PICCOLI GRANDI LIBRI   ESERCIZI SPIRITUALI   PIME ITALIA - MILANO

«Osiamo dire: Padre nostro»

«Lampada ai miei passi
è la tua Parola,
luce sul mio cammino»
(Sal 118,105)

«La Parola zittì chicchere mie» (Rebora)

Matteo: il Vangelo ecclesiale

Padre nostro

Il Nome

La Volontà

Il Perdono

Il Regno

Il Pane

Il Male

Amen

7. Il Pane

Dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti.

«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese un pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo, che è per voi, fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: "Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; ogni volta che ne bevete, fate questo in memoria di me". Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete il calice, voi annunziate la morte del Signore, finché Egli venga» (11, 23 – 26).

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano»: può sembrare una svolta a novanta gradi, una caduta improvvisa di tono, un abbassamento. Potevamo sentirci, modestamente, come gli apostoli sul monte dell’Ascensione, intenti a guardare il cielo, con il pensiero su Dio, il suo nome, il suo regno, la sua volontà ed eccoci portati proprio da Lui, dal Signore Gesù a guardarci e quindi a scoprirci mendicanti, bisognosi di pane, di perdono, esposti al male, al maligno.

Decisamente forte, ieri, con la Chiesa di Laodicea l’apostolo Giovanni e con noi, oggi: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» (Ap 3, 17).

Subito Gesù ci incoraggia: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? O se gli chiede un pesce gli darà una serpe? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che glieli chiedono» (Mt 7, 7-11).

«Non siamo più soltanto coloro che pregano, ma diventiamo anche l’oggetto della nostra stessa preghiera… pane, perdono e libertà sono tre elementi fondamentali e fondanti della vita umana; senza pane non c’è possibilità di vita, senza perdono non c’è pace, non c’è comunione e armonia tra gli uomini, e senza libertà non c’è il sapore della vita, c’è grigiore, tristezza, una vita non vera» (Paolo Ricca).

In una preghiera in cui tutte le altre domande sono d’ordine spirituale, potrebbe sembrare che anche questa debba essere interpretata come pane dell’anima: la parola di Dio, la grazia, soprattutto l’Eucaristia. Ma la maggior parte degli esegeti non dubita affatto che si tratti del pane materiale, base simbolo di ogni cibo. Molti padri latini uniscono i due sensi: il pane del corpo e il pane dell’anima.

Non dobbiamo, non possiamo quindi spiritualizzare la domanda. Dobbiamo lasciarle tutta la sua materialità. Certe forme di spiritualismo, lo spiritualismo stesso, non hanno nulla di cristiano. Caro cardo salutis è un antico e felicissimo assioma cristiano. Papa Giovanni Paolo II ha tenuto tutto una serie di riflessioni nelle udienze del mercoledì sulla corporeità.

I Vangeli parlano spesso della convivialità di Gesù, che scandalizza i farisei del tempo. Lo chiamano "mangiatore e beone", "amico dei pubblicani e dei peccatori".

L’atteggiamento di Gesù ha una doppia valenza, dice comunione con tutti, anche con chi sbaglia e la gioia, di più il gusto, di condividere lo stesso pane.

Deve essere stato davvero piacevole mangiare con Gesù, se Pietro, in un momento decisivo della vita della prima comunità cristiana, nel discorso che tiene nella casa di Cornelio, proprio per giustificare il suo atteggiamento di apertura, dirà che «noi abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua resurrezione dai morti» (At 10, 41).

Gesù dunque un buon cuoco. Giovanni stesso ce lo presenta cucinare dopo la sua risurrezione: «Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane. Disse loro Gesù: "Portate un po’ del pesce che avete preso ora". Allora Simone Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatre grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: "Venite a mangiare"» (Gv 21,9-12).

«Fu vicino ai poveri, ai dimenticati e agli umili, dichiarandoli veramente beati, perché Dio era con loro. Sedette a mensa con i peccatori, assicurando che alla mensa del Padre c’era un posto anche per loro, se si allontanavano dalle loro vie peccaminose per ritornare a lui. Toccando gli impuri e lasciandosi toccare da essi, fece loro comprendere la vicinanza di Dio. Pianse per un amico morto, restituì vivo alla madre vedova un figlio morto, accolse con benevolenza i bambine lavò i piedi ai suoi discepoli. La divina compassione non era mai stata così immediatamente accessibile».

Una caratteristica della prima comunità cristiana, sottolineata con insistenza da Luca, è che si trovavano assieme e «nelle case spezzavano il pane prendendo cibo con letizia e semplicità di cuore». C’è insomma un vangelo anche per il corpo. E il primo elemento di questo vangelo è proprio il pane. Pane sì, ma non solo.

Coinvolge e provoca il discorso di Gesù dopo la moltiplicazione dei pani: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che non dura, ma quello che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,26-27).

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano».

E’ la domanda centrale del "Padre nostro", non solo per la posizione che occupa - quarta di sette domande - ma soprattutto per il suo significato.

Ci rimanda a un altro grande settenario, quello delle beatitudini che a sua volta ha come quarta e centrale beatitudine una richiesta di nutrimento: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6).

La domanda del pane quotidiano è quella che meglio si accorda con il Nome di colui al quale è rivolta la preghiera: Padre nostro. Dio è padre e il primo dono che fa all’uomo e alla donna è la paternità. La Genesi ci riporta come prima parola rivolta ad Adamo ed Eva: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,28). Una seconda parola, una seconda benedizione promette e assicura il nutrimento: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno vostro cibo» (Gen 1,29). Il nutrimento è la vita che si sostiene e si sviluppa, dandoci il nutrimento, Dio si comporta dunque da padre.

Non è certamente insignificante che la prova delle prove per i progenitori verta sul mangiare, più precisamente sul dono del nutrimento. E sfocerà nella maledizione del suolo: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gen 3,19). E’ la prima volta che la parola pane compare nella Bibbia.

Il pane che Gesù ci fa chiedere nel Padre nostro è anche il pane che egli stesso ci darà, è il suo corpo dato, il suo sangue versato, «per la remissione dei peccati» (Mt 26,28) e non sarà più con il sudore del suo volto che l’uomo mangerà questo pane, ma lo riceverà dalla mano di Dio, gratuitamente. Gesù, nuovo Adamo, si dà invece di prendere. Fin dalla nascita viene posto in una mangiatoia. Se la narrazione di Luca (2,1-20) insiste per tre volte sulla mangiatoia, è per indicare che il Neonato è un nutrimento. Nasce a Betlemme, che significa la casa del pane.

Durante la Cena pasquale, dirà: «Questo è il mio corpo dato per voi…Questo calice è la Nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,19-20).

«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda…Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,56-58).

A questo punto diventa chiaro il perchè abbiamo letto quanto Paolo scrive ai Corinti sull’Eucaristia. Nessuna, sarebbe falsa, spiritualizzazione. Nessun depistaggio, ma sarei astorico se non sostassi un momento a riflettere su questo pane di vita eterna.

E’ Lui questo pane che ci rande capaci di vivere in pienezza e bellezza la nostra vita quotidiana. Come non pensare alla devozione eucaristica e alla passione contagiosa alla vita di san Francesco d’Assisi. Ne è la prova il Cantico delle creature. Vicinissimo a noi, al gusto di vivere di Giovanni Paolo II.

E’ Lui questo pane che ci sostiene nella fatica quotidiana, nelle prove, nel martirio.

Il cardinal Francis Xavier Nguyen Van Thuan, arcivescovo di Saigon, dopo oltre tredici anni di reclusione, ha raccontato più volte: «In carcere ho celebrato la Santa Messa verso le tre del pomeriggio, l’ora di Gesù agonizzante sulla croce. Da solo, in cella, ho cantato la messa in latino, in francese, in vietnamita. Ho consacrato sul palmo della mano».

E’ Lui questo pane che ci rende capaci, anche anziani, di lavoro. Chiedevo a Madre Teresa di Calcutta, dopo aver celebrato con lei e la sua comunità l’Eucaristia a San Gregorio al Celio a Roma nel giorno del suo ottantesimo compleanno: «Madre, non è ora di riposarsi un po’? Ha lavorato, ha viaggiato tanto. Ha superato da poco un infarto. Dove ha trovato, dove trova la forza di darsi, di spendersi tutti i giorni, giorno dopo giorno?». «Non abbiamo celebrato l’Eucaristia? Quel Gesù che si è fatto pane per noi, ci rende ogni giorno pane fresco, attivi e operosi per gli altri», mi ha risposto.

Per questo non apriva nessuna nuova casa se non poteva assicurare alle sue suore l’Eucaristia quotidiana. Dopo la caduta di Pol Pot in Cambogia, accetta di mandarvi le sue suore quando il governo le darà il permesso di avere un sacerdote. E sarà un missionario del Pime.

In un breve testo della CEI di qualche anno fa ma estremamente attuale, dal titolo La chiesa italiana e le prospettive del paese, i nostri vescovi scrivevano: «Se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché non siamo cristiani, ma perchè non lo siamo abbastanza».

«Noi non possiamo stare senza la cena del Signore». Pronunciate dai martiri di Abilene, nell’Africa proconsolare, queste parole dicono chiaramente quale importanza da sempre i cristiani abbiano dato alla partecipazione eucaristica soprattutto domenicale. L’hanno riconosciuta e vissuta come evidente segno distintivo del loro essere discepoli di Gesù, un’esigenza irrinunciabile per avere i sentimenti di Gesù.

L’esistenza accolta diventa esistenza donata.

L’Eucaristia dice e ci rende capaci di esprimere la nostra identità.

Risonanze

«Allora Maria disse:
L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo
e alla sua discendenza, per sempre»
(Lc 1,46-55).


Dalla testimonianza del Cardinale Van Thuan

L'arresto

«Era il 15 agosto 1975, Festa dell'Assunta. Sono stato invitato a recarmi nel Palazzo dell'Indipendenza a Hochiminville e sono stato arrestato. Erano le ore 14. E’ iniziata per me una nuova avventura. Avevo solo la tonaca e un rosario. Da quel momento ero il "signor Van Thuan". Per loro non ero vescovo, sacerdote. Quella notte, su una strada lunga 450 chilometri, in viaggio verso la mia residenza obbligatoria, ho deciso che non avrei aspettato con rassegnazione il giorno della liberazione. Avrei vissuto il momento presente colmandolo d'amore. Così ho cominciato a scrivere lettere ai fedeli. Quang, un ragazzino di 7 anni, mi procurava i fogli di carta. Poi prendeva ciò che avevo scritto e lo portava a casa dove i suoi fratelli ricopiavano il testo e lo diffondevano. Sono rimasto in catene per tredici anni. Nove anni sono stato in isolamento. Ma non ho perduto mai la speranza. La fede è stata la mia forza. Non avevo la Bibbia in carcere. Allora ho raccolto tutti i pezzetti di carta che ho trovato e ho realizzato quasi un’agenda con più di 300 frasi del Vangelo. Mi sono nutrito con la Parola di Dio…

L'Eucaristia è stata il mio segreto per resistere... All'indomani del mio arresto mi venne consentito di scrivere ai familiari per farmi inviare le cose necessarie. Domandai la medicina contro il mal di stomaco. I miei sapevano che non soffrivo di quel male, cosi mi mandarono il vino per la Messa in una piccola bottiglia con l'etichetta: "medicina contro il mal di stomaco", e delle ostie in una fiaccola contro l’umidità.

Non potrò mai esprimere la mia grande gioia: ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale!... Erano le più belle Messe della mia vita! Così per anni mi sono nutrito del pane della vita e del calice della salvezza. In prigione sentivo battere nel mio cuore il cuore stesso di Cristo. Sentivo che la mia vita era la sua vita, e la sua era la mia.

Gesù nell'Eucaristia è stato adorato clandestinamente dai cristiani che vivevano con me, come tante volte è accaduto nei campi di prigionia del secolo XX. Nel campo di rieducazione, eravamo divisi in gruppi di 50 persone, dormivamo su un letto comune, ciascuno aveva diritto a 50 cm. Siamo riusciti a far sì che ci fossero cinque cattolici con me.

Alle 21.30 bisognava spegnere la luce e tutti dovevano andare a dormire. In quel momento mi curvavo sul letto per celebrare la Messa, a memoria, e distribuivo la comunione passando la mano sotto la zanzariera. Abbiamo perfino fabbricato sacchettini con la carta dei pacchetti di sigarette, per conservare il Santissimo Sacramento e portarlo agli altri. Gesù Eucaristia era sempre con me nella tasca della camicia.

Ogni settimana aveva luogo una missione di indottrinamento, a cui doveva partecipare tutto il campo. Al momento della pausa, con i miei compagni cattolici, approfittavamo per passare un sacchettino a ciascuno degli altri quattro gruppi di prigionieri: tutti sapevano che Gesù era in mezzo a loro. La notte, i prigionieri si alternavano in turni di adorazione. Gesù eucaristico aiutava in modo inimmaginabile con la sua presenza silenziosa: molti cristiani ritornavano al fervore della fede. La loro testimonianza di servizio e di amore aveva un impatto sempre più forte sugli altri prigionieri. Anche buddisti ed altri non cristiani giungevano alla fede. La forza dell’amore di Gesù era irresistibile. Così, l'oscurità del carcere è diventata luce pasquale».