PICCOLI GRANDI LIBRI   ESERCIZI SPIRITUALI   PIME ITALIA - MILANO

«Osiamo dire: Padre nostro»

«Lampada ai miei passi
è la tua Parola,
luce sul mio cammino»
(Sal 118,105)

«La Parola zittì chicchere mie» (Rebora)

Matteo: il Vangelo ecclesiale

Padre nostro

Il Nome

La Volontà

Il Perdono

Il Regno

Il Pane

Il Male

Amen

2. Matteo: il Vangelo ecclesiale

«E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti: fate bene a volgere ad essa l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino sorga nei vostri cuori» (2 Pt 1,19).
Quando da ragazzo in seminario recitavo le preghiere che i nostri primi confratelli hanno composto all’ombra della chiesa di san Francesco a Saronno, dove il Pime è nato, mi colpiva un verbo che mi sembrava abbastanza barocco:
ruminare.
Nell’esame di coscienza sulla Parola di Dio ci si chiedeva: la ruminiamo noi?
Non si parlava ancora di Lectio divina, ma già uomini indubbiamente carismatici la attuavano.
Se cercassi un’icona di come accostarmi alla Parola di Dio, mi viene spontaneo pensare al medico condotto del mio paese, conosciuto da ragazzo, laico, ma che esercitava la sua professione come vocazione. Amava la gente. La gente lo amava, le mamme soprattutto.
Quando visitava i bambini, li prendeva, come batuffoli, tra le mani, li auscultava e capiva.
E’ l’atteggiamento che dobbiamo avere con la Parola di Dio: ruminarla, auscultare, scuoterla, spremerla per assorbirla.
«La parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede - ci insegna il Concilio nella Dei Verbum - si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento… A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i vangeli meritamente eccellono, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore» (nn. 17-18).
I vangeli non sono libri scritti a tavolino.
Hanno alle spalle un fatto, un avvenimento, una persona che "passò beneficando e risanando" (At 10,38).
Una comunità che riflette, annuncia, celebra.
Pastori appassionati della loro comunità che ne conoscono interrogativi e problemi. Vogliono farla crescere, renderla forte, "pronta sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro" (Cfr. 1 Pt 3,15).
La Dei Verbum parla di Autori, che «scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o anche in scritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riferimento alla situazione delle chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però hanno riferito su Gesù con sincerità e verità.
Essi, infatti, attingendo sia ai propri ricordi, sia alla testimonianza di coloro, i quali fin da principio furono testimoni oculari e ministri della Parola e scrissero con l’intenzione di farci conoscere la verità delle cose sulle quali siamo stati istruiti» (n. 19).
Ogni vangelo ci presenta, quindi, una comunità concreta, ha una finalità precisa.
Lo Spirito Santo ha voluto che fossero conservati per la Chiesa di tutti i tempi e di tutti gli spazi i racconti di Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
Un’intuizione felice, forse è meglio dire provvidenziale, della riforma liturgica, voluta dal Vaticano II, è il ciclo triennale domenicale: l’anno A ci offre la lettura del vangelo secondo Matteo, l’anno B quella di Marco e l’anno C quella di Luca. Giovanni ci accompagna soprattutto nel tempo pasquale.
C’è una frase al termine del capitolo 13 del vangelo secondo Matteo, dove l’evangelista raccoglie diverse parabole di Gesù, che sembra quasi la firma dell’autore. Certo lo definisce:

«Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (vv. 51-52).

Matteo parla a una comunità proveniente dal giudaismo.
Chiarissima la sua preoccupazione: nella persona e nell’opera di Gesù si ha il compimento delle Scritture: Lui è il Messia.
Mosè stesso, liberatore e legislatore, è sua prefigurazione, sua profezia.
Leggiamo all’inizio della lettera agli Ebrei: «Dio che, nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi aveva parlato ai padri attraverso i profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (1,1-2).
Gesù, nella concretezza della sua carne, carne e sangue di Maria, è la Parola definitiva di Dio. Non è venuto per abolire la Legge mosaica, ma per portarla a compimento (Mt 5,17), ne svela pienamente il significato, le virtualità nascoste, la rende messaggio salvifico per tutta l’umanità.
La Toràh mosaica si sublima nella Toràh di Gesù.
Matteo infatti, con sapiente disegno letterario, riassume l’insegnamento di Gesù in cinque grandi discorsi: Gesù si presenta rivelatore, evangelista. Porta all’uomo la buona notizia: Dio è Padre. Attorno a lui ci sono ormai discepoli. Si sta formando un popolo nuovo. Il popolo "della Nuova ed eterna alleanza".
Il primo è il discorso programmatico, della montagna, delle beatitudini (capp. 5-7).
Il secondo discorso tratta della missione. Gesù, missionario del Padre, ne affida la continuazione ai suoi apostoli, ai suoi discepoli e ne indica lo stile (cap. 10).
Dal discorso parabolico (cap. 13) Gesù ci appare come il "mistagogo", colui che introduce quanti credono in lui nella comprensione del mistero del Regno: nascosto, respinto, eppure operante con efficacia. Pensiamo alla prima parabola, quella del seme. La più lunga, spiegata dallo stesso Gesù.
Al capitolo 18 abbiamo il quarto discorso, il discorso ecclesiale, la regola della comunità, un’applicazione pratica dello spirito del vangelo. Lui è la "pietra fondamentale", noi siamo una comunità di fratelli, di salvati che vive la comunione e la missione, differenziata nei carismi e nei compiti, ricca della presenza sacramentale del suo Signore, una comunità alternativa, che vive «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo». Allora «asciugata ogni lacrima», recita la terza preghiera eucaristica, ispirandosi all’Apocalisse, «i nostri occhi vedranno il tuo volto e noi saremo simili a te e canteremo per sempre la tua lode». E «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28).
Infine, dal discorso escatologico (capp. 24-25) Gesù emerge come il consumatore del piano salvifico del Padre che guida la Chiesa verso l’incontro finale con Lui.

Parla alla sua chiesa, Matteo.

Parla alla Chiesa di oggi.

A noi.

Meditare Matteo significa conoscere il dna della Chiesa, dell’ekklesìa, imparare a essere Chiesa, sentirci Chiesa. Matteo è l’unico evangelista che fa usare a Gesù questo termine così pregnante.
Ognuno di noi è unico e irripetibile, ci siamo detti, con doni e compiti diversi "per l’edificazione della comunità" (cfr. 1Cor 14,12). Cristo «ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, con una crescita che tende alla pienezza di Cristo» (Ef 14,12-13).
Un pensiero, questo, che torna con insistenza nelle lettere di Paolo.
L’esplicitazione maggiore l’abbiamo nella prima lettera ai Corinti, capitolo 12, sintetizzata in quell’affermazione: «Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (12,27).
Lo stesso pensiero lo troviamo nella prima lettera di Pietro: «Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (4,10).
La Chiesa di Cristo è comunione e condivisione.
Sa di slogan pretenzioso il parlare di "chiesa che io sogno".
E’ impegno esigente, affascinante, inesauribile, cercare di tradurre nel nostro oggi la Chiesa sognata da Cristo.
Ero in missione. Anno 1971. Da giorni pioveva. Una stagione monsonica pesantissima. I pigri, mutevoli fiumi del Bengala allagavano ogni pezzo di terra. Diventava impossibile sopravvivere nella disumana guerra per l’indipendenza del paese.
La missione di Bonpara si riempie di indù che fuggono dal Pakistan Orientale per rifugiarsi in India. Intanto si nascondono nella spaziosa chiesa. C’è sempre purtroppo un giuda. Un tristissimo pomeriggio d’aprile arrivano i soldati pakistani. Entrano in chiesa, fanno uscire tutti, separano gli uomini dalle donne e bambini.
Chiara l’intenzione.
La presenza del vescovo bengalese e dei padri non serve a nulla.
Suor Colomba dal convento osserva la scena. Si fa coraggio, raggiunge i militari, si inginocchia davanti al maggiore, gli prende la mano, la stringe forte: «Per il tuo Allah, non uccidere questi uomini».
E la parola le si spegne nel pianto.
In quella suora bianco vestita, ho visto l’immagine plastica della Chiesa di Cristo. «L’uomo è la via della Chiesa». «La via della Chiesa passa attraverso il cuore dell’uomo»: ci ha ripetuto con insistenza papa Giovanni Paolo II. E Paolo VI, al termine delle sessioni conciliari: «Anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo» (7 dicembre 1965).
La costituzione pastorale del Concilio Vaticano II inizia dicendoci: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono anche le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS n. 1).
E’ la parabola, la parola di Gesù, che Matteo ci riporta al capito 25 (vv. 31-46) del suo vangelo: «"Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato bere, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere siete venuti a trovarmi". "Ma quando, Signore?". "Ogni volta che l’avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me"».
«Sono un lebbroso e ti fermi a parlare con me», diceva incredulo un ammalato, voce di tanti, a un nostro missionario nell’Andhra Pradesh.

Risonanze

Salmo 87 (86)

«Le sue fondamenta sono sui monti santi,
il Signore ama le porte di Sion
più di tutte le dimore di Giacobbe.

Di te si dicono cose stupende,
città di Dio.
Ricorderò Raab e Babilonia fra quelli che mi conoscono;
ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia,

tutti là sono nati.

Si dirà di Sion: "L’uno e l’altro è nato in essa
e l’Altissimo la tiene salda.
Il Signore scriverà nel libro dei popoli:
"Là costui è nato"
e danzando canteranno:
"Sono in te tutte le mie sorgenti"».

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 782

«Il popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia:

- E’ il popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma si è acquistato un popolo da coloro che un tempo erano non-popolo: "la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa" (1 Pt 2,9).

- Si diviene membri di questo popolo non per la nascita fisica, ma per la "nascita dall’alto", "dall’acqua e dallo Spirito" (Gv 3,3-5), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.

- Questo popolo ha per Capo Gesù Cristo (Unto, Messia): poiché la medesima unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al corpo, esso è "il popolo messianico"

- Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio.

- Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati. E’ la legge "nuova" dello Spirito Santo.

- Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo. "Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza".

- E, da ultimo, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento»

Roger Etchegaray, da Vero Dio e Vero Uomo

«Amiamo la Chiesa! Amiamola in ogni istante, soprattutto quando soffriamo per lei o perfino per opera sua. Penso a quello che scriveva un giorno padre Teihard de Chardin, proprio in mezzo alle sue difficoltà: "La Chiesa è il più grande focolare collettivo di amore mai apparso al mondo"… La Chiesa è come un fuoco acceso nel cuore del mondo e noi dobbiamo non solo sorvegliarne la fiamma, ma piuttosto attizzarla con la nostra fedeltà allo Spirito… La Chiesa ha bisogno di essere tanto amata quanto riformata, poiché non v’è riforma senza amore… Bernanos diceva: "Non vivrei cinque minuti fuori della Chiesa e se ne fossi scacciato rientrerei subito, a piedi nudi, in camicia". E Marie Noel, la poetessa di Auxerre, che lungi di essere una donna di sacrestia era piuttosto una specie di "Giobbe davanti a Dio" scrive nelle sue Note intime: "Quando verrà la fine dei tempi, gli ultimi cristiani dovranno avere più fede dei primi. Da giovane, la Chiesa ebbe degli amanti, i quali l’abbracciarono per passione, la sposarono per speranza. Con lei sposavano il suo regno del domani che sarebbe meravigliosamente cresciuto nel mondo. Da vecchia, la Chiesa non avrà altro che figli, dei sostegni familiari che la manterranno, la nutriranno, l’accudiranno come una madre impoverita e rimasta a loro carico. Per lei, un tempo, motivati da una speranza terrena, i suoi amanti sono gioiosamente morti. Per lei, domani, senz’altra speranza che quella celeste, anche i suoi figli, generosamente, moriranno. Ci sarà meno passione fresca, ma più amore eroico nell’ultima morte che nella prima"».