando l’editio typica del Catechismus Catholicae Ecclesiae, il Sommo Pontefice confermava la finalità fondamentale dell’opera: «Porsi come esposizione completa e integra della dottrina cattolica, che consente a tutti di conoscere ciò che la Chiesa stessa professa, celebra, vive, prega nella sua vita quotidiana».2

2. Per una maggiore valorizzazione del Catechismo e per venire incontro a una richiesta emersa nel Congresso Catechistico Internazionale del 2002, Giovanni Paolo II istituiva nel 2003 una Commissione speciale, presieduta dal Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con il compito di elaborare un Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, contenente una formulazione più sintetica dei medesimi contenuti di fede. Dopo due anni di lavoro, fu preparato un progetto di compendio, che fu inviato per la consultazione ai Cardinali e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Il progetto, nel suo complesso, ha avuto una valutazione positiva da parte della maggioranza assoluta di quanti hanno risposto. La Commissione ha, pertanto, proceduto alla revisione del suddetto progetto, e, tenendo conto delle proposte di miglioramento pervenute, ha approntato il testo finale dell’opera.

3. Sono tre le caratteristiche principali del Compendio: la stretta dipendenza dal Catechismo della Chiesa Cattolica; il genere dialogico; l’utilizzo delle immagini nella catechesi.

Anzitutto, il Compendio non è un’opera a sé stante e non intende in alcun modo sostituire il Catechismo della Chiesa Cattolica: piuttosto, rinvia continuamente ad esso sia con la puntuale indicazione dei numeri di riferimento sia col continuo richiamo alla sua struttura, al suo sviluppo e ai suoi contenuti. Il Compendio, inoltre, intende risvegliare un rinnovato interesse e fervore per il Catechismo, che, con la sua sapienza espositiva e con la sua unzione spirituale, resta pur sempre il testo di base della catechesi ecclesiale oggi.

Come il Catechismo, anche il Compendio si articola in quattro parti, in corrispondenza delle leggi fondamentali della vita in Cristo.

La prima parte, intitolata «La professione della fede», contiene un’opportuna sintesi della lex credendi, e cioè della fede professata dalla Chiesa Cattolica, ricavata dal Simbolo Apostolico illustrato con il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, la cui costante proclamazione nelle assemblee cristiane mantiene viva la memoria delle principali verità della fede.

La seconda parte, intitolata «La celebrazione del mistero cristiano», presenta gli elementi essenziali della lex celebrandi. L’annuncio del Vangelo trova, infatti, la sua risposta privilegiata nella vita sacramentale. In essa i fedeli sperimentano e testimoniano in ogni momento della loro esistenza l’efficacia salvifica del mistero pasquale, per mezzo del quale Cristo ha compiuto l’opera della nostra redenzione.

La terza parte, intitolata «La vita in Cristo», richiama la lex vivendi e cioè l’impegno che i battezzati hanno di manifestare nei loro comportamenti e nelle loro scelte etiche la fedeltà alla fede professata e celebrata. I fedeli, infatti, sono chiamati dal Signore Gesù a compiere le opere che si addicono alla loro dignità di figli del Padre nella carità dello Spirito Santo.

La quarta parte, intitolata «La preghiera cristiana: Padre Nostro», offre una sintesi della lex orandi e col della vita di preghiera. Sull’esempio di Gesù, il modello perfetto di orante, anche il cristiano è chiamato al dialogo con Dio nella preghiera, una cui espressione privilegiata è il Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù stesso.

4. Una seconda caratteristica del Compendio è la sua forma dialogica, che riprende un antico genere letterario catechistico, fatto di domande e risposte. Si tratta di riproporre un dialogo ideale tra il maestro e il discepolo, mediante una sequenza incalzante di interrogativi, che coinvolgono il lettore invitandolo a proseguire nella scoperta dei sempre nuovi aspetti della verità della sua fede. Il genere dialogico concorre anche ad abbreviare notevolmente il testo, riducendolo all’essenziale. Ciò potrebbe favorire l’assimilazione e l’eventuale memorizzazione dei contenuti.

5. Una terza caratteristica è data dalla presenza di alcune immagini, che scandiscono l’articolazione del Compendio. Esse provengono dal ricchissimo patrimonio dell’iconografia cristiana. Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico.

6. A quarant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II e nell’anno dell’Eucaristia, il Compendio può rappresentare un ulteriore sussidio per soddisfare sia la fame di verità dei fedeli di tutte le età e condizioni, sia anche il bisogno di quanti, senza essere fedeli, hanno sete di verità e di giustizia. La sua pubblicazione avverrà nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, colonne della Chiesa universale ed evangelizzatori esemplari del Vangelo nel mondo antico. Questi apostoli hanno visto ciò che hanno predicato e hanno testimoniato la verità di Cristo fino al martirio. Imitiamoli nel loro slancio missionario e preghiamo il Signore affinché la Chiesa segua sempre l’insegnamento degli Apostoli, dai quali ha ricevuto il primo gioioso annunzio della fede.

20 marzo 2005, Domenica delle Palme.

Joseph Card. Ratzinger
Presidente della Commissione speciale


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1 Giovanni Paolo II, Cost. ap. Fidei depositum, 11 ottobre 1992.
2 Giovanni Paolo II, Lett. ap. Laetarum magnopere, 15 agosto 1997.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1. Qual è il disegno di Dio per l'uomo?

Dio, infinitamente perfetto e beato in se stesso, per un disegno di pura bontà ha liberamente creato l'uomo per renderlo partecipe della sua vita beata. Nella pienezza dei tempi, Dio Padre ha mandato suo Figlio come redentore e salvatore degli uomini caduti nel peccato, convocandoli nella sua Chiesa e rendendoli figli adottivi per opera dello Spirito Santo ed eredi della sua eterna beatitudine.
 

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode [...]. Ci hai fatto per te e il nostro cuore non ha sosta finché non riposa in te» (sant'Agostino).

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

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2. Perché nell'uomo c'è il desiderio di Dio?

Dio stesso, creando l'uomo a propria immagine, ha iscritto nel suo cuore il desiderio di vederlo. Anche se tale desiderio è spesso ignorato, Dio non cessa di attirare l'uomo a sé, perché viva e trovi in lui quella pienezza di verità e di felicità, che cerca senza posa. Per natura e per vocazione, l'uomo è pertanto un essere religioso, capace di entrare in comunione con Dio. Questo intimo e vitale legame con Dio conferisce all'uomo la sua fondamentale dignità.
 

 

 

 

 


 

 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

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3. Come si può conoscere Dio con la sola luce della ragione?

Partendo dalla creazione, cioè dal mondo e dalla persona umana, l'uomo, con la sola ragione, può con certezza conoscere Dio come origine e fine dell'universo e come sommo bene, verità e bellezza infinita.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

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4. Basta la sola luce della ragione per conoscere il mistero di Dio?

L'uomo, nel conoscere Dio con la sola luce della ragione, incontra molte difficoltà. Inoltre non può entrare da solo nell'intimità del mistero divino. Per questo, Dio l'ha voluto illuminare con la sua Rivelazione non solo su verità che superano la comprensione umana, ma anche su verità religiose e morali, che, pur accessibili di per sé alla ragione, possono essere così conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza di errore.

 

 

 



 

 
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

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5. Come si può parlare di Dio?

Si può parlare di Dio, a tutti e con tutti, partendo dalle perfezioni dell'uomo e delle altre creature, le quali sono un riflesso, sia pure limitato, dell'infinita perfezione di Dio. Occorre, tuttavia, purificare continuamente il nostro linguaggio da quanto contiene di immaginoso e imperfetto, ben sapendo che non si potrà mai esprimere pienamente l'infinito mistero di Dio.

 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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6. Che cosa Dio rivela all'uomo?

Dio, nella sua bontà e sapienza, si rivela all'uomo. Con eventi e parole rivela Se stesso e il suo disegno di benevolenza, che ha prestabilito dall'eternità in Cristo a favore dell'umanità. Tale disegno consiste nel far partecipare, per la grazia dello Spirito Santo, tutti gli uomini alla vita divina, quali suoi figli adottivi nel suo unico Figlio.

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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7. Quali sono le prime tappe della Rivelazione di Dio?

Dio, fin dal principio, si manifesta ai progenitori, Adamo ed Eva, e li invita ad un'intima comunione con lui. Dopo la loro caduta, non interrompe la sua rivelazione e promette la salvezza per tutta la loro discendenza. Dopo il diluvio, stipula con Noè un'alleanza tra lui e tutti gli esseri viventi.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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8. Quali sono le tappe successive della Rivelazione di Dio?

Dio sceglie Abram chiamandolo fuori del suo Paese per fare di lui «il padre di una moltitudine di popoli» (Gn 17,5), e promettendogli di benedire in lui «tutte le Nazioni della terra» (Gn 12,3). I discendenti di Abramo saranno i depositari delle promesse divine fatte ai patriarchi. Dio forma Israele come suo popolo di elezione, salvando lo dalla schiavitù dell'Egitto, conclude con lui l'Alleanza del Sinai e, per mezzo di Mosè, gli dà la sua Legge. I Profeti annunziano una radicale redenzione del popolo e una salvezza che includerà tutte le Nazioni in una Alleanza nuova ed eterna. Dal popolo d'Israele, dalla stirpe del re Davide nascerà il Messia: Gesù.

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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9. Qual è la tappa piena e definitiva della Rivelazione di Dio?

È quella attuata nel suo Verbo incarnato, Gesù Cristo, mediatore e pienezza della Rivelazione. Egli, essendo l'Unigenito Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola perfetta e definitiva del Padre. Con l'invio del Figlio e il dono dello Spirito la Rivelazione è ormai pienamente compiuta, anche se nel corso dei secoli la fede della Chiesa dovrà coglierne gradualmente tutta la portata.

 

«Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, Dio ci ha detto tutto in una sola volta in questa Sua Parola e non ha più nulla da dire» (san Giovanni della Croce).

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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10. Quale valore hanno le rivelazioni private?

Pur non appartenendo al deposito della fede, esse possono aiutare a vivere la stessa fede, purché mantengano il loro stretto orientamento a Cristo. Il Magistero della Chiesa, cui spetta il discernimento di tali rivelazioni private, non può pertanto accettare quelle che pretendono di superare o correggere la Rivelazione definitiva che è Cristo.

 

 

 

 

 

 

   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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11. Perché e in qual modo la Rivelazione divina va trasmessa?

Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), cioè di Gesù Cristo. Per questo è necessario che Cristo sia annunciato a tutti gli uomini, secondo il suo stesso comando: «Andate e ammaestrate tutte le Nazioni» (Mt 28,19). È quanto si realizza con la Tradizione Apostolica.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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12. Che cos'è la Tradizione Apostolica?

La Tradizione Apostolica è la trasmissione del messaggio di Cristo, compiuta, sin dalle origini del cristianesimo, mediante la predicazione, la testimonianza, le istituzioni, il culto, gli scritti ispirati. Gli Apostoli hanno trasmesso ai loro successori, i Vescovi, e, attraverso questi, a tutte le generazioni fino alla fine dei tempi, quanto hanno ricevuto da Cristo e appreso dallo Spirito Santo.

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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13. In quali modi si realizza la Tradizione Apostolica?

La Tradizione Apostolica si realizza in due modi: con la trasmissione viva della Parola di Dio (detta anche semplicemente la Tradizione), e con la Sacra Scrittura, che è lo stesso annuncio della salvezza messo per iscritto.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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14. Quale rapporto esiste fra la Tradizione e la Sacra Scrittura?

La Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Ambedue rendono presente e fecondo nella Chiesa il mistero di Cristo e scaturiscono dalla stessa sorgente divina: costituiscono un solo sacro deposito della fede, da cui la Chiesa attinge la propria certezza su tutte le verità rivelate.

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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15. A chi è affidato il deposito della fede?

Il deposito della fede è affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa. Tutto il popolo di Dio, con il senso soprannaturale della fede, sorretto dallo Spirito Santo e guidato dal Magistero della Chiesa, accoglie la Rivelazione divina, sempre più la comprende e la applica alla vita.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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16. A chi spetta interpretare autenticamente il deposito della fede?

L'interpretazione autentica di tale deposito compete al solo Magistero vivente della Chiesa, e cioè al Successore di Pietro, il Vescovo di Roma, e ai Vescovi in comunione con lui. Al Magistero, che nel servire la Parola di Dio gode del carisma certo della verità, spetta anche definire i dogmi, che sono formulazioni delle verità contenute nella Rivelazione divina. Tale autorità si estende anche alle verità necessariamente collegate con la Rivelazione.

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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17. Quale relazione esiste tra Scrittura, Tradizione e Magistero?

Essi sono tra loro così strettamente uniti, che nessuno di loro esiste senza gli altri. Insieme contribuiscono efficacemente, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione dello Spirito Santo, alla salvezza degli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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18. Perché la Sacra Scrittura insegna la verità?

Perché Dio stesso è l'autore della Sacra Scrittura: essa è perciò detta ispirata e insegna senza errore quelle verità, che sono necessarie alla nostra salvezza. Lo Spirito Santo ha infatti ispirato gli autori umani, i quali hanno scritto ciò che egli ha voluto insegnarci. La fede cristiana, tuttavia, non è «una religione del Libro», ma della Parola di Dio, che non è «una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente» (san Bernardo di Chiaravalle).

 

 

 

 



 

 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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19. Come leggere la Sacra Scrittura?

La Sacra Scrittura deve essere letta e interpretata con l'aiuto dello Spirito Santo e sotto la guida del Magistero della Chiesa, secondo tre criteri: 1) attenzione al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura; 2) lettura della Scrittura nella Tradizione viva della Chiesa; 3) rispetto dell'analogia della fede, cioè della coesione delle verità della fede tra di loro.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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20. Che cos'è il cànone delle Scritture?

Il cànone delle Scritture è l'elenco completo degli scritti sacri, che la Tradizione Apostolica ha fatto discernere alla Chiesa. Tale cànone comprende 46 scritti dell' Antico Testamento e 27 del Nuovo.

 

 

 

 

 

 

 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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21. Quale importanza ha l'Antico Testamento per i cristiani?

I cristiani venerano l'Antico Testamento come vera Parola di Dio: tutti i suoi scritti sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne. Essi rendono testimonianza della divina pedagogia dell'amore salvifico di Dio. Sono stati scritti soprattutto per preparare l'avvento di Cristo Salvatore dell'universo.

 

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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22. Quale importanza ha il Nuovo Testamento per i cristiani?

Il Nuovo Testamento, il cui oggetto centrale è Gesù Cristo, ci consegna la verità definitiva della Rivelazione divina. In esso i quattro Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, essendo la principale testimonianza sulla vita e sulla dottrina di Gesù, costituiscono il cuore di tutte le Scritture e occupano un posto unico nella Chiesa.

 

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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23. Quale unità esiste fra Antico e Nuovo Testamento?

La Scrittura è una, in quanto unica è la Parola di Dio, unico il progetto salvifico di Dio, unica l'ispirazione divina di entrambi i Testamenti. L'Antico Testamento prepara il Nuovo e il Nuovo dà compimento all'Antico: i due si illuminano a vicenda.

 

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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24. Quale funzione ha la Sacra Scrittura nella vita della Chiesa?

La Sacra Scrittura dona sostegno e vigore alla vita della Chiesa. È, per i suoi figli, saldezza della fede, cibo e sorgente di vita spirituale. È l'anima della teologia e della predicazione pastorale. Dice il Salmista: essa è «lampada per i miei passi, luce sul mio cammino» (Sal 119,105). La Chiesa esorta perciò alla frequente lettura della Sacra Scrittura, perché «l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (san Girolamo).

 

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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25. Come risponde l'uomo a Dio che si rivela?

L'uomo, sostenuto dalla grazia divina, risponde con l'obbedienza della fede, che è affidarsi pienamente a Dio e accogliere la sua Verità, in quanto garantita da Lui, che è la Verità stessa.

 

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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26. Quali sono nella Sacra Scrittura i principali testimoni di obbedienza della fede?

Ci sono molti testimoni, in particolare due: Abramo, che, messo alla prova, «ebbe fede in Dio» (Rm 4,3) e sempre obbedì alla sua chiamata, e, per questo è diventato « padre di tutti quelli che credono» (Rm 4, 11,18); e la Vergine Maria, che realizzò nel modo più perfetto, durante tutta la sua vita, l'obbedienza della fede: «Fiat mihi secundum Verbum tuum - Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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27. Che cosa significa per l'uomo credere in Dio?

Significa aderire a Dio stesso, affidandosi a Lui e dando l'assenso a tutte le verità da Lui rivelate, perché Dio è la Verità. Significa credere in un solo Dio in tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

 

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

 

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28. Quali sono le caratteristiche della fede?

La fede, dono gratuito di Dio e accessibile a quanti la chiedono umilmente, è la virtù soprannaturale necessaria per essere salvati, L'atto di fede è un atto umano, cioè un atto dell'intelligenza dell'uomo che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio, dà liberamente il proprio consenso alla verità divina. La fede, inoltre, è certa, perché fondata sulla Parola di Dio; è operosa « per mezzo della carità» (Gal 5,6); è in continua crescita, grazie all'ascolto della Parola di Dio e alla preghiera, Essa fin d'ora ci fa pregustare la gioia celeste.

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   


 

 

 

 

 

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29. Perché non ci sono contraddizioni tra fede e scienza?

Anche se la fede supera la ragione, non vi potrà mai essere contraddizione tra fede e scienza, perché entrambe hanno origine da Dio. È lo stesso Dio che dona all'uomo sia il lume della ragione sia la fede.

 

«Credi per comprendere: comprendi per credere»  (sant'Agostino).

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

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30. Perché la fede è un atto personale e insieme ecclesiale?

La fede è un atto personale, in quanto libera risposta dell'uomo a Dio che si rivela. Ma è nello stesso tempo un atto ecclesiale, che si esprime nella confessione: «Noi crediamo». È infatti la Chiesa che crede: essa in tal modo, con la grazia dello Spirito Santo, precede, genera e nutre la fede del singolo cristiano. Per questo la Chiesa è Madre e Maestra.

  

«Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre» (san Cipriano).

 

 

 

 

 
 
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

 

 

 

 

 

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31. Perché le formule della fede sono importanti?

Le formule della fede sono importanti perché permettono di esprimere, assimilare, celebrare e condividere insieme con altri le verità della fede, utilizzando un linguaggio comune.