Jacques Loew
SE CONOSCESTE IL DONO DI DIO
Città Nuova Editrice 1975
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Di cosa è fatta la mia speranza |
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Se conosceste il dono di Dio. |
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III. Quando Dio ci ama |
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VI. Lettera d'invio |
Titolo originale: Si vous saviez
le don de Dieu, Edito da Les Éditions du Certo Paris
Traduzione a cura della Redazione di Città Nuova Editrice
DI COSA E' FATTA LA MIA SPERANZA *
* Conferenza pronunziata all'Incontro della speranza, Lourdes, 1972, e pubblicata in Documents-Secours, n. 35, 1973.
Avete pensato,
rivolgendomi questa domanda nel 1972, che voi riproponevate esattamente la
stessa domanda posta da san Pietro nell'anno 64? Egli scriveva ai primi
cristiani: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domanda la ragione
della speranza che è in voi ». Cosi, il nostro Incontro, è in fondo la stessa
risposta, 2000 anni dopo, alla stessa domanda posta ai primi cristiani.
Non si tratta perciò di
una lezione di catechismo,
qualcosa di più o meno dotto; si tratta, che noi siamo incapaci o capaci
di vedere, di scoprire col nostro cuore e il nostro essere le meraviglie che ci
circondano e che sono la causa della nostra speranza.
Alla prima Pentecoste, la
gente diceva, ascoltando gli Apostoli: « Ecco, noi li udiamo dire, nella nostra
lingua materna, le meraviglie di Dio ». Ebbene la speranza esiste quando, nello
stesso tempo, si possono dire le meraviglie che Dio ha fatto, e si possono dire
nella lingua materna, la lingua stessa di ciascuno.
Io sono stato figlio
unico, educato nel lusso, nulla mi è mai mancato. Tuttavia malgrado tutto
quanto ho potuto avere quando ne avevo voglia, ho
sentito lo stesso vuoto dell'ex clochard, di cui abbiamo udito la testimonianza;
non dico lo stesso vuoto materiale, perché questo è qualcosa che si può
riempire, ma il vuoto è come una sorta di baratro senza fondo, che non si
vede come potrà mai essere riempito.
Ma in un caso come
nell'altro, la nostra speranza è stata una disperazione superata (la
parola è di Bernanos). Ed è questo che vorrei dirvi ora.
A ventiquattro anni,
infatti, avevo tutto, come dicono, per essere felice: una posizione, del denaro,
una macchina - e quando si ha un'auto, si
trova sempre una ragazza da metterci dentro. Ma pur in mezzo a tutte
queste cose, io ero giù. Anche fra i più grandi piaceri, mi dicevo: «Ma cosa
costruisci così? A cosa serve? ». Il mondo mi appariva qualcosa di
meraviglioso, perché non ero poi cosi disincantato di esso, ma nello stesso
tempo ero anche terribilmente vuoto. La vita era per me simile ad una
meravigliosa scatola di cioccolatini, come talora se ne vedono, che fanno
sognare, adorna di nastri, di disegni con tutto ciò che si può immaginare di
attraente, e poi, a poco a poco, si mangiano i cioccolatini, e alla fine, un bel
giorno, si becca l'ultimo, ed è l'ora del beccamorto! Non che la morte mi
facesse paura: c'erano dei giorni in cui mi dicevo che forse era meglio farIa
finita; ma era quel senso di vuoto, e mi sembrava che quella parola: «sempre
», fosse veramente una bugia. Dire ad una ragazza: « ti amerò sempre »,
anche quando era sincero... Sempre! Sì, qualche anno, cinquant'anni forse, ma
un giorno dovremo pur lasciarci...
Sempre, sempre, occorreva
radiare questa parola dal vocabolario! E' a questo punto che ho avuto la gran
fortuna della mia vita: sono caduto ammalato, mi hanno mandato al sanatorio, un
anno, due anni, e là ho cercato... Ho cercato nei ragionamenti, nei libri, ho
cercato nello sconforto della intelligenza, talvolta anche nello smarrimento dei
sensi... Questo Dio, è un'invenzione dei preti? Un trucco per raccogliere
danaro? per mantenere la gente sottomessa? Questo Dio, esiste? E se mai Egli
esistesse, sentivo bene che questo; avrebbe cambiato le cose... Si, ho cercato
davvero, ho riflettuto, ho supplicato.
E a poco a poco, come una luce pallida
nella notte, una luce che diviene alba, poi aurora, poi sole che sorge e infine
mezzogiorno pieno, tutto d'un colpo... quel Dio che mi sembrava assurdo,
impossibile..., quel Dio mi è apparso possibile, forse qualcuno.
E un giorno... un giorno, ecco che la neve ha cominciato a cadere e dopo tutte quelle ricerche, quelle preghiere che forse non osavo formulare, che restavano segrete nel fondo del mio cuore, ecco che un gior
no, raccogliendo un fiocco di neve, vedendo la sua perfezione, la sua bellezza, la differenza con tutti gli altri, ho avuto (oh, non è un ragionamento!) ma ho avuto come un'intuizione che c'era qualcuno dietro il più piccolo fiocco di neve! C'era tanta bellezza, grandezza e tanta diversità nello stesso tempo per una cosa cosi effimera che bisognava bene che ci fosse una intelligenza, un pensiero, un amore anche dietro quel piccolo fiocco di neve, che si era fuso appena lo avevo preso in mano. Ma allora, se quel fiocco di neve - e ancora una volta, non è un ragionamento, non vi porto delle prove - era una manifestazione di qualcosa di più bello, di più grande, di sconosciuto ancora, mi dicevo: allora tu non sei una bestia, non sei frutto del caso. Quel Dio... forse, esiste... e se esiste... Non credevo neppure ancora che Egli esistesse, ma mi dicevo che se quel Dio esisteva, Egli doveva riconoscermi, doveva amarmi. Presentivo qualcosa di simile a quella parola della Bibbia che Dio stesso ha messo sulla sua propria bocca: «Perché hai valore ai miei occhi e io ti amo... ».L'insignificanza del lavoro: «Metro, boulot, dodo » (1); l'insignificanza del tempo libero, della sessualità (non si sa nemmeno più perché si fa all'amore), è questo il dramma dell'uomo di oggi, la sua disperazione. Ma via via che tutte le luci si spengono e le illusioni, allora può nascere la speranza, perché l'ottimismo è una falsa speranza. La speranza « è un atto eroico di cui non sono capaci i deboli e gli imbecilli; è l'illusione che in loro tiene il posto della speranza », ha detto Bernanos. La speranza è una determinazione dell'uomo quando ha toccato il fondo del baratro. Guardate voi stessi il vostro linguaggio : quando volete parlare di speranza, impiegate la parola disperazione! Dite: «Un coraggio disperato; ha lottato con una energia disperata; ha lottato con la forza della disperazione ». Per me, è il giorno in cui ho toccato il fondo di questa disperazione che la speranza, attraverso quel piccolo fiocco di neve, è venuta a rivelarmi che potevo superare quella disperazione. Ma, non potevo superarla che a poco a poco. E' dunque quando le luci si spengono che la speranza trova il suo posto e che noi scopriamo un altro universo.
Cosi avevo cominciato a
scoprire quel Dio, quel Dio sconosciuto, quel Dio al quale non potevo credere o
al quale credevo di non credere. Ma questo mi ha tenuto fermo per molto tempo:
era possibile che quel Dio si fosse fatto uomo? Che Gesù Cristo sia vero? Quando
vedevo la nostra umanità, quando vedevo me stesso, ero tentato dalla
disperazione. Quel Dio di cui avevo ora scoperto la grandezza, era possibile
che si fosse fatto uno di noi? Perché la nostra speranza nasce il giorno in cui
entriamo in contatto con Gesù Cristo, Dio fatto uomo.
Ero là, come davanti ad
un muro, non potevo credere che Dio ci ha amati a tal punto di farsi uno di noi,
di farsi carne, come dice il Vangelo...
Ma dove e come incontrare Gesù? Quando agisco, io, da solo, se mi chiamo Paolo o Antonietta, la mia azione è firmata dal mio nome: Giacomo, Antonietta o Paolo. Ma quando siamo cinque o sei ad agire insieme, ad amarci insieme, la nostra azione non è più firmata Giacomo, Paolo, Giovanni o Pietro, è firmata Gesù Cristo. Roger Boutefeu ha detto che è nel silenzio della prigione che aveva scoperto la fede, ma questa non è un' esperienza possibile per tutti e bisogna essere fortemente temprati per giungere fin lì. Ma quello che ciascuno può fare, o più esattamente quello che è alla nostra portata per incontrare Gesù Cristo, è appunto incontrare una comunità umana, un piccolo gruppo: cinque, sei, venti o trenta riuniti insieme. E non solo per dire delle preghiere insieme, ma per vivere insieme quell'amore di Gesù Cristo che passa in ciascuno di noi. Questo l'ho vissuto quando ancora non credevo, ma era rimasto per me come una luce invisibile.
Ero in un monastero, il
Giovedì Santo, ma non sapevo nemmeno
quello che era. Quel giorno assistevo
all'Ufficio; non avevo l'abitudine a questo
genere di cose, pensavo che occorresse
mettersi in ginocchio, ma dopo un momento sentivo male da tutte le parti, allora
mi sono seduto. Crac! era l'elevazione, tutti si buttavano in ginocchio. Ad un
certo momento, sempre quel giorno, ho visto i monaci lasciare i loro stalli per
mettersi attorno all'altare. Ho visto tutti i fratelli, non preti, fare lo
stesso gesto, poi quei pochi in ritiro che erano là lasciare anche loro la
tribuna dove mi trovavo e andare attorno all'altare, tutti insieme. Non sapevo
bene cosa facessero, se non che andavano a ricevere un pezzo di pane, e io mi
sono trovato là, solo, nell'angolo sinistro della tribuna. In quel momento, mi
si è posta la domanda: o tutte quelle persone sono matte per andare a mangiare
un pezzo di pane credendo che sia il buon Dio, oppure sono io cieco. E' così, è
attraverso quella comunità di uomini che ho scoperto Dio e, più tardi, Gesti
Cristo. Ho capito che l'amore di Dio è qualcosa che ci trascende da tutte le
parti e che, se ove potessi comprendere Dio, Egli dovrebbe essere molto piccolo,
data la misura della mia intelligenza. Ho scoperto che Dio era capace di fare
pazzie, capace di amarmi, di chiamarmi, di darmi il Suo cuore, il Suo
sangue nella persona di Gesti Cristo. Ed è questa fonte di speranza, questa
disperazione superata, che da quarant'anni costituisce la mia gioia. Questo
posso dirvelo in tutta verità. Se avevo conosciuto prima la tristezza e la
disperazione, ebbene, da quarant'anni ho avuto delle «noie»,
è vero, tutti ne hanno, però mai più ho saputo cosa fosse un giorno di
tristezza, perché Dio in Gesù Cristo era entrato nella mia vita.
E nello stesso tempo, ho
conosciuto la nascita della gioia e della tenerezza umana, fonti di speranza
negli uomini.
Vi hanno detto che ho
lavorato tredici anni come scaricatore sui moli di Marsiglia. Capite bene che
non ero preparato a questo mestiere. Ero avvocato, avevo studiato. Dall'età di
sei anni avevo frequentato la scuola, poi il liceo, poi l'università, infine
avevo esercitato in tribunale, e poi ecco che a ventiquattro anni, avendo
scoperto Dio, ho provato questo sentimento di volermi legare a Lui senza misura
- e mi scuso presso di voi, ragazze cosi simpatiche e così attraenti, ma
confesso che Dio è stato più forte di voi! Si, attaccarmi a Dio senza limiti,
essere religioso e ripetere quello
che ci ha detto Gesti:
« Fate questo in memoria
di me », dunque essere prete. Così, dopo aver fatto i miei studi classici, dopo
aver studiato Omero e Virgilio e tutti gli autori possibili e immaginabili,
Racine, Corneille e il diritto civile e il diritto romano; poi dopo aver
ricominciato i miei studi non più umanistici, ma religiosi, credevo, a
trentatré anni, al momento in cui arrivavo in mezzo agli scaricatori di
Marsiglia, di aver terminato i miei studi! Ma, gli studi umanistici veri non è
nei libri che li ho fatti - certo mi hanno aiutato, non lo nego -, ma in mezzo a
quegli uomini incolti, analfabeti, sovente ladri e ubriachi; sono loro che mi
hanno rivelato il vero senso dell'uomo. Nell'uomo più marcio, c'è una
scintilla di vita divina, e nel migliore, ci sono delle porcherie nascoste negli
angoli! Allora da Gesti Cristo ho avuto questa rivelazione sulla
tenerezza: la nostra vita può essere una vita tutta piena di tenerezza umana.
San Paolo scriveva un giorno ad un certo
Filemone il cui
schiavo era fuggito, e sosteneva così la causa di questo schiavo, Onesimo: «Onesimo,
mio fratello amatissimo e nel Signore e nella carne... ». Il nostro amore di
uomini e di cristiani è un amore in cui noi amiamo veramente l'altro come è,
ma nella sua totalità.
Quando vi vedo, ragazze,
confesso che, anche a sessant'anni passati, sono sensibile alla vivacità del
vostro sguardo, attraverso il quale colgo la bontà che è in fondo al vostro
cuore. E penso che un giorno avrete mani materne capaci di curare, capaci a loro
volta di tenerezza. E quando vedo un compagno di lavoro, sono sensibile, se è
un marsigliese, al suo accento che
canta come le cicale. Sono sensibile anche quando lo vedo dedicarsi ai compagni.
Uno di loro mi diceva: «Quando ho aiutato un compagno durante il giorno, sono così contento che non riesco a dormire» .
E' questo, amare qualcuno
nella carne. E non amo la gente come semplice pretesto per amare"'Dio: è
quella ragazza che amo, è quel ragazzo che amo. Ma so anche, nello stesso
tempo, che un giorno tutto questo appassirà...
Perché ti amo? Amo tutto
il tuo essere, la tua carne, tutto quello
che sei, il tuo " spirito, ma al di là di quello che sei tu, c'è quella
scintilla di vita divina, un soffio divino che non finisce. E
anche se un giorno tu arrivi a perder la testa, so che quella scintilla divina
sarà sempre presente nel tuo cuore, anche se sei un vecchio che ripete sempre
le stesse cose, so che sei chiamato a qualcosa di molto più alto e che non
passa...
Per parlarvi della
tenerezza, vorrei ricordare un' amica del Brasile che si chiamava Gerusa! Gerusa
aveva ventitre anni. Era una piccola e giovane donna, suo marito era più o meno
scomparso, lasciandola sola con una bimba...
Ed ecco che Gerusa vuol imparare a leggere. C'era nel quartiere un corso di alfabetizzazione alle otto
di sera. Gerusa veniva al corso, ma potete capire che, quando ci si è alzati
alle tre del mattino, che si son maneggiati dei recipienti tutto il giorno, non
entra più gran che nella testa alle otto di sera. Gerusa, che seguiva quel
corso da un anno e mezzo, era rimasta incapace di leggere come il primo giorno,
e la sola cosa che aveva appreso dai suoi studi era: « Sou burro », sono un
asino e niente altro.
Or ecco che un giorno si
è dovuto operare Gerusa di varici: non c'era da stupirsi col lavoro che faceva.
Allora, gli amici del quartiere le hanno detto:
« Ascolta, Gerusa, è l'occasione della tua vita, si cercherà di prolungare la
tua convalescenza, potrai riposarti, dormire al mattino sino alle otto e
tenterai di imparare a leggere ». Essendo libero, ero io che, nel pomeriggio,
davo delle lezioni a Gerusa. Passa un mese, due mesi, nessun progresso. E tutto
di un colpo (è uno dei più bei ricordi della mia esistenza), ecco che un
giorno, non so per quale clic, tutti quegli sforzi sono andati in porto: Gerusa
si è messa a leggere una frase correntemente. Finita la frase, se ne accorge e
mi dice: « Ah! Padre Tiago, allora non sono un asino! ». E quale sorriso di
tenero amore la illuminava.!
Il perché della mia vita
e di quella conversione che mi ha dato tanta felicità, l'ho compreso molto più
tardi, venti anni dopo. Questo segreto ha un nome, un nome che può somigliare
ad una definizione di catechismo; ma se si rompe la conchiglia, si trova il
frutto saporito.
Questo nome, è la
Comunione dei santi; cioè la solidarietà di tutti i cristiani. In Cristo, noi
formiamo tutti insieme un sol corpo, un solo essere di cui Cristo è la testa e
di cui noi siamo le
membra; così, c'è fra noi, fra noi tutti, un legame più forte e più grande
che fra due innamorati che si amano. C'è, fra noi, meno cuore, meno
sentimento, meno di tutto quello che volete, ma il legame che ci unisce in
questo unico corpo di Cristo, questa solidarietà dei cristiani, è più reale
di tutto quello che noi possiamo pensare.
E se domandassi a voi che
siete i cristiani: «Perché Gesù Cristo è morto »? La risposta è nel
Vangelo: «Gesù doveva morire, non soltanto per il suo popolo, ma per raccogliere
nell'unità tutti i figli di Dio dispersi ».
Eccola, la ragione della
morte di Gesù, ed è questa la Comunione dei santi. « Gesù è morto per
raccoglierei nell'unità». Noi non siamo « come se » fossimo fratelli, noi «
siamo» fratelli in questa riunione fatta da Gesù Cristo.
Vi dicevo che ci son voluti vent'anni perché io conoscessi la ragione della mia conversione. Un giorno, mia madre mi ha detto (mia madre non credeva): «Poiché tu vai a Roma, dovresti andare a salutare una mia vecchia amica di collegio che si è fatta Piccola Sorella dell'Assunzione. Ci si voleva molto bene quando si era ragazzine in collegio» . Vado dunque a vedere questa suora, una suora molto anziana ed essa mi riceve dapprima dicendomi: «Ah! Reverendo Padre », e poi subito di seguito: «Giacomino mio ». Allora, mi ha raccontato questa storia, che vi passo, perché è questa la Comunione dei santi: « Vedi, caro Giacomino, quando tua madre si è sposata, io sono entrata in convento, e dicevo tra me: Jeanne - era il nome di mia madre - non penserà a pregare per suo figlio. Lo alleverà con tutto l'amore di una madre, ma non pregherà mai per lui. Allora io, novizia giovanissima, mi sono messa a pregare per te che eri appena nato, con tutto il cuore, con tutto il mio essere, per degli anni». Ed ecco che dopo venticinque anni passati senza credere, la preghiera di quella suora ha ottenuto che anche io arrivassi alla luce.
E c'è anche un'altra
Comunione dei santi universale: è la Comunione dei santi della Vergine Maria.
Anche questa non è una storia da catechismo. Vi dicevo che, quando io ero
miscredente e cercavo Dio, non potevo credere al Cristo
perché questo mi sembrava troppo bello per essere vero! Ero nello stesso tempo
preso da tutte quelle passioni che mi attanagliavano, e sentivo bene che non
potevo scoprire Dio se non arrivavo a mettere un po' d'ordine e un po' di
tranquillità nei miei sensi e nella mia vita.
Allora, pur non credendo
ancora al Cristo, mi dicevo: «Se è vero quello che si racconta, se veramente
il Cristo è Dio che si è fatto uomo, attraverso una donna, una donna della
nostra terra, veramente sua mamma, allora quella donna deve possedere una
potenza straordinaria», e mi sembrava che essa, e la immaginavo tutta
purezza, sarebbe capace di scendere
nel baratro della mia sensualità.
Credendo appena in Dio,
senza ancora credere al Cristo, un bel
giorno ho pregato e ho detto a Maria: « Se
tutto questo è vero, e se voi, voi esistete, ebbene, aiutatemi! ». Oh! non si è prodotto alcun miracolo e ho continuato a
incespicare... e tuttavia un giorno a poco a poco tutto è ritornato
nell'ordine. Avevo dimenticato in quel momento di aver fatto quella preghiera e
solamente dopo me ne sono accorto.
Ecco, la Comunione dei
santi è fonte inesauribile della mia speranza, ma la Comunione dei santi
siete anche voi, voi giovani che per trent'anni prenderete in mano la guida del
mondo, poiché, oramai siete voi che, con la vostra azione, insieme visibile e
invisibile, potrete pervenire a fare un mondo migliore, un mondo in cui Dio
diventi possibile.
Termino con la preghiera così bella di Simeone. Quando Gesù è stato portato al Tempio da piccolo, voi
sapete che il vecchio Simeone ha preso il bambino fra le sue braccia e ha detto:
«E ora, Signore, Tu puoi lasciar partire il
tuo servo in pace secondo la Tua parola, perché ho visto con i miei occhi la
Tua Salvezza che Tu hai rivelato di fronte a tutti i popoli e a tutti quelli che
non credono, Luce per illuminare le genti e gloria del Tuo Popolo ».
Quel popolo, oggi, siete voi. Grazie!
[1] Espressione ritmica e popolare francese traducibile in italiano con: metrò, pagnotta e nanna. (N. d. t.).