PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

A1 Sant'lreneo I PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO
A2 Cardinale Newman

VEGLIARE CON CRISTO

A3 Cardinale Daniélou «VIENI, SIGNORE GESÙ» (Apoc. 22, 20)
A4 Sant' Agostino

IL DESIDERATO DELLE NAZIONI

A5 Cardinale Newman LA PRIMAVERA ETERNA
A6 Sant'Anselmo «IO CERCO IL TUO VOLTO, O SIGNORE» (Sl. 26, 8)
A7 Le Guillou LO SGUARDO DI COLUI CHE AMA IL SUO POPOLO
A8 San Cirillo di Gerusalemme LE DUE VENUTE DI CRISTO
A9 Sant'Ireneo LA VITA DELL'UOMO CONSISTE NELLA VISIONE DI DIO
A62 Giovanni Papini PREGHIERA A CRISTO

A1 I PROFETI HANNO ANNUNZIATO CHE GLI UOMINI AVREBBERO VISTO DIO

         Sant'Ireneo *

S. Ireneo di Lione (seconda metà del Il secolo), originario dell'Asia Minore, è il primo grande teologo dell'età patristica. Il suo pensiero, d'ispirazione profondamente biblica, è nello stesso tempo semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione d'unità: la ricapitolazione universale nel Cristo. L'unione con il Figlio, preparata dallo Spirito Santo, ci conduce alla visione del Padre annunciata dai profeti.

Uno solo è Dio che, nel Verbo e nella Sapienza, ha fatto tutte le cose disponendole con armonia. Egli è il Creatore, colui che ha destinato questo mondo al genere umano. Per la sua grandezza, egli è inconoscibile a tutti quelli che sono stati fatti da lui: nessun essere infatti, né passato né presente, ha mai potuto investigare la sua altezza. Ma per la sua bontà, egli è sempre conosciuto in colui, grazie al quale ha creato ogni cosa. Questi è il suo Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo. Egli, negli ultimi tempi, si è fatto uomo in mezzo agli uomini, per ricongiungere il termine con il suo principio, cioè l'uomo con Dio. Per questo i profeti, che ricevevano dallo stesso V'erba il carisma della profezia, preannunciarono la sua venuta nella carne. Grazie alla sua incarnazione, si è compiuta - secondo il desiderio del Padre - la fusione e la comunione di Dio con l'uomo. Sin dall'inizio, il Verbo aveva fatto sapere che Dio si sarebbe manifestato agli uomini, avrebbe vissuto con loro sulla terra, avrebbe parlato e si sarebbe reso presente alla sua creatura, salvandola e facendosi conoscere sensibilmente. In tal modo egli ci avrebbe salvati dalle mani dei nostri nemici (Lc. 1, 71), cioè da ogni spirito del male, e ,ci avrebbe concesso di servirlo in santità e giustizia ogni giorno della nostra vita (Lc. 1, 74-75), perché l'uomo intimamente unito allo Spirito di Dio potesse entrare nella gloria del Padre...
Preannunciavano perciò i profeti che Dio sarebbe stato visto dagli uomini, così come dice il Signore:
Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt. 5, 8). In realtà, data la sua grandezza e la sua gloria ineffabile, nessuno potrà vedere Dio e vivere (Es. 33, 20), perché il Padre è incomprensibile. Ma, per la sua bontà, per H suo amore verso gli uomini e per la sua onnipotenza, egli dà a coloro che lo amano anche la capacità di vederlo. Questo precisamente avevano affermato i profeti, perché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio (Lc. 18, 27). L'uomo, da se stesso, non potrà mai vedere Dio: sarà Dio stesso che, di sua propria volontà, si mostrerà agli uomini, a chi vuole, quando vuole, come vuole. Dio è onnipotente: egli si manifestò un tempo per mezzo dello Spirito nella parola dei profeti, si fa vedere per mezzo del Figlio nell'adozione a figli, si farà contemplare - ne,I regno dei cieli - nella sua paternità. Lo Spirito prepara l'uomo per il Figlio di Dio, il Figlio lo conduce al Padre e il Padre dona l'incorruttibilità e la vita eterna. E la vita eterna nasce, per chi lo contempla, dalla visione di Dio. Come infatti chi vede la luce è nella luce e partecipa al suo splendore, così chi vede Dio è in Dio e partecipa alla sua luce. Ora, lo splendore di Dio dà vita: così, chi vede Dio entrerà nella vita.

* Contra haereses, liber IV, 20, 4-5: «Sources Chrétiennes» 100, Le Cerf, Parigi 1965, pp. 635-641.

A2 VEGLIARE CON CRISTO

     Cardinale Newman *

John-Henry Newman nacque a Londra nel 1801 e fece brillanti studi a Oxford. Pastore anglicano, diventò rettore della parrocchia universitaria. In questo periodo (1829-43) pronunziò i suoi splendidi discorsi "Parochial and Plain Sermons». La loro austerità si spiega con la gravità religiosa tipica di Newman, sempre conscio della presenza di Dio e del mondo invisibile, il solo reale ai suoi occhi.
Newman fu l'anima del movimento di Oxford. Ma gli studi patristici gli fecero capire gli sviluppi della dottrina cristiana: in seguito a successive ricerche si rese conto che la continuità organica di questa dottrina si trovava solo nella Chiesa di Roma. Nel 1845 passò al cattolicesimo. Da allora fu fatto segno a sospetti sia dalla parte cattolica che da quella anglicana e ne soffrì molto. Il Papa Leone XIII, riconoscendo ciò che la Chiesa doveva a questo pensatore ardito e fedele, lo nominò cardinale nel 1879. Morì nel 1890.

La parola vegliare va studiata da vicino; occorre studiarla perché il significato non è tanto ovvio quanto si direbbe a prima vista, ed anche perché la Scrittura la usa con insistenza. Noi non dobbiamo solo credere, ma anche essere vigilanti; non solo amare, ma vegliare; non basta ubbidire, ma occorre vigilare. Ma perché dunque vegliare? Per questo grande avvenimento: la venuta di Cristo...
Ma che significa allora vegliare?
Mi pare ,di poterlo spiegare così. Sapete quale sia, umanamente parlando, il sentimento di chi aspetta un amico, ne spia la venuta mentre quello ritarda? Sapete cosa significhi trovarsi in una compagnia poco piacevole, desiderare vivamente che il tempo voli e che scocchi l'ora in cui sarete libero? Avete mai provato cosa sia l'ansia per qualcosa che dovrebbe accadere e che può verificarsi o no, oppure l'essere in attesa di qualche avvenimento importante che vi fa venire il batticuore appena ve lo ricordano e che è la prima cosa a cui pensate nello svegliarvi? Sapete cosa voglia dire avere un amico lontano, aspettare sue notizie, 'Chiedersi un giorno dopo l'altro cosa stia facendo in quel dato momento e se sta bene in salute? Sapete che cosa sia vivere per qualcuno che vi è vicino al
punto che i vostri occhi seguono i suoi, che voi gli leggete in viso e nell'anima, seguendo tutti i mutamenti d'espressione, qualcuno di cui prevenite i desideri, al cui sorriso sorridete anche voi, per cui siete tristi quando egli ha del'le noie e vi rallegrate quando le cose gli riescono bene? Vegliare nell'attesa di Cristo è un sentimento analogo a tutti questi, nella misura in cui i sentimenti di questo mondo possono raffigurare quelli di un altro mondo...
Veglia con Cristo chi, pur guardando verso il futuro, sa volgersi anche al passato e non contempla quel che il Salvatore ha acquistato per lui in modo da dimenticare quello che egli ha sofferto. Veglia con Cristo chi ricorda sempre e rivive nella sua propria persona la Croce e l'agonia di Cristo e si ricopre con gioia di quella veste di afflizione che Cristo indossò quaggiù e che si lasciò dietro l'e spalle nell'ascendere al Cielo. Per questo, nelle epistole, gli autori ispirati manifestano così spesso
H desiderio della sua seconda venuta come, altrettanto spesso, mostrano di ricordarsi della prima: né perdono mai di vista la crocifissione quando parlano della risurrezione. Quindi S. Paolo, quando ricordava ai Romani di attendere la redenzione del corpo all'ultimo giorno, aggiungeva: Affinché, avendo sofferto con lui, siamo anche glorificati con lui. Se dice ai Corinti di aspettare la venuta di nostro Signore Gesù Cristo, dice anche di portare sempre e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, in modo che la vita di Gesù si manifesti anche nel nostro corpo. Se parla ai Filippesi della potenza della risurrezione aggiunge subito: e la partecipazione alle sue sofferenze nella conformazione alla morte di lui. Se consola i Colossesi dando loro la speranza che quando il Cristo apparirà anch'essi appariranno nella gloria, egli ha già dichiarato loro che compie quel che manca alle sofferenze di Cristo nella sua carne per il corpo di lui che è la Chiesa (cfr. Rm. 8, 23. 17; I Cor. 1, 7; 2 Cor. 4, 10; Fil. 3, 10; Col. 3, 4 e 1, 24).

* Parochial and Plain Sermons, voI. IV - Rivingtons, London, Oxford and Cambridge 1870, pp. 319-321.

 

A3 «VIENI, SIGNORE GESÙ» (Apoc. 22, 20)

      Cardinale Daniélou *

Il Padre Jean Daniélou, nato nel 1905, conduce una brillante carriera scientifica nel campo degli studi patristici e insieme una vita apostolica molto aperta alle attese dell'uomo moderno. Professore all'Istituto Cattolico di Parigi, condirettore - con il Padre de Lubac - della collezione "Sources Chrétiennes», esperto al Concilio Vaticano Il, si dedica a trarre dai documenti trasmessi dalla tradizione gli elementi comuni di fede del Popolo di Dio, mettendoli in relazione con le inquietudini e le speranze del nostro tempo. Uno dei temi preferiti della sua riflessione è quello della storia della salvezza, annunciata e prefigurata nell'Antico Testamento, realizzata nel Nuovo, sempre in atto nella Chiesa.

Il Cristo si presenta nell'Apocalisse come colui che viene. E questo ha vari sensi. Prima di tutto Gesù è colui che è venuto, è Dio venuto verso di noi, è il movimento di Dio verso l'uomo. Questo è l'oggetto della nostra fede. Ma è anche colui che verrà, perché in lui tutte le cose troveranno il loro compimento, secondo quanto dice S. Paolo:
...L'ansiosa aspettativa del mondo creato è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio (Rom. 8, 19). E ancora: Sappiamo infatti che tutte le creature gemono insieme e si struggono nei dolori del parto, anche in questo momento. E non il creato soltanto, ma noi pure che possediamo le primizie dello Spirito. Anche noi nel nostro intimo gemiamo nel/'attesa del/'adozione filiale, della redenzione del nostro corpo (Rom. 8, 22-23).
Il mondo intero è nella attesa e la nostra stessa preghiera deve essere protesa verso il compimento escatologico. In questo Vieni, Signore Gesù, la nostra preghiera dovrebbe far proprie tutte le attese, tutte le sofferenze fisiche e morali dell'umanità che vive accanto a noi, nella consapevolezza che le nostre vite e tutte quelle di quanti ci circondano sono trascinate nel movimento dell'intera creazione verso il Cristo.
Il Cristo è anche colui che viene sempre. La sua venuta è, per ciascuna delle nostre anime, una realtà attuale: Ecco, io sto alla porta
e picchio; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò in casa sua e mi siederò a mensa con lui e lui con me (Apoc. 3, 20). Se lasciamo entrare il Cristo, egli ci farà partecipi dei suoi doni e dei suoi beni; egli ha da dire una parola particolarmente a ciascuno di noi. Mediante la sua grazia, egli sollecita continuamente - dall'intimo - i nostri cuori. Per questo egli vuole che siamo attenti alla sua venuta, che spalanchiamo 'le porte delle nostre anime. Egli è sempre colui che viene, come precisa il testo: lo sono l'Alta e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine (Apoc. 22, 13). Egli è il termine verso il quale noi tendiamo; in lui tutto si riassume, perché egli è l'unico fine di tutte le cose. È già cominciato qual'cosa che non terminerà mai, ed è la nostra trasformazione in Gesù Cristo: bisogna lasciarlo agire in noi...
Ci si chiede di essere assetati, di essere aperti a Dio, per lasciar scaturire dal fondo della nostra anima questa sete di grazia che il Signore soltanto potrà estinguere:
Ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà più sete (Gv. 4, 13). Questa parola si rivolge a tutti, senza fare eccezioni e senza porre condizioni; nonostante i nostri peccati passati, la nostra mediocrità, l'insensibilità spirituale, basta credere all'Amore, credere 'che tutto è possibile sempre, che nulla è irrevocabile, né fallimenti, né infedeltà. La grazia di Dio può porre rimedio a tutto, tutto redimere: ritornare a Dio è sempre un inizio assoluto, perché la potenza di Dio è senza limiti.
E chi ascolta dica: "Vieni!». E chi ha sete, venga; e chi vuole, prenda l'acqua della vita gratuitamente (Apoc. 22, 17). Con «'Colui che rende testimonianza» diciamo sì, Amen, aprendo i nostri cuori a ciò che Cristo vuole compiere in noi e mediante noi, perché scaturisca dal fondo dei nostri cuori questa sorgente inesauribile di vita e d'amore.

* Éléments de spiritualité pour le laic d'aujourd'hui, opuscolo del «Circolo S. Giovanni Battista» - pp. 38-41.

A4  IL DESIDERATO DELLE NAZIONI

      Sant'Agostino *

S. Agostino (354-430), vescovo d'Ippona in Africa, romano per cultura, pensatore di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il Dottore della grazia e, più ancora, della carità.
Un versetto del salmo
118 gli fa esprimere qui ciò che
senza dubbio gli sta più a cuore: il suo ardente desiderio di contemplare finalmente il Cristo nella sua gloria.

L'anima mia si strugge per la tua salvezza (Sl. 118, 81), vale a dire nell'attesa della tua salvezza. Buono è questo «consumarsi»: infatti rivela il desiderio del bene, certo non ancora raggiunto, ma appassionatamente bramato. Dall'origine del genere umano fino alla fine dei secoli chi, tra quelli ,che in ogni tempo vissero, vivono e vivranno, dice queste parole se non la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo d'acquisizione che desidera Cristo?
Testimone ne è il santo vegliardo Simeone che, ricevendo il Cristo bambino tra le braccia, disse: Ora, Signore puoi lasciare che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola, poiché i miei occhi hanno contemplato la tua salvezza (Lc. 2, 29-30). Infatti gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima d'aver visto il Cristo del Signore (Lc. 2, 26). Come il
desiderio di questo vegliardo, tale si deve credere sia stato quello di tutti i santi delle epoche precedenti. Anche il Signore stesso dice ai discepoli: Molti profeti e re vollero vedere ciò che voi vedete e non lo videro; udire ciò che voi udite e non lo udirono (Mt. 13, 17), perché si riconosca anche la voce di tutto l'antico Israele nelle parole: L'anima mia si strugge per la tua salvezza. Dunque mai nel passato si spense questo desiderio dei santi, né al presente si placa nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, fino alla ,consumazione dei secoli, fin quando verrà il Desiderato di tutte le nazioni (Agg. 2, 8), promesso dal profeta. Per questo l'apostolo Paolo dice: Ormai sta pronta per me la corona della giustizia, che il Signore giusto giudice darà in quel giorno a me, e non soltanto a me, ma a tutti coloro che amano la sua manifestazione (2 Tm. 4, 8). Il desiderio di cui ora parliamo sgorga dall'amore della manifestazione di Cristo; proprio riferendosi ad essa, Paolo ancora dice: Quando comparirà Cristo, che è la nostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria (Col. 3, 4).
Nei primi tempi della Chiesa, che precedevano il parto della Vergine, vi furono santi che desideravano l'incarnazione del Verbo; nei tempi attuali, dopo l'Ascensione, si trovano santi che attendono con desiderio la venuta di Cristo come giudice dei vivi e dei morti. Dall'inizio fino alla fine dei tempi, questo desiderio della Chiesa non si è mai placato un istante, se non quando il Verbo, fattosi uomo, dimorò sulla terra in compagnia dei suoi discepoli. Perciò, nelle parole del salmo, si sente la voce di tutto il corpo di Cristo, che geme in questa vita: L'anima mia si strugge per la tua salvezza, ma spero nella tua parola. Questa parola è la promessa. Ed è questa la speranza che fa aspettare nella pazienza ciò che i credenti ancora non vedono.

* Enarratio in psalmum CXVIII, sermone XX, 1, P. L. 37, 15557.

 

 

A5  LA PRIMAVERA ETERNA

       Cardinale Newman *

John-Henry Newman nacque a Londra nel 1801 e fece brillanti studi a Oxford. Pastore anglicano, diventò rettore della parrocchia universitaria. In questo periodo (1829-43) pronunziò i suoi splendidi discorsi "Parochial and Plain Sermons». La loro austerità si spiega con la gravità religiosa tipica di Newman, sempre conscio della presenza di Dio e del mondo invisibile, il solo reale ai suoi occhi.
Newman fu l'anima del movimento di Oxford. Ma gli studi patristici gli fecero capire gli sviluppi della dottrina cristiana: in seguito a successive ricerche si rese conto che la continuità organica di questa dottrina si trovava solo nella Chiesa di Roma.
Nel 1845 passò al cattolicesimo. Da allora fu fatto segno a sospetti sia dalla parte cattolica che da quella anglicana e ne soffrì molto. Il Papa Leone XIII, riconoscendo ciò che la Chiesa doveva a questo pensatore ardito e fedele, lo nominò cardinale nel 1879. Mori nel 1890.

Solo una volta l'anno, ma tuttavia almeno una volta, il mondo che vediamo lascia apparire le sue possibilità nascoste e, in un certo senso, si manifesta. Spuntano foglie, gemme e fiori sugli alberi e nasce l'erba e il grano nei campi. E' come un erompere improvviso e violento di quella vita nascosta che Dio ha immesso nel mondo materiale. Ecco, tutto questo è come una piccolissima dimostrazione di quel che il mondo può fare ad un ordine di Dio, quando egli dice una parola. Come ora questa terra esplode in una primavera di foglie e gemme, così un giorno si schiuderà, trasformandosi in un nuovo mondo di luce e di gloria, e noi vedremo in esso i Santi e gli Angeli che lo abitano. Chi dunque, se non colui 'che per tutta la vita ha avuto la esperienza di altre primavere, chi dunque potrebbe pensare, con due o tre mesi di anticipo, che la natura, allora quasi senza vita, sarebbe diventata poi tanto splendida e varia?...
Così sarà il giungere di quella Primavera Eterna che tutti i cristiani attendono. Verrà certamente, anche se ritarda. Aspettiamola perché verrà di sicuro e non tarderà (Ebr. 10, 37). Perciò noi diciamo ogni giorno: Venga il tuo regno! E questo vuoi dire: «Mostrati Signore, manifestati; tu che siedi tra i Cherubini, mostrati»; ridesta la tua potenza, vieni ad aiutarci (SI. 79, 3). La terra che sta sotto i nostri occhi non ci appaga: è solo un inizio, è solo la promessa di qualche .cosa che è al di là; anche quando è tutta in festa con tutti i suoi fiori, anche quando mostra, in modo commovente, tutto quel che vive 'celato in lei, anche allora non ci basta. Sappiamo che c'è molto di più di quel che possiamo vedere. Un mondo di Santi e di Angeli, un mondo pieno di gloria, la dimora di Dio, il monte del Dio degli Eserciti, la Gerusalemme celeste, il trono di Dio e di Cristo: tutte queste meraviglie che non avranno mai fine, tutto quel che è prezioso, misterioso, incomprensibile è celato in quel che vediamo. Quel che si può vedere non è che l'involucro di un regno eterno: e verso questo regno si rivolgono gli occhi della nostra fede.
Risplendi, mostrati, o Signore, come quando per la tua natività i tuoi Angeli visitarono i pastori. Fiorisca la tua gloria come si aprono sugli alberi gemme e fogliame... Il sole, il cielo, le nubi brillino pure, siano verdeggianti le piante e i campi, cantino dolcemente gli uccelli! Ma noi sappiamo che questo
è soltanto una piccola cosa e non ci accontenteremo di una parte al posto di tutto. Le bellezze della natura derivano da un centro d'amore e di bontà, che è Dio stesso: ma non sono la sua pienezza; parlano di cielo, ma non sono il cielo; sono fuggevoli raggi, pallidi riflessi della sua Immagine. E sono appena briciole cadute dalla sua mensa.

* Parochial and Plain Sermons, voI. IV, 13° discorso. Rivingtons, London, Oxford and Cambridge 1870 - pp. 209-211.

 

A6 «IO CERCO IL TUO VOLTO, O SIGNORE» (Sl. 26, 8)

      Sant' Anselmo *

Nato nel 1033 ad Aosta, Anselmo sognava fin dall'infanzia di raggiungere Dio e ancor giovane si dedicò allo studio e alla preghiera. Dopo essersi lasciato un po' sedurre dalle attrattive del mondo, giunse in Normandia e, a 27 anni, si fece monaco nell'abbazia di Bec, di cui poi divenne abate. Nel 1093 dovette lasciare il monastero per divenire arcivescovo di Canterbury, dove, a causa delle investiture laiche, ebbe a lottare con il re d'Inghilterra. Esiliato per ben due volte, ebbe la gioia di finire i suoi giorni nella propria diocesi nel 1109, essendosi infine ristabilita la pace.
S. Anselmo ci ha lasciato un'opera letteraria in cui si nota una continua preoccupazione teologica. La sua celebre massima: «Fides quaerens intellectum» è divenuta quella di tutta la scolastica, ma in lui la riflessione teologica si radica costantemente in un'esperienza di Dio profonda e intensamente personale.

Coraggio, debole uomo, lascia per un po' le tue occupazioni, sottraiti un poco al tumulto dei tuoi pensieri. Allontana ora le opprimenti preoccupazioni, respingi le cure laboriose. Renditi libero un poco per Dio e riposa in lui. Entra nella camera della tua anima, lascia tutto ciò che non è Dio e che non può aiutarti a trovarlo. Chiudi la porta (Mt. 6, 6) e cercalo.
Ed ora parla, anima mia, e con tutta te stessa di' al Signore: Cerco il tuo volto, o Signore, cerco ansiosamente il tuo volto (Sl. 26, 8).
Ora tu, o Signore mio Dio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se non sei qui, se sei lontano, dove ti cercherò? Se poi tu sei presente ovunque, perché non ti vedo? Tu certo dimori in una luce inaccessibile: ma questa luce inaccessibile dov'è e come potrò raggiungerla? Chi mi condurrà e mi introdurrà in essa perché io possa vederti? E poi, attraverso quali segni, sotto quale aspetto ti cercherò? Non ti ho visto mai, Signore mio Dio, né conosco il tuo Volto. Che farà, o Altissimo Signore, che farà questo tuo esiliato che è lontano da te? Che farà il tuo servo, tormentato dal 'desiderio di te e respinto tanto lontano dal tuo volto? Egli desidera arden
temente di vederti, ma il tuo volto è troppo lontano da lui; vuole avvicinarsi a te, ma inaccessibile è la tua dimora. Brama trovarti e non sa dove tu sei. Aspira a cercarti e non conosce il tuo volto. Signore, tu sei il mio Dio e il mio Signore, ma non ti ho visto mai. Tu mi hai creato e rinnovato e ogni bene che posseggo mi è stato dato da te, ma io ancora non ti conosco. Sono stato fatto proprio per vederti e non ho ancora realizzato ciò per cui sono stato fatto. Miserabile sorte dell'uomo che ha perduto ciò per cui è stato creato!...
E tu, Signore, fino a quando? (Sl. 6, 4) Fino a quando, o Signore, ti 'dimenticherai di noi? Fino a quando nasconderai il tuo volto? Quando volgerai a noi il tuo sguardo e ci ascolterai? (Cfr. Sl. 12) Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai il tuo volto? Guarda, o Signore, esaudisci, illumina, mostra a noi te stesso. Ridona a noi il bene della tua presenza: senza di essa siamo così infelici! Abbi pietà dei faticosi sforzi che compiamo nel cammino verso di te: noi infatti non possiamo nulla senza di te. Tu che ci inviti, aiutaci.
Ti scongiuro, o Signore, che non abbia a disperarmi sospirando a te, ma che respiri nella speranza... Mi sia concesso di intravedere la tua luce almeno da lontano, almeno dal fondo della mia miseria. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco, perché non ti posso cercare se tu non mi insegni, né trovare se tu non ti mostri. Possa cercarti con il mio desiderio e desiderarti nella ricerca. Ti possa trovare amandoti e, trovandoti, ti possa amare.

* Proslogion, 1; Librairie Philosophique J. Vrin - Parigi 1954 - pp. 6-10.

 

 

A7  LO SGUARDO DI COLUI CHE AMA IL SUO POPOLO

      Le Guillou *

Il Padre Le Guillou, domenicano francese, nato nel 1920, è addetto alla redazione della rivista «Istina» e dirige l'Istituto ecumenico di Parigi. Ne «Le Visage du Ressuscité» egli ripercorre, in una specie di meditazione contemplativa, i testi fondamentali del Concilio Vaticano Il. Questi allora acquistano per noi, alla luce del Cristo, profondità nuove e, risuonando come una esigenza interiore, ci spingono a rispondere alla voce del Risuscitato ormai riconosciuto: «E' il Signore!».

Solo, nel cuore del mondo, Abramo, sostenuto dalla solidarietà di uomini numerosi tanto da non potersi contare, è eletto da Dio perché la sua posterità si moltiplichi come la sabbia del mare o le stelle del cielo. Viene prescelto per la concreta e dinamica attuazione di un disegno che, passando oltre la sua persona e lo stesso popolo eletto, rivelerà il significato ultimo del mondo: In te saranno benedette tutte le genti della terra (Gen. 12, 3). Egli è separato da tutti i popoli solo per essere più totalmente unito ad essi e diventare più realmente quel seme da cui si svilupperà l'umanità ,destinata a formare un unico Regno. Il suo volto d'uomo ci svela il mistero di una paternità divina che, ,dopo la creazione, circonda col suo amore tutta la terra e che rifulgerà in tutto il suo splendore in Gesù Cristo, di cui Adamo era solo la figura.
Lo sguardo d'amore che Dio rivolge al suo
popolo, convocato e radunato 'dalla sua Parola, crea in esso una riconoscenza d'amore. Con l'alleanza Egli lo lega a Sé, lo fa dimorare nel suo amore, se lo unisce strettamente nella santità.
Infatti Dio comunica al suo popolo ciò che egli è e ciò che ha, in uno scambio creatore di comunione. La stessa
incomparabile e delicatissima amicizia che unisce David e Gionata, e che la Bibbia descrive in termini d'alleanza, non può in alcun modo dare l'idea di quella reciprocità d'amore tra Dio e l'umanità che instaura una vicendevole appartenenza, una vera compartecipazione di destini. Solo l'immagine della nuzialità, che attraversa da un capo all'altro tutta la Bibbia, a partire da Osea e dagli altri profeti, fino all'Apocalisse, evoca il dono della fedeltà reciproca, l'incontro nella comunione: Dio si china sul suo popolo come lo sposo sulla sposa, la cui vita appare tutta concentrata nello sguardo di colui che l'ama.
Veramente, in Israele, Dio ama il Figlio suo che nascerà in mezzo al suo popolo per divinizzarlo. Così Israele diventa il popolo che Dio si è acquistato (Ef. 1, 14), consacrato a lodare Dio e a servirlo nella santità, come testimonio che annunzia al mondo le meraviglie del Signore, che si realizzeranno in Gesù Cristo.
In questa prospettiva, l'elezione è tutt'altro che un privilegio fine a se stesso, ma piuttosto il fondamento e il dono gratuito di una missione... Nel cuore del mondo, il popolo di Dio rappresenta veramente un mistero di generazione spirituale che lo trascende e che fin dalle origini abbraccia la totalità delle creature umane. La storia dell'umanità, come quella dell'universo che le è unito, scaturisce e sfocia nel mistero della paternità eterna di Dio. Fin dalle origini, l'orizzonte della sua cattolicità si definisce solo alla luce di questa paternità, perfettamente manifestata in Gesù Cristo.

* Le visage du Ressuscité, coll. "Conci le et Masses», Les Éditions ouvrières, Parigi 1968, pp. 141-142.

 

 

A8  LE DUE VENUTE DI CRISTO

       San Clrillo di Gerusatemme *

Nato nel 313 a Gerusalemme o nei dintorni, S. Cirillo acquistò, durante la sua giovinezza, una profonda conoscenza della Sacra Scrittura. Divenne sacerdote e poi, verso il 350, vescovo di Gerusalemme. L'arcivescovo ariano di Cesarea lo fece però cacciare dalla sua sede episcopale. Dopo 11 anni di esilio, ritornò a Gerusalemme, dove ritenne suo dovere rimediare i danni morali e pacificare le agitazioni causate dallo scisma. Questo coraggioso pastore morì nel 380.
Della sua predicazione ci sono giunte le "Catechesi» che espose nel 348. Esse sono un modello dell'insegnamento religioso del IV secolo, assieme al simbolo della fede che, a questa epoca, era quello della Chiesa di Gerusalemme.

Noi annunciamo la venuta di Cristo, non la prima soltanto, ma anche la seconda, più grandiosa della precedente. La prima fu contrassegnata dai patimenti, la seconda porterà il diadema della divina regalità. Generalmente infatti, ogni realtà, nel mistero di nostro Signore Gesù Cristo, presenta un duplice aspetto, una duplice generazione: una da Dio prima dei tempi, un'altra dalla Vergine, nella pienezza dei tempi. Una duplice discesa: una nascosta e silenziosa come quella della rugiada sul falciato (cfr. Sl. 71, 6), un'altra pienamente manifesta, quella futura. Alla prima venuta, fu avvolto in fasce e posto in una mangiatoia; nella seconda, si rivestirà di luce come di un manto (Sl. 103, 2). Nella prima si caricò della croce, disprezzandone l'ignominia; nella seconda, verrà glorioso accompagnato da un esercito d'angeli.
Non fermiamoci dunque solo alla prima venuta, ma disponiamoci anche all'attesa della seconda. Quando venne la prima volta, lo accogliemmo dicendo: Benedetto colui che
viene nel nome del Signore (Mt. 21, 9), e pronunceremo ancora le medesime parole la seconda volta: quando con gli angeli gli andremo incontro e adorando esclameremo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Mt. 23, 39). Il Salvatore verrà non per essere nuovamente giudicato, ma per giudicare i suoi stessi giudici. Egli che tacque quando fu accusato, dirà agli scellerati che osarono oltraggiarlo sulla croce: Tali cose hai fatto, ma io ho taciuto (SI. 49, 21). In passato, secondo il piano della salvezza, venne ad insegnare agli uomini con la persuasione, in futuro tutti si dovranno necessariamente sottomettere al suo dominio, anche se non vorranno.
Di queste due venute parla il profeta Malachia: Presto verrà al suo tempio il Signore che voi cercate (Mal. 3, 1). Ecco la prima venuta. Della seconda parla subito dopo: E l'angelo dell'alleanza che voi desiderate, ecco viene. Viene il Signore onnipotente e chi potrà sopportare il giorno della sua venuta? Chi reggerà al suo apparire? Poiché egli avanza come il fuoco del fonditore e come il ranno dei lavandai. Ed egli siederà per fondere e per purificare (Mal.
3, 1-3) ...Scrivendo a Tito, anche Paolo allude alle due venute del Cristo, quando dice: La grazia di Dio Salvatore si è manifestata a tutti gli uomini. Essa ci ha insegnato a rinnegare l'empietà e le passioni del mondo per vivere in questo tempo nella temperanza, nella pietà e nella giustizia, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione gloriosa del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo (Tito 2, 11-13). Tu vedi che Paolo qui parla sia della prima venuta, per la quale rende grazie, sia della seconda, di cui siamo in attesa. Con queste parole, vi è stato così presentato il tenore della fede, da noi annunciato: credere cioè in colui che è salito al cielo, siede alla destra del Padre e verrà a giudicare nella gloria i vivi e i morti e il cui regno non avrà fine. Verrà dunque il Signore nostro Gesù Cristo dal cielo; verrà alla fine di questo mondo con gloria, nell'ultimo giorno. Poiché questo mondo avrà termine, e l'attuale creazione si rinnoverà.

* Katechesis IE Photizomenon-  - 15, 1-3: PG 33, 869-873.

 

A9  LA VITA DELL'UOMO CONSISTE NELLA VISIONE DI DIO

       Sant'lreneo *

Sant'Ireneo di Lione (seconda metà del II secolo), originario dell'Asia Minore, è il primo grande teologo dell'età patristica. Il suo pensiero, d'ispirazione profondamente biblica, è nello stesso tempo semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione d'unità: la ricapitolazione universale nel Cristo.
Il brano seguente costituisce il contesto del notissimo aforisma così spesso citato: «La gloria di Dio è l'uomo vivente». Si trova qui, come nella sua sorgente, tutta la teologia patristica della vita contemplativa cristiana.

Quelli che vedono Dio parteciperanno alla vita, perché lo splendore di Dio è vivificante. Per questo colui che è inafferrabile, incomprensibile e invisibile si offre alla visione, alla comprensione e al possesso degli uomini, per vivificare ,coloro che lo -comprendono e lo vedono. Infatti la sua grandezza è imperscrutabile, e la sua bontà inesprimibile; ma attraverso di esse egli si mostra e dà la vita a quelli che lo vedono. E' impossibile vivere senza la vita, e la vita consiste essenzialmente nel partecipare a Dio, partecipazione che significa vedere Dio e godere della sua bontà.
Gli uomini dunque vedranno Dio e così vivranno: questa visione li renderà immortali e capaci di Dio. Questo è ciò che era stato rivelato in figura dai profeti: Dio può essere visto dagli uomini che portano il suo Spirito e aspettano senza stancarsi la sua venuta. Così dice infatti Mosè nel Deuteronomio: «In quel giorno vedremo, perché Dio parlerà all'uomo e questi vivrà» (cfr. Deut. 5,24)...
Colui che opera in tutti, quanto alla sua potenza e grandezza, resta invisibile e inesprimibile per tutti gli esseri creati da lui; e tuttavia non è loro completamente sconosciuto, perché tutti arrivano, attraverso il suo Verbo, alla conoscenza dell'unico Dio Padre, che contiene tutte le cose e a tutte dà l'esistenza, come dice anche il Vangelo: Dio nessuno l'ha mai veduto; il Dio unigenito che è nel seno del Padre,
egli lo ha rivelato (Gv. 1,18).
Fin dal principio dunque il Figlio è il rivelatore del Padre, perché fin dal principio è col Padre: le visioni profetiche, la diversità dei carismi, i suoi ministeri, la glorificazione del Padre, tutto egli, nel tempo opportuno, ha fuso in melodia ben composta e armoniosa per l'utilità degli uomini. Dove infatti c'è composizione, c'è armonia; dove c'è armonia, c'è esatta misura di tempo, e dove c'è tempo opportuno, c'è utilità. Per questo il Verbo si è fatto dispensatore della grazia del Padre per l'utilità degli uomini, in vista dei quali ha compiuto tutta l'economia della salvezza, mostrando Dio agli uomini ,e collocando l'uomo a fianco di Dio; salvaguardando l'invisibilità del Padre perché l'uomo non arrivasse a disprezzare Dio e avesse sempre qualcosa da raggiungere, e nello stesso tempo rendendo Dio visibile agli uomini con l'insieme della sua economia, per impedire che l'uomo, privato totalmente di Dio, cessasse addirittura di esistere. Infatti la gloria di Dio è l'uomo vivente, e la vita dell'uomo consiste nella visione di Dio: se già la rivelazione di Dio attraverso la creazione dà la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre attraverso i1 Verbo è causa di vita per coloro che vedono Dio!

* Adversus haereses, IV, 20, 5-7, «Sources Chrétiennes» 100, Le Cerf, Parigi 1965 - pp. 640-648.

 

 

A62  PREGHIERA A CRISTO

         Giovanni Papini *

Giovanni Papini (Firenze 1881-1956) è poeta e scrittore. Temperamento paradossale, esuberante e battagliero, contribuisce largamente a rinnovare la letteratura e il pensiero italiano. Dopo essere passato attraverso le più disparate esperienze intellettuali e morali, il suo spirito - in perpetua ricerca - trova finalmente la via della luce. Ed è proprio la «Storia di Cristo» - che si chiude con la preghiera che stiamo per leggere, vivificata dal suo caratteristico stile veemente e lirico - l'opera che rivelerà inequivocabilmente la conversione del Papini al cattolicesimo.

Tu, Cristo, hai detto una volta: «Se uno è solo io sono con lui. Rimuovi la pietra e lì mi troverai, incidi il legno ed io son qui» (agraphon). Ma per scoprirti nella pietra e nel legno è necessaria la volontà di cercarti, la capacità di vederti. E oggi il più degli uomini non vogliono, non sanno trovarti. Se non fai sentire la tua mano sopra il loro capo e la tua voce ne' loro cuori, seguiteranno a cercare solamente se stessi, senza trovarsi, perché nessuno si possiede se non ti possiede. Noi ti preghiamo dunque, Cristo, noi, i rinnegatori, i colpevoli, i nati fuori di tempo, noi che ci rammentiamo ancora di te e ci sforziamo di vivere con te, ma sempre troppo lontani da te, noi, gli ultimi, i disperati, i reduci dai precipizi, noi ti preghiamo che tu ritorni ancora una volta fra gli uomini che ti uccisero, fra gli uomini che seguitano a ucciderti, per ridare a tutti noi, assassini nel buio, la luce della vita vera.
Più d'una volta sei apparso, dopo la Risurrezione, ai viventi. A quelli che credevano d'odiarti, a quelli che ti avrebbero amato anche se tu non fossi figliolo di Dio, hai mostrato il tuo viso ed hai parlato con la tua voce. Gli asceti nascosti tra le ripe e le sabbie, i monaci nelle
lunghe notti dei cenobi, i santi sulle montagne, ti videro e ti udirono e da quel giorno non chiesero che la grazia della morte per riunirsi con te. Tu eri luce e parola sulla strada di Paolo, fuoco e sangue nello speco di Francesco, amore disperato e perfetto nelle celle di Caterina e di Teresa. Se tornasti per uno pe~ché non torni, una volta, per tutti? Se quelli meritavano di vederti, per i diritti dell'appassionata speranza, noi possiamo invocare i diritti della nostra deserta disperazione. Quell'anime ti evocarono col potere della innocenza; le nostre ti chiamano dal fondo della debolezza e dell'avvilimento. Se appagasti l'estasi dei Santi perché non dovresti accorrere al pianto dei Dannati? Non dicesti d'esser venuto per gl'infermi e non per i sani, per quello che s'è perduto e non per quelli che son rimasti? Ed ecco tu vedi che tutti gli uomini sono appestati e febbri citanti e che ognuno di noi, cercando sé, s'è smarrito e ti ha perso. Mai come oggi il tuo Messaggio è stato necessario e mai come oggi fu dimenticato o spregiato.
Ma noi, gli Ultimi, ti aspettiamo, ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d'ogni impossibile. E tutto l'amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore.

* Storia di Cristo, Vallecchi Editore, Firenze 1921 - prima edizione - pp. 627-629.