PICCOLI GRANDI LIBRI   ESERCIZI SPIRITUALI   PIME ITALIA - MILANO

«Osiamo dire: Padre nostro»

«Lampada ai miei passi
è la tua Parola,
luce sul mio cammino»
(Sal 118,105)

«La Parola zittì chicchere mie» (Rebora)

Matteo: il Vangelo ecclesiale

Padre nostro

Il Nome

La Volontà

Il Perdono

Il Regno

Il Pane

Il Male

Amen

8. Il Perdono

Dal profeta Michea: «Qual Dio è come te, che togli l’iniquità e perdoni il peccato al resto della sua eredità; che non serba per sempre l’ira, ma si compiace d’usar misericordia? Egli tornerà ad aver pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati» (7,18-19).

Vi inviterei a continuare questa riflessione leggendo il capitolo 15 di Luca. C’è tutto il volto di Dio, del vero Dio che Gesù ci ha rivelato. «Dio, nessuno lo ha mai visto: l’unico figlio, che è Dio ed è in seno al Padre, è Lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).

«Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 25-26).

«Gli disse Filippo: "Signore mostraci il Padre e ci basta". Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre"» (Gv 14,8-9).

Poi un’altra parabola, di tono diverso, quasi ti urta, certo ti provoca, quella di Matteo al capitolo 18, 21-35. Con felice intuizione titolata da biblista Bruno Maggioni La generosità del padrone e la durezza del servo.

Matteo la inserisce appunto nel discorso ecclesiale quello sulla comunità dei discepoli e così spiega il detto di Gesù sul perdono: «Non sette volte ma settanta volte sette» (18, 22).

Interessante la premessa che l’evangelista Luca mette al parlare di Gesù: «A voi che ascoltate io dico» (6,27).

E ancora: «Fate attenzione dunque a come ascoltate; poiché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede» (8,18).

La comunità dei discepoli di Gesù è alternativa, deve fare emergere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Uno: il perdono.

Perdono: una parola purtroppo discussa e inflazionata, spesso confusa con perdonismo, resta compito dei discepoli di Gesù. Sulla croce lo sentiamo dire: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno» (23,34). Non solo perdona, ma anche scusa.

Stefano subito lo imita, ripetendo quasi le stesse parole: «Signore, non imputare loro questo peccato» (7,60).

Luca inizia infatti il libro degli Atti degli Apostoli dicendoci che Gesù "fece e insegnò" (1,1).

C’è gente che lo attua. Oggi: silenziosamente, eroicamente.

Un pomeriggio mi avvicina una mamma e mi chiede di celebrare due sante messe. Dice: «una per Danilo, l’altra per Fabio». Le chiedo: «Sono suoi figli?». Risponde e mi lascia senza parole: «Danilo è mio figlio universitario ucciso da Fabio suo amico. Tutte le volte che faccio celebrare la messa per Danilo, la faccio celebrare anche per Fabio, che subito dopo si è ucciso. Nessuno prega per lui».

Una volta ancora ho pensato alla parola così emotiva di Gesù: «Ti ringrazio, o Padre, perché nascondi queste cose ai sapienti e ai prudenti e le riveli ai piccoli». Un’altra mamma mi diceva: «I miei figli non frequentano la Chiesa, ma io ho insegnato loro a chiedersi perdono ogni sera prima di terminare la giornata».

Ricordo anche il mio parroco, Don Giulio Parmigiani, vicario episcopale della zona di Lecco, contestato fortemente da gruppi lefreviani. Sul letto di morte alla sorella che gli dice: «C’è una di quelle persone, la vuole incontrare». Lui risponde: «Lasciala venire su, nel mio cuore non c’è mai stato rifiuto per nessuno».

Pensiamo anche all’esempio di Papa Giovanni Paolo II. Non dimentichiamo che un uomo, verrebbe da dire un culturista della vita, indovinato il titolo della fiction televisiva sulla sua vita Karol, un uomo diventato Papa. Le prime parole dopo l’attentato sono state di perdono.

La Chiesa del nostro tempo, proprio durante l’anno giubilare, la prima domenica di Quaresima 12 marzo 2000, si è fatta un esame di coscienza e ha chiesto perdono.

«Questo gesto del Papa - ha scritto il cardinal Martini - resterà nella memoria della Chiesa come preziosa eredità che tento di esprimere così: la consapevolezza d’essere salvati sempre e solo per grazia è sempre e solo un dono, grazia appunto, poter stare in questa grande comunione del popolo che Dio va raccogliendo da tutta l’umanità.

Questo gesto penitenziale aiuterà ognuno di noi e ogni nostra comunità a stare sempre e solo sotto il giudizio del Evangelo, nell’umile consapevolezza di non essere mai all’altezza delle sue esigenze e nella lieta certezza d’essere sempre accolti e perdonati».

Purtroppo abbiamo la memoria corta. Ma questo gesto non è stato la prima della Scala, per usare una battuta. Paolo VI, nell’omelia di riapertura del Concilio Vaticano II, parlando delle divisioni nella Chiesa, ha avuto il coraggio di dire: «Se alcuna colpa fosse a noi imputabile per tale separazione, noi chiediamo a Dio umilmente perdono e domandiamo venia altresì ai fratelli che si sentissero da noi offesi; e siamo pronti, per quanto ci riguarda, a condonare le offese di cui la Chiesa Cattolica è stata oggetto, e a dimenticare il dolore che le è stato recato nella lunga serie di dissensi e separazioni».

E poi quel gesto umilissimo compiuto nella grandiosità della Cappella Sistina, il 14 dicembre 1975, di inginocchiarsi a baciare il piede del metropolita Melitone, rappresentante del patriarca Dimitrios di Costantinopoli.

Raccontava il card. Martini ai responsabili dell’Istituto Paolo VI di Brescia in visita a Gerusalemme: «Ho incontrato qual che tempo fa due persone che sono molto conosciute nella vita professionale del Paese, un ebreo e un arabo; entrambi hanno avuto in famiglia un lutto per la violenza e hanno deciso di mettersi insieme per capire l’uno la sofferenza dell’altro. Così è nato un gruppo di famiglie, ciascuna delle quali ha un figlio o una figlia uccisi dal terrorismo, dalla guerra. Queste famiglie si ritrovano regolarmente, si parlano fra loro, fanno iniziative di pace.

A mio parere questa è la strada, la via della giustizia. Bisogna rendere giustizia a chi merita giustizia, e qui molti gridano perché meritano giustizia. Come dice Giovanni Paolo II, e lo ha ripetuto più volte: "Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono"».

«Perdona a noi, come noi perdoniamo agli altri». Anche un po’ di più.

«Perdonare è il suo mestiere», scrive ormai spesso Enzo Biagi. E confessa: «Io lo chiedo ogni sera prima di addormentarmi».

Sia anche il nostro mestiere.

Risonanze

Salmo 103 (102)

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;
egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.
Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.
Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d'Israele le sue opere.
Buono e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore.
Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;
come dista l'oriente dall'occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Perché egli sa di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.
Come l'erba sono i giorni dell'uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.
Lo investe il vento e più non esiste
e il suo posto non lo riconosce.
Ma la grazia del Signore è da sempre,
dura in eterno per quanti lo temono;
la sua giustizia per i figli dei figli,
per quanti custodiscono la sua alleanza
e ricordano di osservare i suoi precetti.
Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono
e il suo regno abbraccia l'universo.
Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli,
potenti esecutori dei suoi comandi,
pronti alla voce della sua parola.
Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere,
suoi ministri, che fate il suo volere.
Benedite il Signore, voi tutte opere sue,
in ogni luogo del suo dominio.
Benedici il Signore, anima mia.

 

Testimonianza Card Bernardin

«Dopo che il caso venne a cadere e la mia conferenza stampa finale sull'argomento fu coperta da quella stessa CNN che aveva svolto una parte così rilevante nel pubblicizzare l'accusa iniziale, mi rituffai nel mio lavoro carico d'impegni. Eppure pensavo spesso a Steven, che si trovava a essere esiliato nella solitudine e nella malattia sia dalla casa patema sia dalla Chiesa. Alla metà di dicembre avvertii profondamente che tutta questa storia non sarebbe stata completa finché non avessi dato seguito alla mia chiamata di pastore di andare a cercarlo. Pregavo solo che mi ricevesse. L'esperienza della falsa accusa non sarebbe stata completa fin che non avessi incontrato Steven e mi fossi riconciliato con lui. Avevo la sensazione che anche lui mi volesse vedere.

Non conoscendo il suo indirizzo o numero telefonico e non volendo prenderlo di sorpresa, contattai la mamma di Steven, Mary, attraverso padre Phil Seher, suo parroco di Cincinnati e mio amico. Lei fece sapere che Steven non solo voleva, ma aveva un vero desiderio di incontrarmi. Volai a Philadelphia con padre Scott Donahue il 30 dicembre 1994. Monsignor James Malloy, rettore del seminario di San Carlo Borromeo, dove l’incontro doveva aver luogo, venne a prenderci e ci portò nel campus del seminario, nel sobborgo di Overbrook.

Ero un po' ansioso quando entrammo sul piazzale coperto da chiazze di neve. Il campus, con le sue tradizionali strutture di granito, era tranquillo; i seminaristi erano via per le vacanze di Natale. Nella grande aula al secondo piano dell'edificio con le finestre alte, aspettammo pazientemente Steven e il suo compagno. Riuscivo a stento a trattenermi dal pormi una domanda spiacevole: sarebbe stato capace, Steven, di rispettare l'appuntamento? Di lì a pochi minuti egli arrivò con il suo amico Kevin. Ci stringemmo le mani e io mi sedetti con Steven su un divano, mentre padre Donahue e Kevin presero posto sulle poltrone laterali. Gli spiegai che l'unica ragione che mi aveva spinto a richiedere l'incontro era di portare a termine il traumatico evento dello scorso inverno, facendogli sapere personalmente che non nutrivo alcun risentimento verso di lui. Gli dissi che volevo pregare con lui per il suo bene fisico e spirituale. Steven rispose che egli aveva deciso d'incontrarsi con me perché così poteva scusarsi per l'imbarazzo e il male che aveva causato. In altre parole, tutti e due cercavamo una riconciliazione. Steven disse tuttavia che prima di continuare voleva raccontarmi della sua vita.

Con tono e gesti i quali indicavano che Steven aveva trattenuto per sé la storia per lungo tempo, mi disse che, quando era un giovane seminarista, un sacerdote, che egli riteneva suo amico, abusò sessualmente di lui. Volle sottolineare che le autorità non presero sul serio la sua denuncia sulla cattiva condotta sessuale del sacerdote; si amareggiò e lasciò la Chiesa. Molto dopo, entrò in contatto con un avvocato del New Jersey, noto per promuovere azioni legali contro sacerdoti accusati di abuso sessuale. L’avvocato, disse Steven, lo mise in contatto con un sacerdote di un altro Stato perché lo consigliasse spiritualmente.

Benché Steven fosse intenzionato ad agire solo contro il suo professore di seminario, il sacerdote lo consigliò di fare menzione di me, cardinale Bernardin, suggerendo che se io fossi stato incluso nel caso, Steven avrebbe certamente avuto di ritorno ciò che egli voleva dalla Chiesa. Questa guida spirituale fece pressioni sul mio nome, sollecitando Steven a nominarmi assieme all'altro sacerdote nell'azione legale. Egli sollecitò pure la madre di Steven a collaborare, inviandole fiori come segno del suo sforzo per persuaderla nel sostenere l'azione di Steven. Questi era lo stesso, identico sacerdote che, nel corso di una trasmissione radiofonica di Chicago, il 12 novembre 1993, espresse l'opinione che io ero colpevole.

Divenne difficile per Steven spiegare come, con ciò che lui descrisse della terapeuta mal preparata, egli avesse pensato di riportare alla sua mente ricordi del mio abuso sessuale nei suoi confronti e come poté andare avanti includendo me nella causa. Il suo amico Kevin intervenne per dire che egli era sempre stato sospettoso dell'avvocato e del sacerdote consigliere.

Guardai diritto Steven, seduto a pochi centimetri da me. "Tu sai – dissi - che non ho mai abusato di te".

"Lo so - rispose sommessamente. - Me lo può ripetere?".

Guardai diritto nei suoi occhi. "Io non ho mai abusato di te. Lo sai, vero?".

Steven annui. "Sì – ripeté - lo so, e voglio scusarmi per aver detto che lei l'ha fatto". Le scuse di Steven sono state semplici, dirette, profondamente commoventi; io accettai le sue scuse. Gli dissi di aver pregato per lui ogni giorno e che avrei continuato a pregare per la sua salute e pace dello spirito. Divenne sempre più chiaro che egli era in precarie condizioni di salute.

Gli chiesi poi se voleva che celebrassi la Messa per lui. In un primo momento egli fu incerto. "Non sono sicuro di volere la Messa - disse esitante -; mi sento molto lontano da Dio e dalla Chiesa da molto tempo".

Aggiunse che in diverse occasioni, quando era in hotel, gettò la Bibbia dei Gedeon contro il muro con rabbia e frustrazione. "Forse – disse - solo una semplice preghiera sarebbe più adatta".

Dopo ciò, esitai per un momento, incerto di come egli avrebbe reagito al regalo che tolsi dalla mia borsa. Gli dissi che non avrei fatto pressioni sull’argomento, ma che volevo fargli vedere due oggetti che avevo portato per lui. "Steven – dissi - ti ho portato qualcosa, una Bibbia che ho dedicato a te. Ma capisco, e non mi sentirò offeso se non la vuoi accettare". Steven prese la Bibbia nelle mani tremanti, la strinse al suo cuore mentre le lacrime gli sgorgavano dagli occhi.

Presi poi dalla mia borsa un calice di cento anni. "Steven, questo è un calice di un uomo che non conosco nemmeno. Egli mi chiese di usarlo per celebrare la messa per te un giorno".

"Per piacere - rispose Steven in lacrime - celebriamo la Messa ora".

Mai nel mio intero sacerdozio ho vissuto una riconciliazione più profonda. Le parole che sto usando per raccontarvi questa storia non sono sufficienti a descrivere la potenza della grazia divina all'opera in quel pomeriggio. E’ stata una manifestazione dell'amore di Dio, di perdono e conforto che non dimenticherò mai.

Kevin, l'amico di Steven, chiese se egli, un non cattolico, poteva partecipare; gli dissi che andava bene. Andammo tutti nella cappella del seminario, dove, con grande gioia e ringraziamento, padre Donahue e io celebrammo la messa della Festa della Santa Famiglia. Al saluto della pace ci abbracciammo tutti, e poi unsi Steven con l'olio degli infermi.

Dissi poi alcune parole: "In ogni famiglia ci sono tempi in cui c'è dolore, rabbia o alienazione. Ma non possiamo sfuggire dalla nostra famiglia. Noi abbiamo una sola famiglia e così, dopo ogni caduta, dobbiamo compiere ogni sforzo per essere riconciliati. Così anche la Chiesa è la nostra fardiglia spirituale. Una volta che ne siamo divenuti membri, possiamo esserne feriti o estromessi, ma essa è pur sempre la nostra famiglia, e dal momento che non ci rimane altro, dobbiamo dare spazio alla riconciliazione. E ciò è quello che abbiamo fatto durante questo intero pomeriggio". Prima che Steven se ne andasse, mi disse: "Un grande peso mi è stato tolto oggi. Mi sento guarito e davvero in pace". Ci eravamo preventivamente accordati di tenere il nostro incontro segreto, ma Steven mi disse: "Sono così contento, voglio che la gente sappia della nostra riconciliazione". Egli mi disse di raccontare la storia, cosa che feci qualche settimana dopo in The New World, il nostro giornale arcidiocesano. Quando gliela lessi in anticipo al telefono, mi disse: "Cardinale, lei è un bravo scrittore. La pubblichi pure".

Mentre ritornavamo a Chicago quella sera, padre Donahue e io sentivamo la leggerezza dello spirito che un pomeriggio di grazia porta nella vita di una persona. Io non potevo fare a meno di pensare che il travaglio dell'accusa portò direttamente a questa straordinaria esperienza della grazia di Dio nella nostra riconciliazione sacramentale. E non potevo non ricordare l'opera del Buon Pastore: cercare di restituire all'ovile chi, solo per un po', è andato smarrito.

Steven e io rimanemmo in contatto; sei mesi dopo, quando mi venne comunicata la diagnosi di cancro al pancreas, la sua fu una delle prime lettere che ricevetti. Egli aveva pochi mesi di vita quando la scrisse, riempiendola di comprensione e incoraggiamento nei miei confronti. Aveva programmato di farmi visita a Chicago alla fine di agosto, ma era troppo ammalato. Steven morì in casa di sua madre il 22 settembre 1995, pienamente riconciliato con la Chiesa. "Questo - disse sorridente dal letto di morte a sua madre a proposito del suo ritorno ai Sacramenti - è il mio regalo per te". Il sacerdote di Cincinnati che lo assistette me lo disse poco dopo».