PICCOLI GRANDI LIBRI   FRANCO CAGNASSO

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
Vangelo e missionari: un tesoro in vasi di creta

Mondo e Missione – SAN PAOLO
2007

Prefazione di Aldo Maria Valli

Introduzione di Gerolamo Fazzini

 

Lettera a un missionario in attesa di visto

Noi, ruote di scorta

Tra passione e delusione

Pressione di faglia

Ghetti invisibili

Il successo per forza

Vasi in frantumi

La missione «dall'altra parte»

Il filtro opaco

Le parole impotenti

Quando si spegne la gioia

Missioni e vita quotidiana

Chi è padre Franco Cagnasso

Il Bangladesh e la presenza del Pime

La rivista Mondo e Missione

«Noi non esaltiamo noi stessi:
annunciamo che Gesù Cristo è il Signore.
Noi siamo soltanto vostri servi
a causa di Gesù. E Dio che ha detto:
"Risplenda la vostra luce nelle tenebre",
ha fatto risplendere in noi la luce
per farci conoscere la gloria di Dio
riflessa sul volto di Cristo.
Noi portiamo in noi stessi questo tesoro
come in vasi di creta, perché sia chiaro
che questa straordinaria potenza viene da Dio
e non da noi».
 
(2Cor 4,5-7)

«... mi ha risposto: "Ti basta la mia grazia.
La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza
proprio quando uno è debole".
È per questo che io mi vanto volentieri
della mia debolezza,
perché la potenza di Cristo agisca in me.
Perciò mi rallegro della debolezza,
degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni
e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo,
perché quando sono debole
allora sono veramente forte».

(2Cor 12,9-10)

PREFAZIONE

Un realismo quasi brutale e una dolcezza infinita. Ho avvertito questa ambivalenza nelle parole scritte da padre Franco Cagnasso nelle sue lettere dall'interno della vita missionaria. Il realismo è quello dell'uomo onesto che, avendo sperimentato prima di tutto su di sé fatiche, mancanze e disorientamenti, non fa nulla per nascondere le difficoltà e le racconta, togliendo metodicamente dalla parola «missionario» ogni possibile patina di eroismo e romanticismo. La dolcezza è quella comunicata dall'uomo di fede che si abbandona nelle braccia del Signore, nella certezza che solo Dio «può decidere i tempi e i modi».

«Parto per vocazione, non per entusiasmo; sono contento di andare perché ho giocato la mia vita e la mia parola su questo, ma mi dispiace lasciare». Così dice padre Franco ricordando la sua lunga, snervante attesa del visto per potersi recare in Bangladesh, suo Paese di missione. Si viene messi alla prova ancora prima di partire, e già prima della partenza occorre fare i conti con se stessi, con la propria storia, con fiducia ma anche senza indulgenze.

In questo libro ci sono tante domande, tanti dubbi e, apparentemente, poche risposte. Perché le risposte non vengono date attraverso formule e concetti, ma con il racconto stesso, con l'esperienza narrata.

Il missionario visto dalla Chiesa locale come «ruota di scorta» (un oggetto «che nessuno desidera usare e a cui si chiede soltanto di occupare poco spazio»); il missionario che vive la povertà come un incubo, pressato e perseguitato dalle richieste di gente che vuole sempre di più, in una spirale senza fine, da cui si vorrebbe solo scappare; il missionario fagocitato dalle cose da fare, tanto da non trovare neppure il tempo per pregare; il missionario «stupido, ingombrante, costoso e inutile»; il missionario che perfino quando è «in lista d'attesa» per essere proclamato beato può apparire, se guardato con occhio lucido, pericolosamente incline al protagonismo efficientista.

Padre Franco non fa sconti, davvero. E per questo i suoi «messaggi in bottiglia» si leggono con gratitudine: perché si percepisce che la finestra aperta su questo universo ci offre un'immagine non adulterata. Attraverso questa finestra si respira aria di verità.

«Ogni virtù diventa la caricatura di se stessa se è vissuta come valore in sé piuttosto che in riferimento alla volontà di Dio». Scrive così padre Cagnasso occupandosi del «mito» del missionario che non si ferma mai. Puntando sull'attivismo, «venato da un inconsapevole paternalistico disprezzo per chi non ce la fa», si rimuove il pensiero che un giorno arriverà la vecchiaia e la malattia. Realtà che fanno paura ma che non possono essere esorcizzate lavorando sempre di più. Più utile, più cristiano, è interrogarsi su come si vive «dall'altra parte», dalla parte di chi non ce la fa, di chi non ha le forze, dalla parte «di chi non ha il privilegio di potersi dedicare agli altri sentendosi utile».

L'immagine del missionario che un po' tutti portiamo dentro, forse anche perché favorita dalla Chiesa, è quella dell'uomo che vale in quanto fa, che è veramente cristiano, più cristiano degli altri, perché agisce. E invece padre Franco ci avverte: la missione «si irradia, più che dalle opere, da ciò che la grazia fa di me, anche se vecchio, malato, depresso o semplicemente poco dotato>;. Di qui il suo elogio della spiritualità orientale, che ci richiama all'importanza della contemplazione non come preghiera per essere sempre più attivi ed efficienti ma come «sguardo nuovo sulla realtà, trasfigurata dall'incarnazione e dalla croce». E a questo proposito padre Franco scrive una frase che, almeno per me, fa di questo libro un piccolo, grande tesoro: «Agli occhi del Dio di Gesù, ciascuno di noi è inutile e ciascuno è preziosissimo» .

Colpiscono le pagine dedicate ai rapporti fra missionari di diverse confessioni cristiane. Come si può essere credibili testimoni del Vangelo e discepoli di Cristo, «chiamati a dare al mondo il segno dell'unità», quando si è divisi? «Il cammino ecumenico è opera dello Spirito», certo, «e non si deve assolutamente tornare indietro», ma come negare che ciascuna confessione pensa di avere «il monopolio di Cristo»? Come nascondere che «ogni gruppo (cattolico, anglicano, battista o altro) va avanti, annuncia, testimonia, dialoga come se solo lui esistesse e stesse compiendo il mandato del Signore»?

Anche in questo caso l'onestà intellettuale dell'autore è portata alle estreme conseguenze, fino a rischiare di apparire urticante («capisco che qualcuno possa sentire nostalgia per le posizioni di una volta: noi siamo nel giusto, gli altri hanno torto»), ma in mezzo a tanto disincanto ecco riaffiorare, ancora una volta, la luce della fede: la più solida «piattaforma ecumenica» resta il battesimo, comune a tutti i cristiani, e da lì occorre partire, anche se è così difficile. Questa luce padre Cagnasso la lascia filtrare qua e là, ma proprio per questo, proprio perché non è accecante, proprio perché non ha nulla di arrogante, è credibile.

Mettersi nei panni degli altri, vedere le cose con gli occhi dell'altro. Padre Franco ci dice che, in fondo, è questo l'ingrediente principale di cui è fatta la «pasta» del missionario. Prendiamo il caso, oggi così dibattuto, del rapporto con i musulmani. Loro «giudicano a colpo d'occhio l'insieme così come lo percepiscono», e noi non facciamo forse lo stesso nei confronti del multiforme universo islamico? Quando chiede ai cristiani di Dhaka, in Bangladesh, un bilancio dei loro rapporti con i musulmani, padre Franco scopre che «per una vita intera si può stare accanto ignorando completamente le realtà che per l'altro sono più importanti». Magari non c'è conflitto, ma in questa ignoranza reciproca (perché «i musulmani ignorano i cristiani allo stesso modo») c'è il seme del pregiudizio che inquina tutto e impedisce di liberare le energie buone.

«Cristo ha messo in conto la nostra debolezza, anche la più sgradita e incomprensibile». È questa la riflessione che il missionario, non in quanto attivista della fede ma in quanto uomo di Dio, ci consegna e ci chiede di trasformare in vita. Occorre saperlo. Sapendolo; si è più forti, non più deboli. Si è più forti non perché più bravi, ma perché più veri.

Aldo Maria Valli vaticanista del Tg3

INTRODUZIONE

Questo libro raccoglie i testi della rubrica «Un tesoro in vasi di creta», apparsi nel 2006 sulle pagine di Mondo e Missione, mensile del Pontificio istituto missioni estere (Pime). In dieci puntate padre Franco Cagnasso - missionario del Pime e già superiore generale dell'istituto, da anni in Bangladesh - ha proposto ai lettori altrettanti contributi che intrecciano vita vissuta e riflessione, l'esperienza «in frontiera», personale e di molti altri missionari incontrati e conosciuti, con l'ascolto della Parola, meditata e pregata.

È come se il missionario si fosse, per una volta, messo allo specchio: non già in risposta a una tentazione narcisistica, bensì per lasciarsi giudicare dal Vangelo. Implacabilmente. Per scoprire, alla scuola di Paolo, che la forza dell'apostolo sta nella sua debolezza, nell'accettazione consapevole della propria umanità a servizio del Regno, nella docilità al Crocifisso risorto.

Ogni cristiano, in qualche misura, è chiamato a rispondere alla vocazione, esaltante ma al tempo stesso esigente, di essere portatore di un tesoro (il vangelo e nient'altro) «in vasi di creta», ossia nella fragilità della propria carne, dei propri limiti. Per il missionario tale sfida è, se possibile, ancor più ardua e le scelte che ne conseguono spesso chiedono un surplus di coraggio.

Una spiritualità all'altezza delle domande di oggi; senso e frontiere della missione attuale in un mondo sempre più globalizzato; debolezza e grandezza del missionario,chiamato a un compito impegnativo e affascinante, pur consapevole della sua e altrui fragilità: questi i temi che attraversano il volumetto, che si apre con una Lettera a un missionario in attesa di visto, scritta a Dhaka il 12 ottobre 2004, e si chiude con alcune riflessioni sul senso della missione, originariamente rivolte ai fedeli della parrocchia San Paolo a Gaeta (Latina) nel lontano 22 febbraio 1992.

Gerolamo Fazzini direttore di Mondo e Missione

 

LETTERA A UN MISSIONARIO IN ATTESA DI VISTO *
(Audio)

* Molti Paesi, soprattutto in Asia, non accettano missionari, o concedono i visti d'ingresso con grande difficoltà. Ciò significa spesso lunghe attese a tempo indeterminato (mesi o anche anni), e grande incertezza sulla possibilità effettiva di recarsi dove il missionario o la missionaria sono stati assegnati. E il caso, fra l'altro, del Bangladesh, cui si riferisce questa lettera.

Carissimo,

non ho bisogno di molta fantasia per intuire le difficoltà che vivi in questo momento: le ho vissute prima della mia partenza, nel 1978, quando stavano quasi per decidere di cambiarmi destinazione. Ironia della sorte, un confratello più anziano che aveva chiesto il visto dopo di me lo ha ottenuto prima. Quando l'ha avuto in mano non s'è sentito di partire ed è rimasto, andando poi a incardinarsi in una diocesi americana. Le ho rivissute nelle ansie e nei disagi di parecchi confratelli e poi di nuovo personalmente nel 2001-2002, con nove mesi di attesa del mio visto.

Ciò che scrivi è vero.

Non si sa bene che cosa fare, e nemmeno come presentarsi a chi ti chiede più volte quando parti e tu devi continuare a spiegare e rispiegare, e dopo che lo hai fatto ti chiedono: «Ho capito, e allora... quando parti?».

Non si prendono impegni a lunga scadenza, quelli a breve non soddisfano. Poi ci si impegna un po' più a lungo, e allora quasi non si sa se desiderare che il visto arrivi subito o che ritardi per permetterci di terminare quanto si è iniziato.

La voglia di partire non solo si affievolisce: rischia di passare del tutto. Devo dirti sinceramente che quando sono partito la prima volta, dopo la lunga attesa (ed ero già al mio nono anno dopo l'ordinazione) di voglia non ne avevo proprio nessuna. L'ho anche detto ad amici e persone che potevano capire: parto per vocazione, non per entusiasmo; sono contento di andare perché ho giocato la mia vita e la mia parola su questo, ma mi dispiace lasciare.

È una grazia che nell'attesa tu possa fare cose utili e che ti coinvolgono. Ma sarebbe uno sbaglio cercare risposte positive e rassicuranti alle domande che ti fai nella lettera che mi hai scritto: «Riuscirò a costruire quel dialogo con la gente che qui mi appare relativamente semplice? Saprò intuire attese e bisogni come mi sembra di riuscire qui? Saprò dire quella parola che è attesa da chi si accosta a un sacerdote invocando l'aiuto di sentire il Dio che lo ama e che gli è, nonostante la vita che sta vivendo, vicino?».

La mia risposta molto chiara e forte è: no, non ci riuscirai.

Se parti pensando di poter trovare qui questo tipo di rapporto con la gente, con la stessa lunghezza d'onda o comunque con una relativa facilità a intuire il problema dell'altro, allora rischi delusioni brucianti.

Io non penso che la vita del prete diocesano nella propria Chiesa d'origine sia più facile e gratificante. Tuttavia sono convinto che difficoltà e gratificazioni del diocesano e del missionario siano spesso molto diverse. Per questo a volte non ci si capisce. Senti il diocesano che dice: «Beati voi, che almeno avete gente semplice, che vi segue, qui invece vengono in chiesa sempre meno, sono sofisticati, pieni di problemi...».

A sua volta il missionario sperimenta ogni tanto la nostalgia di un posto dove poter vivere proprio quelle cose che tu hai esposto nella parte della tua lettera che ho citato sopra...

Il confronto è impossibile, ed è impossibile cercare un misuratore di difficoltà (o di eroismi per sentirsi più bravi o più sfortunati).

Che cosa aspettarsi allora?

Bisogna aspettarsi che la partenza sia davvero tale, cioè un morire a ciò che si è vissuto fino a quel momento per tuffarsi in una realtà nuova fidandosi di Dio. Bisogna aspettarsi lunghi tempi di deserto, che vengono sempre nel modo che uno non si aspetta, come ora questa tua logorante attesa del visto: sapevi in teoria che poteva avvenire, ma ora che la vivi ti sembra insensata e negativa, perciò comunque da rifiutare.

Morire a ciò che si è vissuto, fidandosi di Dio, significa sperare che ci sia una «risurrezione», ma lasciando decidere a Dio circa i tempi e i modi. Ho visto, in me e in altri, che questa risurrezione avviene, se il distacco è serio e non tentiamo di mantenerci in vita con legami vari che ci tengono attaccati al passato. In un certo senso credo che la partenza dei missionari di cento anni fa fosse più facile. Più dolorosa certamente, nella consapevolezza che non sarebbero tornati, ma proprio per questo più decisa a giocarsi completamente nella nuova realtà.

Il rischio oggi, grazie ai viaggi frequenti, alle visite, alle e-mail e quant'altro, è di non staccarsi del tutto, di lasciare il cuore alle proprie spalle e perciò sentire sempre il bisogno di riprenderselo, di tornare là, e quindi non rinascere mai nella realtà nuova, restare mezzi vivi di qui e mezzi vivi di là, divisi.

Ciò non significa che l'esperienza che fai ora sia inutile! Come ho scritto, è una grazia. Oltre ad essere utile a coloro ai quali ti dedichi e ai preti con cui collabori, arricchisce te, crea rapporti, in un certo senso conferma la tua identità di prete. Ma poi, come missionario, dovrai porre tutto nelle mani di Dio e dirgli: «Ora parto, grazie per ciò che mi hai dato qui. Sei tu che mi mandi, io non porto dietro due bisacce e due sandali, ma solo ciò che sono, e andando mi fermerò a mangiare da chi mi invita e mangerò ciò che mi metteranno davanti...».

Ci facciamo scrupoli sul missionario che ha troppe valigie. Va bene, riduciamole più che si può, è cosa buona. Ma la vera povertà è quella che ci fa accettare di non essere accolti come vorremmo, di non essere eroi per la gente a cui andiamo, di non riuscire spesso né a capirli né a essere capiti. E quindi di accettare per la nostra vita di fede il «cibo» che quella realtà ci offre, anche se a volte ci sembra poco, o non adatto al nostro palato, incapace di nutrirci. Allora anche il cibo che è l'eucaristia verrà riscoperto, pane offerto da un Uomo che sta per andare sulla croce, pane che fa attraversare il deserto a Elia, che tiene in vita la vedova «per scommessa», perché non ci sono scorte e ogni giorno bisogna andare a vedere se il Signore ha messo la farina nella giara e mi farà sopravvivere ancora.

Allora è tutto solo deserto e croce?

Niente affatto!

Bisogna però che non sia tu a decidere quali saranno le cose buone e belle che - in mezzo a tentazioni, aridità e delusioni - riempiranno la tua vita, la renderanno gioiosa, a volte addirittura esaltante. Tu lascia, perché a questo sei chiamato. Il Signore poi penserà a darti ciò che occorre, e non si lascerà vincere in generosità.

Lasciare non significa neppure che non si debbano più tenere relazioni con amici e persone in Italia. Il Pime ha messo addirittura nelle Costituzioni il dovere di «fare da ponte» e quindi collegare una Chiesa con un'altra! Però bisogna che sia chiaro «dove» tu sei e dove giochi la tua fedeltà, chi ha la priorità. Deve averla il popolo a cui sei mandato. Quanto più ti inserirai lì, tanto più la tua testimonianza e il tuo aiuto anche a chi è in contatto con te da lontano saranno efficaci. E lo sarà la tua preghiera per loro; perché dobbiamo credere che non è soltanto con le lettere, gli articoli e le visite che si può fare animazione e aiutare persone lontane.

Concludo promettendoti di pregare perché il visto arrivi presto, e perché tu possa svolgere un servizio intenso e bello mentre attendi, anche se ciò renderà più difficile e duro il distacco. Còmpilo con fede e abbandono nel Signore e il Signore, a modo suo, ti darà cento volte tanto.

Un abbraccio fraterno.

 

 

 

 

NOI, RUOTE DI SCORTA
(Audio)

Il viaggio era stato interessante, aveva permesso contatti ed esperienze nuove, ma i direttori dei Centri missionari partiti insieme per sondare le possibilità di un impegno diocesano in Asia erano perplessi: «Nessuno ci ha chiesto di mandare personale. Ci vogliono o non ci vogliono?» .

Decisamente amareggiati erano, invece, i missionari di un Paese sudamericano che avevano ascoltato l'omelia del nuovo vescovo entrante nella diocesi, in cui lavoravano da molti anni: «Ringraziamo i missionari. Ora però la nostra Chiesa non ha più bisogno di loro, siamo lieti di lasciarli andare altrove, fra i non cristiani». Lasciarono infatti. «Ci ha cacciati, ora s'accorge che ha sbagliato...», fu il poco simpatico commento che si udì pochi anni dopo, quando il vescovo chiese loro di ritornare nella diocesi in difficoltà per defezioni e crisi.

Come non fu simpatico il «no» che un vescovo indiano disse a un missionario anziano e malato di cancro, che voleva tornare a morire nella «sua» missione, anche se lo giustificò dicendo che in Italia sarebbe stato curato meglio...

Anni fa, nel «giro» degli istituti esclusivamente missionari s'incominciò a descrivere il rapporto con le Chiese locali emergenti con uno slogan: «Siamo le loro ruote di scorta». Un'espressione volutamente ambigua, perché la ruota di scorta, pur se indispensabile, è un oggetto che nessuno desidera usare, e a cui si chiede soltanto di occupare poco spazio.

Ogni tanto l'espressione ritorna. Come valutarla?

Per tanto tempo i missionari hanno detto che il loro unico obiettivo era la fondazione e la crescita delle Chiese locali, che lavoravano per rendersi inutili e poter andare altrove. Essere «ruote di scorta» potrebbe, dunque, essere il preludio al raggiungimento di questo obiettivo, invece è sentito spesso come una frustrazione.

Sembra che la Chiesa locale voglia scrollarsi di dosso la presenza di persone che danno la vita per i poveri e per l'evangelizzazione, per restare tranquilla nel tran tran delle istituzioni consolidate e sicure, nella cura del piccolo - o piccolissimo - gregge, senza alcuna attenzione per i non cristiani. Ha voglia di autonomia, forse soprattutto di mettere le mani sulle risorse economiche.

Nella Chiesa cattolica non manca lo spettacolo poco edificante di clero, di religiosi e religiose che puntano su opere di prestigio, economicamente redditizie, o addirittura che utilizzano i poveri, lo sviluppo, le calamità come pretesto per ricevere aiuti che useranno a proprio vantaggio. Nelle Chiese protestanti spesso sono i laici a dividersi e suddividersi in infinite lotte che hanno alla base la spartizione del denaro e delle proprietà. Quando nasce una nuova, minuscola setta, è saggio chiedersi se all'origine ci sia una controversia teologica o pastorale, o più banalmente un conflitto di interessi.

Tutto questo è vero, e spiega in parte il fastidio con cui i missionari sono a volte guardati e l'implicito invito: «Lasciateci i soldi e partite».

Non spiega, però, tutto, sia perché non sempre e non tutti nelle Chiese locali di recente origine hanno questi difetti, sia perché anche noi missionari abbiamo le nostre responsabilità.

È difficile, ad esempio, accettare che un approccio all'evangelizzazione diverso dal nostro sia altrettanto valido. Lo spirito missionario vissuto da noi europei in questi ultimi secoli è esemplare, ma è forse l'unico accettabile? Non potrebbe esserci, in un atteggiamento che appare a noi più distaccato o addirittura freddo, semplicemente una diversa sensibilità culturale?

Inoltre, forse non ci rendiamo conto di quanto la nostra presenza possa essere ingombrante. Spesso gestiamo soldi liberamente, per i poveri certo, e con sacrificio, ma questo ci fa apparire «buoni» di fronte alla gente, mentre i locali che gradualmente ci sostituiscono sarebbero i «cattivi» o meno zelanti, semplicemente perché dispongono di minori risorse. Una situazione del genere crea disagio per forza, e probabilmente anche il desiderio che chi «fa ombra» in questo modo se ne vada alla svelta.

D'altra parte, se anche c'è una certa ingiustizia, una mancanza di riconoscenza nel considerare i missionari «ruote di scorta», è forse per sentirci ringraziare che ci siamo messi in viaggio? Se il bisogno di gratificazione è umanamente comprensibile, il saperne fare a meno è un'esigenza del Vangelo, dura ma giusta.

 

 

TRA PASSIONE E DELUSIONE
(Audio)

Leggendo, d'un fiato, il testo che l'amica Mariagrazia Zambon mi aveva mandato, mi parve che in ogni pagina emergesse il titolo da suggerire: Passione per un popolo (Emi, Bologna 2005).

Il libro è frutto di un viaggio fra noi, e parla con simpatia del nostro lavoro, a centocinquant'anni dall'arrivo dei missionari del Pime in Bangladesh. Facciamo cose diverse, siamo a volte difficili da capire e con mentalità quasi opposte, ma ogni storia rivela in noi un rapporto tenace, ostinato, appassionato con questo popolo. Un'altra persona amica mi disse: «Non siete santi, avete grossi difetti, ma sapete restare, e dedicarvi a questa gente. Non è poco».

Si potrebbe dire lo stesso di tutti i missionari a vita, in qualsiasi Paese. Anni fa si radunarono a Roma i superiori dei missionari che si trovavano coinvolti nella guerra in Guinea Bissau. Nella comune preoccupazione emergeva una differenza di mentalità. I superiori degli Istituti che hanno altri scopi prioritari e riservano la missione all'estero a un piccolo gruppo dei loro religiosi, desideravano farli ritornare: «Diciamo loro di lasciare il Paese; solo se insistono, restino». I superiori di Istituti esclusivamente missionari si chiedevano come aiutarli e sostenerli perché restassero: «Liberi, però, di tornare se non se la sentono».

Non si trattava di paura contro eroismo, semplicemente di vocazioni e atteggiamenti psicologici diversi: chi va in missione per un progetto particolare, se il progetto non si realizza ritorna; chi ci va per sempre si gioca la vita, «facendo suo» il popolo a cui è mandato.

È sempre così? Non sono in possesso di statistiche, ma conosco un discreto numero di missionari che non ce l'hanno fatta ad appassionarsi per un popolo. Alcuni lo riconoscono, magari nella prima fase del loro inserimento, e tornano in patria per non muoversi più, in parecchi casi; mentre altri ripartono verso un nuovo tentativo in un altro Paese, spesso con risultati positivi.

A distanza di anni il fallimento diventa esperienza che, pur con un alto costo economico, di tempo e di sofferenza, ha aiutato a maturare e quindi è tutto sommato positiva; ma a qualcuno rimane l'amaro in bocca, e lo sfoga accusando l'ambiente, l'Istituto, oppure cultura e caratteristiche del popolo che non è riuscito ad accettare.

Le nostre pubblicazioni offrono ai lettori storie «di successo», mentre fallimenti o faticose correzioni di rotta rimangono nell'ombra. Gli ideali: dono di sé, annuncio, dialogo, inculturazione, comunione fra le Chiese, si scontrano con il disgusto per una lingua, la nausea per un modo di cucinare, l'incapacità di accettare fatiche banali, ma che pesano sulla vita quotidiana, l'enigma di comportamenti di cui non cogliamo il senso e perciò paiono insensati.

«Non sanno dire grazie», sento dire dei bengalesi, e alla lunga può diventare insopportabile stare con persone che sembrano capaci soltanto di chiedere, prive di riconoscenza. «Non sono mai sinceri»... Si può trascorrere una vita vedendo intorno soltanto slealtà, strumentalizzazione?

Sì, si può. E qui il discorso s'allarga ai missionari che rimangono, imparano la lingua, operano per anni con dedizione esemplare, eppure... Rimane l'impressione che ci sia qualcosa di non maturato nel loro rapporto con il popolo cui stanno dando la vita. Notano i difetti, le incongruenze, non riescono ad apprezzarne quasi nulla, sempre preoccupati di ciò che devono fare per loro, e di quanto sia difficile aiutarli nella loro fede, o nel loro sviluppo socio-economico, se si tratta di un popolo povero.

L'amore, io penso, è anche capacità di apprezzare l'altro, la sua bellezza, il bene. Ricordo le descrizioni delicate e divertenti di padre Luigi Pinos, che presentava anche situazioni e persone difficili con un sorriso affettuoso; coglieva la bellezza, pur nascosta nelle pieghe della miseria, dell'alcolismo e di mille debolezze umane.

La fatica di amare ci chiede anche qualche sosta che ci aiuti a non dare troppa importanza alla nostra presenza, al nostro lavoro, a ciò che siamo e insegniamo, per guardare con occhio libero e limpido persone, culture, religioni e popoli a cui la nostra vocazione ci manda: se noi siamo dono per loro, loro sono dono per noi, un dono che bisogna saper riconoscere e apprezzare.

 

 

 

PRESSIONE DI FAGLIA

Buono e stimatissimo, aveva dato tutto alla missione, imparando bene la lingua locale, viaggiando instancabilmente in bicicletta o a piedi, nutrendo di preghiera ogni passo. Unico difetto: affamati e fannulloni, poveri e profittatori, chiunque chiedesse, otteneva. Quando si ritirò inabile, il superiore gli proibì di usare il denaro che riceveva, per proteggerlo dalle interminabili file di questuanti, spesso prepotenti.

Dopo la morte trovammo un suo diario. Copre un periodo di pochi mesi, ma è uno squarcio sulla sofferenza di tutta la vita, in lotta affannosa con i poveri. Ne sentiva come un incubo la pena e l'umiliazione; percepiva che i suoi aiuti, anche quando ben mirati, erano comunque insufficienti a risolvere i problemi, mentre altre volte sostenevano la pigrizia, la passività, l'alcolismo...

Come un animale braccato, trovava ogni tanto sollievo a un ritiro spirituale, a un'assemblea con i confratelli, ma il pensiero rimaneva incollato all'interminabile litania di miserie, alla sua incapacità di discernere, di dare con criteri razionali, di liberarsi dalla pena per le sofferenze che lo assediavano. Scrive: «Domani torno alla missione, prima ancora che arrivi qualcuno mi aspetterà lungo la strada, e ricomincerà il mio tormento...».

La sua sofferenza, con l'incapacità di gestirla, pur essendo più acuta del normale, non è unica. Manifestava un disagio di cui molti missionari non parlano più nemmeno fra loro, perché sanno che non troveranno risposte.

Dicono i geologi che nelle profondità della terra si trovano le faglie, linee di frattura delle piattaforme continentali che si scontrano, generano frizioni fortissime, provocano terremoti e tsunami.

I missionari dei Paesi ricchi si trovano nei Paesi più poveri in queste zone di faglia, sono sul margine, spaccati e schiacciati fra mondi culturalmente, socialmente ed economicamente in frizione rovente. Nati e cresciuti nell'abbondanza, in ambienti protetti, con assistenza sanitaria, cibo vario e buono, case solide... Spesso hanno pensato la missione come vita con e per i più poveri; giunti là, si trovano non solo penosamente impotenti, ma lacerati. Tutto ciò a cui sono abituati manca: cure mediche, cibo, sicurezza, case, speranza che qualcosa cambi almeno per i figli.

Soprattutto manca almeno una parvenza di giustizia che riconosca ai poveri dignità, mentre lo sfruttamento non si nasconde nelle pieghe morbide del capitalismo e dell'alta finanza, ma emerge sfacciato nelle mafie brutali, nel disprezzo dei ricchi che non pagano, rubano protetti dalla polizia, ammazzano impunemente, fanno condannare innocenti per espropriarli.

Gridi contro l'ingiustizia, lo sfruttamento, ma il grido non allevia di un soffio la sofferenza del malato che hai davanti, senza mezzi per andare in ospedale.

Hai lasciato tutto per essere con i poveri, ora sei un ricco, potente, e non riesci neppure a capire come ti vedano: un misterioso straniero che, se vuole, può. Da lui, dai suoi umori dipende la possibilità di far studiare mio figlio, di curare mia moglie, di riparare il tetto della casa... Dici di no, perché non puoi fare tutto, perché dare sempre è controproducente, perché non hai più risorse? Penseranno semplicemente che non hai voluto. «Non capiscono - mi diceva un amico -, perché quando si ha fame non c'è nessuna ragione che si possa capire».

Fai progetti e iniziative per razionalizzare, per raggiungere qualche obiettivo per quanto piccolo. Spesso fallisci per incompetenza, o perché t'imbrogliano; ma anche se riesci, non ti salvi dall'onda d'urto di coloro che rimangono fuori, dai "casi" che nessuna iniziativa riesce a coprire.

Ti chiedi, con tristezza, se tutto ciò manifesti l'amore, la tua passione per Cristo, o non piuttosto li nasconda. Nel Vangelo di Giovanni Gesù, dato il pane, scappa, e quando lo raggiungono dice alle folle, che lo cercano per avere pane, che è altro ciò che dovrebbero desiderare. Quando arriva per noi il momento di scappare? Come dire alla gente che siamo qui per altro?

È forse la spina di cui parla Paolo, conficcata nella carne di molti missionari, che non viene tolta. È il prezzo da pagare, senza colpa, per un mondo che continua a fare del benessere il proprio dio e a generare ingiustizia?