PICCOLI GRANDI LIBRI    Giacomo Biffi

Le cose di lassù

Esercizi Spirituali con Benedetto XVI
CANTAGALLI

Ripensando al Giovedì Santo - Ripensando al Venerdì Santo

«Fate questo in memoria di me». Vale a dire: «Vi prego, non dimenticatemi».

Come non sentirsi toccati e quasi trafitti nel cuore da questa implorazione, che il Figlio di Dio ci rivolge nell'imminenza di versare il suo sangue per noi e per tutti?

In un momento di eccezionale rilevanza del suo cammino salvifico, la sera dell'ultima cena, all'inizio della sua tremenda sofferenza, "nell' ora del suo passaggio da questo mondo al Padre" (cfr. Gv 13,1), egli fa appello alla nostra capacità di ricordare: «Fate questo in memoria di me».

Ma come potremo dimenticarti, Signore Gesù? Come potremo scordare che, dopo un'esistenza tutta segnata dall'amore per noi, tu "ci hai amato sino alla fine" (cfr. Gv 13,1)?

In questi giorni di raccoglimento ci viene spontaneo ripensare a come noi siamo facili a dissiparci e a lasciare che la nostra mente divaghi così spesso e così a lungo lontana dal pensiero di Cristo. E ci diventa allora naturale e doveroso arrossire dei troppi nostri giorni ingrati e distratti.

La Chiesa, però, per fortuna non si dimentica, e riascoltando in ogni preghiera eucaristica questa suprema parola del suo Fondatore («ricordatevi di me») - riscopre continuamente, per così dire, la sua identità e la sua natura più incontestabile e vera. La Chiesa è, primariamente ed essenzialmente, una "memoria": la memoria indefettibile del suo Salvatore; una memoria che, restando sempre viva e appassionata, risale da due millenni lungo la storia dispersa e sbadata degli uomini.

«Fate questo in memoria di me». La Chiesa riesce a non dimenticarsi mai dello Sposo, che "l'ha amata e ha dato se stesso per lei" (cfr. Ef 5,25), appunto perché non tralascia mai di "fare questo": l'eucaristia - nella quale tutta la vita ecclesiale si alimenta e si compendia - è, avanti ogni altro aspetto, una provvidenziale "memoria di Cristo"; una memoria così intensa e soprannaturalmente efficace da ripresentare nella realtà e mettere nelle nostre mani la persona adorabile dell'Unigenito del Padre - divenuto per riscattarci il figlio unico di Maria -; e anzi da consentirci di offrire, con lui, lo stesso sacrificio da cui siamo stati redenti.

È una "memoria oggettiva", che si istituisce e si avvera per se stessa, quale che sia la nostra disattenzione; noi però dobbiamo impegnarci a "soggettivizzarla", cioè a tenerla il più possibile desta e consapevole dentro di noi, perché partecipare a una messa senza pensare esplicitamente a Cristo significa contraddire l'intrinseca natura del rito.

Tale memoria non è tanto il richiamo a un'idea, a una teoria, a una dottrina: è il ricollocarci intenzionalmente al cospetto di una persona, che noi con gli occhi della fede percepiamo presente e vicina; di una persona che conta per noi, di una persona amata, di una persona che è il centro e il senso della nostra vita.

Una riflessione come questa illumina tutti i nostri giorni e ce li fa comprendere nella loro verità. Poiché l'eucaristia è il vertice, il "tipo", la norma dell'intera esistenza cristiana, l'intera esistenza cristiana nel suo significato più profondo si configura come "memoria di Cristo".

Esistere da "cristiani", vuol dire prestare quotidianamente qualche attenzione a ciò che egli ha detto, a ciò che egli ha fatto, a ciò che egli è, sull' esempio della Chiesa che non si stanca mai in ogni celebrazione di rileggere qualcuna delle parole del Signore e di contemplare qualche avvenimento della sua vita.

Tra l'altro, rievocare ciò che Gesù è significa anche conoscere sempre meglio ciò che siamo noi, dal momento che ogni uomo è una icona di Cristo - la sua immagine imperfetta ma autentica e viva come Cristo è l'immagine autentica, viva e perfetta del Padre.

In Cristo noi sappiamo chi siamo e quale ultimo traguardo ci aspetti: se egli è "Salvatore", allora noi non siamo degli "autonomi", siamo dei "salvati da lui"; se egli è un crocifisso, allora ci rendiamo conto che la strada della croce è anche la nostra strada; se egli è risorto e glorioso, allora siamo certi che il nostro definitivo destino è la pienezza della vita eterna e la gloria; se egli è Figlio, noi siamo figli in lui dello stesso Padre celeste; se egli è l'uomo realizzato pienamente, allora ogni valore e ogni positività umana ci avvicina e ci conforma a lui; se egli è "Dio vero da Dio vero", allora un' arcana ma effettiva partecipazione alla natura divina è, nella vita di grazia, la nostra impreveduta ricchezza.

L'uomo del nostro tempo è afflitto da una tristezza ineludibile e da un sottile sentimento di angoscia, soprattutto perché è "smemorato": non ricorda più la sua origine e la sua mèta; ha dimenticato che cosa è venuto a fare sulla terra; ha perso di vista chi propriamente egli sia entro la variegata famiglia delle creature ignare.

Da questo stato di alienazione ci scampa il ricordo di Cristo.

«Fate questo in memoria di me»: la possibilità di vivere sul serio da uomini - cioè di essere ancora in grado di ragionare, di sperare, di trascorrere nella serenità e nella gioia i nostri anni - è, come si vede, il prezioso regalo dell'Ultima Cena del Signore.

In cena Domini. Gesù ha voluto iniziare l'azione decisiva della nostra redenzione nel contesto di un banchetto.

È in fondo il riconoscimento positivo di una realtà consueta e preziosa, com'è nella nostra quotidianità una tavola imbandita. Un gruppo di persone che si radunano attorno a una mensa esprimono sempre, almeno implicitamente, una volontà di comunione, un desiderio di qualche momento di tranquilla amicizia, una ricerca di serenità e di concordia. Il cibo e la bevanda presi insieme sono sempre stati in ogni cultura segno di connessione sociale, garanzia di solidarietà, testimonianza di pace.

È dunque innegabile il valore umano del pranzo, e il Signore l'ha sottolineato, accettando spesso gli inviti che gli venivano rivolti e facendo dell' esperienza conviviale il contesto per qualcuna delle sue più suggestive parabole.

Quando arriva la sua "ora" - l'ora di passare da questo mondo al Padre - egli prende questa umanissima realtà del banchetto e la carica di una grazia inaudita. La sua cena non è più solo segno, diventa segno efficace, cioè sacramento. Così nasce l' eucaristia.

L'eucaristia ci è data come dono di un amore che arriva al massimo dell'intensità (Gv 13,1: «li amò sino alla fine»). E ci è data perché esprima e attui la vita di incorporazione che fa di noi una sola cosa con Cristo.

Nell'eucaristia l'atto umile e abituale del pasto acquista anche una valenza ultraterrena e ultratemporale: è infatti figura e anticipazione del banchetto celeste. Noi siamo esortati a compiere senza interruzione questo rito «fino a che egli venga» (1 Cor 11,26), ci dice san Paolo; cioè fino a che l'avvento del Figlio di Dio alla fine dei secoli farà sfociare il fiume oscuro e inquieto del tempo nel mare calmo e scintillante della divina eternità, consumando i nostri segni sacramentali nella verità svelata della gloria.

La sera del più grande dono d'amore è però anche la sera del tradimento. Non riusciremmo a cogliere tutto lo spessore del Giovedì Santo se ci dimenticassimo di quest'ombra inspiegabile e tragica che incombe sull'ultima cena del Signore: l'eucaristia entra nella vicenda umana «in qua nocte tradebatur» (cfr. 1 Cor 11,23: «nella notte in cui Gesù veniva tradito»). Egli si è lasciato "consegnare" (tradere) ai suoi nemici, sicché ha voluto patire - tra tutte le sofferenze anche quella amara e pungente dell'ingratitudine e dell'infedeltà.

Siamo così costretti a rievocare, insieme con la straripante generosità del Signore, anche la tremenda possibilità dell'uomo di rifiutarsi a tanto amore. Bisogna sempre temere di se stessi; e, se pur ci pare di voler bene al nostro Salvatore, non dobbiamo mai tralasciare di pregare con trepidazione, perché ci sia concessa sino alla fine dei nostri giorni la grazia della perseveranza e di un cuore sempre riconoscente.

Quella sera a Gerusalemme, nello stesso cenacolo e alla stessa tavola, si affrontarono l'amore di Dio e l'egoismo dell'uomo.

Ma vinse l'amore, questo ci dice l'eucaristia. Il buio era sceso, e il principe delle tenebre già si era posto all'opera. Ma nell'eucaristia Dio si è così avvicinato all'uomo, che da allora nessuno più deve sentirsi solo e abbandonato di fronte alle forze del male.

Il Signore - ci ha detto l'evangelista Giovanni - ci ha amati sino alla fine, sino al colmo, sino al vertice dell'amore.

Il vertice dell'amore è stato il raggiungerci e il venirci a prendere dove eravamo, persi e accecati nella notte mondana: «avendo amato i suoi che erano nel mondo» (cfr. Gv 13,1). Il vertice dell'amore è stato il condividere la nostra sorte di peccatori condannati a morire, fino a consumare tutta la sua esistenza umana nel sacrificio sanguinoso del Calvario. Il vertice dell'amore è stato il consegnarsi come agnello pasquale alla crudeltà del carnefice; e, prima ancora, consegnarsi alla perfidia del discepolo, all' odio dei capi del suo popolo, alla viltà del magistrato romano, che pure avrebbe dovuto difendere le ragioni della giustizia.

Il vertice dell'amore è stato soprattutto il mettersi totalmente al servizio della nostra salvezza e del nostro vero bene. Il vertice dell'amore è stato segnatamente il donarsi in cibo e bevanda, perché tutti i redenti dal suo dolore fossero nutriti, compaginati in un solo corpo, resi intimi a lui sino alla fine dei secoli.

Rendici attivi costruttori tra gli uomini di una fraternità nuova; fa che dall'assidua partecipazione al tuo convito d'amore "attingiamo pienezza di carità e di vita".

Così siamo stati amati, così ancora il Signore continua ad amarci.

Quando arriva - e presto o tardi arriva per tutti il momento dello sconforto, del pessimismo, delle tentazioni contro la speranza, ricordiamoci di questo amore: chi è stato amato in questo modo dall'Unigenito del Padre non può non avere, dopo ogni prova, un destino di gioia.

Quando batte l'ora della solitudine - e tutti a un certo punto hanno l'impressione di essere collocati in disparte dalla vita, di essere relegati ai margini dell'esistenza e soprattutto di essere soli - richiamiamo il pensiero del Giovedì Santo: non è mai solo chi è stato ed è così desiderato e ricercato dal Signore dell'universo, della storia, dei cuori.

«Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15). Insegnaci, Gesù, l'arte di amare; la tua arte di amare davvero: senza egoismi, senza ambiguità, senza calcoli. Aiutaci a restare e a progredire alla tua scuola di servizio e di donazione.