PICCOLI GRANDI LIBRI  Jacques Loew
SE CONOSCESTE IL DONO DI DIO

Città Nuova Editrice 1975

Di cosa è fatta la mia speranza

Certezze.

Se conosceste il dono di Dio.

I. Dio ci ama

I. Avete una religione?

II. Chi cerchi?

II. L'ascensione verso Dio

III. La fede

III. Quando Dio ci ama

IV. Siate portatori di certezze

IV. «Egli è venuto a casa sua, ma non lo hanno accolto»

V. Amati da Dio

V. L'albero di Dio

VI. Il cuore in festa

VI. Lettera d'invio

 

CERTEZZE

 

 TOP I. DIO CI AMA

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri: poiché l'amore viene da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore... L'amore di Dio per noi si è manifestato in questo; Dio ha inviato il suo Figlio unico nel mondo, affinché viviamo per mezzo di Lui. L'amore consiste in questo: non siamo noi che abbiamo amato Dio, no, è Lui che ci ha amati e che ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

(Prima lettera di san Giovanni).

Occorre cogliere quello che è importante nella nostra vita spirituale. Non è il nostro grado di amore per Dio (che resta sempre debole, incostante), è il fatto che Dio ci ama. Ecco su cosa deve essere costruita la nostra vita in profondità: «DIO MI AMA », anche quando io non lo amo. E' quello che dice san Giovanni, e l'amore di cui parla non consiste nel fatto che abbiamo amato Dio, « ma nel fatto che Egli ci ha amati per primo» (1 Gv. 4, 19).

Ecco alcune delle « qualità» dell' amore di Dio per noi: 

L'amore di Dio per noi è eterno: 
Quando celebriamo la messa della Santa Vergine e leggiamo l'epistola tratta dal Libro della Sapienza, vediamo che la Santa Vergine era nel pensiero di Dio prima di ogni cosa:
« Prima che fossero innalzate le colline, prima che fosse stabilita la terra, prima che i fiumi e il mare facessero sentire il fracasso delle loro acque risonanti, ero già nel pensiero di Dio... ».
Così, sempre; molto prima della creazione del mondo, la Santa Vergine era presente al pensiero di Dio. Ma questo non è un privilegio che le sia proprio: ciascuno di noi, il più anonimo e il più sconosciuto, il neonato che è al mondo solo da qualche minuto, è stato, da sempre, presente nel pensiero di Dio e nel suo amore.
Prima della nebulosa iniziale, prima del primo atomo, ero già amato da Dio, e questo per una ragione molto semplice: Dio ha un solo pensiero, un pensiero di una infinita ricchezza perché esso contiene tutte le cose, di tutti i tempi, nella loro totale pienezza. Casi l'amore di Dio per me è un amore altrettanto antico ed eterno che Dio stesso.

L'amore di Dio è immutabile: «Ti ho amato di un amore permanente ».
Il nostro amore è sempre pieno di alti e bassi. L'amore di Dio è sempre totale. In altre parole: Dio è la pienezza stessa, riunita in un pensiero inseparabile da Lui stesso; quando si china su di un essere, non c'è in Lui un amore differente da Lui stesso: è tutto il suo peso di essere e di amore che è sempre perpetuamente presente...
«Che noi mangiamo, che dormiamo, qualunque cosa facciamo... », Dio ci ama
come nei rari momenti della nostra esistenza in cui ci siamo dati pienamente a Lui.
Anche quando tradiamo Dio, Dio continua ad amarci dello stesso immenso e immutabile amore.

L'amore di Dio è totale:
Ritroviamo ancora la stessa idea, ma mettendo l'accento sul fatto che non abbiamo delle « briciole» di amor di Dio, ma tutta la sua permanente intensità.
Pensiamo al passo del Vangelo della Cananea (Mt. 15,21-28): quella povera donna ricorda al Signore che essa viene a mendicare le briciole che cadono dalla tavola per i cagnolini.
Ancora una volta, non ci sono « briciole » nell'amore di Dio per noi.

L'amore di Dio è completamente gratuito: "
Quando amiamo qualcuno, anche dell'amore più vero, e più disinteressato, anche
quando ci sacrifichiamo per la persona amata, ne riceviamo in cambio qualcosa: siamo completati da colui a cui ci doniamo. Ma a Dio, non si può aggiungere nulla, è evidente: tutto quello che possiamo dare a Dio ci viene già da Lui! COS! l'amore di Dio per noi è l'amore- più disinteressato, il solo amore al mondo che non possa mai sperare qualcosa di ritorno: un amore senza 'alcun sospetto di egoismo.
Di più, quando Dio ci ama (cioè sempre ), il suo amore è sempre creatore in noi: creatore di vita naturale, sempre, e anche quando non vogliamo ricevere qualcosa di meglio da Lui; creatore di vita soprannaturale quando, coscientemente o no, ci apriamo alla sua grazia.
Dio non può amare senza agire; l'amore
di Dio è senza tregua attivo in noi.

L'amore di Dio è un amore che si prova: 
Dio ci ha provato il suo amore, e questa prova vivente è il nostro Salvatore Gesti Cristo.
« Mi ha amato e ha dato se stesso per me... ».
E' la grande rivelazione che ha ricevuto san Paolo, che completa quella di san Giovanni: «Nel momento presente vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (GaI. 2, 20).
Passiamo con troppa familiarità accanto
all'avvenimento dell'Incarnazione: bisogna leggere attentamente il nostro Vangelo:
Dio che si è fatto uomo per noi..., nato povero..., vissuto fra noi..., che un giorno è venuto a parlare agli uomini dell'amore di Dio, suo Padre e nostro Padre per ciascuno di noi.
Rileggiamo la sua Passione... Come dubitare allora di quel «troppo grande amore di Dio per noi!».

L'amore di Dio genera in me l'amore per i miei fratelli:
Casi, ormai, quando guardo i miei fratelli (non dico di agire casi, ma so che ècasi che dovrei agire sempre) se penso che l'amore di Dio per loro ha tutte le qualità dell'amore di Dio per me, allora guardo i miei fratelli in tutt'altro modo: «Dio mio che mi ami, tu ami quei fratelli che mi circondano o quello sconosciuto che viene verso di me. E questo amore di Dio per lui è
un amore eterno, un amore immenso, un amore totale, completamente gratuita, un amore che è stato provato sino alla morte... ».
Come posso allora, se amo Dio, non cercare di amare i miei fratelli? ...
Così, ogni essere, il più sconosciuto, il più anonimo, il bambino più piccolo, la donna più insignificante, il più borghese, tra i padroni, l'operaio più comunista, la più noiosa delle vecchie, devono apparirmi avvolti dalle qualità dell'amore di Dio per essi, con le esigenze che ciò comporta nel mio atteggiamento di fronte a loro.
Allora soltanto, avremo veramente orientato tutta la nostra vita sulla logica stessa della nostra fede.

 

TOP  Il. CHI CERCHI?

 

«Donna, chi cerchi? ». Questa parola pronunciata dal Cristo risuscitato nel primo mattino di Pasqua e rivolta a Maria Maddalena, non cessa di risuonare attraverso i secoli."
Di eco in eco giunge sino a noi: oggi ci arriva indebolita, come annegata nelle onde della r~dio, della televisione, del rumore dei
motori a reazione - Caravelle e Concorde -, e tuttavia mai è stata tanto adatta ad un' epoca terrestre, mai è stata tanto necessaria. Essa è segretamente attesa e lo si ignora, è desiderata e la si sfugge...
Che cosa cerchi? 
Chi cerchi?

Attraverso il richiamo dei dischi, musica classica, jazz o pop, attraverso i viaggi reali o immaginari, la Grecia, la Spagna o lo spazio dei cosmonauti, attraverso la banda degli amici, il film o la televisione, attraverso la distrazione dell'evasione o dello studio, lo sci o la danza appiccicati l'uno all'altro, ma chi cerchi tu dunque?
Attraverso la Lotteria nazionale o la scommessa tris, è solo per essere ricco o per comprare qualche altra cosa? E l'auto, che comprerai con la vincita della tris, è solo per far girare il tachimetro, per usare i pneumatici e « divorare» chilometri?
O cerchi qualcos' altro? Ma che cosa? Te lo dirò.
Tu cerchi qualcuno che ti parli di lui e di te. E che, quando ti parla di lui, ti parli ancora di te stesso. Che ti parli con parole e foto - le foto che sono le parole silenziose del cuore.
Tu cerchi di sapere se Dio esiste, se ti ha parlato, dove dunque lo incontrerai. E come i gesti dei sacramenti - un po' d'acqua, un po' d'olio, qualche parola, del pane - lo raggiungano.
Vuoi sapere se le tecniche e la scienza,
la guerra e la pace, l'atomo e gli sputnik, l'Unesco e i parroci, e tutto quello che vedi attorno a te, se questo ha qualcosa a che vedere con l'Invisibile di Dio... 
«Donna, che cerchi? ». Essa non pensava neppure ad alzare la testa per sapere chi aveva pronunciato quelle parole. Essa non trovava quello che cercava, pur cosi ardentemente, e quando essa si sentirà chiamare per nome: «Maddalena », allora riconoscerà Gesù.
L'anima silenziosa ode Dio che le parla, che la chiama per nome e che le dice chi è Lui, e chi è lei.

 

 TOP  III. LA FEDE

 

Quelli che hanno letto quel piccolo e stupendo libro, Racconti di un pellegrino russo, ricordano la storia di quel brav'uomo che, avendo udito in una chiesa le parole dell'Apostolo: «Bisogna pregare sempre », si mise alla ricerca di qualcuno che potesse spiegargliele. Si mise in cammino, ascoltò molte eccellenti prediche sulla preghiera, su ciò che è, perché è necessario pregare, quali sono i frutti della preghiera. Ma su come giungere a pregare veramente, nessuno gli diceva nulla. Andando da un monastero all'altro per imparare « a pregare sempre», trovava solo dei libri da leggere... Ma come imparare a pregare? A tale domanda, che tuttavia era essenziale per lui, non veniva data alcuna risposta.
E' perché di fatto l'interrogativo richiedeva senza dubbio, non un sapere scolastico, ma una conoscenza mistica, cioè sperimentata.
Ora, quello che è detto della preghiera nei Racconti di un pellegrino russo, potremmo dirlo oggi della fede. Dio sa quanto se ne parla! e in tutti i sensi: crisi della fede, dicono gli uni; mutamento della fede, propongono gli altri. Il sociologo interviene, lo psicologo spiega che l'uomo non può più impegnarsi per sempre. I messaggi si moltiplicano. Ora, ben raramente noi ci poniamo al livello stesso della più alta realtà della nostra fede, della presenza delle tre divine Persone.
La parola stessa di san Paolo: «Custodisci il deposito della fede », è mal compresa. Questa parola « deposito» evoca senza dubbio il ricordo della Cassa Depositi e Prestiti... dove le cose vengono ben custodite, senza doversene più preoccupare.
Bisogna leggere ciò che il P. Bouyer, in La Chiesa di Dio, ci dice del «deposito della fede» nei primi secoli cristiani: si coglie, allora, tutto ciò che vi era di fede viva e
di dinamismo in questa parola. Comprendeva a quel tempo tutto l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento che a poco a poco stava prendendo forma. Era parimenti la liturgia viva che dava ad ogni Chiesa particolare di sentirsi membro della grande Chiesa universale, la vita della carità insomma.
...Dov'è la causa di questa crisi? Forse le nuove generazioni non conoscono più quel clima di fede nel quale le precedenti erano
state educate, e null'altro è stato trovato per, rimpiazzarlo. 
Ora, la fede, richiede normalmente un ambiente per nascere e crescere. Si legga il passo di Virgilio Georghiu, dove egli dice come ha ricevuto la fede assieme al latte materno: «La fede, è esattamente come il calore. Essa si trasmette. La si riceve dalla madre. Col calore del suo seno. Dal suo latte. Dalle sue labbra. E' allora che si comincia ad avere la fede. Per me, la fede, è prima di tutto il calore di mia madre. E' la vita stessa ».
E quest'altro passaggio in cui Virgilio
Georghiu dice di sua madre che era una « teodidatta »... «istruita né alla scuola, né da se stessa, ma da Dio... La sua ignoranza era fatta di semplicità: la proprietà di un pensiero uno e semplice che ascolta la Parola di Dio senza giudicarla, e la riceve senza interrogarlo, come il bambino riceve le parole della balia, come il bambino riceve l'insegnamento del suo maestro senza giudicare e controllare quello che gli viene detto» (Perché mi hanno chiamato Virgilio).
...Solo che, mentre il figlio dell'uomo esce da sua madre e se ne allontana a poco a poco per crescere, il figlio della Chiesa, entra in essa e vi si integra sempre di più.
Ora, la fede non può nascere che da un contatto profondo, assiduo, amoroso, con la Parola di Dio e con tutta la storia del Corpo di Cristo vivente nella Chiesa, alle prese con i tempi, le civiltà, i barbari che sommergono tutto, le rimonte lente, gli scivolamenti del clero, i risvegli meravigliosi dei santi.
Poiché la fede è fatta di una certezza profonda, incrollabile, e, nello stesso tempo, di domande sempre rinnovate. Maddalena Delbrèl ha saputo dire questo meglio di chiunque altro; più ancora ha saputo viverlo e ci insegna a viverlo. Ma per lei la fede non era, se posso dire, una «pappa fatta », una sorta di tesoro ,dato una volta
per tutte. Per lei era non una pianta di serra, ma un albero in terra libera, fatto per affrontare l'inverno e la tempesta. L'albero ha bisogno di radici robuste.
La nostra fede non è un' adesione a delle formule apprese una volta per tutte, anche se si è pronti, per essa, a farsi fare a pezzi. La nostra fede in Gesti è un movimento di fiducia e di abbandono per il quale rinunciamo a contare sui nostri pensieri e sulle nostre forze per rimetterci alla Parola e alla potenza di Colui nel quale crediamo.
La vita del Cristo, la sua nascita nella carne, la sua resurrezione storica, il suo ritorno presso il Padre, l'invio dello Spirito, a tutti questi avvenimenti, noi aderiamo totalmente, anche se restiamo come gli apostoli « gente di poca fede e tardi a credere». E tutto questo non resta inattivo come delle formule che si recitano. Questo trasforma la nostra vita. Se crediamo, infatti, alle parole del Cristo, ai suoi insegnamenti, i nostri modi di essere, la maniera di accogliere i nostri fratelli, il nostro sguardo sulle cose temporali, la nostra speranza in ciò che è eterno prendono delle tonalità del tutto nuove e differenti.

 

TOP  IV. SIATE PORTATORI DI CERTEZZE

 

Quando leggo il Salmo 11 (12 in ebraico), nella traduzione fatta dall'ebraico da Chouraqui, c'è una parola che mi tocca il cuore:
«Salvaci, Signore, il tuo amante soccombe, poiché le certezze scompaiono tra i figli dell'uomo».
La traduzione abituale è diversa; in luogo di «certezze», si dice la fedeltà o la verità. Ma la verità (in ebraico «Amen») , è ciò che è sicuro, ciò che è certo.
«Salvaci, Signore..., le certezze scompaiono tra i figli dell'uomo », è qui tutto il dramma odierno riassunto in una sintesi che ci prende. Se l'ipotesi, se l'opinione, se
i problemi prendono il posto della certezza, e il «forse» quello del «sì-sì» o del «no-no», di cui parla Gesù, il quale aggiunge che «tutto il resto viene dal maligno», allora il lievito evangelico non può più fermentare, il sale non può più salare.
Il Concilio ha avvicinato il mondo alla Chiesa. Poiché ha fatto questo, poiché ha discusso di tutti questi argomenti, bisogna oggi che esplodano in modo più fondamentale e forte le verità della nostra fede, la verità che ci fa essere cristiani. Prima di tutto non siate diffusori di problemi, ma portatori di certezze. Comprendiamo bene che il
non credente o l'indifferente non sarà mai raggiunto al livello più profondo della sua anima dall'aggiornamento anche il migliore. Dirà: «Va bene, ma è troppo presto ». Ammettiamo che si sposino tutti i parroci e che le loro mogli abbiano il diritto di prendere la pillola, ma perché pensate che questo possa convertirmi, me non credente? Non c'è alcun legame... Ora, la «metanoia » di cui ci parla san Paolo, cioè il capovolgimento del fondo dell' anima e dell'essere, la conversione, non verrà da quella parte! E' un'altra cosa che dobbiamo dare agli uomini, quel realismo soprannaturale, quelle certezze che si pongono al di là, « infinitamente al di là di ciò che noi possiamo pensare e concepire» (Ef. 3, 20). Siamo in un altro ordine di idee.
Guardate la parabola di Gesù: il Regno dei Cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo, che un uomo scopre; «lo nasconde di nuovo, se ne va pieno di gioia a vendere tutto quello che possiede e compra quel campo». Qual è la parola chiave, apostolica, di quella breve parabola? Ma è: «pieno di gioia ». E' perché il tesoro del Regno è per noi una certezza che ci riempie di gioia che possiamo parlarne agli uomini, a differenza di quei discepoli di Emmaus dei quali ci dicono che ritornavano da Gerusalemme « col viso triste », prima di incontrare il Signore risorto.
Il nostro buon papa Giovanni XXIII, così imprevedibile e che ha saputo toccare direttamente tanti uomini, aveva il senso di queste certezze. Ho udito alla Segreteria di Stato del Vaticano, raccontare come, dopo la consacrazione di vescovi neri, si rivolgeva ad essi con familiarità. Sapete che la sua conversazione era sovente senza un filo - non seguiva un gran che delle linee preparate prima. Nel bel mezzo dunque di una conversazione a pezzi e bocconi, d'un tratto si ferma e dice a quei vescovi novelli: « Non si sa ciò che può accadere, ma qualunque cosa vi accada nella vita, ricordatevi sempre - e là stavano le sue certezze ;..ricordatevi che Dio è buono, che ci ama, che il Signore è venuto a salvarci, e che ci salviamo nella Chiesa, attorno a Pietro ». Ecco delle grandi certezze, delle grandi verità luminose. Per Giovanni XXIII tutto il resto, tutti i problemi, che potevano nascere, erano preventivamente ricondotti alle loro giuste dimensioni. 
Le grandi certezze non concernono solo l'intelligenza, ma l'intelligenza e il cuore. Esse non conducono ad un sentimentalismo devozionale, ma si traducono in gesti, in atti. Una specie di attenzione a Dio.

TOP   V. AMATI DA DIO

 

Il Padre Spicq ha pubblicato un libro nel quale all'inizio si parla delle denominazioni che i primi cristiani si dettero nel Nuovo Testamento. Fra tanti bei titoli: discepoli, credenti, santi, eletti, servitori di Dio, coloro che invocano il nome del Signore, figli di Dio, fratelli, eredi della salvezza, ecc., si trova questo appellativo: « amati da Dio» (1). 
Quale densità di grandezza in queste denominazioni primitive del cristiano. Non sono parole campate in aria, ma espressioni
tecniche, ognuna delle quali è ricca di tutto il passato biblico e che escono dalla tomba di Gesti risorto trasfigurate e più dense ancora di significato: la scelta meravigliosamente libera di Dio (eletti), la forza di quell'amore di Dio per noi che nessuna vicissitudine può modificare ( amati) , il cristiano «generato in permanenza» dal « seme di Dio che dimora in lui» (figlio); la straordinaria trasformazione interiore che ne deriva (santo).
Ma anche, « noblesse oblige », quale necessità per noi di non contentarci di professare un credo, anche autentico, ma di comportarci secondo quanto siamo nella realtà più vera del nostro essere! La «comunità dei discepoli» non è soltanto la nostra riunione in un solo luogo o attorno ad uno stesso Signore in una stessa fede, ma la fedeltà comune della vita di ciascuno di noi ai richiami così fermi del Vangelo. Il «servitore» è pronto, felice di obbedire, il «figlio di Dio» supplica suo Padre di renderlo simile al Figlio, l'« erede» è pieno di speranza, l'« amato» diviene amante. Se restiamo fedeli alla contemplazione continua delle nostre grandezze (solo la Chiesa può
mantenerci in questo, e le nostre debolezze non vi frappongono mai un ostacolo definitivo ), allora la gioia dimorerà nelle nostre esistenze, cosi come attraverso tutto il Vangelo, dall'annuncio della nascita di Giovanni Battista alla Gerusalemme celeste.

 

 

TOP  VI. Il CUORE IN FESTA

Ognissanti

Se si dovesse scegliere una festa per l'amicizia, proporrei volentieri Ognissanti. Come"non' desiderare infatti che la"comunione dei santi sia il legame che ci unisce? Come soprattutto non incoraggiarci reciprocamente a ravvivare in ciascuno di noi la gioia e la speranza della Gerusalemme celeste? .
Pensando che oggi tutti abbiamo meditato gli stessi testi ed abbiamo insieme trasalito di gioia, provo, con ciascuno di voi, la dilatazione meravigliosa che Dio dà alla nostra intelligenza: al di là del reale visibile, cosi ricco talvolta e tuttavia sempre così limitato, nient'affatto durevole, che si consuma,
invecchia, siamo invitati a quel più-che-reale, che benefici a della illimitatezza di Dio. Rileggo il cap. 12 della lettera agli Ebrei: «Non vi siete avvicinati ad una realtà palpabile... Ma vi siete avvicinati alla montagna di Sion e alla Città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, adunanza festosa... ». Conoscete il seguito, lo rileggerete.
San Paolo ci dice che il suo « cuore si è dilatato, in modo che nessuno vi si trova stretto », ma la fede provoca proprio questa dilatazione dell'intelligenza, che entra in quell'oceano di luce per la quale san Giovanni descrive la sua visione e di Dio e della Città che ci attende (Ap. 4, 3; 21, 18). A condizione, naturalmente, che la nostra fede e la nostra intelligenza si dispongano a contemplare queste « meraviglie di Dio».
Ed è lì forse dove ciascuno di noi deve riprendersi. Gesù ce lo ridice: la Parola del Regno è cosi presto soffocata dalle spine e dai rovi delle «sollecitudini della vita », anche quando si tratta delle sollecitudini del Regno! Quanti si sono messi per strada come noi e hanno lasciato sfumare la visione del fine, quel fine che non è né un mito né un sogno né oppio, ma che è il polo magnetico
che orienta le nostre vite e mantiene la rotta lungo la via. E che ci permette di avanzare nel dinamismo e nella gioia, non per un impegno preso un giorno, ma per un istinto interno come negli uccelli migratori o nei pesci che, dall'oceano, rimontano alla sorgente del fiume dove sono nati. Con san Paolo « andiamo dritti in avanti, tesi con tutto il nostro essere, correndo verso la meta, in vista del premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil. 3, 13).
E se quel « lassù» ci sembra inaccessibile, diciamo ancora la parola di fede: « Alla roccia troppo alta per me, Signore, degnati di condurmi ». Non lasciamo che quella roccia si copra di nebbia, « conserviamo la sicurezza e la gioiosa fermezza della speranza»( Ebr. 3, 6 ) .

 

[1] CESLAS SPICQ, Vita cristiana e peregrinazione nel Nuovo Testamento, Città Nuova Ed. Roma 1974, pp. 36ss.