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«Osiamo dire:
Padre nostro» |
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«La Parola zittì chicchere mie» |
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«La Parola
zittì chiacchiere mie»
«In verità vi dico ancora: se due di voi sulla
terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è
nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome,
lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,19-20).
E’ immediato pensare a quanto il santo padre Giovanni Paolo II ha scritto in
quell’umanissima lettera apostolica All’inizio del nuovo millennio:
«Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande
sfida che ci sta davanti se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e
rispondere alle attese profonde del mondo».
Mi auguro che questo nostro incontrarci possa essere un’umile e solare
comunicazione nella fede, avere il sapore dell’esperienza stupita e stupenda
dei discepoli di Emmaus: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre
conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc
24,32).
Una pretesa, forse? Certo un desiderio, magari inespresso. Indubbiamente una
preghiera del cuore.
«Quale vaso ha più bisogno dell’acqua - si chiede Tagore -, quello vuoto o
quello pieno? Signore, io sono davanti a te come un vaso vuoto».
Cristo, ascoltaci.
Cristo, esaudiscici.
Sento e risento con timore la parola ascoltata da Mosè, quando nel deserto del
Sinai vede il roveto ardere e non bruciare: «Fermati. Togliti i sandali,
perché il luogo dove ti trovi è santo» (Es 3,5).
Sento e risento una parola di Gesù, che tante volte mi ha incoraggiato nel
cammino di fede: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra,
perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai
piccoli» (Lc 10,21).
Conoscete magari Siddharta di Herman Hesse, voce non sospetta di
spiritualismo e tanto meno di spiritualità cristiana. Hesse riceve da Martin
Buber il librino, Il cammino dell’uomo e subito gli risponde: «Tra i
suoi scritti, Il cammino dell’uomo, è indubbiamente quanto di più
bello io abbia letto. La ringrazio di tutto cuore per questo dono così prezioso
e inesauribile. Lascerò che mi parli ancora molto spesso».
Buber riporta un racconto birichino di Rabbi Hanoch: «C’era una volta uno
stolto così insensato che era chiamato il Golem. Quando si alzava al mattino
gli riusciva così difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo
pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece
coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove
posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e
prese la sua lista: Il berretto: là, e se lo mise in testa; i pantaloni: lì, e
se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto.
"Sì, ma io, dove sono? – si chiese all’improvviso in preda all’ansia
– dove sono rimasto?" Invano si cercò e ricercò: non riusciva a
trovarsi. Così succede anche a noi, concluse il Rabbi».
Così succede anche a noi.
«Dove sei?» (Gen 3,9). E’ la domanda rivolta da Dio ad Adamo all’inizio
dei tempi.
«Chi sono?».
Sempre autobiografico e un tantino pessimista Agostino: «Factus sum enim
mihi magna quaestio». Sono un problema a me stesso.
Trasuda invece stupore, è poesia il salmo 8.
Mi immagino Davide guerriero al servizio di Saul. Un presente invidiato. Un
futuro assicurato. Poi la situazione cambia. Enorme la gelosia di Saul. Davide
è spiato e minacciato dal re. Braccato dalle sue guardie e allora fugge nel
deserto di Giuda, un deserto pieno di burroni, di precipizi. Scende la notte. Un’altra
notte. Terribilmente solo, ha paura. Tanta. Si ferma. Ecco alza gli occhi e vede
il cielo sopra di sé. Un cielo limpidissimo. Stelle meravigliose. Guarda.
Contempla. Lentamente si placa. Dimentica quanto gli sta succedendo e canta:
«Come splende, Signore Dio nostro,
il tuo nome su tutta la terra:
la bellezza tua voglio cantare,
essa riempie i cieli immensi.
Quando il cielo contemplo e la luna
e le stelle che accendi nell’alto,
io mi chiedo davanti al creato:
cosa è l’uomo perché lo ricordi?
Cosa è mai questo figlio dell’uomo
che tu abbia di lui tale cura?
Inferiore di poco a un dio,
coronato di forza e di gloria!
Tu l’hai fatto signore del creato,
a lui tutte le cose affidasti:
ogni specie di greggi e di armenti,
e animali e fiere dei campi.
Le creature dell’aria e del mare
e i viventi di tutte le acque:
come splende, Signore Dio nostro,
il tuo nome su tutta la terra».
«Signore, che cosa è un uomo perché te ne
curi? Un figlio d’uomo perché te ne dia pensiero?» (v. 5). E’ insistente
nei salmi l’interrogativo profondo: la questione antropologica, diciamo oggi.
Con la sua intuizione mistica, santa Caterina da Siena, estasiata, risponde:
«Nella Tua deitade, conoscerò mia natura».
«Nel mondo futuro non mi si chiederà – cita Enzo Bianchi nella prefazione al
libro di Buber - perché non sei stato Mosé? Bensì: perché non sei stato te
stesso?». E osserva: «Ognuno ha una sua via e, sceltala, deve perseguirla con
risolutezza, abbandonando la concezione della vita come accumulo di esperienze
diverse: la decisione deve essere forte e risolutiva, senza tributi pagati al
mito delle esperienze diverse e molteplici che produce solo dilettantismo».
Già il Siracide suggeriva:
«Sta’ fermo al tuo impegno e fanne la tua
vita,
invecchia compiendo il tuo lavoro.
Non ammirare le opere del peccatore,
confida nel Signore e persevera nella fatica,
perché è facile per il Signore
arricchire un povero all’improvviso» (11,21-23).
La Bibbia interconfessionale traduce:
«Mantieni i tuoi impegni e non trascurarli mai,
vivi nel tuo lavoro fino alla vecchiaia».
Il tempo che ci è donato, infatti, non è solo kronos,
è kairos: storia di salvezza, di alleanza, d’amore.
«Ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49,16), dice il Signore
a Gerusalemme. Vale per ognuno di noi.
Nel tempo e nello spazio siamo unici e irrepetibili.
Il Signore non conosce la clonazione: crea.
Nell’omelia d’inizio del suo ministero petrino, papa Benedetto XVI ha subito
avuto parole puntuali, consolanti, impegnative: «Non siamo - ha detto - il
prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto
di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, è amato, è necessario».
Mi sono fermato spesso a riflettere su una pagina di Tagore, una riflessione dal
titolo: Individuo. Logicamente il contesto è indù, ma è fin troppo
facile scoprire quei semina Verbi di cui parla sant’Ireneo e che il
Concilio Vaticano II ha ripreso.
«In mezzo alla creazione infinita di Dio, solo e soltanto io, io solo. Io
incomparabile e io imparagonabile. O mio Signore, in questo solo io, in questo
particolare io, Tu hai una gioia particolare, una manifestazione particolare. C’è
un particolare gioco con questo che si chiama io, separato da tutto il resto
della tua creazione. Io mi unirò a questo gioco. Nel campo di questo mondo la
mia vita umana possa portare questo gioco particolare con bellezza, con musica,
con purezza, con grandezza in piena coscienza. Non dimentichi che tu in me hai
una particolare dimora. Signore, voglio che questo particolare io sia un
successo».
Trovo nei miei appunti sparsi un pensiero simile negli scritti di quel grande
teologo e omileta anglicano, arrivato alla piena comunione cattolica, che è
stato Henry Newman: «Io sono chiamato per fare e per essere qualcosa per cui
nessun altro è chiamato. Io occupo un posto mio nei piani di Dio, nel mondo di
Dio. Un posto da nessun altro occupato. Dio mi ha affidato un lavoro che non ha
affidato a un altro. Io ho una mia missione».
In un periodo in cui il collettivo era moda diffusa, proprio nella sua prima
lettera pastorale alla diocesi di Milano il card. Martini scrive: «Davanti al
Padre che è la sorgente della mia vita e il mio traguardo, davanti al dramma di
un destino che è giocato una volta per tutte, davanti al sì e ai no che
decidono della mia sorte eterna, ci sto io, non il gruppo, la classe, la
comunità. Non sono solo perché lo Spirito domanda in me e per me ciò che io
non so chiedere e il mio Salvatore mi sta accanto, mi avvince a sé, mi
partecipa i suoi sentimenti filiali. Ma nessuno può sostituirmi in questa
impresa».
«Dopo aver santificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità, per
amarvi sinceramente come fratelli, ci dice subito l’apostolo Pietro nella sua
prima lettera, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, essendo
stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola
di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,22-23).
«Noi siamo nella parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere… E’ stata
la Parola per prima a rompere il silenzio, a dire il nostro nome, a dare un
progetto alla nostra vita… essa arriva a noi ricca di provocazioni concrete
che riguardano tutti gli aspetti fondamentali della vita. Essa ci dice come l’amore
del Padre ha raggiunto in Cristo le varie situazioni umane, le ha rese vere, le
ha illuminate e purificate dal di dentro, le ha aperte a nuove e insospettate
possibilità.
La vita, la morte, l’amicizia, il dolore, l’amore, la famiglia, il lavoro,
le varie relazioni personali, la solitudine, i segreti movimenti del cuore, i
grandi fenomeni sociali, tutta questa vita umana insomma, ci viene consegnata
dalla parola di Dio in una luce nuova e vera.
E noi mentre incontriamo questa Parola, incontriamo noi stessi, il nostro
passato, il nostro futuro, i nostri fratelli. Impariamo a costruire una
comunità che, in fedeltà alle leggi della comunione, trova un posto, un senso,
un messaggio di speranza per ogni uomo e per ogni situazione umana» (Paolo
Ricca).
Nella costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II,
fantastico capolavoro di sintesi di secolari studi e di magistero, leggiamo:
«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza, scrive, rivelare se stesso e
manifestare il mistero della sua volontà… Con questa rivelazione infatti Dio
invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene
con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (n. 2).
Lo stesso incipit dice subito l’atteggiamento della Chiesa, il nostro.
Il primo. Prioritario, solo poi tutto il resto. Alla Chiesa, a noi, è chiesto
di stare sempre «in religioso ascolto della parola di Dio» (n. 1). Ancora più
esplicito l’incipit del messaggio a conclusione del sinodo nel
ventesimo anniversario della conclusione del Concilio. E’ una citazione di
Lutero: la Chiesa è sub Verbo Dei.
Tra tecniche che vogliono regolamentare la nostra vita, se vogliamo prendere il
largo e non navigare a vista, dobbiamo sempre ripartire dalla Parola. Come e con
Pietro e tanti nostri fratelli e sorelle "che ci hanno preceduto nel segno
della fede": «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
La Bibbia ci offre tante immagini stimolanti per coglierne la pregnanza.
Alcune: la Parola di Dio è
come pioggia che feconda la terra (Is
55,10ss);
seme gettato nel terreno (Mt 13,1-23);
martello che spacca la roccia (Ger 23,29);
fuoco che non riesci a spegnere (Ger 5,14);
spada a doppio taglio (Eb 4,12);
luce che rischiara (Sal 43,3);
miele dolcissimo (At 10,9);
consolazione (Rm (15,14).
Quando i Maccabei, in un ennesimo momento
difficile della loro storia patria, faranno alleanza con i Romani, ci terranno a
dire di non averne però bisogno, «avendo a conforto le Scritture sacre che
sono nelle nostre mani» (1 Mac 12,9). E Paolo: «Tutto ciò che è stato
scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione perché, in virtù
della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo
viva la speranza» (Rm 15,4).
In occasione della morte di Mario Luzi, il poeta che ha scritto quelle toccanti
meditazioni per la Via Crucis, presieduta dal Papa al Colosseo nel 1999, Ravasi
ha raccontato questo episodio: «Passeggiavamo insieme anni fa sul Lungarno
durante il crepuscolo, un’esperienza sempre emozionante in un città come
Firenze. Luzi all’improvviso mi aveva fermato e mi aveva fatto notare l’illuminarsi
delle finestre: in molte di esse si riusciva a vedere il riquadro azzurrognolo
del televisore acceso.
Ricordo ancora le sue parole, quasi cesellate, come di solito gli accadeva:
"Non sappiamo se la gente che è davanti a quello schermo sia con le mani
alzate in segno di resa o di adorazione"».
Sì, Luzi temeva la dilapidazione delle parole, la superficialità dei pensieri,
il vuoto delle coscienze. Egli era convinto che ai nostri giorni si era
instaurato paradossalmente «un difetto della Parola e un eccesso delle parole.
E quando la parola rinuncia a essere atto di ragione, allora può diventare
tutto: suono, urlo, invettiva».
Ci confida Geremia:
«Quando le tue parole mi vennero incontro,
le divorai con avidità;
la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore,
perché io portavo il tuo nome,
Signore, Dio degli eserciti» (15,16).
Maria, sorella e madre, che ha "percorso il cammino della fede" (LG 58), ci aiuti a nutrirci della Parola e la Parola continui la sua corsa, "a rimanere nella sua purezza e a risuonare nella sua grandezza" (Benedetto XVI).
Risonanze
Salmo 139
«Sei tu che hai creato le mie viscere,
e mi hai intessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa,
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe - quando ancora ero un grumo informe -
mi hanno visto i tuoi occhi
E tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio» (vv. 13-17).
Dal Pensiero della morte, meditazione di Paolo VI
«Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’ era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’esser cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno, degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E’ un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!».
Da Via Crucis al Colosseo 1999, XII Stazione di Mario Luzi
«Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
E’ bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
E’ solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti
sarà stata una prova grande
ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.
Ma da questo stato umano d’alienazione
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza».