PICCOLI GRANDI LIBRI   FRANCO CAGNASSO

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA
Vangelo e missionari: un tesoro in vasi di creta

Mondo e Missione – SAN PAOLO
2007

Prefazione di Aldo Maria Valli

Introduzione di Gerolamo Fazzini

Lettera a un missionario in attesa di visto

Noi, ruote di scorta

Tra passione e delusione

Pressione di faglia

Ghetti invisibili

Il successo per forza

Vasi in frantumi

La missione «dall'altra parte»

Il filtro opaco

Le parole impotenti

Quando si spegne la gioia

Missioni e vita quotidiana

Chi è padre Franco Cagnasso

Il Bangladesh e la presenza del Pime

La rivista Mondo e Missione

«Noi non esaltiamo noi stessi:
annunciamo che Gesù Cristo è il Signore.
Noi siamo soltanto vostri servi
a causa di Gesù. E Dio che ha detto:
"Risplenda la vostra luce nelle tenebre",
ha fatto risplendere in noi la luce
per farci conoscere la gloria di Dio
riflessa sul volto di Cristo.
Noi portiamo in noi stessi questo tesoro
come in vasi di creta, perché sia chiaro
che questa straordinaria potenza viene da Dio
e non da noi».
 
(2Cor 4,5-7)

«... mi ha risposto: "Ti basta la mia grazia.
La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza
proprio quando uno è debole".
È per questo che io mi vanto volentieri
della mia debolezza,
perché la potenza di Cristo agisca in me.
Perciò mi rallegro della debolezza,
degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni
e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo,
perché quando sono debole
allora sono veramente forte».

(2Cor 12,9-10)

 

 

 

IL FILTRO OPACO

Sveglia alle quattro, preghiera, colazione; alle sette è sulla bicicletta. Ogni giorno macina decine di chilometri in città, fuori, dovunque ci sia un malato o qualcuno con problemi fisici. Non è medico, non distribuisce soldi, non dirige strutture né organizzazioni. Una volta la settimana va a Dhaka in autobus, con due o tre persone che affida a qualche progetto di interventi gratuiti ora su un labbro leporino, ora su cataratte o su un piede deforme. Pernotta e ritorna alla stanzetta in affitto che è cucina, studio, cappella, salotto, e dove dorme con la bicicletta accanto alletto. A chi chiede risponde: «Sono un missionario cristiano, seguo il mio profeta, Gesù, che "passò beneficando e risanando" (At 10,38)».

Gioviale ma di scorza dura, padre Bob McCahill ha passato i settant'anni e continua tenacemente a cercare non di dialogare con i sapienti della comunità islamica, ma di incontrare la gente che suda e soffre vivendo la fede in cui è nata, per portare loro un tocco del Regno. Tronca subito ogni polemica: «Sì, sono americano, ma non sono Bush. Sì, credo che Gesù è figlio di Dio, che è uno e trino, ma bisticciare su Dio è da pazzi». Verso le 15 torna a casa e riposa, poi celebra l'eucaristia, studia, scrive e chiacchiera con chi va a trovarlo. Riso e verdure per la cena, e poi a letto.

Tre anni di questa vita per «beneficare e risanare», poi, come Gesù, «passa»: insalutato ospite, va e ricomincia altrove, dove nessuno ha mai conosciuto un cristiano. Padre Bob è felice di vivere così il tentativo più radicale e genuino che io conosca di effettuare un «primissimo annuncio» chiaro e rispettoso, fra le genti dell'islam.

Non critica nessuno, ma il suo stile di vita interroga gli altri missionari, inseriti nelle piccole comunità cristiane e impegnatissimi in scuole, parrocchie, dispensari, ostelli, catechesi, organizzazioni. È lo stile giusto?

È doveroso ammettere che molti di noi creano e dirigono strutture, si affaticano in costruzioni e organizzazioni, perché non sanno fare altro. Abbiamo bisogno di un ruolo che ci dia un certo potere, ci faccia tenere il coltello per il manico, di una scrivania fra noi e l'interlocutore, di una comunità che ci avvolga; immersi «alla pari» fra la gente, tanto più fra credenti di altre religioni, ci sentiremmo smarriti. Più che fare missione, facciamo opere missionarie e la testimonianza si arena: ammirano l'efficienza, invidiano la disponibilità economica, sospettano motivazioni nascoste o di conquista. Non si arriva al cuore.

Però non è sempre e solo così. Tanti hanno iniziato più o meno come padre Bob, per sentire poi che la carità evangelica chiedeva di offrire un aiuto più efficiente e più ampio.

Suor Silvia Gallina, un ciclone di attenzione, affetto e compassione per i poveri, negli anni Sessanta-Settanta era forse l'unica donna in Bangladesh a guidare una Vespa, con cui faceva la spola fra le case dei malati e l'ospedale, portando a rotta di collo anche le partorienti. Erano gesti immediati, da cui sprizzava la sua carica umana e una fede senza parole. Ma ha forse amato e testimoniato meno quando, per accogliere chi veniva da lontano e per aiutare più malati, s'è organizzata costruendo per loro un rifugio, ha maneggiato soldi dei benefattori, ha dato tempo (brontolando) alla contabilità?

Prendendo carne, il Verbo ne ha accettato l'opacità, per cui molti lo hanno frainteso, negato e calunniato; ne ha accettato il peso fino alla croce. Liberarsi di tutto perché risplenda meglio la grazia del Vangelo, o sporcarsi le mani perché essa trasformi e plasmi la vita quotidiana? Un guru che vivesse di esercizi ascetici e astrazioni spirituali, dimenticando la polvere, il sudore e la fragilità sua e dei fratelli sarebbe testimone solo di se stesso, tanto quanto un «missionario manager» che si preoccupasse soltanto del perfetto funzionamento delle sue opere, pastorali o sociali che siano. Il metodo ha valore, ma è sempre e comunque un filtro «opaco». Il Vangelo passa da persona a persona, si legge negli occhi, si percepisce nella passione con cui seguiamo Cristo nella sua incredibile missione di dare a Dio un cuore di carne.

Abbiamo bisogno di padre Bob e di suor Silvia, di interrogarci sul ,nostro modo di essere uomini e donne fra altri uomini e donne, loro e noi «nudi» davanti al mistero di Dio. E abbiamo bisogno di non trovare risposta a queste domande.

 

 

 

LE PAROLE IMPOTENTI

«Quei bambini ridono, sembrano felici... Com'è possibile?» .

Invece del mio solito «bla bla», grazie all'amico fotografo Enrico Mascheroni sto presentando splendide diapositive montate con musica ben scelta, che in venti minuti «dicono» le condizioni del lavoro minorile nel mondo. Alla fine, commenti e approfondimenti. Una giovane ha un'immagine della povertà come degrado e tristezza, e queste foto le aprono un orizzonte inaspettato: sparpagliati su una puzzolente montagna di immondizie dove cercano qualcosa da vendere, i bambini scherzano, giocano, e accolgono il fotografo con grandi sorrisi pieni di gioia... Com'è possibile?

Ne sono soddisfatto... con riserva. Nascerà, da questa scoperta, il luogo comune dei poveri-ma-felici, che tutto sommato «sarebbe meglio lasciarli come sono»?

Tutti desideriamo che i media diano spazio a un'informazione sistematica e seria su Paesi e problemi di cui poco si parla, specialmente su poveri e sfruttati, e sulle Chiese delle cosiddette periferie del mondo.

Ricordo un'omelia del cardinale Carlo Maria Martini, che, parlando ai missionari del Pime di Milano, citava le relazioni di san Francesco Saverio, per incoraggiarci e quasi implorarci: «Raccontate la missione!».

Condivido, eppure mi corrode una domanda: informare è doveroso; raccontare è bello e necessario... ma come? Sono così facili equivoci, distorsioni, stereotipi!

La difficoltà si colloca anzitutto dentro di noi. Per vivere in un'altra cultura bisogna o impermeabilizzarsi, guardando la realtà circostante come attraverso l'oblò di un sommergibile, oppure aprirsi e lasciarsi interpellare, creando in noi spazi nuovi che si colmano a volte di arricchimenti armoniosi, spesso di contrasti stridenti e domande senza risposta. Don Andrea Santoro, il prete di Roma ucciso i15 febbraio 2006 a Trebisonda, vivendo fra i musulmani turchi ha ripensato alla storia di Rebecca incinta di Esaù e Giacobbe, che «si urtavano nel suo seno». Sentiamo di portare in noi due realtà tra loro estranee, che non sappiamo riconoscere e sono ingombranti, contraddittorie, eppure non possiamo più ignorare. Proprio come Rebecca, impotente di fronte al conflitto dei figli che porta in sé.

È così di esperienze religiose che parlano (o non parlano) di Dio in modo sconcertante; del diverso approccio dei musulmani di fronte al fenomeno religioso, ai problemi di oggi e della storia; della rassegnazione dei poveri a una vita che secondo il mio mondo è inaccettabile, eppure è amata, moltiplicata molto più di quanto amiamo e moltiplichiamo in Occidente; del rapporto fra uomo e donna, del concetto di libertà, della tradizione... La lista potrebbe allungarsi, ma a che servirebbe? Non saprei spiegarne tutti gli elementi, i perché.

Questa è infatti la seconda difficoltà: comunicare queste contraddizioni, frutto del cammino missionario, che pure potrebbero essere feconde.

Come spiego ai musulmani che il papa a Regensburg non intendeva offenderli, ma dare spazio alla riflessione con metodi e stili da noi comuni? E come spiego agli occidentali la frustrazione e il senso di isolamento profondo dei musulmani moderati?

Se troviamo indifferenza, cerchiamo di scuotere parlando di condizioni tragiche, di sofferenze inaccettabili; ed ecco l'immagine del povero come «sotto-uomo», della miseria che disumanizza. Ma noi troviamo splendidi esempi di umanità, ricca e matura, in mezzo alla miseria! Proviamo a raccontarlo, ed ecco l'irritante chiacchiericcio di chi si consola perché tanto sono felici lo stesso e magari più buoni di noi.

Dopo l'epoca dei racconti missionari «avventurosi e curiosi», è venuta quella dei racconti commoventi, e siamo stati accusati di presentare sconciamente la povertà, senza rispetto per i poveri. Abbiamo descritto le altre culture con uno sguardo positivo, e sono apparse tutte integre, belle, da non toccare; le religioni tutte sante, pacifiche e tolleranti. Salvo poi scoprire un fenomeno come l'infibulazione femminile e farne una bandiera per forzare queste culture al cambiamento. O scatenarsi contro la presunta irrazionalità dei musulmani.

I missionari siano «ponti» fra popoli, Chiese, culture. A Roma, presso l'isola Tiberina, c'è il «ponte rotto». Sta là, quasi intatto in mezzo al Tevere, ma gli approdi sono crollati; inaccessibile dalla riva destra come dalla riva sinistra...

 

 

 

QUANDO SI SPEGNE LA GIOIA

«Mi dicono che la gente resterà delusa e scandalizzata. Può darsi. lo, però, sono stanco di fare il bravo ragazzo». Così un missionario stimato, cui erano affidate varie responsabilità, mi raggelò comunicandomi la decisione di lasciare il ministero per sposarsi.

Di tanto in tanto superiori e superiore dei missionari trattano, nei loro incontri, il tema della perseveranza nella vocazione. Si analizza, si parla, si condividono esperienze, ma i nodi non si sciolgono e gli interrogativi rimangono. Ognuno fa storia a sé, appare impossibile ridurre a denominatore comune i cammini di coloro che «lasciano» .

Mi è stato chiesto di riflettere sulle fatiche, le debolezze, anche i «fallimenti» dei missionari. Non so se ho risposto alle attese, parlando di fatiche che sono connaturali all'essere in un'altra cultura, schiacciati fra esigenze e mentalità diverse, oppure di debolezze che sono forse il lato in ombra di aspetti positivi quali la troppa voglia di fare, l'impegno.

Alla fine è giusto affrontare anche i «fallimenti». Esito a scrivere questa parola, spero che nessuno la consideri un giudizio. I fallimenti fanno parte della vita e tutti possono in qualche modo essere riscattati, ma per riscattarli occorre riconoscerli. Chi si prepara per anni, decide di dare tutta la vita all'annuncio del Vangelo in un certo modo, e poi cambia, ha fallito l'obiettivo; o aveva sbagliato a sceglierlo.

Va condannato per questo? No. Ne potrà trovare un altro, valido e degno della massima stima? Lo spero e lo vedo in molti casi. Resta il fatto che la storia della missione è segnata anche da progetti rimasti inattuati, delusioni subite e provocate, scandali, persone ferite, perché molti di noi non ce la fanno.

Lasciamo, per ragioni e in circostanze disparate; oppure rimaniamo, ma in modo tale che a volte di noi si sente dire: «Ma che razza di missionario è quello?».

Verso la fine dei miei studi di teologia, vissi un periodo di grande incertezza. Vicino al seminario c'era una comunità cui mi ero abituato, ma che a un certo punto guardai con occhio disincantato: uomini stanchi, qualcuno con un incarico probabilmente inventato per tenerlo occupato, ripiegati su di sé, a parole innamorati della missione ma spesso privi di qualsiasi voglia di tornarvi... Mi domandai con angoscia: «Cercavo un cristianesimo radicale, donato, aperto, gioioso; qui vedo malcontento, chiusure, nervi a pezzi, vocazioni spente. Chi mi garantisce che non finirò così?».

Ne parlai al rettore, padre Vincenzo Carbone. Mi rispose che l'umanità ha pesantezze dalle quali i missionari non sono dispensati. «Se queste persone si sono "spente" per loro responsabilità, sta in te credere nella Grazia e non lasciarti andare sulla strada in discesa dell'egoismo che ti chiude. Se invece ci sono fatti nella loro storia, nella loro psiche o salute, che giustificano la loro condizione attuale, allora donati a Dio pronto anche a vivere una vita come la loro, umanamente fallita, ma che Lui capisce. La missione può anche chiederti la salute della mente... E lascia che sia Dio a giudicare chi ha colpe e chi non ne ha».

Più tardi, nel Pime si decise che il necrologio dell'Istituto (la lista dei membri defunti) elencasse anche i nomi di quelli che ne erano usciti. Un confratello scrisse che questa scelta lo rattristava, io invece ne provo una grande gioia. Non si tratta di recuperare dopo la morte ciò che si è perduto in vita, ma di offrire un segno dell'abbraccio che Dio offre a noi peccatori.

Vorrei dire ai miei fratelli e sorelle che sono «falliti», a quelli che sono usciti sbattendo la porta, a chi è rimasto ed è contento, a quelli che tirano avanti spenti e scoraggiati, a quelli che si sentono bravi e fedeli, a chi lasciando pensa di aver fatto gesti profetici, a chi è rimasto invischiato in situazioni palesi o nascoste di scandalo, a chi non pensa più agli ideali né alle promesse fatte, a tutti - ma proprio a tutti - che, prendendo carne in Maria, scegliendo Matteo, Pietro e Giuda, chiamando Paolo e mille altri, Cristo ha messo in conto la nostra debolezza, anche la più sgradita e incomprensibile. L'ha presa su di sé.

Se il nostro cammino è accompagnato da tante cadute, non dimentichiamo le, non facciamo finta di nulla. Sono le mie cadute, le nostre, le sue. Da queste Lui ci chiama alla risurrezione.

 

 

 

 

MISSIONI E VITA QUOTIDIANA

Un argomento insolito, forse ardito: cercare di collegare realtà distanti (le «missioni»: uso il plurale volutamente perché sia chiaro che non mi riferisco qui in primo luogo alla «missione» che è ovunque), mai viste né vissute, con quello che viviamo ogni giorno, con la normalità del mondo che ci è familiare. Non solo, ma anche capovolgere l'ottica abituale, che fa guardare a noi stessi come coloro che fanno qualcosa per le «missioni», per tentare di assumerne un'altra: come la missione può entrare nella nostra vita?

Riprendo alcune riflessioni maturate dopo il rientro da uno dei viaggi compiuti in India, dove ho incontrato una Chiesa fiorente, anche se piccola minoranza, capace di esprimere cultura, impegno sociale, annuncio, vocazioni. Con tanti difetti anche vistosi, ma una Chiesa viva. Nella conversazione con i nostri missionari è riemerso ancora una volta il dubbio sul rapporto fra sviluppo sociale, aiuti e conversioni. Un intreccio delicato, di difficile armonizzazione. Non si può evangelizzare un uomo astratto, e se quest'uomo è povero, soffre, è sfruttato e privato della sua dignità (ad esempio, i fuori casta), allora non si può evangelizzare senza farsi carico in qualche modo di questi suoi problemi.

C'è però il rischio che quest'uomo non cerchi Cristo, ma le cose che gli vengono offerte; il rischio, quindi, di

fare i «cristiani del riso»: un problema che risale ai tempi di Gesù che, come leggiamo nel Vangelo di Giovanni, dopo la moltiplicazione dei pani dice: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).

Emergeva, comunque, una realtà tante volte constatata. C'è un rapporto ambiguo tra presenza missionaria, aiuto e conversione, e le motivazioni non sono sempre chiare; ma più spesso il missionario deve prendere atto con stupore che i «meccanismi» o le «leggi» della conversione sono impossibili da cogliere. Persone e gruppi a lungo conosciuti e aiutati, dove la presenza del religioso o del catechista è assidua, spesso continuano tranquilli per la loro strada, mentre si accostano alla Chiesa e accolgono l'annuncio persone e gruppi mai aiutati o addirittura mai incontrati. Pare che lo Spirito Santo si diverta a lasciarti lavorare con fatica da una parte, per poi far maturare i frutti dall'altra, dove tu non hai lavorato. Non è il missionario che converte; il missionario è strumento, occasione. Protagonista è lo Spirito Santo, che opera nella insondabile libertà dell'uomo.

Guardando poi all'opera delle missioni nel suo insieme, diventa ancora più evidente che nostro compito è seminare, testimoniare in tutti i modi possibili e secondo le circostanze, con la fiducia che lo Spirito «apre le porte» secondo i suoi disegni. La Chiesa fatica nel mondo islamico, e fiorisce inaspettatamente in Corea, Paese mai considerato prioritario nelle «strategie apostoliche», che hanno invece puntato prima sulla Cina e poi sul Giappone; vuol convertire il buddhismo e questo non si converte eppure accoglie e fa suoi stimoli che ha colto nella presenza e nell'attività cristiana...

È esperienza quotidiana del mondo dei missionari il bisogno di dare «sostanza umana», concretezza, «carne» al Vangelo. Non predicare, bisogna incontrare uomini e donne come sono, accogliere l'umanità così come il Verbo si è fatto uomo in Gesù e ha accolto l'umanità del mondo ebraico del suo tempo. Il Vangelo è anche il malato curato, il pozzo scavato, la persona depressa ascoltata, lo sfruttato difeso, la persona sola accompagnata... E tutto ciò non per un piano strategico di conquista, ma per rispondere agli appelli della storia, della vita quotidiana.

Ho scritto, tempo fa, un breve articolo rivolto ai ragazzi, spiegando che il missionario è un jolly. Qualcuno si è un po' scandalizzato, ma ai più è piaciuta questa idea: il missionario è mosso dall'amore di Cristo e del prossimo, non da un piano strategico o dal desiderio di realizzare se stesso; ecco perché è pronto (nei limiti delle sue capacità concrete) a far tutto e di tutto. Non per qualunquismo, ma per disponibilità al cammino dell'uomo, agli appelli dello Spirito.

Nasce allora fra lui e le persone che accosta e ama un rapporto complesso e fluido. Rifiuto a volte, sospetto; spesso simpatia, in cui però è difficile cogliere quanto è gratuito e quanto è (magari inconsciamente) interessato, quanto è ricerca di lui perché compie dei segni e perciò rinvia a un Altro, e quanto è ricerca perché dà il pane, fosse pure un pane che è, ad esempio, l'opportunità di far studiare i propri figli.

Ma ciò non deve spaventare. Vigilanza sì, per essere liberi, per non strumentalizzare o illudersi; ma anche fiducia nella libertà dell'uomo e nella grazia. Opera assidua e disinteressata, intesa nelle sue motivazioni esplicitamente cristiane, ma che non esige frutti, non fa calcoli.

Ecco, non fare calcoli: questa mi pare una importante condizione della missione. Inutile dire che tutto ciò ha grande attinenza con la nostra vita di ogni giorno, di noi missionari in forza del battesimo, annunciatori nella nostra famiglia e nei nostri ambienti.

Non stanchiamoci di cercare e di vivere un cristianesimo profondamente umano, di crescere in umanità per saper accogliere noi stessi e l'altro nella nostra e sua concretezza.

Non stanchiamoci di partire dal pane, dalla mano risanata, dalla lacrima asciugata, dal tempo trascorso insieme, da una solitudine ascoltata. Facciamoli i programmi, ma non lasciamocene intrappolare! Si è missionari innanzitutto con ciò che si è. Amiamo in modo pieno, quindi, desiderando per l'altro il massimo bene che è l'incontro con Cristo, ma senza calcoli. Cristo attende ciascuno e non è preoccupato di dare a noi dei proseliti: «Chi non è contro di voi è per voi» (Lc 9,50).

Anche nel nostro mondo, se abbiamo occhi e cuore, si può cogliere lo Spirito all'opera nei modi e luoghi più inattesi; si possono cogliere storie d'incontro con Cristo fuori dai nostri schemi, dai nostri programmi.

La nostra vita quotidiana acquista così impegno e serenità. Ci sentiamo inviati, sempre e ovunque, perciò teneramente amati, assistiti e guidati dal Signore che ci manda. È un impegno, una responsabilità, ma anche la gioia della gratuità, la certezza di operare nel Regno, i cui frutti crescono silenziosamente e a mia insaputa, «sia ch'io dorma sia che vegli» (cfr. Mc 4,27) e come questo avvenga - dice il Vangelo - «egli stesso, il seminatore, non lo sa». Bisogna certo avere occhi e cuore attenti. Altrimenti anche noi corriamo dietro a chi dice: «Il Regno è qui, (...) è là», senza accorgerci che è in mezzo a noi, silenzioso ma vivo e concreto (cfr. Le 17,21).

Un altro tema spesso dibattuto nel mondo dei missionari è quello dell'inculturazione. C'è bisogno che il Vangelo non resti corpo estraneo rispetto alla cultura di un popolo, ma vi penetri profondamente facendo come da lievito, così che questa cultura sia capace di esprimere il Vangelo con proprie parole, categorie, simboli, opere. È un processo mai concluso, sempre un po' travagliato, e che spesso - secondo molti di noi - è vissuto troppo timidamente in molte aree missionarie e anche qui da noi, nel rapporto con la cultura del nostro tempo.

Un processo però che non può trascurare (pena il suo totale svuotamento) un elemento fondamentale: il Vangelo è novità, annuncio che «scende dall'alto», quindi anche sconcerto e turbamento.

Il Vangelo fa trovare all'uomo una profonda armonia interiore, lo fa incontrare con le radici più profonde del suo essere, con la sua verità. Ma ciò non vuol dire che esso sia semplicemente frutto di uno sviluppo umano (spirituale, culturale, sociale, psicologico e intellettuale) senza fratture. Questa verità di noi stessi la troviamo solo a prezzo di una rottura decisa e spesso dolorosa con l'uomo vecchio, con il peccato e le sue conseguenze, con la nostra consuetudine all'egoismo, alla chiusura. Ecco perché il Vangelo - come Gesù - è spesso rifiutato. Esso è colto come assurdo e impossibile, o come giudizio inaccettabile, oppure come violazione di ciò che finora sono stato.

I missionari spesso si chiedono anche ansiosamente: i nostri battezzati, le nostre comunità sono «nuove»? Sono diverse da comunità e singoli non cristiani? Certo, non devono rinnegare la loro cultura, storia, popolo; ma se non c'è in loro «qualcos'altro», che senso ha accogliere Cristo?

Ci vogliono realismo e pazienza: anche le comunità dei témpi apostolici erano tutt'altro che perfette. Se il Vangelo di Matteo insiste tanto sul perdono, è perché nella comunità c'erano molti bisognosi di perdono. Ma la domanda non può essere elusa: il Vangelo ci fa cambiare sì o no? Porta nella vita qualcosa di nuovo per cui vale la pena di accoglierlo, o è solo un cambiamento di idee e di riti?

Questo scrutare attento e preoccupato - da parte dei missionari -le loro comunità mette in luce proprio questa rottura, questa novità. Si pensi al problema delle caste in India, della poligamia in Africa, della dignità della persona in tutto il mondo asiatico, della liberazione in America Latina, per citare solo le realtà più evidenti e più note.

Il problema, però, va posto bene: non dobbiamo, ancora una volta, chiedere risultati definitivi. Infatti la Chiesa non è per i perfetti, ma per i deboli e i peccatori. Niente scandalo, allora, se i cristiani in India non sono ancora liberi da una mentalità di casta, se in Africa le famiglie sono spesso poligame o le coppie si sposano in chiesa solo quando possono portare alla celebrazione due o tre figli...

Tutti siamo peccatori. Ma bisogna riconoscerlo. Bisogna accogliere il Vangelo e annunciarlo come una vita e una forza sempre nuove che ci scuotono, ci sollecitano, ci giudicano e perdonano per farei tendere a una più profonda e piena umanità, libera dalle schiavitù personali e sociali, unita a Cristo, specchio dell'amore di Dio. Ogni giorno la Parola dice una cosa nuova!

Questo però non vale solo in Africa o in Asia. Noi siamo purtroppo abituati a cogliere il Vangelo soprattutto come una realtà passata, antica, da conservare e proteggere. Immaginiamo (a torto!) un passato in cui la società era cristiana, il Vangelo era vissuto, e l'oggi come una corruzione di questo passato, una strenua «difesa» di valori assediati, di cose buone sempre più erose dalla scristianizzazione e dalla malvagità del mondo moderno.

Anche il nostro linguaggio, quando esprime l'oggi del cristiano, usa troppo spesso il termine «ancora». C'è ancora chi crede, ancora chi si dona, ancora chi è onesto. Come se i credenti, i generosi, gli onesti fossero un residuato di epoche in cui tutti erano tali. È una visione davvero deformata e deformante!

La novità non sono l'egoismo, la disonestà, la menzogna, la violenza, la corruzione delle coscienze, il tradimento, l'incredulità e l'idolatria, la paura... Queste sono cose vecchie come il peccato di Adamo, e c'erano anche quando l'Europa si pensava tutta cristiana. Non sono novità la lussuria o l'ingiustizia. Al contrario, nuovo e sempre nuovo - perché sempre deve farsi strada contro il vecchio che spontaneamente ci conquista - è l'annuncio dell'amore e nuove ne sono le conseguenze. Nuova è la libertà di Spirito, la vita in Cristo, la speranza in Dio. Nuovi sono il perdono, il ricominciare a rispettare la nostra dignità, il fare dono di noi stessi, l'offrire fraternità, il costruire pace.

Che cosa c'è di più antico di rispondere all'offesa con l'offesa, di farsi i propri interessi, di trascurare il debole? E cosa di più nuovo, tale da sconvolgerci interiormente e trasformare tutta la nostra vita, rispondere all'offesa con il perdono vero, vivere la gratuità, mettere gli ultimi al primo posto?

Noi che annunciamo tutto questo a popoli che mai l'hanno conosciuto, dovremmo diventare non i custodi di un vecchio mai esistito, ma i testimoni di un nuovo che continuamente viene, ci mette in discussione, ci cambia. Il cristiano non conserva, rinnova, perché non annuncia un Cristo passato, ma Colui che è risorto e vive! Il cristiano annuncia il futuro.

Tutto ciò richiede una conversione di mentalità, forse più grande di quella chiesta a un animista o a un ateo che si convertono. Per loro è ovvio che entri una novità; noi invece dobbiamo scrollarci di dosso l'immagine errata di una cosa giusta.

So che il mio discorso è parziale: la fede infatti è anche «tradizione», cioè passa da una generazione all'altra. Non passa però come un costume fossilizzato, come uno schema da ripetere, ma come un'esperienza vitale da accogliere e rivivere, come un'acqua pura che sempre occorre attingere per dissetare campi aridi. Il fiume è sempre uguale e sempre nuovo, l'acqua pare la stessa mentre non lo è mai, i campi hanno sempre bisogno di attingere l'acqua nuova del fiume antico per non morire di aridità...

Infine, uno spunto pratico. Le missioni si collocano prevalentemente nel cosiddetto «terzo mondo». Non esclusivamente, come purtroppo a volte si pensa, ma la prevalenza c'è, dovuta alla «scelta preferenziale» dei poveri, e più ancora al fatto che la maggior parte del pianeta è «terzo mondo». I Paesi ricchi sono una piccola minoranza. Ciò rende i missionari testimoni di situazioni di ingiustizia che non ci possono lasciare indifferenti, cercatori sofferti di strade che facciano cambiare situazioni insostenibili. Strade tutt'altro che facili da trovare: questo argomento è spesso soggetto a semplificazioni e schematismi molto superficiali e dannosi.

I missionari sono anche partecipi e testimoni di modelli di vita che erano anche nostri qui in Italia, e che rischiano di scomparire. Modelli in cui non c'entra per sé la fede religiosa, ma la situazione socio-economica. Anni fa vidi l'India della miseria, delle baracche, dei mendicanti. A distanza di tempo ho visto anche l'India della classe media (insegnanti, impiegati, professionisti...). Una classe che non manca del necessario, ma ha solo quello e a volte appena appena.

Per tanti aspetti mentalità e stili di vita, ideali e difetti sono simili ai nostri; ma il consumismo, anche se è arrivato, non ha ancora conquistato-tutti. Non è merito loro e tuttavia la loro situazione può essere preziosa per aiutarci a non lasciarci battere da una logica distruttiva: quella del possesso. Davvero non siamo più sereni noi, che pure abbiamo più mezzi, più vacanze, più salute, più divertimenti, più informazione! Non che la loro vita vada idealizzata o considerata perfetta, però ci ricorda che non è l'aumento quantitativo che ci fa bene, ci migliora.

La loro povertà dignitosa non li priva affatto di capacità affettive, culturali, di relazioni sociali, di amore alla vita, capacità di lotta, di ideali ecc. Anzi, forse tutto ciò - e sono le cose che contano - può emergere meglio, non soffocato dalla frenesia che sembra travolgere il nostro mondo (pensate al ridicolo e angosciante rito dei regali natalizi, delle ferie lontani da casa...) e che ora minaccia da vicino anche loro. Ripeto: non è questione di fede, da una parte e dall'altra (India e Italia); il discorso vale per tutti. La nostra fede deve però aiutarci a scoprire l'umano e rifiutare il disumano, tanto più se esso contribuisce ad aumentare l'ingiustizia e la miseria altrui.

La missione, dunque, può entrare nella nostra vita anche sotto questo aspetto: risvegliandoci dalla ubriachezza del benessere che non ci soddisfa, del tempo che ci manca sempre, del dare tutto ai figli. E questo non per mandare un'offerta in più ai missionari (cosa lodevole, ma non così importante), bensì per essere noi più uomini, più liberi, più capaci di pensare, scegliere, gustare, socializzare, amare, ascoltare. In una parola: più capaci di vivere senza essere divorati dalla vita!

Un passo difficile, ma che può essere una grande conquista e una bella, concreta testimonianza!

 

Chi è padre Franco Cagnasso

Padre Franco Cagnasso è nato a Susa (Torino) il 9 ottobre 1943. Ordinato sacerdote nel 1969, viene destinato all'animazione missionaria in Italia fino al 1978. In quell'anno parte per il Bangladesh, dove opera fino al 1983, anno nel quale diventa vicario generale del Pontificio istituto missioni estere (Pime). Eletto superiore generale nel 1989, ha guidato l'Istituto per dodici anni; durante il suo mandato il Pime ha chiarito e ampliato il processo di internazionalizzazione, grazie al quale oggi l'Istituto accoglie personale proveniente da vari Paesi asiatici e dall' Africa.

Dal 2002 padre Franco ha fatto ritorno in Bangladesh. Attualmente si occupa soprattutto della formazione del clero locale: insegna al seminario nazionale di Dhaka, dove è direttore spirituale e tiene corsi di spiritualità.

Padre Cagnasso è autore, oltre che di numerosi articoli per riviste missionarie, di tre volumi scritti in tandem con don Domenico Pezzini, tutti editi dalla Emi (Editrice missionaria italiana): Forti nell'attesa. L'Apocalisse canto di lode a Cristo e invito alla fedeltà (2001); Pieni di gioia e di Spirito Santo. Atti 13-14: la missione di Paolo e Barnaba (2002); La missione comincia dal cuore. Matteo 10: il discorso della missione (2002). Nel 2006, insieme a L. Cenci e L. Molesti, ha scritto Anche tu in Cristo dai vita alla speranza (Istituto Regina degli Apostoli).

 

Bangladesh e la presenza del Pime

Dimenticato dai media di casa nostra (tranne che nel caso di catastrofi naturali e di disordini politici), il Bangladesh ha una sua importanza nel sub-continente indiano. Su un'area di circa 144 mila chilometri quadrati vive, infatti, una popolazione di circa 149 milioni di persone. La capitale Dhaka, con oltre 8 milioni di abitanti (che salgono a 12-13 se si considera l'immediata periferia), è una delle metropoli più popolose e caotiche dell'intero continente asiatico.

Nel Bangladesh, Paese agricolo, il processo di industrializzazione e urbanizzazione si è avviato solo recentemente, grazie a investimenti esteri che sfruttano manodopera, specialmente femminile, a bassissimi costi. Ciò provoca rapidi cambiamenti non solo economici, ma culturali, e forti tensioni sociali che spesso sfociano in violenza. Il Paese si affaccia sul golfo del Bengala e si configura, dal punto di vista oro grafico, come un'immensa pianura: una posizione geografica che lo espone ciclicamente alla violenza dei monsoni, a cicloni e inondazioni, non di rado devastanti.

La parte preponderante della popolazione (un terzo della quale ha meno di 15 anni) è costituita da poveri: 1'82,8 per cento vive con meno di due dollari al giorno, il Pil pro capite ammonta a 380 dollari, il tasso di adulti alfabetizzati è del 41,1 per cento. Una parte consistente delle iniziative di assistenza ai meno abbienti è legata a progetti di organizzazioni non governative (ong), locali e non, e a interventi promossi da Paesi stranieri o da organismi delle Nazioni Unite. Nonostante la condizione economica pesante in cui vive, quello bengalese è un po polo fiero delle proprie radici e tradizioni culturali: basti qui ricordare il poeta Tagore, bengalese di origine, premio Nobel per la letteratura nel 1913. Indipendente dal 1971, il Bangladesh vive una situazione politica segnata da profonda instabilità. Negli ultimi anni, pur in presenza di una popolazione tradizionalmente tollerante e pacifica, s'è trovato ad affrontare il problema delle infiltrazioni dell'estremismo islamico nei gangli vitali della vita pubblica, e quello di una dilagante corruzione.

I musulmani rappresentano la maggioranza della popolazione (87 per cento), seguiti dagli induisti (12 per cento) e da alcune minoranze cristiane, buddhiste e animiste, il che fa del Bangladesh una sorta di laboratorio interessante sotto il profilo del dialogo interreligioso.

I missionari del Pime sono presenti nel Paese fin dal 1855, quando ancora il Bangladesh si chiamava Bengala.

La loro presenza e opera si sono rivolte soprattutto alle minoranze tribali del nord-ovest, per i quali il cristianesimo è stato ed è un aiuto significativo a trovare una nuova identità che rispetti la loro storia e cultura. Attualmente, i missionari del Pime operano a servizio della Chiesa locale, in quattro delle sei diocesi del Paese, e sempre più rivolgono la loro attenzione alle popolazioni urbanizzate. Abbinano al lavoro di prima evangelizzazione e di cura della comunità cristiana un impegno di promozione umana, specie in ambiti quali l'istruzione, l'educazione dei giovani, la sanità e l'aiuto allo sviluppo locale (microcredito).

La rivista Mondo e Missione

Questo libro nasce da una collaborazione fra le Edizioni San Paolo e la rivista Mondo e Missione, edita dal Pontificio istituto missioni estere (Pime).

Pubblicata con cadenza mensile (dieci numeri l'anno), Mondo e Missione è una delle più note e autorevoli testate missionarie italiane. Si avvale di una redazione composta da giornalisti professionisti. A essa si affianca una rete di corrispondenti e collaboratori in vari Paesi del mondo (giornalisti locali, missionari di vari istituti e congregazioni, operatori umanitari e membri di ong). Conta, inoltre, su un comitato editoriale che comprende esperti e docenti universitari.

Mondo e Missione è tra le più antiche e prestigiose testate missionarie d'Europa; nata nel 1872 come edizione italiana di Les missions catholiques, ha assunto il nome attuale nel 1969, all'indomani del Concilio.

Dalla fondazione a oggi si sono alternate alla guida della rivista alcune figure di spicco del movimento missionario in Italia. Fra queste padre Piero Gheddo, uno dei volti più noti del giornalismo italiano, che ha diretto la rivista per ben trentacinque anni, dal 1959 al 1994.

Oltre al mensile, la redazione cura una newsletter settimanale inviata per posta elettronica, e un sito internet, con notizie quotidiane e approfondimenti.

La redazione di Mondo e Missione organizza eventi culturali, serate e presentazioni di libri. Fornisce, inoltre, su richiesta, consulenza specialistica a giornalisti e operatori dei media.