PICCOLI GRANDI LIBRI   FRANCO CAGNASSO

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
Vangelo e missionari: un tesoro in vasi di creta

Mondo e Missione – SAN PAOLO
2007

Prefazione di Aldo Maria Valli

Introduzione di Gerolamo Fazzini

Lettera a un missionario in attesa di visto

Noi, ruote di scorta

Tra passione e delusione

Pressione di faglia

Ghetti invisibili

Il successo per forza

Vasi in frantumi

La missione «dall'altra parte»

Il filtro opaco

Le parole impotenti

Quando si spegne la gioia

Missioni e vita quotidiana

Chi è padre Franco Cagnasso

Il Bangladesh e la presenza del Pime

La rivista Mondo e Missione

«Noi non esaltiamo noi stessi:
annunciamo che Gesù Cristo è il Signore.
Noi siamo soltanto vostri servi
a causa di Gesù. E Dio che ha detto:
"Risplenda la vostra luce nelle tenebre",
ha fatto risplendere in noi la luce
per farci conoscere la gloria di Dio
riflessa sul volto di Cristo.
Noi portiamo in noi stessi questo tesoro
come in vasi di creta, perché sia chiaro
che questa straordinaria potenza viene da Dio
e non da noi».
 
(2Cor 4,5-7)

«... mi ha risposto: "Ti basta la mia grazia.
La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza
proprio quando uno è debole".
È per questo che io mi vanto volentieri
della mia debolezza,
perché la potenza di Cristo agisca in me.
Perciò mi rallegro della debolezza,
degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni
e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo,
perché quando sono debole
allora sono veramente forte».

(2Cor 12,9-10)

 

 

 

GHETTI INVISIBILI

Anni fa un confratello del Pime mi fece gustare per un giorno intero la bellezza di Kyoto; altri, durante quella mia prima visita come vicario generale, mi accompagnarono a vari luoghi d'arte, religione, storia del Giappone.

Fu un caso unico. Per diciotto anni ho visitato ripetutamente le missioni del Pime in tutto il mondo, trovando sempre un programma, preparato dai missionari del posto, che si potrebbe definire «antituristico». Niente spiagge e night club, ovviamente, ma nemmeno templi, musei, biblioteche... a meno che non ci si incappasse durante un trasferimento, nel qual caso si faceva una breve tappa. Ho visto invece, a lungo e dettagliatamente, baraccopoli, scuole, chiese, dispensari medici, villaggi, famiglie povere, orfanotrofi...

Non me ne lamento. Anzi, sono molto contento che i missionari mi abbiano fatto partecipe di ciò che sta loro a cuore, e sono convinto di avere conosciuto quei Paesi in modo molto più vero di quanto si conosca normalmente attraverso brevi visite, anche culturali.

Conoscenza vera, dunque, ma dei cui limiti bisogna essere consapevoli. Noi missionari siamo per lo più persone attive e pratiche. Un tempo, appena arrivati, venivamo assegnati a una missione, e là dovevamo arrangiarci a imparare a parlare. Oggi ci si prende il tempo, a volte anni, per studiare la lingua; in qualche caso vengono pure offerti brevi corsi e contatti per conoscere la cultura locale. E poi... al lavoro.

Vivere e lavorare in un ambiente che non è il tuo chiede un enorme investimento di attenzione ed energie per capire le tradizioni, lo stile di vita, le reazioni psicologiche, i modi di sentire. Quasi sempre sei immerso in tantissimo lavoro per accompagnare o guidare le mille iniziative esistenti, per crearne di nuove, per visitare la gente, per riceverla. Le giornate sono strapiene, a malapena si trova il tempo di pregare.

Una dedizione così totale è lodevole, ma ha risvolti negativi. Specialmente dove i cristiani sono una piccola minoranza, magari appartenente a gruppi etnici a loro volta minoritari, si vive ai margini della società locale. Siamo in un Paese islamico, o buddhista, indù, confuciano, vi sono rilevanti ambiti sociali secolarizzati; che cosa sappiamo, come siamo in relazione con questi gruppi religiosi o secolari che formano la sostanza culturale e sociale della nazione?

I cristiani locali sono spesso isolati. Nel 2005 ho tenuto nel seminario maggiore di Dhaka un corso di islamologia. Ho chiesto agli studenti di descrivere la loro esperienza con i musulmani, con cui vivono fin dalla nascita, con i quali hanno studiato a scuola, che incontrano ovunque. I loro scritti, interessantissimi, raccontano alcune esperienze amare, altre di buon vicinato; tutti rivelano che per una vita intera si può stare accanto, ignorando completamente le realtà che per l'altro sono più importanti.

Cinque volte al giorno, ogni giorno dell'anno, i muezzin cantano il richiamo alla preghiera; nessuno dei miei studenti sa tradurre le parole ascoltate dagli innumerevoli altoparlanti. Sentono dire a ogni piè sospinto: «Insciallah», o «Al hamdu lillah», ma non si chiedono che significano tali espressioni.

Intendiamoci, i musulmani ignorano i cristiani allo stesso modo. A volte c'è soltanto disinteresse, o timore, altre volte ci sono, da entrambe le parti, disprezzo, sfiducia, pregiudizio.

Noi, venuti dall'estero, ci immergiamo nel lavoro, con il trascorrere degli anni veniamo assegnati a posti diversi, però senza mai uscire dall'ambito dei gruppetti emarginati. La nostra esperienza è preziosa; ma può indurci a valutazioni distorte.

Ad esempio, la carenza di contatti con la società dominante ci impedisce di trovare collaborazioni, di mettere in moto energie buone che ci sono ma non vediamo. «Iniziato un programma per i disabili - mi diceva un missionario -, in breve abbiamo trovato medici, professionisti, famiglie di buddhisti, che vogliono aiutare, e sono nati rapporti inattesi di stima. Si tratta di una vera scoperta, fatta perché siamo troppo pochi e per forza avevamo bisogno di altri. Altrimenti ci saremmo limitati a un rapporto fra cristiano benefattore e buddhista beneficato».

È difficile, ma se facessimo qualcosa in meno per guardarci attorno di più, ci accorgeremmo che pian piano è possibile uscire dai ghetti invisibili in cui siamo o ci hanno rinchiusi.

 

 

 

IL SUCCESSO PER FORZA

Non c'è: per venti giorni accompagna i genitori in visita al Paese e ad altre missioni. Con loro viaggiano, per una settimana, le due volontarie che operano da otto mesi nello stesso progetto, momentaneamente fermo. La gente ha accolto gli ospiti con entusiasmo, ha offerto regali, cantato e danzato per loro, che in Italia avranno molto da raccontare, mentre il figlio ritornerà al lavoro ricaricato.

Fra tre mesi, come da contratto, arriveranno le ferie.

A metà del triennio è previsto un mese a casa, prolungato leggermente per rimettersi dai malanni intestinali contratti ai tropici e per i necessari controlli specialistici. Non resterà poi molto tempo per concludere e passare la mano ad altri, se altri ci saranno. Intanto urge mandare i resoconti, per dimostrare ai finanziatori che i soldi vengono spesi nei tempi stabiliti e secondo il progetto, pena il taglio delle rate successive.

La pressione si fa sentire, la gente è lenta e impreparata, i nervi saltano facilmente; sono provvidenziali i fine settimana con amici venuti a vedere se, superati vari ostacoli familiari e professionali, potranno in futuro dare una mano, foss'anche solo per qualche mese...

«Stupido, ingombrante, costoso e inutile». Alla giornata conclusiva del biennio formativo per laici di un organismo italiano, ho usato questi aggettivi per descrivere il missionario.

«Preso di stupore, intontito, tardo»: il vocabolario Zingarelli dà alla parola «stupido» questi significati, che bene abbozzano la condizione del missionario appena arrivato. Non conosce, perciò non capisce, né la lingua né tutto il resto. E chi non capisce è stupido. «Ingombrante», perché la gente - pur ospitale e benevola - non sa bene dove metterlo, come maneggiarlo, che cosa dargli da mangiare, come farsi capire e farlo contento. Anche quando (non sempre) si sforza di vivere, mangiare, vestire come loro, si tratta di un tentativo lodevole, ma inadeguato. Non andrà dai medici locali quando gli farà male un dente, per non prendersi l'Aids; si sposterà in auto o in aereo, quando deve andare lontano o accompagnare ospiti, perché deve risparmiare tempo.

La casa è povera, ma si può stare senza frigorifero? Occorre acqua sicura, e mangiando sempre solo cibo locale non si regge. Dovendo a ogni costo realizzare un progetto finanziato da donatori esigenti, con impazienza solleciterà tutti a ritmi più intensi, a un'efficienza indispensabile per lo sviluppo. Di fastidi ne avrà, e ne darà parecchi.

«Costoso». Guadagnerebbe di più in Italia - se non è disoccupato. Ma su un paragone fra costi effettivi, ciò che riceve «per spese personali», e stipendi locali è meglio soprassedere. Per non dire delle visite turistiche già ricordate...

E «inutile», in misura proporzionale al bisogno che sente di essere utile. La gente del posto è vissuta per millenni senza di lui, che cosa mai potrà significare la sua presenza e il suo affannoso lavoro di qualche mese? Rimarrà il ricordo del suo gran correre, di alcune stranezze (lo straniero è sempre strano...), qualche muro costruito perché «non se ne può fare a meno», qualche attrezzo che, rotto, nessuno aggiusterà...

Ai giovani, che ascoltavano perplessi, aggiungevo che questa mia impietosa descrizione non ha un lieto fine. I missionari sono così, possono soltanto, con il tempo, rendersi meno stupidi, meno ingombranti, meno costosi e meno inutili...

Che dire a chi va per tre anni o quattro, prima esperienza all'estero, prima responsabilità di lavoro, a volte primi passi di vita coniugale?

Dico che è micidiale il bisogno di concludere un progetto nei modi e nei tempi stabiliti in un altro continente, anche se non sono mancati i viaggi preparatori con relativi rilievi tecnici; e che avere la pretesa di programmare, realizzare e concludere qualcosa in tre o quattro anni è ingenuo e presuntuoso.

Se ci si prepara bene, con realismo, e se con umiltà ci si riconosce stupidi, ingombranti, costosi e inutili, senza fare danni rilevanti a chi ci ospita, si tornerà arricchiti da un'esperienza bella, utile al missionario e alla sua

Chiesa d'origine.

Se il tutto si vive mettendo al primo posto un sincero, semplice desiderio di amicizia, allora si può sperare che

resti pure una lieve traccia nei cuori di chi con pazienza ci ha accolto, curato e sopportato. Una traccia dell'amore e della gratuità di Cristo, per la quale vale la pena di sapersi stupidi, ingombranti, costosi e inutili.

 

 

VASI IN FRANTUMI

Il missionario mi accompagna a salutare un amico, pastore evangelico in un remoto paese dell' Amazzonia brasiliana. Mentre visitiamo la sua missione, indica con gioia una bacheca: «Ecco, ci hanno appena mandato le fotografie delle primissime comunità cristiane della Guinea Bissau, battezzate solo pochi mesi fa!».

Chissà perché, non mi sento di metterlo a disagio dicendo che io in Guinea Bissau ho visitato tante comunità cristiane battezzate ben prima di «pochi mesi fa», ma sono cattoliche. Ricordo quando, durante uno dei miei viaggi, ho chiesto distrattamente: «Ci sono protestanti evangelici in Guinea?». «Pochi», mi hanno risposto. E non se n'è parlato più.

Qui a Dhaka, a un fratello di Taizé che lo invitava a un'iniziativa interecclesiale, uno spazientito pastore battista ha risposto: «Ci avete portato un cristianesimo diviso, ora ci volete costringere a unirci. Prima annunciamo, poi penseremo a metterci insieme».

Superata l'irritazione, ho capito che c'è poco da scandalizzarsi, questa risposta descrive ciò che tutti stiamo facendo: discepoli di Cristo, chiamati a dare al mondo il segno dell'unità, siamo rassegnati a essere e a evangelizzare divisi.

Una mentalità nuova si è faticosamente fatta strada negli ultimi decenni. Qua e là è penetrata anche a livello di base dando vita a iniziative comuni e ad atteggiamenti fraterni, che non esistevano una volta e che sono degni della massima attenzione. Ma, generalmente parlando, ci troviamo ancora in una situazione che descriverei di «confusa indifferenza».

Confusa, perché a volte si parla di ecumenismo come se le comunità ecclesiali non cattoliche fossero un unico gruppo con cui si può avere un approccio uniforme. In realtà le situazioni sono diversissime, e si va da grande cordialità, rispetto e collaborazione, comune ricerca e sensibilità spirituale a rapporti di aperta ostilità. Mi sento in profonda sintonia con molti cristiani non cattolici, ma certo non con le letture fondamentaliste della Bibbia che altri fanno, la loro condanna di chi non è battezzato, il loro settarismo.

Eppure sono anch'essi battezzati in Cristo! Che fare nel paesetto con poche migliaia di cattolici tribali, immersi nel mare islamico, che in poco tempo vede sorgere sette diversi gruppi separati fra loro? Come rispondere ai convertiti battisti che, per far dispetto alloro pastore, scoprono improvvisamente di voler diventare cattolici? Che dire a chi ci accusa di proselitismo, quando ci sono gruppi che si «rubano» i fedeli promettendo un tetto in lamiera, una mucca, un posto gratuito nell'ostello per i figli? .

Il cammino ecumenico, con l'atteggiamento diverso che ne segue, è opera dello Spirito e non si deve assolutamente tornare indietro, ma capisco che qualcuno possa sentire nostalgia per le posizioni di una volta: noi siamo nel giusto, gli altri hanno torto e vanno combattuti. Era più facile prendere le distanze e dire che noi siamo diversi, che non c'entriamo con loro...

Vista la complessità, si rischia di finire nell'indifferenza.

Sì, accanto alla missione ci sono altri sette gruppetti di cristiani divisi. Sì, si nutrono di anticattolicesimo. Sì, anche noi a volte raccattiamo i cocci rotti di altri... Ma che possiamo farci?

Ogni gruppo (cattolico, anglicano, battista o altro) va avanti, annuncia, testimonia, dialoga come se solo lui esistesse e stesse compiendo il mandato del Signore.

Mentre ciascuno di noi pensa di avere il monopolio di Cristo, della sua Parola, della testimonianza a Lui, gli «altri» ci vedono diversi e divisi, ma giudicano a colpo d'occhio l'insieme così come lo percepiscono - esattamente come noi facciamo nei confronti dei musulmani (scia, sunni, ahmadya... tutti musulmani, buoni o cattivi, secondo il pregiudizio ideologico da cui siamo affetti).

Insegnando teologia dei sacramenti, ho spiegato che il battesimo, comune a tutti i cristiani e reciprocamente riconosciuto, può essere una solida «piattaforma ecumenica» non solo per la teologia, ma per il nostro atteggiamento pratico. È stata una lezione difficile, perché parlavo di un argomento lontano dalla sensibilità e dall'esperienza dei seminaristi, che mi ascoltavano perplessi.

 

 

 

 

LA MISSIONE «DALL' ALTRA PARTE»

«Vecchio è soltanto chi non si sente più utile a nessuno». Padre Clemente Vismara, ben noto apostolo della Birmania (oggi Myanmar) e ora in lista d'attesa per essere proclamato beato, così spiegò come potesse lavorare ancora tanto, con entusiasmo e mille progetti in testa, a novant'anni di età. Questa frase divenne argomento di una delle frequenti e gustose discussioni che ho con l'amico e maestro padre Piero Gheddo. A lui piace, e la cita spesso per dimostrare quanto padre Clemente fosse energico, attivo, e instancabilmente dedicato agli altri. Ma a me non va: «Padre Vismara - dico - era un santo, e per giunta simpatico, ma questa risposta è equivoca, e non è fra le sue cose migliori».

Anzitutto perché usa il termine «vecchio» con un'accezione negativa, rendendo un involontario omaggio alla cultura che ci vuole tutti giovani, forti, brillanti ed efficienti. Poi perché lega il «sentirsi utili» all'efficienza. Certo, per fare il bene, per servire il prossimo, ma pur sempre efficienza: finché faccio qualcosa di buono valgo, dopo... Dopo? Ricordo un confratello che, scrivendomi delle sue mille attività, aggiunse: «Non finirò certo i miei giorni nel lazzaretto di Rancio». Rancio è un quartiere di Lecco, in cui si trova la casa per missionari del Pime ammalati che hanno bisogno di assistenza. «Se ci sarà da andare ci andrai - gli risposi accorato - e ti auguro di ringraziarne poi il Signore».

C'è, fra i missionari, l'idea che non si va in pensione dalla vocazione, ma si rimane sul posto, al lavoro fino all'ultimo. Si tratta di un vero e proprio tratto di spiritualità, che si esprime in ammirevoli esempi di dedizione. La gente apprezza, specie quando il missionario può rimanere comunque «fra i suoi», quelli a cui è stato mandato, e viene sepolto fra loro. Padre Luigi Pino s, per decenni missionario in Bangladesh, ancora attivo a ottant'anni e con problemi di cuore, scrisse questa bella preghiera: «I miei confratelli esteri e nativi sono molto attivi nella costruzione della casa di Dio, mi dà tanta gioia far loro da manovale. Signore, non mi rincresce, lo sai, morire sul lavoro».

Tuttavia, ogni virtù diventa la caricatura di se stessa se è vissuta come valore in sé, piuttosto che in riferimento alla volontà di Dio.

Allora illegittimo desiderio di essere utili diventa il mito dell'uomo che non si ferma mai, venato da un inconsapevole paternalistico disprezzo per chi non ce la fa; e si rimuove il pensiero che forse anche il bravo missionario, che ora fa tante cose buone, dovrà un giorno affrontare lo spazio vuoto dell'inattività, della vecchiaia e della malattia. Queste realtà fanno paura, ma non possiamo esorcizzarle ammazzandoci di lavoro; devono interpellarci come faccenda che ci potrebbe toccare vivere «dall'altra parte».

Dalla parte, cioè, di chi non ha il privilegio di potersi dedicare agli altri, sentendosi utile. Consiglio, in proposito, Crudele dolcissimo amore, l'intenso libro di Chiara M. (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 20076), che vive il passaggio dalla condizione di infermiera a quella di ammalata e poi invalida.

Ricordando la compatrona delle missioni Teresa del Bambino Gesù, morta di tubercolosi a ventiquattro anni e mai uscita dal monastero, abbiamo bisogno di scoprire la contemplazione non tanto come preghiera per essere più efficienti, ma - il cristianesimo orientale ci insegna - come sguardo nuovo sulla realtà, trasfigurata dall'incarnazione e dalla croce. È la missione che s'irradia più che dalle opere, da ciò che la grazia fa di me, anche se vecchio, malato, depresso o semplicemente poco dotato.

San Vincenzo invitava a chiedere scusa ai poveri che serviamo. Non siamo più bravi, siamo semplicemente più fortunati di chi deve essere aiutato, sopportato, curato. Agli occhi del Dio di Gesù, ciascuno di noi è inutile e ciascuno è preziosissimo. Cristo è nel samaritano che aiuta ed è nell'affamato che attende in fila la sua razione; è nell'infermiere ed è nell'infermo. Non posso scegliere di essere samaritano e rifiutare l'idea che potrei essere l'affamato... .

Anni fa don Olivo Dragoni, attivissimo direttore del Centro missionario di Lodi, entrò nel lungo, inatteso pellegrinaggio della sclerosi multipla. Gli chiesi un giorno come andasse. «Sto imparando ad accogliere la mia nuova vocazione», mi disse. Una risposta preziosa più dell'oro, nella memoria del mio cuore.