PICCOLI GRANDI LIBRI   ESERCIZI SPIRITUALI   PIME ITALIA - MILANO

«Osiamo dire: Padre nostro»

«Lampada ai miei passi
è la tua Parola,
luce sul mio cammino»
(Sal 118,105)

«La Parola zittì chicchere mie» (Rebora)

Matteo: il Vangelo ecclesiale

Padre nostro

Il Nome

La Volontà

Il Perdono

Il Regno

Il Pane

Il Male

Amen

3. Padre Nostro

Preghiamo

«Donaci, o Signore, il tuo Spirito Santo perché possiamo essere anche noi, come Matteo, lo scriba saggio che "dal suo tesoro tira fuori cose antiche e cose nuove"».

La "cosa antica e nuova" che vogliamo estrarre è una preghiera, la preghiera che Gesù ci ha insegnato.

«Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo none;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male» 
( Mt 6,9-13).

Matteo inserisce la preghiera di Gesù nel primo dei cinque discorsi che sintetizzano appunto il suo insegnamento. Già questo è estremamente significativo.

In un mondo che è diventato villaggio globale, che è tentato di fare della globalizzazione un idolo, un moloch a cui sacrificare i più deboli, che conosce, e non è solo tristissima storia, ma anche troppo spesso cronaca, la pulizia etnica, un regionalismo esasperato, una chiusura egoistica, un’incapacità di relazioni profonde e disinteressate, il cristiano - obbediente alla Parola di Gesù e formato dal suo divino insegnamento - sa e crede di essere da Dio e che Dio è Padre nostro, Abbà: suo e dell’altro. I suoi orizzonti subito si dilatano. Esigenti. Si sente, deve sentirsi, con e come Charles de Foucauld, fratello universale. Attorno non vede degli antagonisti, ma fratelli e sorelle: il prossimo. E allora al fratello e alla sorella va incontro con simpatia immensa, con amore. Solo un romanziere pagano del secolo appena terminato poteva avere la sfrontatezza di dire: Mon prochain est mon enfer.

Dio ci è padre: nasce la fiducia, nasce la solidarietà. La fiducia.

Scrive il nostro primo martire, il beato Giovanni Mazzucconi, iniziando il 10 aprile 1852 un viaggio di mesi per raggiungere l’Oceania: «Fra poche ore fra noi e gli abissi del mare non vi sarà più che un pezzo di legno. Io spero che questo mi darà un’idea giusta della grandezza di Dio, che spazia per campi infiniti e che si prende cura e governa la punta di una povera nave che va cercando il suo porto. Sentirò in modo particolare di essere nelle mani di Dio e nelle mani di Dio si sta bene». Già nel 1855 lo troviamo in Australia, sfinito dalle febbri malariche. Appena ripreso, riparte per Woodlark, la sua missione e scrive: «Non so cosa Egli mi prepari di nuovo nel viaggio che incomincia domani, so una cosa sola, che Egli è buono e mi ama immensamente, tutto il resto: la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte, non sono che espressioni mutevoli e momentanee del caro Amore immutabile, eterno». Non arriverà a Woodlark, ma al martirio.

La solidarietà toccante e attuale quanto l’autore anonimo di un’omelia del quarto secolo diceva alla sua comunità: I cristiani «talvolta sono come immersi nella tristezza e nel pianto per il genere umano e, pregando incessantemente per tutti gli uomini, si sciolgono in lacrime in forza dell’ardente amore che nutrono verso l’umanità». "Amano tutti", leggiamo nella lettera A Diogneto, documento del terzo secolo.

Abbà è la dolcissima parola che Gesù pronunciava nelle notti passate in preghiera, ripetuta con insistenza, quella sera, la sera dell’Ultima Cena con i suoi amici. L’evangelista Giovanni la riporta nel capitolo 17 del suo vangelo. Ancora ti stupisce, ti coinvolge. Abbà ! E’ il papà confidenziale e fiducioso dei nostri bambini.

Un rabbino chiese ai suoi discepoli: «Da che cosa si può riconoscere il momento in cui la notte finisce e il giorno inizia? "E’ quando si riconosce in lontananza un cane da un montone". "No", rispose il rabbino. "E’ quando si riesce a vedere la differenza tra un dattero e un fico". "No", rispose ancora il rabbino. "Ma allora quando?", domandarono gli allievi. "Quando, guardando il viso di qualsiasi essere umano, tu riconosci il tuo fratello, la tua sorella. Fino allora è notte", rispose il rabbino».

La parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37) è di estrema attualità.

Non ho un prossimo prefabbricato, indicato in anticipo, ma mi faccio prossimo di qualsiasi altro con la mia semplice capacità di accoglierlo. La domanda è selettiva: chi è e chi non è il mio prossimo? Gesù dà una risposta generale senza nessuna possibilità di giocare.

Nella Redemptoris missio, l’enciclica di Giovanni Paolo II sull’evangelizzazione, c’è un bel paragrafo: «Il missionario - e con doni diversi lo siamo tutti – è il fratello universale, porta in sé lo spirito della Chiesa, la sua apertura e interesse per tutti i popoli e per tutti gli uomini, specie per i più poveri. Come tale, supera le frontiere e le divisioni di razza, casta o ideologia: è segno dell’amore di Dio nel mondo, che è amore senza nessuna esclusione e preferenza» (n. 89).

La relazione con l’altro precede il fatto religioso.

Di più: ne dice la verità, lo spessore.

Forte l’apostolo Giovanni: «Se uno dice Io amo Dio e odia il suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Portato quasi di peso alla casa di Cornelio, il centurione romano, Pietro supera se stesso e confessa: «In realtà sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartiene» (At 10,34-35).

Paolo ritorna con insistenza su questo concetto: «Presso Dio non c’è parzialità» (Rm 2,11).

«Non chiamate nessuno vostro padre sulla terra, perché uno solo è il vostro padre, quello del cielo che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti», quindi «siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (Lc 12,32).

Risonanze

Salmo 131 (130)

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Speri Israele nel Signore,
ora e sempre».

Enzo Biagi, La barba candida del Padre nostro

«Sono un cattolico che definirei saltuario: mi addormento chiedendo perdono a Dio, in attesa del nuovo giorno e delle altre possibili trasgressioni. L’altro ieri, durante i funerali di Giovanni Paolo II, il cardinale Ratzinger ha detto: «Sì, il Papa ci vede e ci benedice dalla finestra del Padre». Ma come sarà il cielo del Signore? Per me, è quello del presepe dei bambini poveri, fatto con la carta azzurra della pasta, o quello delle crocifissioni, con tante nuvole che incombono sulla tragedia.

La preghiera che più mi consola è il Padre nostro: un atto di sottomissione e un'invocazione di misericordia. E anche una richiesta di complicità: "Non ci indurre in tentazione". Lui sa come siamo fragili, perchè ci ha fatti: ha alitato sul nostro volto, ed è stata la vita, ma gli è scappato anche qualche colpo di tosse. E poi il senso del precario e del bisogno: se veste i gigli dei campi e sfama gli uccelli dell'aria, ci dia oggi (e anche domani) il nostro pane: e resti con noi finché si fa sera.

E com'è il Padre? Io lo vedo come il gran Vecchio dipinto da Piero della Francesca, con la barba candida, lo sguardo rassegnato perché ne ha viste tante e conosce il finale di tutte le storie, e tende le mani verso una lontana pianura, sfumata dalle nubi che, per misericordia, nascondono le folli imprese dei suoi figli. La sua potenza e la sua gloria risplendono nei secoli: ci liberi dunque dal male.

Come venne in mente a Gesù questa orazione? Gesù stava appartato, durante il cammino verso Gerusalemme, solo con la sua disperazione perché sapeva che presto "sarebbe stato tolto dal mondo". Uno dei discepoli gli si avvicinò e gli disse: "Insegnaci a pregare". Ed ecco la risposta, secondo Luca: "Quando pregate, dite: Padre". Il problema resta sempre la famiglia».