PICCOLI GRANDI LIBRI    Giacomo Biffi

Le cose di lassù

Esercizi Spirituali con Benedetto XVI  
CANTAGALLI

Ripensando al Giovedì Santo - Ripensando al Venerdì Santo

Gesù, consumato secondo il rito il banchetto pasquale - nel quale ha legato la sua permanenza nella memoria, nella coscienza, nella vita totale della Chiesa al sacramento dell' eucaristia - ed esauriti i discorsi sublimi e confidenziali dell'ultima cena, abbandona la calda intimità del cenacolo e col piccolo gruppo degli Apostoli esce nella notte.

Era la notte più cupa e tragica della storia: la notte dell'amicizia tradita, dell'amore abbandonato, dell'innocenza trattata come colpa; la notte in cui, più che in altro momento del suo vagare, l'umanità ha cercato di liberarsi di Dio; la notte impenetrabile, che pareva non volesse conoscere più altra luce se non quella sinistra delle lanterne di chi era stato mandato a imprigionare il Figlio di Dio.

Il piccolo drappello lascia la casa ospitale, esce anche dalla città addormentata, discende nella valle del torrente Cedron, risale un po' le pendici del Monte degli Ulivi fino a un podere chiamato Getsemani.

Tra gli ulivi Gesù vuol sentirsi vicini, vigili e oranti i suoi Apostoli; tuttavia si discosta anche da loro «quasi un tiro di sasso» (Lc 22,41), per essere solo: solo davanti al suo sanguinoso destino, solo davanti al Padre.

Nella previsione e quasi nell'esperienza anticipata della passione e della morte, rivela intera la sua umanità, con la sua intrinseca debolezza, colle naturali reazioni di repulsione e di disgusto verso ogni male del corpo e dello spirito, con un'acuta sensibilità che gli consente di assaporare sino in fondo ogni dolore.

La sua anima era «triste fino alla morte» (MI 26,38), e «cominciò a sentire paura e angoscia» (Me 14,33). Tristezza, paura, angoscia: con queste tre parole gli evangelisti evocano il tremendo mare di pena che invade il cuore del Signore.

In pochi momenti come questo avvertiamo che il Figlio di Dio è diventato davvero dei nostri.

In pochi momenti come questo lo sentiamo tanto vicino: vicino perché, come noi, è esposto indifeso ai colpi della sofferenza; vicino perché il suo patire è per noi, per la nostra speranza, per la nostra salvezza, per la nostra gioia; vicino perché in quell'ora presenta sacerdotalmente al Padre lo strazio e i tormenti umani, che trovano tutti risonanza e lancinante consapevolezza nella sua anima.

Noi lo sentiamo vicino particolarmente nel grido d'implorazione, che sembra iniziare quasi con un dissenso dalla volontà divina, ma solo per concludersi con una dolorante e perfetta obbedienza: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42).

Sant'Ambrogio riflette così su questo episodio: «Cristo ha preso la mia volontà, ha preso la mia tristezza. Non ho paura di nominare la tristezza perché prèdico la croce. Mia è la volontà che ha dichiarato sua, perché come uomo ha preso la mia tristezza, come uomo ha parlato e perciò dice: "Non come voglio io, ma come vuoi tu". Mia è la tristezza che ha preso con il mio stato d'animo, perché nessuno esulta quando sta per morire. Per me patisce, per me è triste, per me soffre. Dunque ha sofferto per me e in me, egli che per sé non aveva alcun motivo di soffrire. Tu soffri dunque, Signore Gesù, non per le tue ma per le mie ferite, non per la tua morte ma per la nostra infermità».

Che cosa faceva Gesù nell' ora della sua grande afflizione? Ce lo dice san Luca: «In preda all'angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22,44).

In tal modo ci ha indicato come si affronta il dolore: non con la sterile ribellione, non con le filosofie aride e inconcludenti, non con il tentativo di indurirsi in uno stoicismo orgoglioso, ma con la ricerca confidente e appassionata di Dio nella preghiera; di quel Dio che quando sembra più nascosto e remoto, è come non mai presente, prossimo, attento ai suoi figli presi nella morsa del patimento.

Commentando l'agonia del Getsemani, la Lettera agli Ebrei dice che Gesù «offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte» (Eb 5,7). Con questo termine di natura liturgica - "offrì" - ci fa capire che egli qui non implorava soltanto per sé, ma esercitava il suo sacerdozio a vantaggio di tutti noi; e a nome di tutti elevava al Padre la supplica di liberarci dalla tirannia della morte.

«E fu esaudito per la sua pietà» (Eb 5,7): con la sua orazione sacerdotale Cristo ottiene per sé e per noi la grazia di una piena e definitiva vittoria sulla grande nemica. La morte, che sul Figlio di Dio e su tutti noi pare infierire senza remissione, in realtà è sconfitta e deve lasciare il suo posto di dominatrice alla vita risorta.

«Fu esaudito»: "colui che poteva liberarlo da morte" ascolta le "forti grida", vede le "lacrime" del Figlio suo che chiede di non morire, e l'accontenta. Ma l'accontenta secondo una sapienza più alta e perfetta di quella della logica umana; l'accontenta facendo della stessa morte il principio della redenzione e della vita immortale; l'accontenta costringendo, per così dire, la morte ad arruolarsi sotto le bandiere della risurrezione.

È una grande lezione per noi: il Padre accondiscende sempre alle nostre giuste domande, ma lo fa di solito secondo un modo che supera infinitamente le nostre proposte e le nostre attese.

È una lezione grande e difficile da assimilare. Ma non meravigliamo ci: lo è stata anche per l'Unigenito eterno di Dio, il quale - continua la stessa pagina ispirata - «pur essendo figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb 6,8).

Con questo veniamo a sapere che la perfezione spirituale, la più efficace capacità redentiva, il segreto di ogni rinnovamento del mondo, sta proprio nell'obbedienza: l'obbedienza sacerdotale di Gesù al Padre, e l'obbedienza con la quale noi aderiamo a lui e diventiamo un solo corpo sacerdotale con lui: «Reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek»(Eb 5,9).

«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Così Gesù aveva profeticamente anticipato l'efficacia cosmica della sua crocifissione e della sua gloria.

Mai c'è stato un punto migliore di osservazione sulla nostra miseria e sulla nostra pena, di quello del Signore dall'alto della sua croce, dove è stato collocato, secondo il disegno del Padre, dall' odio inspiegabile dei suoi fratelli. Da quel patibolo strumento di morte piegato al servizio della vera vita - il suo sguardo di Messia e di Salvatore universale raggiunge tutti i destinatari della sua azione riscattatrice. Raggiunge anche noi che siamo qui oggi a farne memoria.

Siamo stati redenti perché siamo stati amati. E per poterci toccare e trasformare con un affetto che arrivasse al cuore dei singoli - perché non c'è autentico amore, se non c'è rapporto da persona a persona -, il Salvatore a uno a uno ci ha conosciuti.

Dalla croce, nel momento di morire per me, il Signore mi ha visto: così può dire ciascuno di noi. I suoi occhi - forse materialmente annebbiati dalle lacrime, dai sudori, dagli spasimi dell' agonìa - in quell'istante ricevevano soprannaturalmente una lucidità nuova, una potenza visiva senza confronti, sicché nessuna delle creature infelici e colpevoli da riscattare e rinnovare è sfuggita all' attenzione appassionata di colui che si donava per tutti.

Che cosa vede Gesù dall' alto della croce? Vede l'oceano di stoltezza, di crudeltà, di viltà che da sempre ricopre la terra; ma sa che l'impeto della sua volontà di bene, provata fino al martirio, è più forte di ogni tracotanza del male. Egli non ha dubbi: come sacerdote della nuova e definitiva alleanza, col suo sacrificio sta riconsacrando il mondo contaminato e sviato, che alla fine sarà ricondotto a servire il suo Creatore e a cantarne la gloria.

Perciò il Crocifisso si spegne con la coscienza di aver portato a buon fine l'impresa che gli era stata affidata: «Tutto è compiuto» (Gv 19,30), è l'ultima sua parola.

Dall' alto della croce Gesù vede con speciale tenerezza la moltitudine di quelli che, lungo la secolare vicenda della Chiesa, si arrenderanno nella loro esistenza concreta al fascino della sua grazia, e anzi si voteranno senza riserve ad annunziare il suo Vangelo e ad ampliare tra gli uomini l'appartenenza al suo Regno.

E questo è uno sguardo d'infinita compiacenza, perché si posa sul frutto più saporoso della divina seminagione nel dolore: il morente ne è consolato e, pur tra i suoi spasimi, presenta silenziosamente al Padre l'omaggio della sua gratitudine.

Chiediamo di essere confermati in questa schiera, di aver parte per sempre tra coloro che sono totalmente di Cristo, di poter entrare con generosità sempre più grande, come attivi e consapevoli collaboratori, nell'opera di illuminazione e di santificazione degli uomini, promossa e compiuta dal Figlio di Dio.

In questa schiera, cooperatrice primaria ed eccezionale c'è Maria, la "Figlia di Sion" che sul Calvario «Vivamente partecipò al dolore del Figlio unigenito e con animo materno si associò al suo sacrificio, amorosamente consenziente alla vittima da lei generata» (Lumen gentium, 58), come dice il Concilio Vaticano II. Per capire adeguatamente il Crocifisso bisogna saperlo "leggere" con gli occhi di Maria, la prima che ha contemplato coraggiosamente da vicino questo emblema dell'amore di Dio.

Ascoltiamo ancora una volta sant'Ambrogio:

«Davanti alla croce stava in piedi la madre, e rimaneva intrepida mentre fuggivano gli uomini...

Con occhi pietosi osservava le ferite del Figlio, per il quale sapeva che a tutti sarebbe assicurata la redenzione».

Ma non soffriva meno per questo: soffriva come e più di qualunque altra madre chiamata a vivere un'esperienza tanto sconvolgente.

«Nel dolore di una madre vi è qualcosa di ineffabile, di irrimediabile, di inconsolabile, di eterno: è uno strazio che non si placa, è una piaga che non si rimargina. Sembra che nel cuore di una mamma vi sia qualche fibra del cuore e delle viscere di Dio, della sua tenerezza e della sua misericordia infinita, per quelli che egli ha creati e ama» (cardinal Giovanni Colombo).

Questa pena propria delle madri è stata interamente sperimentata dalla Vergine Maria, ma in lei era una pena radicalmente trasfigurata dall'intima consapevolezza di contribuire alla salvezza del mondo; era una pena sublimata dalla stessa potenza d'amore che faceva del Crocifisso del Golgota il Redentore dell'universo.

«Non dimenticare i dolori di tua madre» (Sir 7,29), ci ammonisce la Sacra Scrittura. Insieme col sacrificio del Nuovo Adamo, che immolandosi ci ha riaperto la via all'albero della vita (cfr. Gen 3,24), ricordiamoci anche di questa angoscia di donna che sotto la croce ha reso l'ignota fanciulla di Nazaret, andata sposa a un carpentiere, la "Madre dei nuovi viventi" (cfr. Gen 3,20).

L'evangelista Giovanni ha messo in grande risalto la presenza dolce e forte di Maria in ciò che avviene il Venerdì Santo. Lei, che è l'unica senza peccato, sta col Figlio suo al centro di questo dramma dove s'intrecciano l'odio e l'amore, dove si rincorrono la malvagità umana e la benevolenza divina, dove al tradimento degli uomini corrisponde l'insuperabile fedeltà del Signore. Ci piacerebbe conoscere esaurientemente che cosa c'era nell' animo della Vergine, mentre accompagnava col suo affetto compassionevole quel suo Figlio misterioso che andava a consumare il suo sacrificio. Ma non abbiamo neppure l'ardire di immaginarlo.

La Chiesa però - di cui la Madre di Dio è anticipazione e figura - talvolta questo ardire lo trova nella celebrazione dei suoi misteri.

Per esempio, la liturgia ambrosiana ha conservato un antico responsorio, ispirato a Romano il Melode, nel quale si pongono sulle labbra della Madonna queste parole che si presumono pronunciate nel momento dell'incontro di Maria con Gesù che, abbandonato da tutti, sale verso il monte della sua immolazione:

«Al sacrificio, solitaria vittima,
tu vai, Signore, per tutti.
Non c'è Pietro con te, che pur diceva:
"Per te voglio morire".
Ti abbandonò Tommaso che gridava:
"Andiamo tutti a morire per lui".
Nessuno c'è dei tuoi: tu muori solo,
Figlio e Dio mio,
che immacolata mi preservasti».

Venite a vedere l'Uomo-Dio
a una croce confitto.
«Nessuno c'è dei tuoi: tu muori solo,
Figlio e Dio mio,
che immacolata mi preservasti».

R. Vadis, propitiator, ad immolandum pro omnibus;
non tibi occurrit Petrus, qui dicebat: Pro te moriar,

reliquit te Thomas qui clamabat dicens:

Omnes nos cum eo moriamur.
Et nullus de illis, sed tu solus duceris
qui immaculatam me conservasti,

Filius et Deus meus.



V.
Venite et videte Deum et hominem
pendentem in cruce.

Et nullus de illis...