PICCOLI GRANDI LIBRI   FRANCO GIULIO BRAMBILLA

Chi è Gesù?
alla ricerca del volto

EDIZIONI QIQAJON
COMUNITÀ DI BOSE

La mappa della ricerca.

IL VOLTO, LO SGUARDO E LE IMMAGINI DI GESÙ
1. Il tema: alla ricerca del Volto
2. Il triplice sguardo di Gesù
3. L'unico volto e le molte immagini
4. Il volto autentico e il vangelo quadriforme

LA RICERCA DI GESÙ COME FORMA DEL VANGELO DI LUCA
1. L'inizio e la fine
2. Galilea e Gerusalemme
3. In viaggio verso Gerusalemme
4. Al centro: la ricerca del regno di Dio

Primo episodio.

"PERCHÉ MI CERCAVATE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (I GENITORI): Lc 2,39-52
1. Il racconto e la struttura
2. La sapienza e la grazia
3. Gerusalemme e la Pasqua
4. I tre momenti della ricerca
5. La prima (e l'ultima) parola di Gesù nel vangelo
6. Ritorno a Nazaret
Primo ascolto.
IL MISTERO DI NAZARET
1. L'inizio della ricerca: !'incubazione della Parola
2. La direzione della ricerca: Gerusalemme e la Pasqua
3. I tempi della ricerca: perdere, non trovare, ricercare
4. La prima tessera del volto di Gesù

Secondo episodio.

"E LE FOLLE LO CERCAVANO..."
LA RICERCA DI GESÙ A CAFARNAO DA PARTE DELLE FOLLE: Lc 4,42-44
1. Gesù a Cafarnao e la ricerca delle folle
2. Gesù si sottrae alle folle
3. La ricerca spasmodica delle folle
4. La seconda autopresentazione di Gesù
Secondo ascolto.
IL BISOGNO DELLE FOLLE
1. La ricerca che nasce dal bisogno
2. Sottrazione e disorientamento
3. Il desiderio della ricerca del Regno

Terzo episodio.

"E CERCAVA DI VEDERLO"
ERODE CERCA DI VEDERE GESÙ: Lc 9,7-9
1. La ricerca di Gesù da parte di Erode
2. Le opinioni per sentito dire su Gesù
3. La domanda di Erode e il desiderio di vedere Gesù
4. L'esito della ricerca di Erode
Terzo ascolto.
IL NULLA DI UNA RICERCA REMOTA
1. Una ricerca per sentito dire
2. L'attesa miracolistica separata dalla vicenda di Gesù
3. Lo smascheramento del nulla della ricerca

Quarto episodio.

"CERCATE PIUTTOSTO IL REGNO DI DIO"
GESÙ MAESTRO DI RICERCA DEL REGNO: Lc 12,22-32
1. Gesù maestro di ricerca sulla via verso Gerusalemme
2. I due ammonimenti di Gesù
3. Lo sguardo di Gesù
4. Piuttosto cercate il regno di Dio
Quarto ascolto.
LA RICERCA ASSOLUTA DEL REGNO
1. "La tua grazia vale più della vita"
2. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani
3. Cercate anzitutto il Regno!
4. Il Padre vostro celeste darà lo Spirito...!

Quinto episodio.

"IL FIGLIO DELL'UOMO È VENUTO A CERCARE E SALVARE"
ZACCHEO CERCA DI VEDERE GESÙ ED È CERCATO DA LUI: Lc 19,1-10
1. La duplice ricerca che s'incontra
2. Il parallelismo tra il cieco nato e Zaccheo
3. La ricerca di Zaccheo
4. La casa dell'incontro
5. La ricerca del Figlio dell'uomo
Quinto ascolto.
LA RICERCA COME INCONTRO
1. L'uomo è cercatore di Dio
2. Dio è cercatore dell'uomo in Gesù
3. Il luogo dell'incontro tra le due ricerche
4. La ricerca dell'incontro e come incontro
5. Un incontro pasquale anticipato

Sesto episodio.

"PERCHÉ CERCATE TRA I MORTI COLUI CHE E IL VIVENTE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (LE DONNE) AL SEPOLCRO: Lc 24,1-12
1. Il quadro del capitolo 24 di Luca
2. Le donne al sepolcro
3. L'apparizione angelica e l'annuncio della resurrezione
4. La reazione delle donne e l'annuncio agli Undici
Sesto ascolto.
IL VOLTO DEL VIVENTE
1. La ricerca ripresa e il luogo della memoria
2. Il corpo sottratto e la conversione della speranza
3. Perché cercate tra i morti? Non è qui!
4. Il Vivente è il Crocifisso!

La configurazione della ricerca.

"DUE DISCEPOLI CAMMINAVANO E CERCAVANO INSIEME"
PER IL LETTORE FUTURO: Lc 24,13-35

1. La cornice: sul cammino in fuga da Gerusalemme
2. La presenza assente: la meraviglia incredula
3. La ripresa memoriale: la libertà credente dinanzi alla dedizione incondizionata
4. La dimora: si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero
5. Il ritorno testimoniale: la comunità, segno reale per ogni uomo

La configurazione della ricerca

"DUE DISCEPOLI CAMMINAVANO
E CERCAVANO INSIEME"
PER IL LETTORE FUTURO

Lc 24,13-35

Il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) non è propriamente un testo sulla ricerca. Anche se ricorre il verbo syzetéo (24,15: "cercavano insieme", "discutevano"), esso non influisce sulla struttura narrativa del racconto. La ricerca del Risorto si concentra soprattutto nella ricerca dei suoi (le donne) al sepolcro. Eppure l'ultimo episodio del nostro itinerario annoda tutti i fili e i temi della ricerca, ne rappresenta per così dire l'esercizio della fine. L'emozione che si prova arrivando sulla vetta, lo strappo finale, il vertice della ricerca, il traguardo della nostalgia di Dio sono qui fusi in un'unica narrazione. Vogliamo cimentarci con l'episodio dei discepoli di Emmaus perché contiene la mappa che raccoglie in sintesi i molti aspetti che il percorso sinora fatto ha colto nella loro articolazione analitica. In questo senso il testo ha la capacità di fondere la dimensione originaria della fede e la via di accesso aperta per il credente di ogni tempo. La specificità del racconto sta nell'indicare il "luogo del lettore" perché partecipi al cammino di ricerca che hanno fatto i discepoli della prima ora. L'episodio apre lo spazio per il tempo della chiesa, indica il punto di innesto per il credente futuro, è per così dire la miniatura degli Atti degli apostoli, inserita nel vangelo. Propongo, dunque, un accostamento al testo non più distinto, come abbiamo fatto sinora, tra "lettura del testo" e "ascolto della fede", ma come un racconto con il racconto, quasi a mostrare dal vivo che il lettore di seconda mano, la fede della chiesa, è il racconto vivente che si alimenta sempre al cammino della fede pasquale degli apostoli. Per questo l'episodio è il modello - e la tradizione l'ha spontaneamente colto così - della configurazione della ricerca nel racconto.

24 13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?". 19 Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto" .

25 Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino". Egli entrò per rimanere con loro. 3° Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?". 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone". 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Nell'itinerario percorso dai discepoli di Emmaus ho ritrovato un canovaccio in cinque tappe, che descrivono la struttura e il movimento dell'incontro con il Risorto. Accosterò ogni tappa attraverso tre momenti tra loro profondamente intrecciati: a) partiremo dalla configurazione esteriore del racconto; b) attraverso di essa scopriremo la condizione interiore, la situazione spirituale dei discepoli sul cammino; c) infine, sarà possibile percorrere passo dopo passo un momento dell'incontro con il Risorto. La successione delle tappe ci fornirà una sorta di filo rosso del tragitto della ricerca per i discepoli di allora e di oggi.

1. La cornice: sul cammino in fuga da Gerusalemme

L'episodio prende avvio descrivendo la situazione dei discepoli, di allora e di oggi. L'attenzione dell' evangelista sembra aver già di mira le domande della seconda generazione cristiana, con il problema che essa ha di "accedere" all'evento pasquale, cioè di incontrare il Signore risorto. Ogni epoca successiva è nella stessa condizione della seconda generazione cristiana: nel testo si delinea anche la nostra condizione attuale. Possiamo formulare le domande del discepolo di "seconda mano" (Kierkegaard): come la Pasqua di Gesù mi raggiunge nel mio tempo? Come io posso accedervi sapendo che sono collocato in un' altra epoca? Come posso diventare contemporaneo del Risorto? Come la "singolarità" storica di Gesù si rende presente nella mia storia e, quindi, diventa "universale" per ogni uomo? Si potrebbe dire che questa è la forma della ricerca per il lettore odierno del vangelo: il passaggio dal lettore implicito nel testo allettare reale, con la sua esistenza e la sua storia, è l'ultimo tratto della ricerca. Il lettore del terzo millennio, affascinato dal cammino di ricerca fin qui seguito, resta con la sua domanda decisiva: come diventare contemporaneo di Gesù? A quali condizioni è possibile accedere a Gesù? Perché è necessaria la mediazione del vangelo, anzi del vangelo quadriforme, di un racconto al quale devo tornare di continuo?

La cornice dell' episodio dei discepoli di Emmaus mette in luce bene il punto di partenza: la situazione esteriore dei due protagonisti è un indizio per accedere alla loro condizione interiore, da qui parte la domanda sull' evento e sul nostro modo di accedervi, per i discepoli di allora e per il lettore futuro.

La situazione spaziale dei discepoli è delineata con la metafora del "cammino", che costituisce l'indice di superficie della narrazione. La figura del "cammino" ritorna all'inizio, al centro e alla fine del racconto (vv. 13.32.35). I discepoli sono in viaggio, in partenza da Gerusalemme. È il movimento centrifugo rispetto al luogo dell'evento pasquale. Il lettore del vangelo lo sa: Gerusalemme è un punto di arrivo e si può partire dalla città santa solo se inviati. I discepoli, invece, sono "viandanti" ("due di loro erano in cammino": v. 13) che si allontanano da Gerusalemme. Il lettore ricorda i settantadue discepoli inviati "a due a due", nel discorso missionario di Luca: "Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi" (Lc 10,1). Il discorso lucano parla della missione universale (settantadue sono le nazioni della tavola dei popoli di Gen 10). Ora, però, il cammino non è vissuto come "invio in ogni città e luogo", bensì appare una fuga, un'iniziativa a prescindere dal mandato del Signore, un tentativo maldestro di fuggire dal luogo da cui prende avvio la missione (At 1,8). La metafora del "viaggio" - tanto cara a Luca - viene illuminata dall'incontro con Gesù. Egli insegue anche i discepoli in fuga ("mentre conversava lungo la via": v. 32), anche se l'episodio tende a rileggere in forma positiva l'allontanamento da Gerusalemme (cf. Mc 16,6). Il cammino, infatti, muta di segno dall'inizio alla fine del racconto. Il motivo passa dall' ambivalenza iniziale - forse si tratta di una fuga delusa e di un'iniziativa precipitosa per risolvere la tragedia del fallimento della croce ("in quello stesso giorno": v. 13) - a indicare la via sulla quale non ci si distacca dal "conversare di Gesù". Sulla via "accade" di nuovo l'incontro pasquale che dev'essere sempre "narrato" da capo. Infatti, la "via" di Gesù è la sua parola, la sua Pasqua, che non può essere oltrepassata: da essa bisogna partire, in essa è necessario dimorare, ad essa occorre introdurre ogni generazione cristiana.

La condizione spirituale è rivelata dall'esteriore configurazione del racconto. La condizione spirituale è ben descritta dalla figura del volto, dall'interruzione del cammino ("si fermarono col volto triste"; v. 17) e dall'incapacità a riconoscere il Risorto ("i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo": v. 16). La fatica a riconoscere Gesù è la soglia di ingresso all'incontro con il Signore, la contestazione di ogni pretesa che pensi di riconoscerlo a partire dal già noto. Gli schemi, pur inevitabili, che ci consegnano l'esperienza umana e la tradizione religiosa sono necessari per far partire la ricerca, ma sono insufficienti per farla decollare. L'esperienza religiosa parla di una speranza, del bisogno di una vita che si prolunghi al di là della morte, per dare significato all' al di qua dell' esistenza umana. Tutte le attese si arrestano di fronte alla possibilità di produrre dal basso la speranza di vedere il Risorto. Il motivo della ricerca ha ora il suo punto di massima crisi. L'andare-a-vedere il Risorto è certo una possibilità iscritta nel cuore dell'uomo, ma l'effettivo veder-lo appare un oltrepassamento delle speranze che il cuore dell'uomo porta con sé. Per questo la sapiente mano dell' evangelista delinea con pochi tratti la situazione spirituale del discepolo, in assenza dell'iniziativa del Risorto: si fermarono con il viso triste! L'occhio è la luce del volto e il cuore deve superare l'interruzione sul cammino della testimonianza. Il discepolo non può oltrepassare il varco da solo, non lo può fare lasciandosi alle spalle l'evento pasquale. Ad esso deve sempre ritornare come al momento sorgivo. L'incontro con il Signore non è solo l'inizio cronologico del cammino con Gesù, ne è piuttosto la fonte inesauribile.

L'arresto della ricerca segna il punto di partenza della speranza delusa dall'evento fallimentare della croce. Alla fuga-allontanamento e alla sosta delusa sul cammino corrisponde il conversare reciproco dei due discepoli ("e conversavano tra loro su tutto quanto era accaduto": v. 14). Si tratta di un parlare "l'uno all'altro" e di un "cercare insieme" che intende riempire il vuoto lasciato dalla morte di Gesù. La ricerca riappare, in questo episodio, nella sua forma più dimessa, un estremo tentativo per sostituire l'assenza del Risorto. Il lettore è sconcertato: il tema che l'ha tanto affascinato lungo il vangelo, sembra ormai, al termine del rotolo, tornare al punto di partenza. Appare il tentativo maldestro di riempire con i gesti che ci fanno umani (la parola e la ricerca) l'interminabile vuoto della Parola che "è venuta a cercare l'uomo" (Lc I9,IO). Siamo di fronte a un cercare che ignora, che si dilunga "su tutto", ma non conosce la parola decisiva. Anzi, è un sapere che racconterà per filo e per segno tutta quanta la vicenda terrena del profeta di Nazaret, senza tuttavia la chiave capace di dischiuderne la memoria viva. È un sapere petulante e smarrito a un tempo, che provoca il vi andante straniero, pretendendo di insegnargli tutto ciò che riguarda l'evento ("tu solo ... non sai ciò che vi è accaduto?": v. I8). La dinamica dell'incontro con il Risorto si dischiude nel contrasto tra il sapere dei discepoli che ignora e l'ignoranza del forestiero che rivela. Qui si apre sempre di nuovo la possibilità di cercarlo, anzi di vedere il suo volto. La debolezza di questo sapere, sostenuta dall'interminabile conversare e dal cercare comune ("conversavano di tutto ... e discutevano insieme": vv. I4-I5), sa di non conoscere la cosa essenziale. Si porta dentro una ferita che è la nostalgia dell'incontro.

La cornice dell' episodio dei discepoli di Emmaus delinea dunque l'ambivalenza del desiderio, la sua inesorabile oscillazione tra un cercare che vuole affidarsi e la tentazione di chiudere il cerchio, di confinare l'incontro entro la pretesa di un sapere calcolante e di un agire produttivo. Il primo sviluppo del nostro itinerario della mente e del cuore alla ricerca di Gesù risorto, in realtà ci impone una battuta d'arresto. Arrivati al termine del cammino vorremmo puntare subito lo sguardo su Cristo, ma Luca ci chiede di giudicare la qualità della nostra vista ("i loro occhi erano incapaci di...") e del nostro agire ("si fermarono col volto triste"). Ci è richiesta una sosta che ci faccia misurare bene la qualità delle nostre attese, dei nostri desideri e delle nostre speranze. Noi speravamo che fosse lui... (v. 21a): il "passato" della speranza dev'essere riconosciuto come "tramonto" della speranza, come interruzione del desiderio che non riesce più a far spazio alla libertà che ricerca ("son passati tre giorni da quando ciò è accaduto"; v. 21b) e che non concede più tempo all'intervento di Dio. Anche il giorno di Dio ("il terzo giorno") sembra passare invano, senza che il suo venire si possa contare nella linea dei giorni dell'uomo. Quando il desiderio non sa far spazio e non ha tempo per il venire del Dio di Gesù, quando in qualche modo gli "conta i giorni" e gli chiude l'orizzonte, la libertà dell'uomo si presenta come una speranza "al passato", che ha invertito la sua rotta, si è ripiegata su di sé, si è rattrappita nel suo punto più intimo. È su questa dialettica della speranza, nel gioco inestricabile tra la sua costitutiva apertura e la sua storica chiusura, che si innesta la ricerca del Risorto. In un solo racconto l'evangelista riassume per il lettore tutto il percorso della ricerca.

2. La presenza assente: la meraviglia incredula

A questo punto l'episodio viene toccato dalla presenza del personaggio centrale del racconto. Anche qui la condizione esteriore è l'indice per comprendere la dinamica interiore della seconda tappa del cammino incontro al Risorto.

La vicinanza preveniente del personaggio Gesù dà avvio all' azione. Nel groviglio del desiderio che cerca, ma non trova, si fa presente Gesù risorto. Benché non compaia il linguaggio di ricerca, il lettore comprende che l'intrigo narrativo lo pone nella stessa condizione. Tutto è giocato nell'intreccio tra il lettore e il discepolo. Da un lato, il narratore fornisce subito una notizia che avvantaggia il lettore: "Gesù in persona si accostò" (v. 15b). Il lettore di ogni tempo che sperimenta la distanza e avanza la domanda sul "come" incontrare il Risorto è messo fin dall'inizio in condizione di conoscere che, nello straniero viandante, si dà a vedere Gesù in persona. Il suo svantaggio cronologico (la distanza "temporale") è colmato dal sapere credente (egli "sa" che è Gesù "in persona"). Il lettore è avvantaggiato, legge sul rotolo dell'amico Luca la fede della chiesa: Gesù in persona è il Vivente, che accompagna da sempre i suoi discepoli! Dall' altro lato, i discepoli (i due viandanti) sembrano favoriti dalla presenza di Gesù, che li accompagna. Tuttavia, il vantaggio dei discepoli ("[Gesù] camminava con loro": v. 15b) è presentato come una grazia, un dono che viene dall'esterno e che, in prima battuta, non è colto dal loro vedere e dal loro comprendere. Il vantaggio "spaziale" dei discepoli (Gesù che cammina "accanto" a loro) deve superare l'handicap di un vedere che "non crede" e di un camminare che "non riconosce" (lo svantaggio del "non sapere"). L'effetto di questa seconda tappa del racconto è così sorprendente: i personaggi di Emmaus sono figura di identificazione per il lettore, il quale sa più di loro, ma non può accostarsi se non attraverso il loro cammino. I discepoli di Emmaus, invece, non sanno che è Gesù, ma lo potranno incontrare solo camminando con lui. Il sapere (ecclesiale) del lettore deve ritornare sempre al cammino (credente) del discepolo. La via del discepolo è la forma che il sapere del lettore deve assumere sempre di nuovo se vuol essere il "sapere credente" del discepolo. La luce della Pasqua non esonera il lettore dal cammino del discepolo. Il cammino del discepolo è figura valida una volta per sempre della fede pasquale di tutti. Anche per noi oggi.

La distanza inconsapevole ora mette in guardia il lettore. Egli sa che potrà incontrare "Gesù in persona", ma non potrà saltare il discepolato della croce anticipando a buon prezzo una sorta di cristologia "gloriosa". Le tappe dell'itinerario della mente e del cuore dei discepoli (di Emmaus) restano iscritte a caratteri di fuoco anche per il lettore/credente di ogni generazione. Per questo sta a vedere col fiato sospeso: egli sa di più e può di meno del discepolo. Tuttavia cammina accanto a chi sa di meno, ma gli sembra in vantaggio per la presenza di Gesù. E così il lettore impara che la "distanza inconsapevole" è il luogo dove si dischiude il futuro del desiderio. Egli vede, anzitutto, che i due discepoli sperimentano l'alterità del protagonista ("tu solo sei straniero in Gerusalemme": v. 18). È un dato letterario assai ricorrente nei racconti pasquali. Gesù si presenta come "forestiero", "straniero" alla coscienza dei discepoli, a coloro che non solo l'hanno conosciuto, ma che sono stati a lungo segnati della ricerca del suo volto. Tutto ciò sconvolge il lettore: anche la ricerca fatta sin qui può essere persa se non supera quest'ultima prova! La ricerca cristiana contesta ogni mentalità empirista e razionalista che voglia mettere al riparo qualcosa di certo prima e a prescindere dall'affidarsi al Signore risorto. La ricerca non può separare la scorza dell'evento dall'intenzione del suo farsi vicino, non deve pretendere di dividere il "fatto" dal suo "significato", la storia dalla sua verità. Dall'inizio alla fine i testi pasquali mettono in luce l'indisponibilità del "farsi vedere" di Gesù ("... erano incapaci di riconoscerlo": v. 16) a una ricerca empirica, preoccupata della certezza del fatto. Gesù si sottrae a una presa che tutto vuole misurare, ma la sua non è un'indisponibilità che trasforma la distanza in separazione, bensì interpreta la distanza come una compagnia. L'estraneità di Gesù, il suo essere "forestiero" per i discepoli è il modo in cui la prossimità di Gesù si fa percepibile per un sapere che non vuol possedere, calcolare, com-prendere, ma per un sapere che s'affida, lascia essere, in-tende, in una parola per un sapere credente.

La presenza assente di Gesù è, allora, il primo momento dell'esperienza pasquale. La direzione della ricerca pasquale è tracciata, i primi passi sono impercettibili, ma reali. Il primo passo è ancora negativo, e descrive la trasformazione del desiderio, la conversione dello sguardo che lo fa passare dalla meraviglia allo stupore. Occorre riscattare il cuore da una meraviglia incredula che si affida alle verosimiglianze della storia, per aprirla allo stupore che vede la storia come il possibile luogo della verità di Dio. Per questo il racconto fa ascoltare al lettore la cronaca della vicenda di Gesù, messa sulla bocca dei discepoli, di quelli che lo hanno conosciuto, toccato, ascoltato, ma che non l'hanno ancora contemplato come la Parola che è e dà la vita (1 Gv  l,1). Si noti il dialogo tra Gesù e i due discepoli. Gesù domandò [loro]: "Che cosa [non so]?". Gli risposero i due discepoli: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente..." (v. 19). E Luca mette in bocca a loro un "vangelo in miniatura", un racconto rapidissimo, incalzante, che però non è un annuncio "buono", ma è una cronaca senza memoria... È il sommario del suo vangelo, è lo scheletro dei fatti nudi e crudi separati dalla loro verità. Vi aggiunge persino una notizia che raggiunge i discepoli e li tocca dopo e al di là della morte di Gesù: "alcune donne, delle nostre ... son venute a dirci..." (vv. 22-23). È una notizia senza "buon" annuncio, puntigliosamente verificata da coloro che sono stati mandati per gli accertamenti del caso: "alcuni dei nostri sono andati al sepolcro" (v. 24), hanno visto i segni senza fede, il sepolcro vuoto senza annuncio pasquale! Tutto si conclude su questa meraviglia incredula, sospesa, ma ancora invischiata nel puntiglio di una verifica che si conclude con una lapidaria affermazione: "ma lui non l'hanno visto!" (v. 24b). È la pietra sepolcrale che cala su ogni tentativo che pretende di ricostruire una storia separata dalla fede!

Il secondo sviluppo della ricerca del Risorto propone una chiarificazione del desiderio: esso può uscire da sé solo se incontra una presenza, se accoglie il dono della promessa che gli sta già dinanzi. La riscoperta del dono che sta all'origine della nostra vita ha la forma di una prossimità che ci precede ("Gesù in persona si accostò e camminava con loro"). Essa, però, non si fa presente in modo diretto, ma sembra lasciare traccia come nostalgia di un' assenza. Così il desiderio viene purificato, perché non si concepisca come bisogno immediato che si aggrappa a una presenza rassicurante. Esso deve leggere le tracce della presenza del Risorto come "segni" che, rinviando oltre, non assicurano un possesso certo. Il lettore ricorda i passi già fatti tra la folla, gli sembrano nitidamente presenti, mentre i discepoli, quasi non accorgendosi, raccontano la cronaca muta della vicenda di Gesù. E sorride perché disseminano la narrazione della nostalgia di lui. Si lasciano toccare dalla notizia portata dalle donne: "esse ci hanno sconvolti ... sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli". La cronaca del passato si apre allo stupore di una presenza assente, ma è ancora una meraviglia che vorrebbe toccare, vedere, misurare. Non si rassegna alla volontà di possedere, pesare, verificare: per questo il desiderio ha bisogno di essere sottoposto al severo apprendistato dell'affidamento alla promessa. La storia di Gesù è sottratta ("non avendo trovato il suo corpo": v. 23). La sua vicenda - con le parole, i gesti, la persona - che aveva affascinato le folle e i discepoli, non solo s'è fatta parola muta, ma è anche scomparsa la gelida traccia della presenza del cadavere. La sparizione del corpo morto è così l'ultimo colpo inferto alla positivistica ricerca di "prove" per la fede, di esperienze rassicuranti e sbaraglianti. Come è ancora difficile affidarsi alla inequivocabile evidenza della dedizione di Gesù al Padre! Il desiderio è qui purificato, la libertà è ferita nel suo orgoglio inconsapevole. La sapiente pedagogia del venire di Dio nella storia degli uomini dissemina il cammino dei segni dell' assenza: "alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne" (v. 24). Sono segni che vengono riferiti con distacco, quasi con sorvegliato sospetto. Le donne dicono di "aver anche avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo!" (v. 23). La prima volta che appare l'espressione: "Egli è vivo! Egli è il Vivente!" sembra venire come da una regione lontana, da un sapere estraneo, assai dubbio per il nostro comprendere che vuole tutto misurare, segno di una presenza inoggettivabile, che non si può afferrare nel laccio delle nostre misure umane. La libertà è così collocata nel suo Sabato santo: giorno del silenzio di Dio e della nostra incredulità, giorno della differenza tra l'agire degli uomini e l'intervento di Dio. Il "terzo giorno" non sta semplicemente nella linea degli accadimenti storici, non è la fine scontata che conclude tutte le storie a puntate ("...e vissero felici e contenti"). Il Sabato santo -l'unico giorno dell'anno liturgico in cui il segno della chiesa è l'assenza di ogni segno - situa la libertà nel tempo del silenzio, vuoto e lacerante da un lato, pieno ed eloquente dall' altro. È il silenzio di Dio, che contiene la promessa della resurrezione e la rinascita della libertà nella fede pasquale. Tutte e due insieme.

3. La ripresa memoriale:

la libertà credente dinanzi alla dedizione incondizionata

Il varco è aperto, la storia della fede dei discepoli è al suo punto di svolta. Anche il lettore sta cercando la direzione del cammino. Attende un'indicazione per ritrovare la rotta, è disponibile all' ascolto che risuoni nella notte di quel sabato interminabile. Riprende il racconto di Luca per il lector in evangelio che è ancora in vantaggio: egli sa che quella cronaca muta è stata narrata dinanzi a "Gesù in persona". I due discepoli non lo sanno, per loro il Signore è ancora straniero. Per il lettore è un momento emozionante: egli sa che Gesù "cammina con loro [e con noi]" e partecipa alla nostalgia dei discepoli per la presenza assente.

La conversione della fede prepasquale segna la nuova tappa del racconto. La narrazione si apre immediatamente con un rimprovero e un interrogativo. Il rimprovero interpreta la ricerca dei due discepoli come un' ottusità della mente e un ritardo del cuore ("ottusi e tardi di cuore nel credere!": v. 25). Lo stordimento del comprendere e l'affanno del cuore sono le forme che il desiderio prende quando si ripiega su di sé. La mente si chiude e il cuore s'attarda, il sapere e il volere divergono e non ritrovano più la loro originaria unità nel credere. Il rimprovero di Gesù ha come l'effetto di un brusco risveglio, di una voce fuori campo che risuona sulla scena della storia. La fede è un sapere che si affida e un decidersi che comprende. La parola dei profeti ("tutto ciò che hanno detto i profeti": v. 25 b), disseminata sulle strade della storia singolare di Israele, è stata dimenticata. In realtà sono la mente e il cuore che si sono allontanati da essa, che l'hanno trasformata in tranquillo possesso, che hanno costruito una maschera di Dio. Per questo la fede e la ricerca prepasquale devono essere "ri-convertite" e "ri-prese". Gesù in persona, Gesù risorto è l'esegeta delle Scritture che parlano della sua vicenda ("spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui": v. 27). Bisogna percorrere sempre da capo il circolo virtuoso che s'instaura tra l'agire di Dio, la storia di Gesù e l'accoglienza dei discepoli. Esso risulta da tre elementi: la totalità vivente delle "Scritture", rivelazione dell' agire di Dio; la ripresa di "ciò che si riferisce a lui"; la parola di Gesù rivolta ai discepoli (la memoria Iesu). Il lettore vede in atto il percorso del venire alla fede pasquale. Gesù è l'ultimo e definitivo angelus interpres - che mantiene gli altri annunciatori, gli angeli pasquali, come segni della sovrabbondante gratuità divina - perché dice la verità di Dio nella sua stessa vicenda, perché è l'unità di messaggio e persona, perché è la Parola fatta cammino umano, perché è il Regno presente. Agire di Dio, storia di Gesù, fede dei discepoli sono dunque da ora e per sempre raccolti e interpretati dalla sua presenza che spiega le Scritture. Ora il lettore capisce perché l'episodio non è un doppione, ma la summa della ricerca. Gesù è l'esegeta umano del Dio invisibile. La storia che "incomincia da Mosè, attraverso tutti i profeti, per arrivare sino a lui" dev'essere sempre ripercorsa con Gesù e secondo Gesù. Il lettore è invitato a riavvolgere il suo rotolo e a ritornare indietro incominciando dall'inizio, ora che è arrivato alla fine. In un unico racconto egli vede raccolto il suo cammino di ricerca! Ora egli può arrivare alla fine del racconto, perché è accompagnato da colui che è il fine della storia. Nel segno "scritto" (il rotolo del Libro) ritrova la mappa con le indicazioni, la via con i segnali, i dubbi, le domande, le deviazioni, le ferite e le riprese, ma anche con la "guida" per non perdersi. Ecco la novità dell' episodio dei discepoli di Emmaus: non c'è incontro senza racconto, ma non c'è racconto senza il Libro. Libro e racconto portano tutti all'incontro con il Crocifisso risorto.

La dedizione incondizionata è la forma della fede dei discepoli, sia quelli della prima ora che del lettore futuro. Infatti, accanto al rimprovero, Luca pone sulla bocca di Gesù - al centro del racconto - l'interrogativo che è la domanda delle domande: "non 'bisognava' (édei) che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?" (v. 26). Gesù formula la domanda circa la "necessità" della sua morte. È !'interrogativo che attraversa ogni generazione cristiana, dinanzi al quale anche il lettore sussulta, come colpito a segno dalla domanda che lo ha visto ammutolire dinanzi alla morte di croce. A questo punto lettore e discepolo sono alla pari, qui la ricerca raggiunge il suo punto cruciale. Se v'è ancora un leggero vantaggio per il lettore che conosce l'identità di colui che pone la domanda, per entrambi, discepolo e lettore, questo interrogativo suscita la questione decisiva. Occorre riconoscere che il Risorto è il Crocifisso. Non si può comprendere questo se non affidandosi alla parola di Gesù che ne stabilisce l'identità. Qui la fede è sottoposta al suo punto di massima tensione perché è messa a confronto anzi, molto più, deve accogliere la verità del volto di Dio che Gesù rivela nella sua morte di croce e del volto di Gesù che il Padre ci dona nella croce del Figlio. Il lettore deve distaccarsi dalla sua immagine di un Dio costruito a misura, come il Dio potente che fa scendere dalla croce il suo Messia, che baratta la sfida dell'uomo, il suo rifiuto di Dio, per risparmiare il Figlio suo. Gesù risorto, l"'angelo interprete", ci dice che la morte di croce esprime la sua dedizione incondizionata alla causa di Dio intento all'uomo, alla figura dell'Abba, proprio nell' evento che costituisce il luogo del suo più radicale rifiuto. Gesù è il testimone fedele del Dio intento alla salvezza dell'uomo, completamente rivolto a lui. Perché il desiderio dell'uomo sia riscattato dalla pretesa arrogante di "conoscere il bene e il male", di decidere della qualità buona e felice della sua esistenza, senza prestar credito alla promessa che vi si annuncia. Luca ci invita a contemplare le piaghe del Crocifisso nel Risorto, a riconoscere, nella dedizione senza condizioni di Gesù al volto di Dio, la figura insuperabile della sua carità e del suo amore filiale. Questa è la "necessità" del patire di Gesù per entrare nella gloria. Non è una scelta tra la vita e la morte, tra la gioia e la sofferenza, non è neppure un patire momentaneo per una gloria eterna, non è solo la logica "naturale" del morire per rinascere. Il seme caduto per terra che marcisce per rinascere a vita nuova è metafora "evangelica" quando la si capisce per rapporto al morire di Gesù, a quel contemplare le piaghe del Crocifisso, che rimangono nel Risorto (e nel Giudice escatologico). Le piaghe sono i segni di una dedizione sconfinata, che rimane fedele all' annuncio del Regno, alla prossimità di Dio ai piccoli e ai poveri fino alla fine. Gesù resta ancorato a quest'immagine di Dio anche a costo del proprio venir meno, fidandosi e affidandosi in radicale abbandono a Colui che non abbandona il suo servo negli artigli della morte. Perché tale immagine originaria di Dio è troppo importante, e non può essere barattata con nulla, neppure con colui che ne è l'araldo definitivo.

Questa è la croce di Gesù: il messaggero è rifiutato così che sia respinto anche il suo messaggio. Tutto ciò "accade" sul proscenio della storia, questo credono di inscenare gli uomini. Nella croce si gioca il dramma per il quale l'inviato si carica anche del (radicale) rifiuto, perché tale Volto è troppo importante per far ritrovare i contorni all' immagine dell'uomo ancora in cerca di volto. Gesù si carica del rifiuto degli uomini, perché questa negazione non mette in angolo Dio, ma anzi ne rivela/comunica il suo volto insuperabile. Gesù si colloca "al nostro posto", non per esonerarci dal "nostro posto". Egli ci "rap-presenta" perché possa far trovare al nostro desiderio il suo "presente", il "proprio posto", abitato dalla promessa del compimento. Questa è la "necessità" della morte di croce: non una meccanica legge che si impone a Dio e al suo Cristo, ma l'insondabile gratuità dell' amore che si dilata per far spazio all'uomo, per creare i tratti della sua libertà credente, e per ricrearli quando egli si rinchiude nell'onnipotenza del suo io. Senza neppure la contropartita che sia riconosciuto qual è in verità. Il volto di Gesù è l'icona filiale del volto del Padre. Il volto di Dio è la sorgente paterna del volto del Figlio. 10 Spirito è l'agape di Dio, che consente al Figlio di riceversi dal Padre e al Padre di donare il Figlio, nella circolarità dell'amore (lo Spirito come "vincolo", osculum tra il Padre e il Figlio) e nel trabocco della donazione verso il mondo (lo Spirito come estasi, excessus). Perché il venire di Dio, mentre abbraccia la storia dal principio al termine, rivela e comunica la figura del Dio trinitario che, dilatandosi fino all' abisso della croce, risolleva e ricrea la libertà dell'uomo che non crede che Dio possa essere così. Perciò Gesù ricomincia da capo, ogni volta, da Mosè, passando attraverso i profeti, a ridire la necessità dove si rivela la libertà dell' amore, del suo amore!

Ormai si compie la conversione della precedente identificazione del messaggio e della persona di Gesù, sottoposta alla crisi della croce. La fede pasquale dei discepoli/lettori non solo è assicurata dalla attuale presenza di Gesù, ma ne costituisce anche le condizioni di accesso per i discepoli (e per il lettore di ogni tempo). Di ciò si parlerà nella tappa seguente. Ora è importante anticipare quanto viene detto a proposito di Gesù, compagno e interprete, dopo il suo ri-conoscimento. Ciò non può essere espresso che dopo l"'incontro" con Gesù risorto. Una volta avvenuto, esso è narrato come un "ardere del cuore" e un "attestarsi reciproco". "Non ci ardeva forse il cuore nel petto?" (è un verbo iterativo: "continuava ad arderci", v. 3zb): ecco la libertà ritrovata, ecco il desiderio orientato, strappato dall'ipertrofia del proprio io. Anzi, è una libertà già diventata racconto, storia, testimonianza. Dal cuore "tardo" al cuore "ardente", fino al cuore che "attesta" e "racconta" ("ed essi si dissero l'un l' altro": v. 3za). È la dinamica della fede che testimonia, che avendo trovato il "suo posto" sa "far posto" agli altri, trasmette senza tradire, si trasmette senza requisire, si fa carico della fede altrui per riportare al centro l'incondizionata verità di Gesù.

4. La dimora: si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero

A questo punto il lettore si aspetta che Gesù in persona si riveli. Egli si è immerso nella conversazione di Gesù con i discepoli, si è lasciato scaldare il cuore e illuminare la mente dalla sua parola, e attende che il rivelarsi di Gesù ai discepoli colmi quella distanza che lo separa dal discepolo della prima ora.

I cammini divergenti dei protagonisti sembrano però cambiare lo scenario. "Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano" (v. 28). Dal punto di vista narrativo i due discepoli raggiungono la meta del viaggio di fuga (probabilmente la casa e il lavoro usato). La parola di Gesù ha forse insinuato una fessura nella loro delusione. Ma ciò non è bastato. Il contatto con Gesù sembra essere un incontro senza storia, misterioso fin che si vuole, uno di quei contatti "alieni" che restano come una debole traccia sul fondo della memoria. Ormai è giunta la sera e l'uomo rimane solo con se stesso. Non gli resta che la casa e domani la labile attesa di ritrovare il proprio lavoro, lasciato per una causa che pareva più grande. Il personaggio, ancora misterioso per i discepoli, fa mostra di partire per un lungo viaggio. È uno stilema che ricorre spesso nel vangelo: il padrone si assenta per un lungo viaggio, il signore della vigna ritorna solo alla fine della giornata, il buon samaritano salderà il conto "al suo ritorno". È come se si aprisse il varco per far spazio al "nostro posto". Gesù se ne va, ma per ritornare, perché tutti coloro che vengono dopo trovino lo spazio per incontrarlo. Anche la notazione di tempo va nella stessa direzione. Il tempo dopo Cristo può sembrare un lungo lasso, ma ormai è il "tramonto" del giorno, è il tempo che "s'è fatto breve" (1Cor 7,29). Si esprime nel racconto la coscienza dei primi credenti che dopo la Pasqua il tempo si è contratto. È il tempo di un' assenza che però ha mutato la qualità della storia, è il tempo dell' attesa ardente per il ritorno dello sposo ("perché si fa sera e il giorno già volge al declino": v. 29b). Tramonto del giorno, sera della storia, che attende l'aurora del giorno senza fine. Il lettore futuro vi riconosce senza difficoltà il proprio posto, collocato tra la Pasqua e la parusia del Signore.

Questo è il tempo dell'invocazione. Non è un tempo vuoto. La cornice spazio-temporale delinea ancora una volta la condizione spirituale dei discepoli. Il tempo dell' assenza di Gesù è il tempo della chiesa, è il momento dell' ospitalità, è il tempo di una rinnovata ricerca. Il racconto raggiunge il culmine: "ma essi insistettero: 'Resta con noi'" (v. 29a). I discepoli-chiesa si fermano nella casa della loro vita quotidiana. Forse domani riprenderanno il loro lavoro per tentare di dimenticare l'avventura trascorsa con il profeta di Nazaret, passata come una meteora fra le molte che hanno illuminato con il loro bagliore 1'oscurità della storia. Al viandante straniero - che sembra portare, come da una regione lontana, parole che interpretano i fatti luttuosi degli ultimi giorni - vogliono offrire almeno l'ospitalità per quella sera. L'insistenza tipica degli orientali a "restare" è già diventata nel racconto un'invocazione a "rimanere". È diventata nostalgia della dimora di Dio presso gli uomini. L'uomo vuole fare una casa al mistero del tempo (cf. 2Sam 7), a quel Bene promettente presente in modo frammentario negli eventi che ci toccano ogni giorno. Il desiderio trova qui il suo riposo. Solo in questo modo l'invocazione riesce a protendersi nello slancio di vedere il volto di Dio, di abitare nella sua casa, di dimorare nel suo tempio. L'invocazione nostalgica di Israele di entrare nella comunione con Dio raggiunge il punto di massima tensione. La nostra ricerca del volto di Gesù per entrare nel mistero del Volto santo approda sulle sponde del mistero. Ora avviene la svolta... Nel personaggio misterioso, che proviene da una regione straniera, Dio prende dimora tra gli uomini: "Egli entrò per dimorare con loro" (v. 29C). L'uomo crede di far spazio a Dio. La sua libertà deve uscire - sforzo supremo - da se stessa, per ospitare il suo mistero, ma nel momento decisivo scopre di essere già ospitata dalla compagnia di Dio. Quando l'uomo arrischia il cammino dell'ospitalità al mistero di Dio, scopre di essere sin dall'origine da lui ospitato, anzi ritrova il luogo - gratuità originaria - dove potrà incontrare il Risorto per sempre. "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, lo diede loro" (v. 30). L'ospitalità diventa commensalità: i discepoli-chiesa invitano, ma è il Signore risorto che presiede alla cena, che è in mezzo a loro come colui che serve. Nel grembo della chiesa si rende presente il gesto pasquale di Gesù, connotato con i quattro verbi che la tradizione liturgica della chiesa primitiva ha cristallizzato nell'esperienza di commensalità con il Risorto (prese, disse la benedizione, spezzò il pane, lo diede). Incontrare il Risorto significa ospitarlo dentro lo spazio della propria libertà in cammino. Incontrare il Signore comporta che il desiderio si purifichi e maturi come dimora per la comunione.

Il segreto della dimora apre la porta ai futuri credenti. Il punto di vista del discepolo e il punto di vista del lettore sono perfettamente sovrapposti: il vantaggio del lettore e il vantaggio del discepolo coincidono, il diverso svantaggio di entrambi è colmato. A Emmaus i discepoli sono diventati almeno tre. O, meglio, la finzione narrativa del "lettore implicito" entra nella casa e scopre molti fratelli, trova la chiesa! Allora il nostro lettore, che ci ha seguito sin qui, sente che la ricerca del volto di Gesù era già da sempre tenuta per mano da una moltitudine di fratelli. L'intreccio delle due condizioni spazio-temporali e delle due situazioni spirituali è perfetto. Con veloci tratti l'azione si scioglie e le strade si intrecciano. Il discepolo di prima mano perviene all'incontro con il Signore risorto: "allora si aprirono i loro occhi e lo ri-conobbero" (v. 3ra), ma è collocato nella stessa condizione del lettore di sempre: "ma [Gesù] sparì dalla loro vista" (v. 3 rb). Il "venire-alla-fede" dei discepoli e il "darsi-a-vedere" del Risorto ora hanno la medesima struttura per il discepolo originario e per il discepolo di seconda mano: l'aprirsi degli occhi consente di riconoscerlo, ma egli sparisce dalla loro vista. Non si può riconoscere il Risorto che nella forma della fede. Il lettore è ora nella stessa condizione del discepolo della prima ora, anzi può egli stesso diventare discepolo. La fede del discepolo/lettore si affida ai segni dell'identità del Crocifisso e del Risorto e riconosce il "mio Signore e mio Dio". La fede confessa che l'assoluta fedeltà di Gesù alla figura dell' Abba nella morte di croce (il "doveva patire") è il luogo del suo ingresso nella gloria, è il varco per il dispiegarsi della carità di Dio che si curva sull'uomo, è la libertà pienamente plasmata dal venire di Dio per la causa dell'uomo. Egli riconosce che il Dio-di-Gesù è così, perché è così il Gesù-di-Dio. Riconoscere l'origine, cioè la potenza salvifica di Dio nel gesto del povero e indifeso amore di Gesù che si affida in radicale abbandono al Padre, significa riceverlo come Risorto, incontrarlo come il Vivente, la Vita in pienezza. Ciò che i suoi (le donne) cercavano al sepolcro, si trova nel segreto della casa di Emmaus, nel grembo della chiesa che invoca: "Resta con noi!". Per questo egli sparisce dalla loro vista, non solo perché non è più "visibile" nella forma storica, ma molto più perché è "accessibile" soltanto nella forma della libertà che si affida al movimento della sua obbedienza filiale. Agli occhi che si aprono egli si sottrae, perché lo possano cercare e ritrovare da ora e per sempre nella duplice mensa della parola e del pane. Una volta per tutte custodito nel povero e indifeso gesto dello spezzare il pane. 10 slancio della ricerca ha trovato la sua dimora e la sua casa: la comunità dei fratelli.

Finalmente il lettore di seconda mano vede che il suo svantaggio non era decisivo, perché il racconto gli ha mostrato che anche il contatto storico con Gesù era il segno per un "vedere credente", che si lascia guidare dalla parola scritta e ospitare dalla presenza che crea comunione. Muta il segno storico - prima la carne di Gesù, ora il pane spezzato e il corpo della parola -, ma permane il senso dell'incontro con il Risorto. La carne di Gesù, la sua vicenda storica si "prolunga" nel corpo spezzato e condiviso della parola e del pane. Nel cammino della sua umana libertà, Dio prende dimora tra gli uomini, e li raggiunge nel gesto pasquale. Il corpo della parola e il pane spezzato sono la duplice mensa a cui ogni uomo può accostarsi per accedere al corpo crocifisso di Gesù. Tutti insieme edificano il corpo di Cristo che èla sua chiesa. Non solo un lettore isolato in ricerca, ma il cammino comune: questo è il segreto della dimora, come abbiamo sperimentato in questa settimana insieme. L'unica parola, l'unico pane ci ha fatti un corpo solo, perché tutti siamo diventati un po' più membra vive del Crocifisso risorto. Il Libro aperto e il Pane condiviso sono il luogo vivente ("il suo corpo") per l'incessante incontro con il Risorto. Il lettore ora è assimilato al discepolo, il suo punto di vista si sovrappone perfettamente a quello del discepolo.

5. Il ritorno testimoniale:
la comunità, segno reale per ogni uomo

L'azione ora si snoda con una sorprendente scioltezza. I discepoli (i due di Emmaus e gli infiniti lettori futuri che sono partiti da questo racconto) si attestano reciprocamente che la parola di Gesù ha loro illuminato la mente e il cuore. Essi lo riconoscono al passato ("non ci ardeva il cuore, mentre conversava con noi?": v. 32), lo narrano al presente, mentre gioisce con loro il lettore di ogni tempo. Solo dopo 1'apertura degli occhi (della fede) nello spezzare del pane, la parola spiegata può essere riconosciuta come una compagnia ermeneutica che non termina più. Anzi, essa è sorgente di un impulso da cui si sprigiona un'interminabile testimonianza.

La ripresa della missione illumina la fine del racconto. Il cammino dei discepoli è ora capovolto: all'inizio il viaggio era in realtà una fuga; alla fine il ritorno è in verità l'avvio della missione. Per questo Luca connota il ritorno dei discepoli con i tratti degli evangelizzatori della prima ora: Maria, i pastori, i poveri del vangelo dell'infanzia, le folle, Zaccheo, le donne, i discepoli della chiesa primitiva ("partirono senza indugio": v. 33a) e con loro il lettore che non tiene il passo della loro scioltezza evangelica. È l'insopprimibile andare di chi ha cercato e di chi ha trovato, è l'inarrestabile slancio che proviene dall'aver visto il Risorto. L'evangelizzatore di Luca è uno che ha fretta, che si muove senz'indugio (cf. Lc 10,4). La premura è segno di una libertà ritrovata, di una scioltezza che ha liberato il proprio desiderio dalle pastoie di una ricerca ripiegata su di sé e l'ha immesso nel mare aperto della testimonianza. È un desiderio che è cresciuto, si è purificato, è maturato, perché ha riconosciuto il Risorto come il luogo dove si incontra la Parola che è e dà la vita: il Vivente. Per questo diventa parola inarrestabile, messaggio incontenibile, comunione contagiosa. Il lettore qui si sente addirittura in vantaggio sui discepoli. Egli sa quanta strada ha già fatto quel messaggio, quante persone ha coinvolto quella comunione. Conosce la lista dei testimoni che si sono collocati nella scia di quella missione. E sperimenta, come qui in questo luogo monastico, che la freschezza del vangelo non smette di chiamare, anche in un tempo dove tutti sembrano rintanarsi nel loro cantuccio. Il lettore sa che la missione cristiana non è un mandato in proprio, una parola fatta proprietà privata, un messaggio geniale di cui si è titolari. Perciò il racconto termina cosi: i discepoli "fecero ritorno a Gerusalemme" (v. 33a): la parola trasmessa dev' essere la parola ricevuta e va continuamente confrontata con le colonne.

"Trovarono riuniti gli Undici" (v. 33b): la missione deve ritornare continuamente alla sorgente, anzi il suo compito è di far accedere tutti gli uomini alla Pasqua. Essa prolunga la Pasqua di Gesù per ogni tempo, perché fa accostare ogni uomo e donna al mistero di Dio nel gesto della cena pasquale. I discepoli trovano anche "gli altri che erano [riuniti] con loro" (v. 33b). L'evangelizzazione premurosa è sempre e solo un momento della comunione e la comunione è la legge della missione. Il discepolo del Nuovo Testamento non è un profeta isolato, un inviato in proprio: anche quando è un pioniere, lo è come espressione della comunità. La missione è dunque continuità della tradizione. E la tradizione non consiste solo nelle "cose trasmesse", ma è anche l'''atto di trasmettere", è tradizione vivente. I credenti, i contemplativi, gli evangelizzatori, gli uomini e le donne della carità, i missionari, i pastori, i teologi la attestano in corale testimonianza. Occorre trasmettere senza tradire, tradurre senza corrompere, consegnare senza sequestrare. Perché la missione della chiesa è segno reale: è reale perché nel segno fa incontrare veramente il Risorto; è segno perché nella realtà dell'incontro fa accedere a lui e non attira a sé. Dall'inizio alla fine della storia fa accedere all'unicità insuperabile della Pasqua di Gesù. Alla fine del racconto esplode nella sua cristallina bellezza la confessione pasquale: "Veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone" (v. 34). Tutto il racconto di Emmaus sembra la corona su cui è incastonata la perla preziosa della fede pasquale: l'annuncio del Risorto! I discepoli hanno incontrato il volto del Vivente, il lettore con loro e come loro si è fatto discepolo, tutti quelli di prima e seconda mano, ieri, oggi e domani, ritornano a dire l'unicità insuperabile della Pasqua di Gesù, la piena testimonianza della sua resurrezione, luogo in cui si è rivelato e donato il volto di Dio e la pienezza dell'immagine dell'uomo, una volta e per tutte collocati nella figura credente della libertà di Gesù: la sua dedizione incondizionata a Dio e a noi, fino alla morte e alla morte di croce.

La conclusione del nostro racconto narra quei momenti intensi che vedono accendersi, nella storia della chiesa, la gioia e l'entusiasmo della missione. Nella casa di Gerusalemme, nella sala in cui i discepoli attenderanno il dono dello Spirito, nel posto dove esso sarà donato in misura sovrabbondante a ogni persona, a tutti i figli e le figlie di Israele, c'è il trambusto e la concitazione dei momenti importanti. Sono arrivati due discepoli che se n'erano andati per altra via, è arrivato anche il lettore/discepolo di ogni tempo. Essi "riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano ri-conosciuto allo spezzare del pane" (v. 35). L'incontro attestato non aggiunge nulla di più alla fede pasquale, e tuttavia è il modo per accedervi ed è un momento necessario, perché ciascuno non può accedervi che con il dono della propria libertà. Mettendosi di nuovo in cammino, giocando di nuovo se stessi, riparte l'avventura "spirituale" che ci fa incontrare il Risorto e lo attesta anche agli altri. La dinamica della missione è un attestare "ad altri" ciò che è stato decisivo per se stessi, ma è anche il dire di un "Altro" che ci ha fatto uscire da noi stessi, che ci è apparso come un bene riconoscibile non solo per me, ma per tutti. Un bene -la dedizione di Gesù al volto di Dio come Abba e a noi - che è la verità della nostra libertà. A cui si può accedere solo nella libertà. Nella libertà della fede. Questa è la dinamica della missione. I discepoli di Emmaus e il lettore di ogni tempo, divenuto discepolo, tornano a Gerusalemme, per ripartire di nuovo. Perché ogni lettore/discepolo possa compiere il santo viaggio che gli fa incontrare il Signore risorto.

Giunto a questo punto il lettore/discepolo riavvolge il rotolo, per ritornare, con la mano operosa e il cuor contento, nella città degli uomini.