PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

F1 San Giovanni Crisostomo FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO
F3 San Gregario Nazianzeno «IO COMPLETO NELLA MIA CARNE 
CIÒ CHE MANCA ALLA PASSIONE DI CRISTO PER IL SUO CORPO CHE È LA CHIESA»
(Col. 1, 24)
F4 San Gregario Nazianzeno OFFRIAMOCI A CRISTO CHE SI È OFFERTO PER NOI
F5 Teodoro di Mopsuestia IL BATTESIMO, FIGURA E PEGNO DELLA NOSTRA RISURREZIONE
F6 Clemente Alessandrino IL BATTESIMO È LUCE
F7 Melitone di Sardi LA NOSTRA PASQUA È CRISTO
F8 Sant' Ambrogio CRISTO È RISORTO PER LlBERARCI DALLA MORTE
F9 San Francesco di Sales GESÙ PREGA PER I SUOI CARNEFICI
F10 Cardinale Newman SENTIRE IN PROFONDITÀ QUELLO CHE CRISTO HA SOFFERTO PER NOI
F11 Lambert Beauduin IL CRISTO GLORIOSO, CONTEMPORANEO DI TUTTI GLI UOMINI
F12 San Leone Magno I CRISTIANI PARTECIPANO ALLA MORTE E ALLA RISURREZIONE DI CRISTO
F15 Anonimo del IV Sec. LA DISCESA DI GESÙ AGLI INFERI
F16 San Gregorio di Nissa

LA NUOVA CREAZIONE

F17 Sant' Agostino LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA
F18 San Massimo di Torino IL GIORNO SENZA TRAMONTO
F19 Cardinale Saliège LA RISURREZIONE, MESSAGGIO DI GIOIA
F20 Karl Barth NEL CUORE DELLA STORIA DEL MONDO
F21 Louis Bouyer UNA ININTERROTTA CELEBRAZIONE DELLA PASQUA
F22 Roger Poelman I QUARANTA GIORNI GLORIOSI
F23 Pierre Benoit SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE
F35 Primo Mazzolari

I SEGNI DELLA NOSTRA PASQUA

F40 San Bernardo Là dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia

 

F1  FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO

      San Giovanni Crisostomo *

Dopo aver compiuto studi brillanti e aver passato parecchi anni nella solitudine, Giovanni Crisostomo fu ordinato sacerdote ad Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò ben presto una eccezionale forza di eloquenza. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si dedicò a correggere gli abusi che si erano introdotti in questa Chiesa e a ravvivare la fede nei fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia e soprattutto di san Paolo e del Vangelo, sembrò rivoluzionario a molti dei suoi contemporanei. Il coraggio con cui denunciò il lusso della corte imperiale, lo condusse per due volte in esilio. Confinato sul Mar Nero, nel Ponto, morì ormai esausto nel 407.

Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell'odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d'acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l'iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa:
Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito... ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Coro 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c'è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L'altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito...
Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l'offerta è stata fatta per tutta la terra.
Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l'odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l'universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l'universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell'interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa.

* Eis ton stauron kai eis ton lesten,  Omelia 1: P.G. 49, 399-401.

 

 

F3  «IO COMPLETO NELLA MIA CARNE
      CIÒ CHE MANCA ALLA PASSIONE DI CRISTO 
       PER IL SUO CORPO CHE È LA CHIESA» (Col. 1, 24)

         San Gregario Nazianzeno *

Gregorio Nazianzeno (329-390) è, con san Basilio, suo amico, e Gregorio di Nissa, fratello di questi, uno dei tre grandi Padri della Cappadocia. Contemplativo e poeta, ebbe un'esistenza molto tormentata. Monaco con Basilio, divenne contro volontà vescovo di Sasima, e fu elevato in seguito alla sede di Costantinopoli. Stancatosi degli intrighi di questa città, si ritirò dapprima a Nazianzo, e in seguito nella solitudine, dove scrisse le sue opere più importanti. Il brano che leggeremo è tratto da due suoi sermoni per la Pasqua.

Stiamo per prender parte alla Pasqua: per il momento questo avverrà ancora in figura, anche se in modo più manifesto che nella legge antica. Potremmo dire infatti che allora la Pasqua era un simbolo oscuro di ciò che tuttavia resta ancora simbolo. Ma fra poco vi parteciperemo in modo più perfetto e più puro, quando il Verbo berrà con noi la nuova Pasqua nel regno del Padre (cfr. Mt. 26,29). Egli, facendosi nostro maestro, ci svelerà allora quello che attualmente ci mostra solo in parte e che resta sempre nuovo, anche se lo conosciamo già. E quale sarà questa bevanda che gusteremo? Sta a noi impararlo:lui ce lo insegna, comunicando ai discepoli la sua dottrina; e la dottrina è nutrimento anche per colui che la dispensa.
Partecipiamo dunque anche noi a questa festa rituale: secondo il Vangelo però, non secondo la lettera; in modo perfetto, non incompleto; per l'eternità, non per il tempo. Scegliamo come nostra capitale non la Gerusalemme di quaggiù, ma la città che è nei cieli; non la città che ora è calpestata dagli eserciti, ma quella che è glorificata dagli angeli. Non immoliamo a Dio giovani tori o agnelli che mettono corna e unghie, vittime prive di vita e di Intelligenza, ma offriamogli un sacrificio di lode sull'altare del cielo insieme con i cori angelici. Apriamo il primo velo, avviciniamoci al secondo e fissiamo lo sguardo verso
il Santo dei santi. Dirò di più: immoliamo a Dio noi stessi; anzi, offriamoci a lui ogni giorno e in ogni nostra azione. Accettiamo tutto per amore del Verbo; imitiamo con i nostri patimenti la sua passione. Rendiamo gloria al suo sangue con il nostro sangue. Saliamo coraggiosamente sulla croce: dolci sono quei chiodi, anche se fanno molto male. Meglio soffrire con Cristo e per Cristo che vivere con altri nei piaceri.
Se sei Simone i,l Cireneo, prendi la croce e segui Cristo. Se sei stato crocifisso 'come un ladro, fa' come il buon ladrone e riconosci Dio. Se per causa tua e del tuo peccato Cristo fu trattato come un fuorilegge, tu, per amor suo, obbedisci alla legge. Appeso tu pure alla croce,
adora colui che vi è stato inchiodato per te. Sappi trarre profitto dalla tua stessa iniquità, acquistati conia morte la salvezza. Entra in paradiso con Gesù, per comprendere quali beni hai perso con la caduta. Contempla le bellezze di quel luogo e lascia pure che il ladrone ribelle, morendo nella sua bestemmia, ne resti escluso.
Se sei Giuseppe d'Arimatea, richiedi il corpo di Cristo a chi lo ha fatto crocifiggere e sia tua così la vittima che ha espiato
il peccato del mondo. Se sei Nicodemo, il fedele delle ore notturne, ungi,lo con aromi per la sepoltura. Se sei l'una o l'altra Maria, o Salo me, o Giovanna, piangi su di lui, levandoti di buon mattino. Cerca di vedere per primo la pietra sollevata, d'incontrare forse gli angeli o la persona stessa di Gesù.

* Eis ton aghiovpascha, XLV: P.G. 36, 653 C-656 D.

 

 

F4  OFFRIAMOCI A CRISTO CHE SI È OFFERTO PER NOI

       San Gregario Nazianzeno *

Gregorio Nazianzeno (329-390) è, con san Basilio, suo amico, e Gregorio di Nissa, fratello di questi, uno dei tre grandi Padri della Cappadocia. Contemplativo e poeta, ebbe un'esistenza molto tormentata. Monaco con Basilio, divenne contro sua volontà vescovo di Sasima, e fu elevato in seguito alla sede di Costantinopoli. Stancatosi degli intrighi di questa città, si ritirò dapprima a Nazianzo, e in seguito nella solitudine, dove scrisse le sue opere più importanti.

8E' la Pasqua del Signore, è la Pasqua, sì, la Pasqua, diciamolo ancora a gloria della Trinità. E' per noi la festa delle feste, la solennità delle solennità. Come il sole supera le stelle col suo splendore, così essa supera tutte le altre feste, e non solo quelle degli uomini, che sono puramente terrene, ma anche quelle che sono di Cristo stesso e che si celebrano in suo onore... Ieri l'Agnello veniva immolato, e gli stipiti delle porte aspersi di sangue. Mentre l'Egitto piangeva i suoi primogeniti, noi, protetti da quel sangue prezioso sfuggivamo all'angelo sterminatore, a cui quel segno incuteva timore e rispetto. Oggi abbiamo definitivamente lasciato l'Egitto, la tirannia del Faraone crudele e l'oppressione dei sorveglianti; siamo stati liberati dal lavoro dell'argilla e dei mattoni. Nessuno può impedirci di celebrare, a gloria del Signore nostro Dio, la festa dell'Esodo, e di celebrarla non con il vecchio lievito della malizia e della malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità (I Cor. 5,8), perché ormai non portiamo più niente con noi dell'empio lievito dell'Egitto. Ieri ero stato crocifisso con Cristo, oggi con lui sono glorificato. Ieri morivo con lui, oggi con lui torno alla vita. Ieri con lui venivo sepolto, oggi con lui risorgo.
A colui che per noi ha sofferto ed è risuscitato offriamo dunque dei doni. Penserete forse che io parli di oro o di argento, di tessuti o di brillanti e pietre preziose: materie effimere di questa terra, destinate a rimanere quaggiù... Offriamo piuttosto noi stessi, perché queste sono le ricchezze più gradite e più degne di Dio. All'immagine di Dio che è in noi, restituiamo tutto lo splendore che le è proprio: riconosciamo la nostra dignità, rendiamo onore al modello originario. Cerchiamo di comprendere la potenza di questo mistero e lo scopo per cui Cristo è morto. Cerchiamo di essere simili a Cristo, dal momento che Cristo si è fatto simile a noi: diventiamo Dio per mezzo di lui, dato che lui si è fatto uomo per noi. Egli ha preso su di sé quello che c'era di più basso, per donarci quello che c'è di migliore. Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà, ha preso forma di schiavo perché noi ottenessimo la libertà. E' disceso perché noi fossimo innalzati ; è stato tentato perché noi superassimo la prova; è stato disprezzato perché noi avessimo la gloria. E' morto perché noi fossimo salvati; è salito al cielo per attirare a sé quelli che giacevano a terra, caduti nel peccato. Ciascuno dia senza riserva, offra tutto a colui che sostituendosi a noi, ha
dato se stesso come prezzo della nostra redenzione. Penetrando nel mistero, non possiamo dare nulla di meglio che noi stessi, diventando per Cristo tutto quello che lui è divenuto per noi.

* Eis ton aghiovpascha, XLV: P.G. 36, 624; I, P.G. 35, 397-400.

 

 

F5  IL BATTESIMO, FIGURA E PEGNO DELLA NOSTRA RISURREZIONE

      Teodoro di Mopsuestia *

Teodoro di Mopsuestia (f 428) nacque ad Antiochia e vi fu ordinato sacerdote nel 384. Contemporaneo di san Giovanni Crisostomo, compì i suoi studi con lui, e più tardi ne prese le difese quando questi fu condannato all'esilio. Nel 393, divenne vescovo di Mopsuestia in Cilicia. E' il più grande esegeta della scuola di Antiochia: ha commentato quasi tutta la Bibbia, dando prova di un notevole senso critico. Della sua immensa opera ci rimane ben poco: questa perdita deve essere attribuita alla condanna che Teodoro subì nel 553 da parte del quinto Concilio di Costantinopoli. Maestro di Nestorio, il vescovo di Mopsuestia fu infatti, dopo la sua morte, denunciato come eretico. E' certo comunque che, la sua dottrina cristologica, se non può esprimersi nella terminologia precisa che solo in seguito venne elaborata, è però ortodossa quanto all'essenziale.

Il fondamento della condizione in cui ci troviamo nella vita presente è Adamo; quello della nostra vita futura è Cristo, nostro Signore. Come infatti Adamo fu il primo uomo mortale - e in seguito tutti lo furono a causa di lui - così Cristo fu il primo a risorgere dopo la morte, comunicando il principio della risurrezione a quelli che sarebbero venuti dopo di lui. Noi entriamo in questa vita visibile con una nascita corporale, e per questo siamo tutti corruttibili. Ma per giungere alla vita futura, saremo trasformati mediante la potenza dello Spirito, e perciò risorgeremo incorruttibili. E siccome questo si realizzerà soltanto allora, Cristo nostro Signore ha voluto fin da adesso farci entrare nella vita eterna in maniera simbolica, donandoci col battesimo la possibilità di rinascere in lui. Questa nascita secondo lo spirito è la figura attuale della risurrezione, o rigenerazione, che si compirà in noi nel futuro, quando cioè passeremo nell'altra vita: per questo anche il battesimo si chiama rigenerazione.
L'apostolo lo spiega benissimo: Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Siamo stati sepolti
insieme con lui col battesimo nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dal morti dalla gloria del Padre, così anche noi conducessimo una vita nuova. Se infatti con una morte simile alla sua siamo divenuti un solo essere con lui, dovremo anche esserlo con una risurrezione simile alla sua (Rom. 6, 3-5).
San Paolo ci mostra così chiaramente che la nascita mediante
il battesimo è figura della risurrezione dopo la morte. Questa infatti avverrà per la potenza dello Spirito, come dice la Scrittura: Si semina nella corruzione, si risorge nell'incorruttibilità; si semina nel disprezzo, si risorge nella gloria; si semina nella debolezza, si risorge nella potenza; si semina un corpo naturale, risorge un corpo spirituale (1 Cor. 15,42-44).
E questo significa: come quaggiù il nostro corpo, mentre l'anima è presente, gode della vita visibile, così allora riceverà la vita eterna incorruttibile per la potenza dello Spirito.
Allo stesso modo, nella nascita che ci è data col battesimo e che è figura della risurrezione, noi riceviamo la grazia in virtù del medesimo Spirito, una grazia però limitata e concessa come pegno. La riceveremo in pienezza solo quando risorgeremo realmente, quando l'incorruttibilità ci sarà comunicata di fatto. Perciò l'apostolo, quando parla della vi,ta futura, ,intende rassicurare i suoi ascoltatori con queste parole:
Non soltanto la creazione, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, noi pure interiormente gemiamo nell'attesa della redenzione del nostro corpo (Rom. 8,23). Perché, se fin d'ora abbiamo ricevuto le primizie della grazia, possiamo sperare di ottenerla in pienezza quando ci sarà data la felicità della risurrezione.

* Commentarius in Evangelium Johannis Apostoli, II - CSCO 116 - pp. 55-56.

 

 

F6  IL BATTESIMO È LUCE

      Clemente Alessandrino *

Grande è stata l'influenza di Clemente d'Alessandria, che potrebbe essere definito il primo teologo cristiano. Nacque verso il 150 e morì prima del 215; non sappiamo se sia stato sacerdote. Fu maestro di una di quelle scuole private tipiche dell'epoca, dove affluivano pagani e cristiani desiderosi di acquistare una cultura religiosa. Clemente presenta la rivelazione nel suo stretto rapporto con tutte le scienze umane e in particolare con la filosofia. Il Pedagogo è la parte centrale di un trittico (Protrettico Pedagogo - Stromata), che descrive l'opera del Verbo nella vita del cristiano: è il Logos che porta dalla conversione alla conoscenza perfetta. L'attività intellettuale di questo studioso e l'ambiente in cui vive spiegano una certa sua tendenza all'esoterismo. La pagina che stiamo per leggere è rivolta ai «fanciulli» che, convertiti di recente alla fede cristiana, hanno ancora bisogno di un Pedagogo, Cristo, che si farà adulto con loro e in loro.

Quando riceviamo il battesimo, riceviamo la luce. In questa luce diventiamo figli, e, come figli, siamo resi perfetti; giunti -così al nostro compimento, otteniamo l'immortalità. Io ho detto: - parola del Signore - voi siete dei figli e tutti dell' Altissimo (Sal. 81, 6).
Perciò il battesimo viene chiamato in diversi modi: grazia, illuminazione, compimento e bagno di purificazione. Bagno perché ci lava dai nostri peccati, grazia perché ci libera dalla pena che le nostre colpe hanno meritato, illuminazione perché ci fa contemplare ,la luce santa che ci salva, portandoci a fissare lo sguardo nelle cose divine. E' chiamato infine anche compimento, perché nulla più vi si aggiunge.
Che cosa manca infatti a colui 'Che ha conosciuto Dio? Sarebbe assurdo 'chiamare «grazia di Dio» qualcosa di incompleto. Dio, che è perfetto, può donare soltanto cose perfette. Come a Dio basta un comando perché tutto cominci ad esistere,così è sufficiente che voglia concedere una grazia, perché essa si compia in tutta la sua pienezza. Per la potenza della sua volontà, quello che rispetto al tempo è futuro, viene dato come attuale...
Quando un uomo nasce a nuova vita, egli - come indica lo stesso nome di «illuminato», cioè battezzato - viene
immediatamente liberato dalle tenebre e, da quel momento riceve la luce. Avviene come quando, scuotendoci dal sonno, subito ci troviamo svegli; o meglio, è come succede a chi vuole togliersi la cateratta dagli occhi: non è dal di fuori che cerca di procurarsi la luce che non ha; rende invece libera la pupilla, allontanando ciò che ostacolava la vista. Allo stesso modo anche noi con il battesimo siamo purificati dai peccati che, come una nube, facevano velo allo spirito divino, e così l'occhio dello spirito diventa libero, trasparente e luminoso e .ci fa contemplare le cose divine: lo Spirito Santo discende allora in noi dall'alto. E' come una partecipazione allo splendore eterno, che ci rende capaci di sostenere la vista dell'eterna luce...
Come l'inesperienza sparisce con l'esperienza e le difficoltà si dissolvono con la scoperta di una soluzione, così, necessariamente, l'oscurità svanisce con la luce. Tenebra è la nostra ignoranza, e per causa sua noi cadiamo nel peccato, incapaci come siamo di scorgere la verità. Ma la conoscenza è luce che dissipa l'ignoranza e mette dentro di noi la facoltà di vedere chiaramente...
Convertiti dai nostri peccati e non volendo subirne la pena, siamo purificati dal battesimo e .corriamo verso la luce eterna come figli verso il padre.
Gesù trasalì di gioia nello Spirito e disse: Padre, Signore del cielo e della terra, io ti ringrazio di aver nascosto queste cose agli scaltri e ai sapienti, e di averle rivelate ai piccoli (Lc. 10,21). Il nostro pedagogo e maestro chiama «piccoli» noi che siamo disposti alla salvezza più dei sapienti di questo mondo: essi infatti, proprio ritenendosi sapenti, cadono nella cecità.

* paidagogos, I, 6: P.G. 8, 281 A - B; 281 C - 284 A; 285 B; 288 B - C.

 

 

F7  LA NOSTRA PASQUA È CRISTO

      Melitone di Sardi *

Melitone (morto prima del 190) fu vescovo di Sardi in Asia Minore. Poco tempo dopo la sua morte, il vescovo di Efeso parla di lui come di una «grande luce». Della sua importante opera, ci rimangono solo alcuni frammenti. Recentemente è stata ritrovata la sua omelia sulla Pasqua, dalla quale abbiamo tratto queste pagine. Si tratta di una bella parafrasi dell'Esodo, di stile ricercato, che contiene un'eccellente dottrina cristologica in cui è affermata con forza la divinità di Cristo.

Il mistero della Pasqua è nuovo e antico, senza tempo e nel tempo, corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale. Antico secondo la legge, ma nuovo secondo la Parola; nel tempo secondo la figura, eterno secondo la grazia. Corruttibile per l'uccisione dell'agnello, incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sepoltura nella terra, immortale per 'la risurrezione dai morti. Antica è la legge, ma nuova è la Parola; nel tempo è la figura, eterna è la grazia. Corruttibile è l'agnello, incorruttibile èil Signore: immolato come agnello, risorto come Dio. Perché come una pecora è stato condotto al macello (Is. 53, 7; Atti 8,32), ma non era una pecora; come un agnello senza voce (ibid.), ma non era un agnello. Il simbolo è passato e la realtà si è svelata. AI posto di un agnello, è venuto Dio, al posto di una pecora un uomo: e in quest'uomo, Cristo, che contiene tutto in sé. E dunque, il sacrificio dell'agnello e la celebrazione della Pasqua e la lettera della Legge sono contenute nel Cristo Gesù, attraverso il quale sono accadute tutte le cose, nella Legge antica e più ancora nella Parola nuova...
Infatti la salvezza del Signore e la verità sono state prefigurate nel popolo di Israele e le affermazioni del Vangelo preannunciate dalla Legge. Il popolo di Israele era dunque l'abbozzo di un disegno e la Legge la lettera di una parabola. Il Vangelo invece
è spiegazione e pienezza della Legge, e la Chiesa il luogo che contiene la verità. L'immagine era dunque preziosa prima della realizzazione, e la parabola mirabile prima dell'interpretazione. In altre parole: il popolo d'Israele aveva un valore prima che la Chiesa sorgesse, e la Legge era mirabile prima che il Vangelo diffondesse la sua luce. Ma quando sorse la Chiesa e fu annunziato il Vangelo, l'immagine divenne vana, perché trasmise la sua forza alla realtà; la Legge ebbe compimento, perché trasmise la sua forza al Vangelo...
Il Signore si era rivestito dell'uomo. Aveva sofferto per chi soffriva, era stato legato per chi era tenuto prigioniero, condannato per chi era colpevole, sepolto per chi era nella tomba. E ora è risorto dai morti e ha gridato a gran voce: «Chi potrà citarmi in giudizio? Si faccia pure avanti! Sono io che ho scelto il condannato, io che ho ridato al morto la vita, io che ho risuscitato il sepolto. Chi mi può contraddire? Io - dice - sono il Cristo; io sono colui che ha distrutto la morte, trionfato sul nemico, calpestato l'inferno; io ho incatenato il potente e sollevato l'uomo verso l'alto dei cieli. lo - dice - sono il Cristo.
Venite dunque voi tutte, famiglie degli uomini impastate di peccato, e ricevete il perdono dei peccati. Perché sono io il vostro perdono, io la Pasqua della salvezza, io l'agnello immolato per voi. Sono io il vostro riscatto, la vostra vita, la vostra risurrezione. lo la vostra luce, la vostra salvezza, il vostro re. lo vi conduco nell'alto dei cieli, io vi mostrerò il Padre immortale, io vi farò risorgere con la mia destra».

* peri pascha, 2-6, 39-40, 100-103. Sources Chrétiennes 123, Le Cerf, Parigi 1966 - pp. 60-64, 80-82, 120-122.

 

 

F8  CRISTO È RISORTO PER LIBERARCI DALLA MORTE

      Sant'Ambrogio *

Ambrogio nacque a Treviri verso il 330 e morì nel 397. Dopo aver studiato a Roma, fu promosso governatore della Liguria, con residenza a Milano. Era ancora catecumeno, quando il popolo all'unanimità - lo elesse vescovo di questa città. Da questo momento si fece tutto a tutti, secondo la testimonianza di Sant'Agostino. La sua predicazione, ispirata ai Padri greci e in particolare ad Origene, è caratterizzata da un orientamento pratico e pastorale. In ogni circostanza, si sforza di mettere la Parola di Dio alla portata dei suoi fedeli.

Perché Cristo sarebbe morto, se non avesse avuto un motivo per risorgere? Dio infatti non poteva morire, la sapienza non poteva morire. E poiché ciò che non era morto non poteva risuscitare, egli ha assunto una carne, capace secondo la sua natura - di subire la morte. E allora veramente quello che era morto poté risorgere. La risurrezione dunque non poteva avvenire se non attraverso un uomo, perché se per un uomo venne la morte, per un uomo c'è anche la risurrezione dei morti (I Cor. 15,21).
L'uomo è risuscitato perché è l'uomo che è morto. E' risuscitato, ma chi lo fa risorgere è Dio. Prima era uomo secondo la carne, ora è Dio in tutto: adesso infatti non conosciamo più Cristo secondo la carne (cfr. 2 Cor. 5,16), ma siamo in possesso della grazia della sua incarnazione, e lo riconosciamo come primizia di quelli che si sono addormentati (I Cor. 15,20) e come primogenito dei morti (Col. 1,18). Le primizie sono esattamente della stessa specie e della stessa natura dei frutti che verranno: sono i primi doni presentati a Dio in vista di un raccolto più abbondante, sono un'offerta sacra che contiene in sé tutto il resto, sono una sorta di sacrificio della natura rinnovata. Cristo è dunque la primizia di quelli che si sono addormentati. Ma lo è soltanto di quelli che si sono addormentati in lui, di quelli cioè che, quasi esenti dalla morte, sono immersi in un sonno tranquillo, o anche di tutti i morti? La Scrittura ci risponde: Come tutti muoiono in Adamo, così tutti vivranno di nuovo in Cristo (I Cor. 15,22). Mentre in Adamo sono le primizie della morte, le primizie della risurrezione sono in Cristo...
Se noi non risorgiamo, Cristo è morto invano (Gal. 2, 21), e Cristo non è risuscitato (I Cor. 15,13). E se non è risuscitato per noi, non è risorto affatto, dal momento che non aveva nessun motivo di risorgere per se stesso. In lui è risuscitato il mondo, in lui è risuscitato il cielo, in lui la terra è risuscitata: ci sarà infatti
un cielo nuovo e una nuova terra (Ap. 21,1). Ma per lui, per lui che non poteva essere trattenuto dai legami della morte, che bisogno c'era della risurrezione? E infatti, benché morto in quanto uomo, egli si è dimostrato libero perfino nell'inferno. Volete comprendere quanto fosse libero? Sono diventato come un uomo senza più soccorso, libero tra i morti (Sal. 87,5-6 Vulg.). Tanto libero da poter risuscitare se stesso, come dice la Scrittura: Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo ricostruirò (Gv. 2,19). Tanto libero, che è disceso tra i morti per redimere gli altri.
E' divenuto uomo, non però in apparenza, ma secondo una forma reale: Egli è uomo,
e chi lo conoscerà? (Ger. 17, 9; LXX). Infatti è divenuto simile agli uomini ed essendosi comportato come un uomo, si è umiliato ancora di più, facendosi obbediente fino alla morte (Fil. 2,7-8), perché, grazie alla sua obbedienza, noi potessimo contemplare la sua gloria, gloria come di unigenito del Padre, come dice san Giovanni (Gv. 1, 14). La Scrittura ci presenta dunque questa costante testimonianza: in Cristo coesistono veramente la gloria dell'unigenito ed una natura di uomo perfetto.

* De excessu Fratris, II, 90-91, 102-103: CSEL 73, pp. 298-299, 305-306.

 

 

F9  GESÙ PREGA PER I SUOI CARNEFICI

      San Francesco di Sales *

Nato nel 1567 nei pressi di Annecy, Francesco di Sales diede, giovanissimo, i segni di una vocazione all'apostolato sacerdotale. Divenuto sacerdote dopo gli studi a Parigi e a Padova, è dapprima prevosto della Chiesa di Ginevra e predica agli abitanti dello Chablais per ricondurli al cattolicesimo. Nel 1602 è elevato al seggio episcopale di Ginevra. Sotto la sua direzione S. Giovanna di Chantal fonda la Visitazione. Morì in un monastero di questo Ordine, a Lione, nel 1622.
La dolcezza, l'affabilità, la carità e una deliziosa bonarietà appaiono dappertutto nella sua vita e nei suoi scritti, ma nascondono un temperamento ardente che ha saputo pacificarsi aprendosi alla grazia di Dio.

La prima parola che nostro Signore pronunziò sulla croce fu una preghiera per quelli che lo crocifiggevano: fece quello che scrive s. Paolo: Nel tempo della sua vita terrena offriva preghiere e sacrifici (Ebr. 5, 7). Certo, quelli che crocifiggevano il nostro divin Salvatore non lo conoscevano; e come avrebbero potuto conoscerlo se anche la maggior parte di quelli che assistevano alla crocifissione non capivano la sua lingua? Si trovavano infatti allora a Gerusalemme uomini di vari popoli e nazioni e tutti erano riuniti, a quanto pare, per tormentarlo. Ma neppure uno di loro lo conosceva, perché se l'avessero conosciuto non l'avrebbero crocifisso.
Il Signore dunque, vedendo l'ignoranza e la debolezza di quelli che lo torturavano, cominciò a scusarli e a offrire per loro il suo sacrificio al Padre celeste: la preghiera infatti è un sacrificio. Sacrificio delle labbra e del cuore che presentiamo a Dio sia per noi che per il prossimo; e il Signore appunto s'e ne servì dicendo al Padre suo: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Le. 23,34). Veramente grande era l'ardore di carità che infiammava il cuore del nostro dolce Salvatore! Egli, nel momento in cui soffriva tanto che la violenza dei tormenti sembrava 8vergli tolto la possibilità di pregare per sé, per la forza del suo amore dimenticò se stesso, ma non le sue creature. Gridò quindi, con voce forte e intellegibile:
Padre mio, perdonati.
Voleva farei capire così quanto ci amava, poiché non c'era sofferenza che potesse attenuare questo amore e voleva anche ,che imparassimo quale dev'essere la disposizione del nostro cuore riguardo al prossimo.
E com'era grande, Dio mio, l'ardore di quella sua carità e la potenza della sua preghiera! Certamente le preghiere di nostro Signore erano così efficaci e meritorie che nulla poteva essergli rifiutato. Perciò fu esaudito, come dice il grande apostolo, a causa dell'amore che il Padre aveva per lui. E' vero che il Padre aveva una grande venerazione per questo Figlio, che come Dio è uguale a lui e al.lo Spirito Santo, poiché ha con lui una stessa sostanza, sapienza e potenza, una bontà e immensità senza limiti: perciò, considerandolo come il suo Verbo, il Padre non poteva rifiutargli nulla. Ora, poiché questo divino Signore si preoccupò di chiedergli perdono per gli uomini, è certo che la sua domanda fu esaudita, perché il suo divin Padre l'onorava troppo per negargli qualcosa di quel che lui chiedeva.

* Sermon pour le Vendredi Saint, 25 marzo 1622: Ed. completa delle Visitandine - Vitte Editeur, tomo X, pp. 371-373.

F10  SENTIRE IN PROFONDITÀ QUELLO CHE CRISTO HA SOFFERTO PER NOI

          Cardinale Newman *

John-Henry Newman nacque a Londra nel 1801 e fece brillanti studi a Oxford. Pastore anglicano, diventò rettore della parrocchia universitaria. In questo periodo (1829-43) pronunziò i suoi splendidi discorsi, i "Parochial and Plain Sermons». La loro austerità si spiega con la gravità religiosa tipica di Newman, sempre conscio della presenza di Dio e del mondo invisibile, il solo reale ai suoi occhi.
Newman fu l'anima del movimento di Oxford. Ma gli studi patristici gli fecero capire gli sviluppi della dottrina cristiana: in seguito a successive ricerche si rese conto che la continuità organica di questa dottrina si trovava solo nella Chiesa di Roma. Nel 1845 passò al cattolicesimo. Da allora fu fatto segno a sospetti sia dalla parte cattolica che da quella anglicana e ne soffri molto. Il Papa Leone XIII, riconoscendo ciò che la Chiesa doveva a questo pensatore ardito e fedele, lo nominò cardinale nel 1879. Mori nel 1890.

Se non abbiamo un vero amore per Cristo, non siamo suoi veri discepoli; non possiamo amarlo senza nutrire una profonda e sentita gratitudine nei suoi confronti; ma non potremmo provare una vera gratitudine se non sentissimo in profondità quello che lui ha sofferto per noi. Dico che ci sembra impossibile, considerando attentamente le cose, che qualcuno possa giungere all'amore di Cristo senza provare nessuna pena, nessuna angoscia, al pensiero dei crudeli dolori che lui ha sofferto, senza sentire nessun rimorso per aver contribuito a causarli con i propri peccati.
So benissimo - e vorrei che voi, fratelli, non lo dimenticaste mai - che il sentimento non basta; che non basta semplicemente sentire senza far altro; che provare dolore per le sofferenze di Cristo, e tuttavia non giungere fino a obbedirgli, non significa amarlo veramente, ma farsi beffa di lui. Il vero amore sente rettamente e agisce rettamente; ma come l'ardore dei sentimenti non accompagnato da una condotta relig,iosa è una sorta di ipocrisia, così un onesto comportamento privo di sentimenti profondi è, sì, una forma di religione, ma molto imperfetta...
Nell'Apocalisse si dice:
Ecco, viene con le nubi; e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l'hanno trafitto; e su di lui faranno lamento tutte le tribù della terra (1, 7). Un giorno, fratelli miei, noi risorgeremo: ciascuno di noi sorgerà dalla sua tomba e vedrà Gesù Cristo. Vedremo colui che fu appeso alla croce, vedremo le sue ferite, vedremo 'le piaghe delle sue mani, dei suoi piedi, del suo costato. Vogliamo essere tra quelli che, allora, piangeranno e si lamenteranno, o tra quelli che proveranno gioia? Se non vogliamo piangere quando lo vedremo, dobbiamo rattristarci ora al pensiero di lui. Prepariamoci a incontrare il nostro Dio; tutte 'le volte che possiamo farlo, mettiamoci alla sua presenza; cerchiamo con !'immaginazione di vedere la croce, di vedere lui appeso alla croce. Avviciniamoci, supplichiamolo di guardarci come ha guardato il ladrone pentito; diciamogli: Signore, ricordati di me, quando sarai giunto nel tuo regno (Lc. 23,42)..., cioè: «Ricordati di me, Signore, nella tua misericordia. Non ricordare i miei peccati, ma la tua croce: ricordati delle tue sofferenze, ricordati che hai sofferto per me, peccatore. Nell'ultimo giorno ricordati che io, durante la mia vita, ho sentito le tue sofferenze, che ho sofferto sulla mia croce accanto a te. Ricordati di me allora, e fa' che adesso io mi ricordi di te».

* Parochial and Plain Sermons, vol. 7, Rivingtons, Londra 1869 - pp. 133-134; 144-145.

 

 

F11  IL CRISTO GLORIOSO, CONTEMPORANEO DI TUTTI GLI UOMINI

        Lambert Beauduin *

L'11 gennaio 1960 moriva nel monastero di Chevetogne nel Belgio una delle personalità più notevoli della Chiesa del nostro tempo: Dom Lamberto Beauduin. Aveva 86 anni. Quando si fece monaco nell'abbazia di Mont-César a Lovanio era già sacerdote. In risposta ai desideri di Pio X, fu promotore del movimento liturgico. Professore al collegio S. Anselmo di Roma nel 1920, entrò in contatto con alcuni orientali. Il suo grande desiderio di lavorare per l'unione delle Chiese lo spinge a partecipare alle «Conversazioni» di Malines e a fondare il priorato di Amay. Soffrì molto per l'ecumenismo e dovette dare le sue dimissioni da priore nel 1928. Dopo un periodo di esilio in Francia, ritornò nel 1951 nel suo monastero trasferito a Chevetogne. Tutta l'opera di questo grande monaco è orientata verso la lode di Dio mediante la preghiera della Chiesa.

L'alleluia è il canto del trionfo e della gioia: questo è infatti il suo primo insegnamento. Dice S. Leone: «Noi sappiamo bene che il più importante di tutti i misteri cristiani è il mistero pasquale». Ed è giusto perché la risurrezione ci colloca nel vero centro della vita soprannaturale.
Grazie al suo trionfo, il Cristo glorioso è diventato il contemporaneo di tutte le generazioni: Signore del regno dei viventi, autore della vita. La verità è questa: la pietra angolare, il centro, il tutto della nuova economia di salvezza è Cristo, il risorto... Nella contemplazione della vita di Gesù, molti preferiscono guardare i fatti dolorosi: così la croce ci appare più spesso circondata da strumenti di tortura che da trofei di vittoria...
Certo, non vogliamo dire, neppure lontanamente, che si possa ignorare la croce e le sofferenze del nostro Salvatore, ma la croce, senza gli splendori della risurrezione, ci renderebbe i più miserabili tra gli uomini e farebbe del Cristo il più colpevole degli impostori. L'alleluia deve direi tutto questo.
Ma dall'alleluia riceviamo anche un'altra lezione. La sua parola d'ordine è: «Lodate Dio». Ora, noi dobbiamo essere degli alleluia viventi, dalla testa ai piedi; fervidi adoratori del nostro grande Dio: Alleluia! Lodate Dio! Adorazione, ringraziamento, lode, benedizione: tutti questi slanci fondamentali dell'anima religiosa Giovanni li descrive nell'Apocalisse, dicendo che si fondevano tutti in un'unica acclamazione densa di una sconfinata aspirazione religiosa: Alleluia! Lodate Dio (cfr. Apoc. 19,1-6).
Dunque la liturgia ha un motivo per metterei continuamente in bocca quest'acclamazione. La Chiesa vuole stabilire le nostre anime in un atteggiamento fondamentale di adorazione. La nostra religione dev'essere prima di tutto teocentrica, tutta rivolta verso Dio come quella di suo Figlio: Padre nostro, che sei nei cieli!
La pietà tutta ripiegata su se stessa, ossessionata da'll'io, la preoccupazione costante riguardo alla nostra povera persona e ai nostri interessi, il culto di un Dio che ha solo il compito di soccorrerei, la pietà egocentrica insomma, non si può dirla colpevole, ma è certamente priva di slancio e di apertura. Dobbiamo radicare saldamente nell'anima una disposizione latreutica fondamentale, fatta di adorazione e di amore: così tutta la vita sarà un cantico di lode a gloria del Padre.
«Lodiamo Dio, alleluia! Diamogli lode, come dice S. Agostino, col nostro fare e il nostro dire, con i sentimenti e i discorsi, con la parola e con la vita».

* Alleluia - fascicolo di «Bible et Missel», Le Cerf, Parigi 1946 - pp. 13-15.

 

 

F12  I CRISTIANI PARTECIPANO ALLA MORTE E ALLA RISURREZIONE DI CRISTO

        San Leone Magno *

San Leone fu eletto papa nel 440 e morì nel 461. Sotto il suo pontificato si manifestarono delle divergenze fra Oriente e Occidente, ma egli seppe far riconoscere da tutti l'autorità della Sede Romana. L'opera letteraria di San Leone si compone di lettere e di una serie di sermoni, in cui questo pastore insegna, con rara efficacia di espressione, la dottrina cristologica tradizionale.

La natura umana è stata assunta dal Figlio di Dio con una unione così perfetta, che non soltanto in quest'uomo che è il primogenito di ogni creatura (Col. 1,15), ma anche in tutti i suoi santi, Cristo è uno e identico. E come il capo non può essere separato dalle membra, così le membra non possono venire divise dal capo...
Tutto quello che il Figlio di Dio ha fatto e insegnato per operare la riconciliazione del mondo, lo conosciamo dalla storia degli avvenimenti passati, e lo sperimentiamo anche nella potenza delle presenti azioni sacre. Nato da una madre vergine per opera dello Spirito Santo, egli feconda la sua Chiesa immacolata effondendo su di lei quello stesso Spirito, perché possa venire alla luce, mediante il parto del battesimo, l'immensa moltitudine dei figli di Dio. Di essi la Scrittura dice che non da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma da Dio sono nati (Gv. 1,13). In Cristo
è benedetta, nell'adozione di tutto il mondo, la discendenza di P\bramo e il patriarca diviene padre di popoli, ora che gli nascono figli, non dalla carne, ma dalla sua fede nella promessa. E' Cristo che senza eccettuare nessuna razza, forma un unico gregge santo di tutte le nazioni che sono sotto il cielo. Ogni giorno adempie così ciò che aveva promesso: Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle devo condurre, e ascolteranno la mia voce e ci sarà un solo gregge e un solo pastore (Gv. 10,16). Sebbene abbia detto soltanto a Pietro: Pasci le mie pecore (Gv. 21,17), tuttavia l'opera apostolica di tutti i pastori è sorretta unicamente dal Signore; egli nutre con la gioia dei suoi freschi pascoli coloro che si accostano a lui, che è la pietra. Per questo ci sono tante pecore che, fortificate dalla sovrabbondanza del suo amore, non esitano a morire per il loro pastore, come il buon Pastore si è degnato di dare la vita per le sue pecore. Insieme a lui soffre non solo la gloriosa fortezza dei martiri, ma anche la fede di coloro che rinascono nel travaglio della rigenerazione. Quando infatti si rinuncia al diavolo e si crede in Dio, quando il vecchio uomo passa a novità di vita, quando si depone l'immagine dell'uomo terreno per rivestire l'immagine celeste, si compie una specie di morte e una specie di risurrezione. Ricevuto da Cristo e ricevendo Cristo, il cristiano dopo il battesimo non è più quello di prima: i'l suo corpo diventa carne del crocifisso...
Per questo la Pasqua del Signore è celebrata secondo la legge
con gli azzimi della purezza e della verità (I Cor. 5,8): infatti, rigettato il fermento dell'antica malizia, la nuova creatura si inebria e si nutre del Signore stesso. La partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non è ordinata ad altro che a trasformarci in ciò che prendiamo come cibo, rendendoci così portatori integrali, nel nostro spirito e nella nostra carne, di colui nel quale e col quale siamo morti, sepolti e risuscitati.

* Sermo XII - De Passione Domini, VI-VII: P.L. 54, 355-357.

 

 

F15  LA DISCESA DI GESÙ AGLI INFERI

        Anonimo del IV Sec. *

Le «Homélies diverses» da cui è tratto il brano seguente, figurano a torto nella Patrologia greca sotto il nome di Sant'Epifania. In numero consistente sono entrate a far parte delle letterature orientali.

Oggi un grande silenzio avvolge la terra. Un grande silenzio ed una grande calma. Un grande silenzio. perché il Re dorme. La terra ha rabbrividito e si è ammutolita, perché Dio si è addormentato nella carne, e l'inferno ha tremato. Dio si è addormentato per un istante, e ha svegliato coloro che erano negl'inferi... Va alla ricerca dell'uomo come della pecorella smarrita. Vuole assolutamente visitare quei che giacciono nelle tenebre e nell'ombra di morte (Le. 1, 79). Va a liberare dalla loro prigione e dalle loro pene Adama ed Eva, Lui che è al tempo stesso Dio e figlio di Eva... Prende per mano l'uomo e gli dice:
«Svegliati, o tu che dormi, sorgi fra i morti e Cristo t'illuminerà. (Ef. 5, 14). lo sono il tuo Dio, per te sono divenuto figlio tuo, e ho il potere di dire a te ed ai tuoi discendenti incatenati: uscite. A coloro che si trovano nelle tenebre, io dico: ecco la luce; ed a coloro che sono coricati: alzatevi. A te dico: «Svegliati, o tu che dormi», dal momento che non ti ho creato per farti restare incatenato. «Sorgi tra i morti", perché io sono la vita dei morti. Sorgi, opera delle mie mani; alzati o mia immagine, tu che sei stato creato a mia somiglianza. Sorgi, partiamocene da qui, perché tu sei in me ed io in te; noi formiamo un unico volto indivisibile.
«Per te, io che sono Dio, sono divenuto tuo figlio. Per te, io, tuo Signore, ho preso la tua forma di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono disceso sulla terra, e perfino al di sotto della terra. Per te, o uomo, sono diventato come Un uomo sfinito, che troverà scampo soltanto fra i morti (Sal. 87, 5-6; LXX). Per te che sei uscito da un giardino, sono stato consegnato ai Giudei in un giardino e crocifisso in un giardino. Guarda sul mio viso gli sputi che ho ricevuto per restituire a te il tuo primo alito. Osserva sulle mie guance gli schiaffi che ho ricevuto per creare di nuovo le tue sembianze a mia immagine. Guarda sul mio dorso i colpi di frusta con cui sono stato colpito per liberare il tuo corpo dal peso dei tuoi peccati. Osserva le mie mani inchiodate alla croce per te che tendesti la mano verso l'albero.
«Alzati. andiamocene da qui. Il nemico ti ha fatto uscire dal paradiso terrestre; io sto per introdurti non più in quel paradiso. ma in cielo. Un tempo ti vietai l'accesso all'albero della vita; ma io stesso sono la vita, ed ora a te mi unisco»,

 * Omelie per il Sabato Santo, PG 43, 349, 451, 462-463.

 

F16  LA NUOVA CREAZIONE

        San Gregorio di Nissa *

Gregorio, vescovo di Nissa (335-394), è il fratello di San Basi/io che egli considera sempre come suo maestro anche se lo supera per la profondità del pensiero e per la sua originalità di teologo. Poeta e mistico, è anche il pensatore più vigoroso e brillante fra i Padri greci del IV secolo. Con un linguaggio assai colorito, in questo brano esalta le meraviglie della Pasqua di Cristo, primogenito di un'immensa schiera di fratelli.

Ecco giunto il regno della vita e sconvolto il potere della morte. E' apparsa un'altra nascita, così come un'altra vita, un altro modo di esistere, una trasformazione della nostra stessa natura. Questa nascita non è né da voler dell'uomo, né da voler della carne, ma da Dio (Gv. 1, 13). Come è avvenuto ciò? Cercherò di dimostrartelo nel modo più chiaro possibile. Questo nuovo germe di vita è custodito nel seno della fede; è portato alla luce dalla nuova nascita del battesimo; la sua nutrice è la Chiesa, che lo allatta con il suo insegnamento; il suo alimento, il pane del cielo; la sua maturità una condotta perfetta; il suo matrimonio, la sua unione con la Sapienza; i suoi figli, la speranza; la sua casa, il Regno; la sua eredità e le sue ricchezze, le delizie del paradiso; la sua fine non è la morte, bensì la vita eterna nella felicità preparata per i santi...
Questo è il giorno che il Signore fece (Sal. 117, 24). Giorno del tutto diverso da quelli dell'inizio, poiché in questo giorno Dio crea cieli nuovi ed una terra nuova, come dice il profeta (cf. Is. 65, 17). Che cieli? Il firmamento della fede in Cristo. Quale terra? Il cuore buono, come dice il Signore, la terra che beve la pioggia che su di essa cade, la terra in cui crescono messi abbondanti. In questa creazione, il sole è la vita pura; gli astri sono le virtù; l'aria, una condotta limpida; il mare, la ricca profondità della sapienza e della conoscenza; l'erba e le foglie, la buona dottrina e gli insegnamenti divini di cui si nutre il gregge dei pascoli, cioè il popolo di Dio; gli alberi che producono frutti, la pratica dei comandamenti. In questo giorno viene creato l'uomo autentico, colui che è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.
Non è tutto un mondo che inaugura per te «questo giorno che il Signore fece,,? Parlandone, il profeta Zaccaria dice che sarà un giorno senza avvicendamento di luce e di tenebre (cf. Zacc. 14, 7). E non abbiamo ancora parlato del più grande privilegio di questo giorno di grazia: esso ha distrutto le angosce della morte, e dato alla luce il primogenito tra i morti... colui che ha detto: Vado al Padre mio ed al Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (Gv. 20, 17). Che buona e splendida novella! Colui che per noi si è fatto come noi affinché, diventato uno dei nostri, divenissimo suoi fratelli, porta la sua propria umanità verso il Padre vero, onde trascinare con sé tutti quelli che appartengono alla sua razza.

 * Primo discorso sulla Risurrezione, PG 46, 603, 626-627.

 

F17  LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA

        Sant'Agostino *

Sant'Agostino (354-430), vescovo di Ippona, è Romano in tutta la sua cultura. Pensatore geniale, ci ha lasciato un'opera monumentale di valore inestimabile. Filosofo, teologo, pastore di anime, uomo di intensa spiritualità, egli è il Dottore della grazia, ed ancor più, il Dottore della carità. Il suo pensiero, qualunque sia il genere di opera in cui si sviluppa, è legato alla passione, alla morte e alla risurrezione del Signore.

La Passione di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è una testimonianza di gloria ed un insegnamento di pazienza e di rassegnazione. Che cosa non può aspettarsi dalla grazia divina il cuore dei credenti, per i quali il Figlio unico e coeterno del Padre non solo si è accontentato di nascere uomo fra gli uomini, ma ha anche voluto morire per mano degli uomini da lui stesso creati? Grandi sono le promesse del Signore. Ma ciò che ha compiuto per noi ed il cui ricordo rinnoviamo continuamente, è assai più grande ancora. Donde erano e chi erano quegli empi per i quali Cristo è morto? Ha loro offerto la sua morte: chi mai potrebbe dubitare che darà ai giusti la sua vita? Perché la debolezza umana esita a credere che verrà un giorno in cui gli uomini vivranno con Dio? Ciò che è già avvenuto è di gran lunga più incredibile: Dio è morto per gli uomini.
Chi è Cristo, se non ciò che la Sacra Scrittura dice: In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio? (Gv. 1, 1). Questo Verbo di Dio si è fatto carne, ed abitò tra noi (Gv. 1, 14). Egli non avrebbe avuto in sé alcunché di mortale, se non avesse preso da noi una carne mortale. Così, !'immortale poté morire; così, egli volle donare la sua vita ai mortali. In seguito, farà partecipare della sua vita coloro la cui condizione ha in un primo tempo condivisa. Alla nostra sola essenza di uomini non apparteneva la possibilità di vivere, come alla sua non apparteneva quella di morire. Fece dunque con noi questo scambio mirabile: prese da noi ciò per cui è morto, mentre noi prendiamo da lui ciò per cui vivremo...
Non solo non dobbiamo provare vergogna per la morte di Dio nostro Signore, ma dobbiamo ricavarne la più grande fiducia e la più grande fierezza. Nel ricevere da noi la morte che ha trovato in noi, ci ha fedelmente promesso di darci la vita in lui, quella vita che non potevamo avere da noi stessi. E se colui che è senza peccato ci ha amati al punto da subire per noi, peccatori, ciò che avremmo meritato per il nostro peccato, come potrà non darci ciò che è giustizia, lui che ci giustifica e ci discolpa? Come non darà ai giusti la loro ricompensa, lui che è fedele alle sue promesse e che ha subito la pena dei colpevoli? Riconosciamo senza timori, fratelli miei, e proclamiamo che Cristo è stato crocifisso per noi. Diciamolo senza timore e con gioia, senza vergogna e con fierezza. L'apostolo Paolo l'ha visto, lui che ne ha fatto un titolo di gloria. Dopo aver rammentato le grandi e numerose grazie ricevute da Cristo, non dice che si vanta di queste meraviglie, bensì afferma: Quanto a me, non sia mai che mi glorii d'altro se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal. 6, 14).

 * Trattato sulla Passione del Signore (Serm. Guelferb. 3): PLS 2, 545-546.

 

F18  IL GIORNO SENZA TRAMONTO

        San Massimo di Torino *

Vescovo del V secolo, morto verso il 470, San Massimo è, unitamente a Sant'Agostlno, uno dei primi Padri latini che ci hanno lasciato le più belle raccolte di sermoni. Lo conosciamo quasi unicamente per la sua opera letteraria ed oratoria. Tale opera ci rivela un vescovo zelante nella battaglia per l'integrità della fede e preoccupato del progresso spirituale dei suoi fedeli. La sua eloquenza, forte pur nella sua semplicità, è ispirata da uno zelo pastorale che si dedica alla dimostrazione della presenza di Cristo in tutta la Sacra Scrittura.

Tutta la creazione è invitata ora ad esultare e a gioire, perché la resurrezione di Cristo ha spalancato le porte degli inferi, i nuovi battezzati hanno rinnovato la terra e lo Spirito Santo apre il cielo. L'inferno, a porte spalancate, lascia uscire i morti, dalla terra rimessa a nuovo germogliano i resuscitati, il cielo aperto accoglie coloro che ad esso salgono. Il ladrone è asceso in paradiso, i corpi dei santi hanno accesso alla città santa, i morti ritornano presso i vivi. In virtù di una specie di sviluppo della resurrezione di Cristo, tutti gli elementi son portati verso l'alto. L'inferno lascia risalire alla sommità quelli che deteneva, la terra invia verso il cielo coloro che aveva sepolto, il cielo presenta al Signore coloro che accoglie. Con un unico e medesimo movimento, la passione del Salvatore ci fa risalire dai bassifondi, ci solleva dalla terra e ci colloca nei cieli. La resurrezione di Cristo è vita per i defunti, perdono per i peccatori e gloria per i santi. Quando Davide dice che bisogna esultare e rallegrarci in questo giorno che il Signore fece (cf. Sal. 117, 24), egli esorta tutta la creazione a festeggiare la resurrezione di Cristo.
La luce di Cristo è un giorno senza notte, un giorno senza fine. Ovunque risplende, ovunque irraggia, ovunque è senza tramonto. Che cosa sia questo giorno di Cristo, ce lo dice l'Apostolo: La notte è già "inoltrata, il giorno s'avvicina (Rom. 13, 12). La notte è già inoltrata, non ritornerà più. Comprendilo: una volta apparsa la luce di Cristo, le tenebre del demonio si sono date alla fuga e l'oscurità del peccato
non ritorna più; le foschie del passato sono disciolte dallo splendore eterno. Infatti il Figlio è questa stessa luce cui il giorno, suo Padre, ha comunicato l'intimo segreto della sua divinità (cf. Sal. 18, 3). Egli è la luce che ha detto per bocca di Salomone: Feci levare nel cielo una luce senza declino (Eccli. 24, 6). Come la notte non può succedere al giorno celeste, così le tenebre non possono succedere alla giustizia di Cristo. Il giorno celeste risplende, scintilla e sfolgora senza posa, e non può essere coperto da oscurità alcuna. La luce di Cristo splende, brilla e irraggia senza sosta, e non può essere coperta dalle ombre del peccato; da cui le parole dell'evangelista Giovanni: La luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l'hanno ricevuta (Gv. 1, 5).
Questa è la ragione per cui, fratelli, noi tutti dobbiamo esultare in questo santo giorno. Nessuno si sottragga alla gioia comune a causa della consapevolezza dei propri peccati; nessuno si allontani dalle preghiere del popolo di Dio, a causa del peso dei propri errori. In questo giorno tanto privilegiato nessun peccatore deve perdere la speranza del perdono. perché. se il ladrone ha ricevuto la grazia del paradiso, come potrà mai il cristiano non avere quella del perdono?

  * Sermone 53, 1, 2, 4: CCL 23, 214-216.

 

F19  LA RISURREZIONE, MESSAGGIO DI GIOIA

        Cardinale Saliège *

Arcivescovo di Tolosa dal 1928, il Cardinale Saliège, morto nel 1956 all'età di 85 anni, resta nel ricordo dei francesi quel patriota lucido che, durante la seconda guerra mondiale, preferì il dovere al compromesso. Resta nella memoria della Chiesa come il Pastore intrepido che ha saputo penetrare e comprendere fino in fondo i problemi contemporanei, dando ad essi, nella sua diocesi, risposte concrete cui ci si può ispirare ancor oggi. Forte nella prova, il corpo quasi del tutto paralizzato, resterà con dinamismo notevole la testa pensante del suo arcivescovado.

Alleluia! Il dolore umano ha un senso. Non mira a distruggere la vita; può servire, a chi lo sa accettare, a renderla più intensa e perfetta. La resurrezione è un messaggio di gioia. Alleluia! Risuoni sui cuori infranti, sulle anime prese dallo sconforto, sull'immensa e funerea teoria degl'infelici, sull'umanità intera.
Risorto! egli è risorto in verità! Donna, ripeti ancora la novella:
Da che il sol brilla sull'umanità,
la terra non ne ha intesa una sì bella.
Se Cristo è risorto, noi risorgeremo con lui. La gioia della Pasqua è la gioia universale.
Dal sacrificio alla gloria; dall'abnegazione alla fecondità; dalla rinuncia all'amore, dall'amore alla vita! La nostra timidezza ci paralizza, il nostro egoismo ci svilisce. Non vi è altra via che conduce alla beatitudine, alla pienezza completa, alla Vita. E' il cammino tracciato dalla Resurrezione. I nostri sogni sono meschini: mancano d'ambizione: non portano con sé l'avvenire. Li limitiamo a delle soddisfazioni passeggere, a delle gioie effimere. Noi non viviamo, per tema di morire. Noi ci chiudiamo nel nostro guscio, perché abbiamo paura delle rinunce necessarie. Non comprendiamo la bellezza dei rischi da correre e, pur avendo la possibilità di essere degli eroi, ci accontentiamo di restare degli esseri insignificanti. L'ambiente ristretto in cui viviamo, costituisce per noi l'intero universo e, nei nostri sforzi, non andiamo al di là del nostro comune e meccanico modo
di agire. Eppure noi valiamo molto di più. In ciascuno di noi vi sono i lineamenti di una statua divina, il fermento che trasforma una vita. Agisca il martello dello scultore, e la statua si sprigioni, splendida e viva. Per mezzo della morte alla vita. Ciò è vero per il tempo, ciò è vero per l'eternità. Il Salvatore non conosce uomini fatti, ma uomini da rinnovare continuamente. Ecco perché si è trasformato in fermento per ogni anima che desideri completarsi.
Alleluia! La risurrezione è un appello alla fiducia: essa è pure la garanzia della vita che non muore. AI/e/uia! Il cristianesimo è un inno alla vita, è la religione dei vivi.
«E io, quando sarò innalzato in croce, trarrò tutto a me» (cf. Gv. 12, 32).
O eterno Vivente, attira fra le tue braccia trepidanti di tenerezza ed al tuo cuore palpitante d'amore, gli uomini, tuoi fratelli; comunica loro questa vita divina che è ampliamento ed innalzamento della vita naturale, e si realizzi sulla terra la tua ultima preghiera prima del Calvario: Padre, io in essi e tu in me, affinché siano perfetti ne/l'unità (Gv. 17, 23).
Alleluia! Cristo è risorto, è divenuto spirito vivificante. La grazia fermenta le anime, il lievito spirituale non cessa di agire, il mondo è in marcia verso l'unità dei figli di Dio. Il Cristo risorto non muore più.

 *  Écrits spirituels, Grasset, Parigi 1960, pp. 142-143.


F20  NEL CUORE DELLA STORIA DEL MONDO

        Karl Barth *

Morto nel 1968, all'età di 82 anni, il Professore di Basilea è considerato uno dei più grandi teologi della Riforma, dopo Calvino. Nei confronti del Protestantesimo liberale, egli afferma con vigore il dogma fondamentale comune a tutte le confessioni cristiane: la divinità di Gesù, salvatore del mondo per mezzo della sua morte e della sua resurrezione. Pastore preoccupato ed impegnato, non esita a ritornare senza sosta, in pagine semplici ma di elevatezza mirabile, sulla trascendenza di Dio che si è fatto realmente uno di noi in Gesù Cristo.

Gesù venne e stette in mezzo ai suoi discepoli; e disse loro: La pace sia con voi! (Gv. 20, 19). Colui che in quel giorno si pose fra i discepoli, prese dunque il posto centrale, salendo sul trono che gli spettava di diritto e che si trova nel cuore della storia del mondo. Gesù ha augurato, portato e creato la pace per tutti gli uomini di tutte le nazioni e di tutti i tempi, di tutta la terra, del mondo visibile e di quello invisibile.
Quel giorno, Gesù crocifisso e risorto, in quanto Signore di tutti, ha preso posto con autorità in mezzo a tutta la popolazione umana, che talvolta esulta di gioia, altre volte si affligge mortalmente, fra gli sciocchi e gli intelligenti, fra coloro che sono troppo sicuri di sé e coloro che sono troppo timorosi, fra gli uomini religiosi e coloro che non credono. Nel mezzo di tutte le malattie e le catastrofi naturali, di tutte le guerre e le rivoluzioni, dei trattati di pace e della loro rottura; nel mezzo del progresso, dell'immobilismo e del regresso, al centro di tutta la miseria umana innocente o colpevole, egli apparve e si rivelò come colui che era, è e sarà: la pace sia con voi! e mostrò le mani ed il costato. Quel giorno, fra tante spine ed erbacce, è stato seminato quel chicco di grano che sta maturando in vista del raccolto.
Possiamo fidarci: ciò che accadde quel giorno era e rimane il centro attorno al quale tutto il resto si muove, dal quale tutto deriva e verso il quale tutto s'incammina. Esistono tante luci, vere ed apparenti, chiare e fosche; questa é quella che brillerà più a lungo, allorché tutte le altre avranno fatto il loro tempo e si saranno estinte. Poiché ogni cosa ha il suo tempo di durata; ma l'amore di Dio, che era all'opera e si esprimeva attraverso la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, dura per l'eternità. Dal momento che un giorno tale risurrezione ha avuto luogo, non vi è motivo di disperare, vi sono invece tutte le ragioni per sperare, perfino quando sfogliamo e leggiamo il quotidiano, con tutte le sue notizie spaventose, perfino a proposito di questa nostra storia dai molteplici aspetti inquietanti che chiamiamo la storia del mondo. Così dunque Gesù, l'unico grande Mediatore fra Dio e gli uomini, risorto dai morti, ha preso posto al centro della sua comunità, della vita di ciascun uomo e della storia del mondo. Ed è proprio partendo da là che Cristo ha pronunciato la prima Parola e l'ultima.

 *  Ce qui demeure, ediz. Labor et Fides, Ginevra 1965 - pp. 121-123.

 

F21  UNA ININTERROTTA CELEBRAZIONE DELLA PASQUA

         Louis Bouyer *

Da una trentina d'anni, Padre Louis Souyer (nato nel 1913), ex-pastore luterano, fattosi sacerdote dell'Oratorio, non ha cessato d'operare al servizio della Chiesa di Cristo, sia in qualità di teologo che in quella di storico. Estendendo il suo interesse a tutti i settori della ricerca cristiana, egli ha pubblicato un vasto numero di opere di grande consistenza, parecchie delle quali stimolarono l'aggiornamento liturgico e l'attività ecumenica fin dal periodo precedente il Concilio. La sua qualità più evidente è di aver cercato di mettere in luce la novità radicale dell'Evangelo, del mistero e del culto cristiani, ed al tempo stesso il loro legame intimo e profondo con la Rivelazione vetero-testamentaria. Sia nel suo insegnamento, come nei suoi scritti, Padre Souyer si ripropone di scoprire, fra le tendenze contemporanee, quelle che corrispondono maggiormente all'essenza di un cristianesimo assai esigente, di cui mette volentieri in risalto il carattere trascendente ed escatologico.

Non è sufficiente dire che le festività pasquali costituiscono il centro dell'anno ecclesiastico; esse rappresentano al tempo stesso il punto focale cui tutto converge ed il punto di origine da cui tutto deriva.
Nella sua complessità, il culto cristiano non è niente altro che una ininterrotta celebrazione della Pasqua: il sole che non smette di levarsi sulla terra, trascinando dietro di sé una scia di eucaristie che non si interrompe mai; ed ogni celebrazione della Messa non fa che prolungare la Pasqua. Ogni giorno dell'anno liturgico e, in ciascun giorno, ciascun istante della vita della Chiesa che non conosce il sonno ed il riposo, continua e rinnova questa Pasqua che il Signore aveva desiderato di consumare con i suoi, in attesa di quella che mangerà nel suo regno con loro e che si prolungherà per l'eternità. La Pasqua annuale che non smettiamo né di ricordare né di attendere, ci fa provare senza un attimo di sosta il sentimento tipico dei primi cristiani, quando esclamavano, rivolti al passato: /I Signore è veramente risorto! (Le. 24, 34), e rivolti al futuro: Vieni! Signore Gesù! vieni presto! (Apoc. 22, 20).
In ultima analisi, la religione cristiana non è per nulla una semplice dottrina; essa è un fatto, un'azione, e non
un'azione del passato, ma del presente verso cui si orienta il passato ed a cui si avvicina il futuro. In questo consiste il suo mistero, un mistero di fede, in quanto viene affermato che oggi diventa nostra l'azione che un Altro compì un tempo, ed i cui frutti in noi non vedremo se non più tardi...
Poiché Cristo è morto per noi, non tanto per dispensarci dal morire, quanto piuttosto per renderci capaci di morire efficacemente: di morire, cioè, alla vita dell'uomo vecchio per rivivere a quella dell'uomo nuovo che non perirà più.
Ecco il senso vero della Pasqua: essa ci insegna che il cristiano nella Chiesa deve morire con il Cristo per resuscitare con lui. E non solo lo insegna - come si mostrerebbe a dito qualcosa che non si tiene in proprio possesso (era ciò che faceva la Pasqua del Vecchio Testamento) - essa lo mette in pratica. La Pasqua è il Cristo che un tempo è morto e risuscitato, facendoci morire della sua morte e resuscitandoci alla sua vita. Così la Pasqua non è una semplice commemorazione; essa è la Croce ed il Sepolcro vuoto resi presenti. Ma ora non è più il Capo che deve adagiarsi sulla croce per rialzarsi dalla tomba; è il suo corpo, la Chiesa, con tutte le sue membra rappresentate da ciascuno di noi. Tutto il mistero che, come dice San Paolo, Dio aveva riservato per gli ultimi tempi, i nostri, consiste esattamente in questa morte con il Cristo ed in questa resurrezione con lui; morte e resurrezione che ci offrono la vita nascosta con Cristo in Dio, quella stessa vita che si manifesterà allorquando Cristo in persona apparirà. E' stato spesso sottolineata la straordinaria abbondanza di combinazioni con le quali San Paolo, nei suoi scritti, sfrutta la preposizione con; ed è anche stato giustamente messo in evidenza che è un aspetto caratteristico di tutta la sua concezione della vita cristiana. In effetti, per lui. vita cristiana, vita della Chiesa o vita di ciascun cristiano, è una vita con Cristo.

  * Le mystère pascal, Le Cerf, Parigi 1947 - pp. 9-11.

 

F22  I QUARANTA GIORNI GLORIOSI

        Roger Poelman *

Sacerdote belga, l'Abate Poelman, nato nel 1911, insegna Sacra Scrittura all'Istituto «Lumen Vitae», di Bruxelles. Esegeta di fama, uomo di fede legato intimamente alla Parola di Dio, egli comunica l'amore per la Bibbia a tutti coloro che sollecitano il suo aiuto nella loro ricerca personale della verità. Segni o volti biblici, avvenimenti o gesti salvifici, tutto è da lui inquadrato di nuovo nell'insieme della Storia Sacra, cioè della Storia del Santo «venuto» per la salvezza degli uomini.

L'inizio della vita pubblica di Cristo è stato contrassegnato da quaranta giorni nel deserto, con cui Gesù, una volta ricevuto il battesimo, riprendeva e continuava l'Esodo del suo Popolo.
Alla fine della sua missione terrena, il periodo che Gesù trascorre tra la liberazione dai lacci della morte (cf. At. 2, 24) e la sua entrata definitiva nella vera terra promessa, è ancora una volta di quaranta giorni.
Nell'esaminare questi due periodi di quaranta giorni, ci colpisce soprattutto il contrasto esistente fra il periodo trascorso nel deserto e quello dopo la risurrezione.
Nel deserto, Gesù è apparso come il fratello nostro, immerso in un mondo di peccati, tentato dal demonio.
Durante i quaranta giorni gloriosi, noi veniamo educati ad un altro tipo di presenza, quella del Cristo risorto. Egli appare sotto un altro aspetto (Mc. 16, 12). Si comincia sem. pre col non riconoscerlo: Maddalena lo prende per un ortolano; gli apostoli esitano, nella loro gioia, e si domandano: "Sarà veramente lui?»; i discepoli di Emmaus lo prendono per un viandante; Pietro, Giovanni e gli apostoli, al lago, per uno sconosciuto che si trova lì per caso.
Una particolare pedagogia viene così a formarsi: i sensi non sono più sufficienti per raggiungere Cristo.
Necessita la fede: fino a che rimangono nel dubbio, gli apostoli non hanno un contatto reale con il Risorto.
Necessita la speranza: i discepoli di Emmaus sono disposti a riconoscere il segno della frazione del pane, soltanto quando la speranza si rifà strada nei loro cuori.
Necessita sapere di essere amati: quando Gesù la chiama dolcemente con il suo vero nome, Maria, è solo allora e all'improvviso che Maddalena «riconosce» la sua voce e si getta ai suoi piedi. Ed è colui che Gesù amava che per primo scopre la «sua» presenza sulla sponda del lago: «Pietro! è il Signore!»
Ma s'impone un'altra osservazione. Appena viene riconosciuto, egli scompare. Non bisogna cercare di trattenerlo. Risuscitare, non significa «riprendere» la vita del passato allo stesso modo in cui si rimette l'abito deposto. «Figliolini, io me ne vado», diceva Gesù nell'ultima Cena. C'è qualcosa che definitivamente si conclude con la sua morte e la sua resurrezione. Figliolini, sono con voi ancora per un poco. Mi cercherete, ma, come dissi ai Giudei: Dove vado io, voi non potete venire, ora lo dico anche a voi. Simon Pietro interviene ed insiste: Signore, dove vai? Gesù gli rispose: Ove vado io, non puoi seguirmi, per ora, ma più tardi mi seguirai (Gv. 13, 33-36).
Il giorno di Pasqua, Gesù disse alla Maddalena: Non continuare ad abbracciarmi i piedi così - ella infatti s'era gettata ai suoi piedi - ma ora va' dai miei discepoli e di' loro: Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (Gv. 20, 17).
Ecco ciò che la Pasqua inaugura. Ecco ciò che il sacrificio di Gesù ha ottenuto: la sua resurrezione segna l'avvio di un mondo nuovo.
Durante questi quaranta giorni, egli annuncia dunque ai suoi la sua incessante presenza. Li manda in Galilea, e là, alla svolta di un sentiero, sul lago o nella casa, mentre essi pensano a lui, parlano di fui, si ripetono il Vangelo e lo scoprono in un modo tutto nuovo, o perfino quando sono distratti od occupati in altre faccende, possono vederlo all'improvviso o riconoscerlo, poiché è sempre presente, anche prima che l'abbiano scoperto.
Questi quaranta giorni raccolgono in sé tutta una pedagogia che educa alla nuova presenza del Risorto. E al termine di essi,egli potrà appunto dire: lo sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (At. 28, 20)...

 * Le signe biblique des 40 jours, Éditions universitaires, Parigi 1961 - pp. 143-145.

 

F23  SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE

        Pierre Benoit *

Domenicano francese nato nel 1906, direttore (1965) della Scuola Biblica ed Archeologica di Gerusalemme dove ha insegnato il Nuovo Testamento dal 1934, Pierre Benoit è anche stato chiamato come esperto al Concilio Vaticano Il. Come leale servitore del popolo di Dio, Benoit si applica con assidua e costante fatica alla fedele salvaguardia del deposito della fede contenuto nella Sacra Scrittura, da lui tradotta per intero, onde rendere la Parola non solo nutriente, ma addirittura gustosa e di gradimento all'uomo del nostro tempo. Con articoli apparsi soprattutto in "Revue Biblique", egli mette la sua sapiente fatica alla portata del grande pubblico.

E all'ora nona (cioè verso le tre del pomeriggio). Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactani?, che vuol dire: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (Me. 15, 34 e Mt. 27, 46)... Vai la pena notare che gli evangelisti hanno riportato le parole aramaiche, come fanno per le parole del Signore che maggiormente colpiscono ed impressionano, quali: Effeta, Rabbuni, Abba. Esse sono state conservate tali e quali Gesù le aveva pronunciate; sono sicuramente autentiche. Quanto sono inquietanti! Gesù abbandonato dal Padre!...
Nella intimità della sua coscienza, Gesù si sente veramente abbandonato dal Padre. Solo se riusciamo a renderei realmente conto di che si tratta, ne comprendiamo la profonda verità. Non è disperazione, checché ne pensino certuni che, come André Gide, hanno fatto uso di questa espressione per dimostrare e sostenere che Gesù è morto disperato. Certo si è che non bisogna temere di prendere sul serio lo sconforto di Cristo; ma si deve comunque parlare di sconforto, non già di disperazione. Quest'ultima suppone la perdita della fiducia in Dio; lo sconforto, invece, implica soltanto un'immensa tristezza e desolazione. Gesù, per volontà del Padre, ha voluto gustare fino in fondo la morte umana e la sua tragica condizione. Suo Padre l'ha abbandonato, ma non alla perdizione, bensì agli attacchi del male e dei peccatori. Nel Getsemani, Gesù ha chiesto che gli fosse evitata la morte, ma si è inchinato alla volontà del Padre; sulla croce, egli rifiuta di bere il vino aromatico per gustare fino alla feccia il calice della morte umana. La pena di questa morte umana che rappresenta per noi la grande tragedia, consiste precisamente nel sentirsi abbandonati: tutto vi lascia, e voi vi trovate faccia a faccia con Dio Giudice. Gesù, che rappresenta tutti gli uomini, si sente abbandonato da Dio, volontariamente va fino all'annientamento, fino alla sofferenza totale. Davanti a Dio, egli si sente rivestito del peccato del mondo, che è appunto la causa di questo terrificante sconforto. Dio l'ha abbandonato nelle mani dei peccatori, dei Romani e dei Giudei...
Il reale sconforto di Gesù legittima questa espressione. Bisogna comunque sottolineare ancora un aspetto importante: questa frase è un'espressione della Sacra Scrittura, il primo versetto del Salmo 21 che ha offerto alla narrazione della Passione tante caratterizzazioni. Quando Gesù pronuncia questa frase, non è che egli la inventi. Riprendendo l'espressione del Salmo, Cristo vuole dimostrare che la Sacra Scrittura si compie in lui e che il salmista preannunciava esattamente il suo lamento. Inoltre, questo salmo che comincia nell'angoscia, finisce nella fiducia. Ora, per gli antichi lettori ebrei e cristiani, la citazione di un testo evocava tutto il seguito. La gente allora conosceva la Sacra Scrittura a memoria; l'inizio era sufficiente per introdurre tutto il salmo. E l'ultima delle tre parti del salmo in questione esprime la fiducia finale dello sventurato: lo narreròil tuo nome ai miei fratelli, dirò nelle adunanze le tue lodi... Poiché non sdegnò il lamento del povero... A lui ricorsi ed egli mi esaudì (Sal. 21, 23-25). In questo modo Gesù fa capire che dopo lo sconforto, verrà la salvezza, dopo la sofferenza, verrà il trionfo. Egli santifica i nostri lamenti col suo personale lamento, ma la sua fiducia in Dio rimane intatta.
Quest'espressione è autentica; mai i cristiani ne avrebbero inventata una tanto tragica e tanto dura. Tuttavia, non dobbiamo averne timore; essa getta una luce grande sulla sofferenza di Gesù, rendendolo assai vicino alla nostra personale desolazione.

 * Passion et Résurrection du Seigneur, Le Cerf, 1966 - pp. 220-233.


F35  I SEGNI DELLA NOSTRA PASQUA

         Primo Mazzolari *

Don Primo Mazzolari (1890-1959): parroco, predicatore, conferenziere, scrittore, giornalista e polemista. In tutto e soprattutto, sempre: Sacerdote, uomo di Dio. Non ci sono schemi in cui possa essere racchiusa la sua opera, perché il suo metodo era l'amore, un amore senza misura. Nella sua vita don Primo aveva in realtà avvertito il Cristo e lo aveva fatto avvertire, oltre che nel mistero dell'Eucaristia, nella stessa presenza dei poveri: il tesoro - come egli diceva - della sua parrocchia. Aveva qualcosa del profeta che parla senza preoccuparsi dei rischi personali che la sua parola gli può far correre. Autentico scrittore sa interessare, conquistare, convincere; sa stabilire una giusta sintesi tra il passato e il nuovo, tra la cultura e la vita, rimanendo ancorato a sicuri principi che danno il senso esatto della situazione.

I segni della Pasqua del Signore li possono vedere anche coloro che non credono: ma i segni della nostra Pasqua dove sono?
Perché essi appaiano e ognuno li veda, è necessario che i cristiani «compiano» in se stessi
ciò che manca alla passione di Cristo.
Noi siamo tuttora nella fase del rifiuto: Allontana da me questo calice. Quando avremo la forza da aggiungere: Però, non la mia, ma la tua volontà sia fatta (Lc. 22,42)?
Questa è la prima condizione, convalidata dall'esempio del Maestro, la quale può portare i nel
giorno che il Signore ha fatto.
Ogni rifiuto di bere la nostra sorsata di dolore comporta fatalmente la legittimità del soffrire degli altri e l'aggravamento di esso.
La mia croce va a cadere sulle spalle di questi e di quelli; e quando li vedo a terra gravati dal mio carico, ho persino la spudoratezza d'incolparli dell'andar male di ogni cosa. Chi rifiuta il Calvario, non fa la Pasqua. Fa la Pasqua e
aiuta a fare la Pasqua chi porta la propria croce e dà mano alle spalle degli altri.
Dove vuoi che prepariamo la Pasqua?
(Mt. 26, 17) gli chiedono i discepoli il primo giorno degli azzimi.
Non c'è più bisogno di chiederglielo. Ora, sappiamo dove si fa la Pasqua, e ne sappiamo anche la strada, che passa at traverso i
segni dei chiodi.
Non ce n'è un'altra.
Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.
I
non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore.
Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente,
ma dentro è pieno di marciume, non è un sepolcro glorioso.
Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito, è fuori della Pasqua.
Chi fa le sue opere per richiamare l'attenzione della
gente, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua.
Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini per
mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.
Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà, rinnega la Pasqua.
Chi lava il piatto dall'esterno, mentre dentro è pieno
di rapina e d'intemperanza, non fa posto alla Pasqua.
Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l'alleluia della vita esulta perfino nell'aria e nei campi; ma chi sulle strade dell'uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?
Una cristianità che s'incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l'alleluia è soltanto un rito e non ha trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte dell'uomo, come può comunicare
i segni della Pasqua?

 *  La Pasqua, Ed. La Locusta, Vicenza 1970; pp. 105-109.

 

F40    Là dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Audio)
Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate - Disc. 61, 3-5.

Dove trovare per i deboli una sicura garanzia di salvezza e un’incrollabile pace, se non nelle piaghe del Salvatore? In esse mi rifugio, tanto più sicuro quanto più egli è potente per salvarmi. Il mondo si agita, il corpo fa sentire il suo peso, il demonio insidia: non cado, perché sono stabilito sulla roccia. Ho peccato gravemente? La coscienza sarà turbata ma non sconvolta, perché mi ricorderò delle piaghe del Signore. Infatti, «è stato trafitto per i nostri delitti» (Is 53, 5). Che cosa c’è di mortifero che non sia vinto dalla morte di Cristo? Se mi ricorderò di un rimedio tanto potente ed efficace, non mi lascerò spaventare dalla gravità del male. Per questo errò colui che disse: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono» (Gn 4, 13). Disse così perché non era membro di Cristo, né gli appartenevano i suoi meriti, in modo che potesse considerare e dire suo ciò che era di Cristo, come un membro che appartiene al capo.

Io invece fiduciosamente mi approprio di quel che mi manca dalle viscere di Cristo, perché sono ricche di misericordia, e in esse non mancano aperture dalle quali può scaturire: trapassarono le sue mani e i suoi piedi e con una lancia gli forarono il costato. Per queste spaccature posso «succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia» (Dt 32, 13), cioè gustare e vedere «quanto è buono il Signore» (Sal 33, 9). Nutriva pensieri di pace e io non lo sapevo. «Infatti chi mai ha potuto Conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?» (Rm 11, 34). Ma il chiodo appuntito è divenuto per me come chiave che apre, perché io veda la volontà del Signore. Che cosa scorgerò attraverso il foro? Lo grida il chiodo, lo grida la piaga: veramente in Cristo c’è Dio che riconcilia a sé il mondo.

La lancia penetra nel suo cuore, perché egli sappia compatire le mie infermità. Attraverso le ferite del corpo si svela il mistero del cuore, si manifesta il grande sacramento dell’amore, «la bontà misericordiosa del nostro Dio per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (Lc 1, 78). In che modo la misericordia si manifesta attraverso le ferite? Dove più chiaramente che nelle tue ferite avrebbe potuto risplendere che tu, o Signore, sei dolce e mite, e pieno di misericordia? Nessuno infatti ha maggior amore di chi dà la sua vita per i votati alla morte e i condannati. Il mio merito quindi è la misericordia del Signore. Non mancherò di merito, finché egli non mancherà di misericordia. Ché, se le misericordie del Signore sono molte, io pure allora sono ricco di meriti. E se fossi consapevole di molti e gravi peccati? Ma «dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20). E se «la grazia del Signore è da sempre e dura in eterno» (Sal 102,17) anch’io «canterò senza fine le grazie del Signore» (Sal 88, 2). Forse la mia giustizia? «Signore, ricorderò che tu solo sei giusto» (Sal 70, 16). Ma la tua giustizia è anche la mia: naturalmente, perché tu ti sei fatto per bontà di Dio giustizia per me (cfr. 1Cor 1,30).