PICCOLI GRANDI LIBRI   FRANCO GIULIO BRAMBILLA

Chi è Gesù?
alla ricerca del volto

EDIZIONI QIQAJON
COMUNITÀ DI BOSE

La mappa della ricerca.

IL VOLTO, LO SGUARDO E LE IMMAGINI DI GESÙ
1. Il tema: alla ricerca del Volto
2. Il triplice sguardo di Gesù
3. L'unico volto e le molte immagini
4. Il volto autentico e il vangelo quadriforme

LA RICERCA DI GESÙ COME FORMA DEL VANGELO DI LUCA
1. L'inizio e la fine
2. Galilea e Gerusalemme
3. In viaggio verso Gerusalemme
4. Al centro: la ricerca del regno di Dio

Primo episodio.

"PERCHÉ MI CERCAVATE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (I GENITORI): Lc 2,39-52
1. Il racconto e la struttura
2. La sapienza e la grazia
3. Gerusalemme e la Pasqua
4. I tre momenti della ricerca
5. La prima (e l'ultima) parola di Gesù nel vangelo
6. Ritorno a Nazaret
Primo ascolto.
IL MISTERO DI NAZARET
1. L'inizio della ricerca: !'incubazione della Parola
2. La direzione della ricerca: Gerusalemme e la Pasqua
3. I tempi della ricerca: perdere, non trovare, ricercare
4. La prima tessera del volto di Gesù

Secondo episodio.

"E LE FOLLE LO CERCAVANO..."
LA RICERCA DI GESÙ A CAFARNAO DA PARTE DELLE FOLLE: Lc 4,42-44
1. Gesù a Cafarnao e la ricerca delle folle
2. Gesù si sottrae alle folle
3. La ricerca spasmodica delle folle
4. La seconda autopresentazione di Gesù
Secondo ascolto.
IL BISOGNO DELLE FOLLE
1. La ricerca che nasce dal bisogno
2. Sottrazione e disorientamento
3. Il desiderio della ricerca del Regno

Terzo episodio.

"E CERCAVA DI VEDERLO"
ERODE CERCA DI VEDERE GESÙ: Lc 9,7-9
1. La ricerca di Gesù da parte di Erode
2. Le opinioni per sentito dire su Gesù
3. La domanda di Erode e il desiderio di vedere Gesù
4. L'esito della ricerca di Erode
Terzo ascolto.
IL NULLA DI UNA RICERCA REMOTA
1. Una ricerca per sentito dire
2. L'attesa miracolistica separata dalla vicenda di Gesù
3. Lo smascheramento del nulla della ricerca

Quarto episodio.

"CERCATE PIUTTOSTO IL REGNO DI DIO"
GESÙ MAESTRO DI RICERCA DEL REGNO: Lc 12,22-32
1. Gesù maestro di ricerca sulla via verso Gerusalemme
2. I due ammonimenti di Gesù
3. Lo sguardo di Gesù
4. Piuttosto cercate il regno di Dio
Quarto ascolto.
LA RICERCA ASSOLUTA DEL REGNO
1. "La tua grazia vale più della vita"
2. Di tutte queste cose si preoccupano i pagani
3. Cercate anzitutto il Regno!
4. Il Padre vostro celeste darà lo Spirito...!

Quinto episodio.

"IL FIGLIO DELL'UOMO È VENUTO A CERCARE E SALVARE"
ZACCHEO CERCA DI VEDERE GESÙ ED È CERCATO DA LUI: Lc 19,1-10
1. La duplice ricerca che s'incontra
2. Il parallelismo tra il cieco nato e Zaccheo
3. La ricerca di Zaccheo
4. La casa dell'incontro
5. La ricerca del Figlio dell'uomo
Quinto ascolto.
LA RICERCA COME INCONTRO
1. L'uomo è cercatore di Dio
2. Dio è cercatore dell'uomo in Gesù
3. Il luogo dell'incontro tra le due ricerche
4. La ricerca dell'incontro e come incontro
5. Un incontro pasquale anticipato

Sesto episodio.

"PERCHÉ CERCATE TRA I MORTI COLUI CHE E IL VIVENTE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (LE DONNE) AL SEPOLCRO: Lc 24,1-12

1. Il quadro del capitolo 24 di Luca
2. Le donne al sepolcro
3. L'apparizione angelica e l'annuncio della resurrezione
4. La reazione delle donne e l'annuncio agli Undici
Sesto ascolto.
IL VOLTO DEL VIVENTE
1. La ricerca ripresa e il luogo della memoria
2. Il corpo sottratto e la conversione della speranza
3. Perché cercate tra i morti? Non è qui!
4. Il Vivente è il Crocifisso!

La configurazione della ricerca.


"DUE DISCEPOLI CAMMINAVANO E CERCAVANO INSIEME"
PER IL LETTORE FUTURO: Lc 24,13-35
1. La cornice: sul cammino in fuga da Gerusalemme
2. La presenza assente: la meraviglia incredula
3. La ripresa memoriale: la libertà credente dinanzi alla dedizione incondizionata
4. La dimora: si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero
5. Il ritorno testimoniale: la comunità, segno reale per ogni uomo

Sesto episodio

"PERCHÉ CERCATE TRA I MORTI COLUI CHE È IL VIVENTE?"
LA RICERCA DI GESÙ DA PARTE DEI "SUOI" (LE DONNE) AL SEPOLCRO 
Lc 24,1-12

Entrando nello spazio della passione, la "ricerca" di Gesù sembra come scomparire. Il tema sembra assente o, meglio, cambia di segno: gli uomini cercano ancora Gesù, ma per consegnarlo. "I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole" (Lc 19,47-48); "Gli scribi e i sommi sacerdoti cercarono allora di mettergli addosso le mani, ma ebbero paura del popolo" (Lc 20,19); "I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo" (Lc 22,2); "[Giuda] fu d'accordo e cercava l'occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla" (Lc 22,6); "Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano" (Lc 22,31). La ricerca di Gesù si trasforma nel tentativo degli uomini di sopprimerlo, di mettergli le mani addosso, di toglierlo di mezzo, è ricerca dell'occasione propizia per consegnarlo nelle mani dei peccatori, per tradirlo. Questa ricerca omicida che vuole sopprimere colui che viene a cercare l'uomo perduto introduce un elemento drammatico, senza il quale non è possibile comprendere la Pasqua di Gesù. Dio che cerca l'uomo in Gesù si trova dinanzi il rifiuto dell'uomo, un rigetto in nome di un'immagine di Dio costruita a salvaguardia della propria religiosità. In realtà si tratta di una maschera di Dio. Gesù si lascia "consegnare nelle mani degli uomini" (si ricordi che David preferì consegnarsi nelle mani di Dio piuttosto che nelle mani dei suoi nemici: 2Sam 24,14), di quegli uomini che "cercano" l'occasione propizia per consegnarlo, per tradirlo. Anche i suoi discepoli subiscono questa tentazione suprema: uno di loro lo tradisce, lo stesso Simone lo rinnega, gli altri se ne fuggono. Nell'ora delle tenebre, satana viene e cerca di vagliarci come il grano... La ricerca di Gesù si tramuta nel tentativo violento di trovare un capro espiatorio: gli uomini tentano di addossare il peccato di tutti su di uno, perché "è meglio che un solo uomo muoia per il popolo" (Gv 11,50; 18,14), per scaricare il loro desiderio violento sulla vittima innocente.

Mi si conceda qui un parallelo con Giovanni. Anche nel quarto evangelo, dove la ricerca di Gesù ha un'importanza decisiva, la passione inizia con una duplice domanda di Gesù, rivolta alla marmaglia capeggiata da Giuda: '''Chi cercate?'. Gli risposero: 'Gesù, il Nazareno'. Disse loro Gesù: 'lo sono!'. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse: 'Io sono', indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: 'Chi cercate?'. Risposero: 'Gesù, il Nazareno'. Gesù replicò: 'Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano'. Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: 'Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato'" (Gv 18,4-9). Alla ricerca sbagliata e aggressiva dei figli delle tenebre in armi, con torce e lanterne nella notte della luna piena (la Pasqua cade sempre nel primo plenilunio di primavera), che "cercano" per togliere di mezzo Gesù di Nazaret, Giovanni fa risuonare per tre volte il Nome santo di Dio (Io sono). L'uomo indietreggia e cade, invece di prostrarsi per adorare, ma Gesù si lascia cercare anche in questo modo sbagliato ("se cercate me... "), purché i suoi siano salvi ("lasciate che questi se ne vadano"). E Giovanni, con voce fuori campo, ricorda in maniera rassicurante la parola di Gesù per il lettore: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato" (v. 9). Gesù è colui che non ci "perde", neppure quando noi lo cerchiamo in modo sbagliato, quando gli andiamo incontro per sopprimerlo. Gesù non è solo colui che "è venuto per cercare e salvare", ma colui che "non ha perduto nessuno di quelli che gli sono stati dati". C'è un tratto di forte consolazione nel "non ho perduto nessuno", parola d'incrollabile speranza rivolta a tutti, anche a quelli che lo cercano per consegnarlo, anche ai suoi che lo stanno per rinnegare, abbandonare, che fuggono nell'ora delle tenebre, che si lasciano travolgere nel gioco delle consegne, che perdono la testa e il cuore nel momento della tentazione suprema. Parola d'amore misteriosamente rivolta anche a Giuda... che gli sta lì dinanzi.

Occorre allora dimorare nella ricerca: è la ricerca di Gesù, colui che viene a "cercare e a salvare", colui che gli uomini "cercano per consegnarlo", colui che "non perde nessuno di coloro che gli sono affidati", colui che "cerca sempre" l'uomo, anche quando rifiuta l'amore incondizionato di Gesù che non vuol perdere l'uomo "perduto". Per questo forse la ricerca da parte dell'uomo resta come sospesa, fino a ricomparire il mattino di Pasqua, ancora più smarrita, perché è una ricerca non solo insicura, ma anche distorta, deformata, tradita, macchiata dall' abbandono, dal rinnegamento, dalla solitudine e dalla morte. Bisognerebbe percorrere tutto il racconto della passione, come il luogo dove la ricerca scompare, dove essa è sottoposta per così dire al suo venerdì santo. Il Crocifisso appare veramente come l"'altro" della ricerca, ciò che l'uomo non può neppure concepire, né attendere, ma che deve lasciare semplicemente venire incontro nella forma incondizionata dell'amore di Gesù. Fino alla fine (1).

La ricerca riappare in modo prepotente il mattino di Pasqua, a Gerusalemme, il terzo giorno. È la ricerca da parte "dei suoi", delle donne discepole di Gesù che l'avevano seguito fin dalla Galilea. In questo arco si raccoglie tutto il nostro cammino, nel grembo e nel cuore di queste donne che non smettono di cercare Gesù.

1. Il quadro del capitolo 24 di Luca

I racconti di resurrezione di Luca sono unificati nella cornice di una giornata: al mattino avviene l'episodio delle donne al sepolcro (24,1-12); durante "lo stesso giorno" ha luogo l'incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus (24,13-35); e la sera, al ritorno dei due discepoli di Emmaus, Gesù "in persona stette in mezzo a loro" (24,36-53). Il primo e il secondo episodio sono legati dal filo rosso di Pietro, che va su indicazione delle donne al sepolcro vuoto (24,12) e che è già stato oggetto di apparizione secondo la confessione di fede della comunità riunita ("veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone": 24,34). Il c. 24 di Luca è dunque il capitulum per eccellenza del vangelo, culmine a cui approda il racconto e ri-capitolazione di ciò che precede. Rappresenta il gesto con cui il lettore, giunto a questo punto, prende il rotolo e lo riavvolge, per ripartire dall'inizio e per ri-capitolarlo! Il brano è come racchiuso tra due assenze del "Signore" Gesù, che diventa presente in modo nuovo: all'inizio l'assenza del corpo crocifisso che si ripresenta nel corpo sfolgorante del Risorto, alla fine l'assenza del corpo risorto che si rende presente nello Spirito promesso che animerà il corpo della chiesa.

Ancora più interessante la funzione ricapitolatrice di Lc 24 rispetto al resto del vangelo. Nel trittico della resurrezione sono ripresi molti temi precedenti: gli annunci fatti da Gesù lungo il suo ministero (gli annunciatori del vangelo li inviano l'uno all'altro in una sorta di staffetta: gli angeli alle donne [v. 6], le donne agli Undici, agli apostoli [vv. 9.10], il Risorto a tutti i discepoli [vv. 44-45]); il tema della memoria e della testimonianza, la tematica della fede; il movimento delle persone (l'''andare", il "tornare", l"'entrare", l"'uscire"); la sottolineatura della corporeità di Gesù, l'apertura di molte realtà (il sepolcro, gli occhi, la mente, la Scrittura che viene "spiegata").

La struttura e il movimento narrativo dell'episodio delle donne al sepolcro è contenuto in una grande inclusione dove Luca muta ad arte - rispetto ai sinottici - per creare un parallelismo chiastico tra l'inizio e la fine.

v. 1:

"(le donne) / A sul sepolcro

(epì tò mnéma)

B si recarono"

v. I2:

"Pietro... / B' corse

(epì tò mnemezon)

A' sul sepolcro"

Così questi personaggi si allontanano poi dal sepolcro. Il sepolcro, "luogo del ricordo", anzitutto attira a sé, ma poi fa ripartire per la ricerca di "colui che è ricordato". Dentro questa cornice si stagliano i momenti del racconto. Ascoltiamolo.

A Le donne al sepolcro

1 Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2 Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; 3 ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

B Apparizione angelica

4 Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. 5 Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro:

C Kerygma

della resurrezione alle donne

"Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6 Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, 7 dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno".

D Reazione delle donne

8 Ed esse si ricordarono delle sue parole.

C' Kerygma

della resurrezione

agli Undici e ai discepoli

9 E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10 Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.

D' Reazione degli Undici

11 Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.

A' Pietro va al sepolcro

12 Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto.

B' Apparizione a Pietro

(ricordata più avanti) 34 "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone".

Ne viene - come abbiamo notato al capitolo 2 - un movimento narrativo che alterna continuamente rivelazione e reazione: mancato ritrovamento al sepolcro (vv. 2-3), perplessità delle donne (v. 4a); apparizione dei due uomini (v. 4b), paura delle donne (v. 5a); perché cercate? - annuncio pasquale - ricordate! (vv. 5b-7), ricordo e ritorno delle donne (vv. 8-9a); annuncio agli apostoli (vv. 9b-10), incredulità generale e corsa di Pietro al sepolcro (vv. II-I2a); Pietro vede solo le bende (v. I2b), Pietro ritorna meravigliato per l'accaduto (v. I2c).

2. Le donne al sepolcro

L'episodio inizia con l'indicazione temporale (il primo giorno della settimana) riportata in greco: "al (giorno) uno dei sabati", l'ultimo giorno narrato nel vangelo di Luca, il terzo giorno, giorno del compimento. Siamo al mattino presto, alle prime luci del giorno, "sul far dell' alba" (diversamente da Giovanni per il quale era ancora buio). L'ambientazione è sul "luogo della memoria" (mnema), e l'evangelista rimanda puntualmente a 23,53 con le indicazioni di tempo e luogo, per segnalare appunto che solo il "posto della memoria" tiene il tenue filo tra la morte e la vita. Solo ora si vede snodarsi l'azione perché il soggetto è sottinteso, tanto è forte il legame con l'episodio precedente della sepoltura. Aveva scritto poco prima 1'evangelista: "Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento" (Lc 23,55-56). Le donne, che tengono il filo con la Galilea, osservano anche con precisione il luogo della sepoltura. Perciò l'inizio del capitolo 24 vede subito le donne muoversi, senza che vi sia bisogno di richiamare il soggetto: "si recarono" sul "luogo della memoria" "portando gli aromi che avevano preparato", eseguendo fedelmente quanto si dice in 23,56 per la purificazione, 1'unzione e la profumazione del corpo di Gesù. Il lettore, stremato alla fine del racconto della passione, con il cuore confuso e la testa stordita, sente tra le sue mani l'ultima pagina del rotolo del libro, e si avvia anche lui con premurosa sollecitudine insieme alle donne a eseguire l'estremo rito. Egli guarda le mani femminili sul "luogo del ricordo" che compiono i gesti dell'umana pietà.

Nel nostro testo si dice che stavolta le donne trovano ciò che cercano, trovano anche già la pietra rotolata via (non c'è come in Marco la domanda retorica: "Chi ci rotolerà via il grande masso...?"): essa sembra naturalmente aperta, parla già di un facile transito delle donne verso il sepolcro, il luogo della memoria. Il luogo dello sheol sembra già violato, non è più protetto. Osserviamo, dunque, il gioco del verbo "trovare", che qui precede il "cercare". Non c'è bisogno di cercare il luogo della memoria. Luca è stato rassicurante nel raccontare la precisione delle donne nel far memoria del posto e perciò annota la facilità con cui esse trovano il luogo della memoria! Le donne scoprono una cosa che non si aspettano (la pietra rotolata) e non trovano, invece, una cosa che si aspettavano di trovare con assoluta certezza (il corpo crocifisso). Anche se qui non c'è il verbo cercare, il lettore nota il gioco linguistico non trovare-trovare (che c'è solo in Luca): esso suppone un cercare che trova ciò che non s'aspetta e non trova ciò che cerca.

Ecco la sorpresa su cui converge la prima scena: "entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù". Ora le donne e il lettore sono alla pari: sgomenti non trovano ciò che in ogni caso dovrebbe esserci, il corpo del Signore Gesù! Il narratore aveva fatto notare prima così puntigliosamente che le donne avevano preso buona nota del luogo e come esse così speditamente erano arrivate al "luogo ricordato". Chi legge il testo in originale sente il contrasto tra tutto questo. E poi il lettore si meraviglia che Luca chiami il cadavere "corpo del Signore Gesù". Sia l'insistenza sul(la mancanza del) corpo del Signore che ritornerà nel brano dei discepoli di Emmaus (24,23 e poi ancora in 24,36-43), sia l'accenno pasquale al "Signore Gesù", rendono questa assenza meno trepida per il lettore, forse più enigmatica per le donne. Su questa assenza si chiude la prima scena con le donne incerte ("Mentre erano ancora incerte"): esse non sanno che strada prendere tra passato e futuro, sono dis-orientate (a-poréo)... E con loro anche il lettore . Occorre fermarsi un momento su questa a-poria, sul groviglio di pensieri e turbamenti che a questo punto toccano le donne e il lettore, la situazione di stallo e confusione, senza via di uscita. Siamo di fronte al limite estremo della morte.

3. L'apparizione angelica e l'annuncio della resurrezione

L'attacco del versetto 4 mette sull' avviso che sta avvenendo qualcosa di importante: "E avvenne, e accadde...". L'inaspettato accade, irrompe dall'alto, anche se prende forma umana: "ecco due uomini apparire-sopra" (ep-istemi: è il verbo che Luca usa per indicare l'angelo che sta sopra ai pastori: 2,9), ma dopo, in Lc 24,23, i discepoli di Emmaus narreranno che le donne "son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli". Sono due uomini/angeli (due perché sono testimoni della resurrezione) che si pongono sopra/accanto alle donne per aiutarle nel loro cammino di ricerca: all'inizio del cammino gli angeli danno l'annuncio della nascita, qui degli angeli/annunciatori danno l'annuncio della ri-nascita di Gesù (molti sono gli elementi comuni con l'apparizione natalizia). La scena è presentata con la coreografia di una teofania, con le vesti sfolgoranti, con la luce e con le parole che esprimono l'annuncio pasquale. E segue la tipica reazione alla teofania, con il timore che proviene dall'entrare in contatto con la sfera del divino e l'atteggiamento di adorazione che fa prostrare il volto a terra.

L'annuncio della resurrezione si presenta in modo ritmico, quasi a ricordare un testo facile da mandare a memoria e tante volte proclamato, attualizzato, ripresentato sul "luogo della memoria" (forse addirittura in occasione di una celebrazione sui luoghi santi), per dire che l' "avvenne" irrompe dall'alto e ha la forma di un annuncio oracolare:

Perché cercate il Vivente A

B tra i morti?

Non è qui, B'

A' ma è risuscitato!

È l'evangelo della resurrezione! Con la disposizione in forma chiastica, possiamo immaginarlo come un dialogo con domanda e risposta rivolto alle donne/lettore: si viene a creare una situazione a triangolo. Uno dei due uomini domanda: "Perché cercate il Vivente tra i morti?", e allo stupore timoroso delle donne e del lettore risponde l'altro uomo in veste di angelus interpres: "Non è qui, ma è (stato) risuscitato (da Dio: passivo divino!)". Così 1'evangelista coniuga nella domanda e risposta il duplice linguaggio: l'uno tradizionale dell' annuncio pasquale (cf. 1Cor 15.4: "è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture"); 1'altro singolare che è tipico di Luca, forse per spiegare la resurrezione anche ai cristiani di cultura greca: tuttavia, l'espressione "il Vivente" (tòn Zònta) richiama la famosa formula biblica secondo cui Dio è il Dio dei viventi e non dei morti (meglio ancora la dizione "il Dio vivente" [Theòs zòn], cf. Gs 3,10). Qui è singolare il fatto che il kerygma della resurrezione sia collegato con il verbo "cercare". È l'ultima apparizione tematica della "ricerca" nel vangelo di Luca (se si esclude 1'accenno nell' episodio dei discepoli di Emmaus). Non bisogna cercare più tra i morti, non bisogna inseguire - dice il narratore con la bocca dei due uomini - la muta traccia del corpo gelido e trapassato (non è qui!), non bisogna ricercare Gesù sul "luogo del ricordo" che gli uomini predispongono per non perdere la traccia degli affetti e delle immagini dei loro cari, ma bisogna cercare in un' altra direzione. Si noti che la negazione della ricerca nella direzione dei morti non può essere più evidente: "Perché cercate... tra i morti? Non è qui!". La ricerca deve mutare direzione, non deve cercare la vita tra la morte, neppure il ricordo della vita nella morte (il sepolcro). L'interrogativo, che sembra retorico (perché non si può cercare la vita tra i morti...), in realtà contiene un effetto stupendo: meno ancora si può cercare "il Vivente" tra i morti, "Colui che continua a vivere", anzi "Colui che dà la vita" (il "Dio vivente" diventa qui "il Vivente" riferito a Gesù). Su questa interrogazione apparentemente retorica irrompe l'affermazione, anzi la proclamazione del kerygma.

L'annuncio pasquale viene dall'alto. Come l'annuncio di Natale, portato dall' angelo, anche ora è portato dalla testimonianza di due uomini/annunciatori. È dono che proviene dal regno della vita, "non è qui", "non va cercato qui" nel regno della morte. Non una tomba vuota parla della vita che viene da Dio, essa al più è segno, non prova della resurrezione, è segno dell' assenza, anzi di quest'assenza. La tomba vuota non va banalizzata, non va trascurata, essa indica la nostra ferita, il nostro bisogno di cercare il luogo del ricordo e insieme la nostalgia di non perdere la memoria Iesu. Per questo l'evangelista ci dice che la ricerca del Vivente deve prendere un orientamento nuovo, l'ultimo e definitivo sguardo sul volto di Gesù. Da un lato, essa va accolta dall' alto, dai due uomini che annunciano un messaggio che non viene né dalla carne né dal sangue, ma dalla voce degli annunciatori pasquali (la chiesa). Luca li disseminerà nel suo secondo libro, gli Atti degli apostoli, a partire da Pietro a Pentecoste, mentre lo Spirito continuerà a farli sorgere dalle ceneri di coloro che, come Paolo a Damasco, vogliono cercare e trovare nella direzione sbagliata. Dall' altro, questa ricerca comporta di "ricordare" (a differenza degli altri evangelisti, Luca non dice "andate"). Il terzo evangelista è molto preoccupato di un ricordo che non sia solo una memoria cronachistica, ma "racconto che fa memoria", anzi che lascia continuamente illuminare i fatti da Gesù, l'ultimo e primo angelus interpres, come illustrerà stupendamente nel successivo episodio dei discepoli di Emmaus. Cos1 Luca ci rimanda alle parole di Gesù, riprende e sigilla il nostro cammino di ricerca percorso dalla Galilea a Gerusalemme: "Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava (dei) che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno" (Lc 24,6-7). Il "luogo della memoria" non è il sepolcro, perché è un luogo che non parla, o forse meglio dice una mancanza della parola, ricorda la nostalgia di un verbo che interpreti il nostro cercare.

La parola di Gesù che viene ricordata rimanda esplicitamente agli annunci della Pasqua fin dalla Galilea, rispettivamente di 9,22 e 9,44-45: anzi il primo annuncio di 9,22 è speculare al nostro di 24,7-8, mentre il secondo contiene il motivo dell'incomprensione (9,45) che lascia aperti gli annunci a una successiva ripresa. I due annunci galilaici incorniciano l'episodio della trasfigurazione, mentre qui per così dire abbiamo l'annuncio della resurrezione che trasfigura il ricordo di quegli annunci incompresi e oscuri agli orecchi dei discepoli/lettore. Ugualmente il terzo annuncio, in Lc 18,31-34, contiene il richiamo alla non comprensione, all'oscurità di tale parola che richiede una successiva ripresa. Questi annunci sembrano tutti prefigurati nelle parole di Gesù dodicenne al tempio, con la menzione di Gerusalemme, la Pasqua, il tema dell'incomprensione e in più la spiegazione della ricerca offerta da Gesù stesso: '''Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo (dei) essere nelle (mani?) del Padre mio?'. Ma essi non compresero la parola che aveva detto loro" (2,49-50). Qui l'inclusione è perfetta, perché è richiamato narrativamente il tema della ricerca, mentre giunge a compimento il piano salvifico (dei), la consegna di Gesù nelle mani del Padre e degli uomini, che però diventa la sua stessa autoconsegna, che assomma tutta la mirabile progressione degli "io devo" di Gesù (io devo essere nella casa, io devo portare il buon annuncio, io devo andare per la strada, io devo rimanere a casa tua, il Figlio dell'uomo deve essere consegnato nelle mani dei peccatori...). Con le donne, il lettore riavvolge ora il rotolo che va dall'inizio alla fine. "Perché mi cercavate?" dice Gesù ai suoi (genitori); "Perché cercate...?" dicono i due annunciatori ai suoi (le donne), e il lettore, che vuole essere dei suoi, ripercorre il filo prezioso che vede il disegno divino del Padre e l'agire degli uomini fondersi nell' autoconsegna di Gesù al Padre e agli uomini. È l'ultimo tratto del volto di Gesù che il lettore raccoglie. Esso non è solo il tratto del volto di Gesù in croce, ma è l'ultima tessera del Crocifisso risorto! Anzi è il Vivente, colui che da ora e per sempre è la vita donata, perché è la vita filiale continuamente ricevuta dal Padre e donata agli uomini (peccatori). Questo èl'evangelo di Pasqua, ma questa è anche la Pasqua dell'evangelo, la sua Gerusalemme definitiva, quella celeste che scende dall' alto! Mancherebbe solo una cosa che le donne (e il lettore) forse s'attendono: che proprio Gesù sul cammino sia l'ultimo e definitivo annunciatore dello splendore della sua gloria crocifissa, perché ne è stato anche il primo interprete nel tempio. Ma l'evangelista rinvia questo all' episodio successivo, perché anche il discepolo di "seconda mano", il lettore futuro, possa trovare la via di accesso al Vivente.

4. La reazione delle donne e l'annuncio agli Undici

Il v. 8: "Ed esse si ricordarono delle sue parole", riprende il tema della memoria (cf. il "ricordarsi" da parte di Pietro del suo rinnegamento: 22,61). Nel luogo della memoria le donne devono cambiare la direzione del ricordo, non nel luogo della morte, ma nella direzione della parola di Gesù; non cercando il corpo morto, ma ricercandolo nella parola viva di lui. Non chiedono altro agli annunciatori, ma devono ripercorrere il racconto di Gesù e invitano il lettore a riavvolgere il rotolo per rileggere tutto il cammino fatto sinora. L'evangelista stesso suggerirà in forma esemplare nell' episodio dei discepoli di Emmaus come si fa a ripercorrere e riconfigurare il racconto evangelico alla luce della parola, del corpo eucaristico e della comunità pasquale. Il corpo del Crocifisso risorto ha ora la forma corporea della parola narrata, del pane eucaristico spezzato e della comunità riunita. Questo è esattamente il contenuto e la dinamica dell' annuncio (in Luca le donne non ricevono un mandato di annunciare agli Undici). Esse vanno del tutto naturalmente ad annunciare il ritrovamento/ricordo del corpo del Signore Gesù! "E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli" (Lc 24,9-10). Le donne dicono "tutto a tutti", ormai questa è la legge dell' annuncio, questo è lo slancio del racconto. Tutta la "vera famiglia" di Gesù (Lc 8,2-3) riparte per ridiventare la famiglia di Gesù che annovera una moltitudine infinita di fratelli. Prima lo annunciano e poi lo raccontano: l'annuncio chiede racconto, il racconto riprende l'annuncio come memoria Iesu. Il kerygma chiede racconto, dice Ricoeur. Proprio mentre il racconto evangelico sta terminando, Luca ne rivela il motore che continuamente lo produce. L'annuncio cristiano non è solo comunicazione di dottrine, neppure solo della "verità vera" della resurrezione, ma chiede racconto, all'indietro e in avanti: all'indietro per ricuperare la memoria viva e vitale di Gesù e secondo Gesù, in avanti per creare sempre da capo il racconto cristiano. Da duemila anni fino all'oggi del lettore. Il suo paradigma è l'episodio dei discepoli di Emmaus. I versetti che seguono sull'incomprensione dei discepoli di fronte all' annuncio (delle donne) e della corsa di Pietro al sepolcro saranno genialmente ripresi e sciolti nei due brani che chiudono il capitolo 24.

Sesto ascolto

IL VOLTO DEL VIVENTE

La ricerca riprende. Il corpo del Crocifisso è ricercato per essere onorato e custodito. Le donne che l'avevano seguito fin dalla Galilea, la "vera famiglia" di Gesù in gruppo, con gli occhi della tenerezza e le mani della premura, vanno a cercare il corpo di Gesù, per ungerlo con il gesto dell' affetto e della devozione. Tenue filo che collega la fine del Maestro e l'attesa della resurrezione futura. La speranza della resurrezione, riposta nel cuore dell'uomo, è rinviata alla fine dei tempi quando Dio, fedele al giusto martire, lo farà sorgere dalla terra e suggellerà la sua alleanza. Per ora l'uomo può solo attendere e la mano femminile porta i vasi degli oli quasi per custodire i brandelli della memoria, più che per anticipare la resurrezione. Le lacrime del Venerdì santo, lo strazio di quel Sabato vuoto e lacerante non possono stare in una situazione di stallo. Il vuoto è riempito con l'affetto, ultimo rifugio del cuore umano, germe prezioso per non soffocare la speranza. L'affetto ha volto e mani di donna e si mette alla "ricerca".

1. La ricerca ripresa e il luogo della memoria

La ricerca "dei suoi", delle donne, come per i genitori di Gesù era stata un ritorno suoi propri passi a Gerusalemme, è un andare al luogo dove avevano lasciato Gesù morto. Le donne vanno il mattino presto al sepolcro, scrupolosamente registrato nella memoria per ritrovarlo e portare gli oli profumati per la purificazione e l'ultimo gesto di affetto e devozione. La ricerca ritorna sulla tomba, luogo della memoria e segno dell' assenza, anzi segno di quest'assenza, della dipartita di Gesù. Cerca il corpo esanime per lavarne le ferite, ungerne il costato, avvolgerlo in lini preziosi, sempre pronti per onorare la sepoltura.

Per gli altri, il morì e fu sepolto indica la fine della carriera del protagonista della vicenda. Gli uomini consegnano, mandano a morte e chiudono le tombe, pensando che il loro gesto ponga fine all' agire di Dio. Essi controllano il perimetro della storia, e qualche volta credono che il loro "potere" sia sufficiente a determinare il corso degli eventi. Per loro la storia esaurisce la realtà, la cronaca ch'essi inscenano è ciò che effettivamente esiste, gli eventi ch' essi misurano e iscrivono nel calendario sono la trama del tempo. Ormai per loro la vicenda di Gesù è finita, l'obiettivo è raggiunto, la bocca che diceva parole che vengono da lontano è chiusa nella rigidità della morte. Gli uomini possono comminare - tremenda possibilità - la pena capitale per far tacere la voce dell' aldilà delle cose. Addirittura mettono sigilli, perché nessuno possa sfondare la dura corazza del tempo, la prova empirica della pietra che seppellisce ogni cosa. E fanno la guardia alla misura delle cose che hanno stabilito con diritto e giustizia, secondo la prova della ragione che non vede dentro e al di là delle cose, per non dover credere a quell' "oltre" che sempre minaccia le loro verità necessarie, i fatti empiricamente accertati.

Per le donne il sepolcro è segno dell' affetto, è custodia della memoria, è intuizione dell' amore. La sepoltura, secondo il costume giudaico, è cura del frammento di vita contenuto anche nella morte, grembo che può generare speranza. Per questo Gesù dice ai discepoli, a proposito del gesto della donna di Betania, che sciupa il salario di un anno e versa - spreco inconcepibile il profumo gelosamente tenuto per la cura di sé: "Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; i poveri, infatti, li avrete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avrete sempre. Essa ha fatto ciò ch' era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto" (Mc 14,6-9). Questa è la potenza della donna, con gli occhi dell' amore e il cuore della tenerezza. Dice Gesù: "Lasciatela stare, lasciatela fare!". Non importunate le donne che vanno al sepolcro a raccogliere il filo sottile che collega la morte e la vita, il visibile e l'invisibile, la carne e lo spirito, il vedere e il credere, il sapere e l'amare. E poi aggiunge una profezia: "In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto". La parola di Gesù a Betania è profezia di futuro, perché è sguardo sul presente: il gesto della donna "dovunque" e "in tutto il mondo" sarà "raccontato come vangelo" perché, al centro del vangelo e alla Pasqua di Gesù, sarà da ora e per sempre collegato lo sguardo della donna e la mano che versa l'olio preziosissimo, quasi lente d'ingrandimento e teca preziosa che custodiscono il Crocifisso. Altre donne, all' alba di Pasqua, sono alla "ricerca" con passo svelto nell' aria tersa del mattino. L'amore che custodisce tiene vivi il cuore e la mente, aguzza la vista e l'ingegno, sa dove andare, non smette di cercare. E corre al sepolcro, al "luogo della memoria" dove è custodita l'ultima traccia del passato di Gesù.

2. Il corpo sottratto e la conversione della speranza

La speranza della resurrezione in tutte le culture ha la forma del culto dei morti, della venerazione del "luogo della memoria" . Anzi i reperti archeologici del culto dei morti sono uno dei segni caratteristici della vita culturale e sociale. La speranza della vita oltre la morte ha i tratti del prolungamento dell' esistenza terrena, della sopravvivenza del passato e del presente di là dalla morte, del ritorno in una forma d'esistenza simile alla nostra o, in talune culture, dell'immortalità dell'anima, della permanenza della componente più intima e personale dell'uomo. La speranza della resurrezione è un impulso e un' attesa irresistibile, ma il suo immaginario è incerto e vario alle diverse latitudini culturali, colorato dai sogni terreni con cui ci s'immagina Dio e il futuro dell'uomo. E anche quando, come nella nostra società moderna, la speranza della resurrezione sembra oscurarsi, allora la morte è rimossa e nascosta prima di tutto a se stessi e si traduce nell' attivismo sfrenato e nella società della gratificazione istantanea. La cosmesi della morte - abbiamo visto sopra - è il surrogato dell' attesa di vita tutta raccolta nell' attimo fuggente e nel frammento da possedere. Anche qui l'attesa rimane irresistibile, anche se mascherata e sepolta sotto la rincorsa della vita. Il lettore, dopo gli episodi della passione, se ne sta con lo scoramento che lo tiene in ansia e osserva la ripresa della ricerca delle donne. Ma scuote il capo, vorrebbe che ritrovassero Gesù, però sente che stavolta la pietra tombale non può risollevarsi per far rinascere la vita. Sa già dall'inizio del vangelo che "i suoi" lo sanno ritrovare, ma sente che è solo il gesto della pietà e dell' affetto, dice con distacco che è la parte irrazionale dell'uomo che non vuole rassegnasi all' evidenza delle cose e della fine di Gesù.

E la ricerca dei suoi riparte nella forma della memoria ripercorsa, dell' amore che custodisce il luogo del ricordo, il segno dell' assenza che rinchiude il corpo morto di Gesù. Il lettore ha imparato che la ricerca non si muove subito nella giusta direzione. Essa va nell'unica direzione che conosce, rivolta verso il passato, non si rassegna al fatto che sia un ieri "passato". E il lettore di ogni tempo sta a osservare perplesso: qui più che altrove il suo punto di vista sembra dissociato dai personaggi. Gli sembra che l'ultimo lembo del rotolo non possa riservare sorprese al racconto. Sarà una conclusione banale, non solo di una storia, ma di un' opera incompiuta. Il narratore, però, sta in agguato...

Nell' aria frizzante del mattino primaverile, dopo il sabato osservato secondo il comandamento (Lc 23,56), le donne vanno al sepolcro. La strada è vuota e all'orizzonte appare il sole luminosissimo del mattino di Gerusalemme. Il luogo è conosciuto, perché poco prima Luca ha rassicurato il lettore: "Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati" (Lc 23,55-56). L'evangelista Marco aggiunge un interrogativo retorico di grande effetto: "Esse dicevano tra loro: 'Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?'" (Mc r6,3). La pietra tombale che gli uomini hanno posto per chiudere la carriera di Gesù diventa in Marco un masso opprimente. Gli uomini uccidono e seppelliscono, stabiliscono i tempi del successo e la fine delle fortune umane. Essi fanno la storia, ma gli occhi dell' amore e della meraviglia corrono al sepolcro per onorare un passato che non si lascia rinchiudere nel tempo trascorso. A loro sembra forse l'ultimo atto dovuto del cuore e della tenerezza femminile. N on sanno ch'esso contiene già in germe l'attesa della resurrezione. Il loro gesto è rivolto al passato, ma la loro corsa e la ricerca del corpo di Gesù anticipa il futuro. Credono di sapere che cosa cercare, ma dovranno scoprire che bisogna cercare "oltre" ciò che desiderano. E il lettore tiene dietro a loro col passo incerto, non vorrebbe più seguire, ma teme di perdere qualcosa d'importante. Sulla pagina il racconto non è finito con la fine di Gesù. Il lettore si nasconde ogni volta che le donne sembrano volgersi per guardare di soppiatto le ombre che le seguono in questa sfida con il muro della morte.

Arrivate sul luogo, "trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù" (Lc 24,2-3). La sottrazione del corpo è il primo momento dell'esperienza pasquale. Le donne non trovano più il corpo del Signore Gesù. Cercano il corpo crocifisso, martoriato, piagato, che porta ancora tutti i signa passionis. Vorrebbero lenirne le ferite, lì sulla carne che non teme più l'offesa. Ma non possono più ritrovarlo come un corpo passato, come un cadavere gelido e muto. Non debbono più cercarlo così, debbono spingersi "oltre" la loro ricerca, debbono dis-orientare il loro desiderio che vuole onorare il corpo di Gesù come si unge e s'imbalsama una vicenda "passata". La traccia del corpo di Gesù è sottratta, e con lui sembra scomparire la memoria intensa del suo sguardo, delle carezze, della voce, del parlare alla folla, dello stare tra i suoi discepoli, del muovere i passi con decisione verso Gerusalemme. La memoria di Gesù non può essere un ricordo passato, il luogo della memoria non può essere (solo) un sepolcro! E il corpo, crocefisso e sfigurato, che ne è l'icona e la traccia, non è più lì, perché sia cercato in modo distorto. Onorare la memoria di Gesù non può esaurirsi nell'ungere il suo corpo, per quanto nel gesto d'amore delle donne vi sia un frammento dell' autentica memoria Iesu. Gesù a Betania aveva detto del gesto della donna/chiesa: "lasciatela stare" (Mc 14,6). Ora la figura deve cedere il passo alla verità del riconoscimento e all'unica possibilità di ricuperare la storia di Gesù, come memoria interpretata, come ricordo "presente" e non come storia passata. Il lettore è ancora dietro l'angolo, dissociato tra la presunta evidenza della ragione e l'irrazionalità del gesto delle donne. Il narratore, l'evangelista Luca, scriba della tenerezza e della misericordia, gli fa brillare la prima luce. Le donne cercano il corpo morto, ma lui ritrascrive "del Signore Gesù". Sembra una luce di riflesso, è un titolo pasquale, ch'egli ha ascoltato dall'angelo del Natale, dalla parola iniziale sulla grotta di Betlemme. Come può trattarsi del corpo del Signore, se è il corpo trafitto, se è lo spettacolo della croce che aveva commosso le folle (cf. Lc 23,48)? Il primo passo è ancora negativo, descrive la trasformazione del desiderio, la conversione della ricerca che passa dalla meraviglia allo stupore. Si tratta di riscattare il cuore da una meraviglia incredula che si affida alle verosimiglianze della storia, per aprirla allo stupore che vede la storia come il possibile luogo della verità di Dio. È il masso che le donne non riescono da sole a smuovere, se non viene qualcuno "dall'alto" a ribaltare la pietra dal sepolcro. Per il lettore è il velo opaco che opprime gli occhi e talvolta oscura anche lo sguardo della devozione e dell' amore. Le donne incerte trovano già tutta una serie di segni che richiedono di puntare "altrove" l'attenzione: la pietra rotolata via, il corpo assente e due uomini in vesti sfolgoranti, in figura di angeli interpreti. La meraviglia suscitata da ciò che trovano apre lo sguardo e il cuore all' ascolto.

3. Perché cercate tra i morti? Non è qui!

La prima parola che viene da "altrove" interpreta la "ricerca" delle donne: "Perché cercate tra i morti il Vivente? Non è qui..." (24,5-6). L'annuncio dei due personaggi in vesti sfolgoranti vuole distogliere le donne dal cercare tra le cose passate, tra gli eventi terminati e conchiusi ("tra i morti"), per aprirla verso un' altra direzione, verso un "oltre" insospettato: quello della vita presso Dio. All'inizio si tratta di un dis-orientamento del desiderio, di un dirottamento della ricerca. È impossibile ritrovare Gesù solo nella linea del prolungamento delle proprie attese, della speranza di una vita che si prolunghi al di là della morte, della permanenza di una forma d'esistenza nelle regioni inferiori, del ricordo che lascia traccia nel vissuto di coloro che hanno conosciuto Gesù. Il profeta crocifisso non va cercato tra i morti, non è lì! Bisogna cercare da un'altra parte. Se non viene, però, questa voce da altrove, se non scende dall' alto in vesti sfolgoranti, se non suscita un risveglio dello sguardo e del cuore, non si può incontrare il Vivente.

Vengono alla mente le icone orientali che raffigurano la resurrezione di Gesù come un descensus ad infer(n)os, una discesa negli inferi del Risorto vivente. Il Cristo in veste sfolgorante, di bianco luminosissimo orlato d'oro, scende come un angelo dal cielo, e disegna con la tunica svolazzante quasi la scia d'una meteora che viene dall' alto. Toccando terra, il Risorto scardina le porte dell' Ade che si sollevano in forma di croce sotto i suoi piedi: è la vittoria sulla morte intesa come vita senza speranza, è la vittoria della carità di Gesù attraverso la sua morte crocifissa. I segni e strumenti della passione che sono raffigurati presso le porte degli inferi la ricordano. Gesù, toccando terra, afferra le mani di Adamo ed Eva che s'avvinghiano a lui per essere strappati dal regno dei morti. Il primo Adamo e la madre dei viventi sono così sottratti agli inferi da colui che è il nuovo Adamo e il Vivente. Sullo sfondo del panorama si staglia il gruppo formato da Abele, Mosè, David, Salomone, il Battista, da un lato, e altre figure di profeti che rendono testimonianza alla venuta del Risorto, dall' altro. L'attesa degli uomini d'ogni tempo, fin dal primo uomo, è orientata al Cristo risorto, è risollevata dal regno della morte, è innalzata dalle braccia del Vivente. L'uomo abbandona le regioni della morte, il luogo dove non brilla la fedeltà di Dio, per ascoltare 1'annuncio angelico: "Non cercate tra i morti, non è qui!". Il desiderio dell'uomo s'attende proprio questo, ma da solo non può raggiungere la vita in pienezza, se non irrompe dall' alto 1'annuncio della resurrezione. È la parola che sta "oltre" il desiderio, pur compiendone la segreta attesa. Allora, vedere il volto di Dio nel Vivente risorto corrisponde all' attesa di ogni uomo, ma non è nella sua possibilità passare dalla tomba all'incontro con lui. In mezzo ci sta l'annuncio inaspettato e insospettato della resurrezione! In mezzo occorre raccogliere con cura preziosa tutte le tessere del volto di Gesù, che abbiamo pazientemente ascoltato dalla sua voce, perché si saldino e si fondano nell'unica parola che tutte le comprende e le sigilla come un marchio di fuoco che s'incide nel cuore e nel corpo del lettore: la dedizione incondizionata di Gesù al Padre e agli uomini. Occorre ricordare la parola di Gesù per comprendere la nuova vita del Risorto. Solo la mano del Risorto, segno della fedeltà senza pentimenti di Dio, può gettare un ponte tra il desiderio dell'uomo e la visione di Dio.

4. Il Vivente è il Crocifisso!

Seguitiamo a leggere l'episodio lucano delle donne al sepolcro in cerca del corpo crocifisso e martoriato, la cui ricerca viene ri-orientata verso il Vivente. Esplode l'annuncio della resurrezione: "Non è qui, è risorto!". Il Vivente non va cercato tra i morti, ma va accolto come colui che offre la sua vita per noi. Anzi come colui che dona la sua vita anche a coloro che non vogliono riconoscerla e accoglierla, che passa attraverso le mani omicide che crocifiggono il suo corpo e versano il suo sangue. La dedizione di Gesù è senza condizioni, porta impresse le piaghe del Crocifisso che restano nel Risorto fino al Cristo giudice. È introdotto ora il momento positivo del riconoscimento del Vivente come risorto, l'ultima tessera del nostro cammino di ricerca, o meglio il disegno sintetico, la luce degli occhi di quel volto che con i discepoli abbiamo cercato in modo insonne lungo il nostro cammino: l'identità del Risorto con il Crocifisso, l'incontro con il Risorto come colui che da ora e per sempre offre la sua vita per noi! Risuona l'annuncio come lo squillo di tromba che lacera il silenzio del Sabato santo, rimbalza come una notizia inarrestabile che proietta i suoi discepoli nel mondo sino agli estremi confini della terra. Cantano gli annunciatori: "Non è qui, è (stato) risuscitato (dal Padre suo)!".

Il Padre è colui che dona la vita, che "lascia essere", che "lascia andare" il Figlio nel mondo della perdizione, nell' abisso del peccato, nella tenebra del male, sulla strada pericolosa di Gerico. Il Figlio è colui che "riceve l'essere", "si lascia mandare", accoglie la volontà del Padre, lascia plasmare la sua libera obbedienza - tutte le tessere dell'''io devo" con cui abbiamo composto pazientemente il volto del Gesù della ricerca - come forma dell' amore incondizionato. E lo Spirito reca la volontà del Padre come mozione interna della libertà filiale di Gesù, perché è lo Spirito che persuade della verità tutta intera, che effonde il suo interminabile trabocco (egli è la charitas divina) nel cuore dell'umanità per sanarla e trasfigurarla. Gesù sa con gli occhi semplici del figlio/piccolo/bambino che il male dell'uomo può essere guarito solo portandolo, può essere curato solo guarendolo, può essere cambiato solo subendolo, può essere trasfigurato solo lasciandosi sfigurare: può essere il corpo glorioso del Signore Gesù solo se non si rimarginano le piaghe del Crocifisso. Questi è il Risorto, questi è il Vivente, questa è la luce abbagliante che squarcia la tenebra della storia, il Giudice giudicato, il Samaritano sanguinante, il Pastore che è l'agnello crocifisso! Questa è la prima e l'ultima parola del cristianesimo: l'amore disarmato e disarmante del nemico, lo splendore del Crocifisso risorto. Il lettore sente vibrare, in questa Pasqua mattutina, l'annuncio del Risorto. Non lo vede ancora nello splendore del suo corpo trasfigurato, ne sente solo l'irradiazione nella parola dei due annunciatori: non è qui, è risorto! Vorrebbe vedere la piena rivelazione, dimorare nella sua gloria, salire con Gesù sul monte e vedere il volto del Padre per esserne illuminato e a sua volta trasfigurato.

Per ora, l'annuncio della resurrezione chiede una ripresa della memoria Iesu: "Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava (dei) che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno" (Lc 24,6-7). L'evangelista Luca insiste molto sul tema del ricordo, della memoria di Gesù alla luce della resurrezione: non è solo una ripresa del passato, ma è un passato al "presente", riletto alla luce degli angeli interpreti, che invitano a riascoltare la parola di Gesù circa la "necessità" della sua consegna, della morte di croce e della resurrezione. Questo è l'ultimo dei, semplicemente ribadito nell' episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,26), quando Gesù in persona, l'ultimo e definitivo angelus interpres, lo consegnerà al lettore futuro. Questo dei al sepolcro è per i suoi, per le donne e i discepoli che l'hanno seguito sin qui, perché ripercorrano a ritroso tutta la ricerca del vangelo e la configurino nel racconto, raccolgano sul rotolo il corpo della parola viva da consegnare al lettore futuro. L'altro sul cammino è per il lettore futuro, per tutti noi, per te, perché impari a riconoscere nel corpo del racconto narrato e nel corpo del pane condiviso la duplice mensa a cui si alimenta la chiesa. E la fa il corpo vivente di Cristo che parte sempre da Gerusalemme per le strade del mondo.

La "necessità della consegna del Figlio dell'uomo nelle mani dei peccatori" annunciata dai messaggeri divini sarà ripresa da Gesù poco più avanti: "Non 'bisognava' che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?" (v. 26). Gesù formula la domanda circa la "necessità" della sua morte. È l'interrogativo che attraversa ogni generazione cristiana che si mette dinanzi alla morte di croce. Occorre riconoscere che il Risorto è il Crocifisso, ma non si può comprenderlo se non affidandosi alla parola di Gesù che ne stabilisce l'identità. Qui la fede è sottoposta effettivamente al suo punto di massima tensione. Deve accogliere la verità del volto di Dio che Gesù comunica nella sua morte di croce. Dobbiamo distaccarci dall'immagine di un Dio costruito a nostra misura, come il Dio potente che fa scendere dalla croce il suo Messia, che baratta la sfida dell'uomo, il suo rifiuto di Dio, per risparmiare il Figlio suo. Così è la croce di Gesù: il messaggero è rifiutato perché sia respinto anche il suo messaggio. Questa è la "necessità" della morte di croce: non una meccanica legge che si imporrebbe anche a Dio e al suo Cristo, ma l'insondabile gratuità dell' amore che si dilata per far spazio all'uomo, per creare i tratti della sua libertà credente, e per ricrearli quando egli si rinchiude nell'onnipotenza del suo io. Ciò è possibile solo se è risorto il Crocifisso, e se il Risorto è colui che ha finito i suoi giorni sulla croce. L'annuncio del Risorto ci rimanda alla croce, la croce è la sostanza vivente della vita del Risorto. La prima, la resurrezione, senza la memoria Iesu che culmina nella croce sarebbe un mito; la seconda, la croce, senza la vita di Dio sarebbe il terribile patibolo che gli uomini innalzano per sacrificare uno al posto di tutti, il meccanismo vittimario, per lavarsi le mani con una grazia a buon prezzo. Nell' annuncio pasquale, croce e resurrezione sono inestricabilmente unite: la vita di Dio si comunica ai discepoli e lo sguardo dell'uomo si converte alla memoria del Vivente. E il lettore futuro non potrà che tornare sempre a Gerusalemme, al mattino di Pasqua, per ricercare il corpo del Signore Gesù e per ricordare con "i suoi" l'''io devo" di Gesù che l'ha condotto sin qui.