PICCOLI GRANDI LIBRI  LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

G1 Giovanni di Fécamp CONFESSIONE TEOLOGICA
G2 Sant'Agostino UNITI AL CRISTO NEL MISTERO DELL'ASCENSIONE
G3 Guerrico d'Igny «PADRE, VOGLIO CHE LÀ DOVE SONO IO, SIANO ANCH'ESSI CON ME» (Gv. 17,24)
G4 Cardinale Newman PRESENZA DI CRISTO IN COLORO CHE POSSEGGONO IL SUO SPIRITO
G21 San Francesco di Sales L'UNIONE DEI BEATI CON DIO AVRA' GRADI DIVERSI
G22 Sant' Anselmo FELICITÀ DI QUELLI CHE GODONO IL SOMMO BENE
G23 Ruysbroek il Mirabile INCONTRO A CRISTO, NOSTRO SALVATORE
G24 San Bonaventura IL REGNO DEI CIELI
     

 

G1   CONFESSIONE TEOLOGICA

      Giovanni di Fécamp *

Giovanni di Fécamp nacque a Ravenna verso il 990 e morì nel 1078. Nipote e discepolo dell'abate di San Benigno di Digione, ricevette in questa casa la sua formazione letteraria e spirituale. Nel 1028 divenne abate dell'abbazia della Trinità di Fécamp. Si designava sempre come «il miserabile Giovanni», mentre in realtà fu un maestro. Secondo Don Wilmart, è «il più notevole scrittore spirituale del Medio Evo prima di San Bernardo».

O bontà, carità, ammirabile magnanimità! Dove è il Signore, là sarà il servo: può essere data una gloria piÙ grande? Il servo regnerà col Signore. Cosa possiamo renderti, Signore Iddio, per tanti benefici della tua misericordia? Infatti, tuo Figlio, nostro Re, non venne in aiuto agli angeli, ma alla discendenza d'Abramo, fatto simile a noi in tutto, tranne il peccato (cfr. Ebr. 2, 16-17).
Egli ha assunto proprio la natura umana e non quella degli angeli e, glorificandola col dono della santa risurrezione e dell'immortalità, l'ha trasportata al di sopra di tutti i cieli, al di sopra di tutti i cori degli angeli, al di sopra dei cherubini e dei serafini e l'ha collocata alla sua destra. Gli angeli danno lode a questa umanità; gli spiriti beati l'adorano, mentre davanti a lei si inchinano le potestà e esultano di una stessa allegrezza i gloriosi serafini e le innumerevoli creature dei cieli. Ecco tutta la mia speranza, tutta la mia fiducia: in Lui, l'uomo Cristo, c'è infatti una parte di ciascuno di noi, c'è il sangue e la carne nostra. E dove regna una parte del mio essere, regno anch'io
- penso. Dove il mio sangue esercita il suo dominio, domino anch'io lo sento; dove la mia carne è glorificata, anch'io sono nella gloria - lo so. Sebbene io sia peccatore, la mia fede non può mettere in dubbio questa comunione di natura che è dono della grazia: e se i peccati me la impediscono, la mia stessa sostanza la esige; e se le mie colpe mi escludono da essa, tuttavia non si può in alcun modo negare questa comunione di natura.
No, il Signore non è sprovvisto di tenerezza fino al punto di dimenticare l'uomo e di non ricordarsi più di colui che
porta in se stesso. Come potrebbe non ricercare me, per colpa di quella na'tura umana che egli ha preso su di sè, proprio per amor mio? Certamente il Signore non manca di tenerezza al punto di non amare più la sua carne, le sue membra, le sue viscere. Proprio in lui, in Gesù Cristo, Dio e Signore nostro, infinitamente dolce, infinitamente benigno e clemente, nel quale già siamo risorti, nel quale già viviamo la vita nuova, già siamo ascesi al cielo e sediamo nelle dimore 'celesti, in lui, dunque, la «nostra» carne ama «noi stessi»....
Dio onnipotente, che «sei ricco in misericordia, tanto da ridarci vita in Cristo, per il troppo grande amore con cui ci hai amato quando eravamo morti per i nostri peccati» (cfr. Ef. 2, 4), io ti prego, per lui che ci ha salvato con la sua grazia, per la tua inestimabile tenerezza, per il tuo amore e la tua bontà, non permettere che noi siamo indegni di tanta misericordia. Ti prego: manda la tua potenza e conferma ciò che hai fatto per no; (sI. 67, 29); «completa quel che hai cominciato» (cfr. Fil. 1, 6), in modo che noi meritiamo di raggiungere la pienezza di grazia del tuo amore misericordioso. Per il tuo Spirito Santo concedi che noi possiamo comprendere, venerare e onorare nella dovuta misura questo grande mistero di misericordia che
Si manifestò nella carne,
fu giustificato nello Spirito,
apparve agli angeli,
fu predicato in mezzo alle genti,
fu creduto nel mondo,
fu assunto nella gloria.
(I Tim. 3, 16)

(*) Confessio theologica, Il, 6 - Testo latino a cura di D. Jean Leclercq, «Un maitre de la vie spirituelle au Xle siècle, Jean de Fécamp», Parigi 1946, pp. 127-129.

 

G2  UNITI AL CRISTO NEL MISTERO DELL'ASCENSIONE

      Sant'Agostino *

S.Agostino (354-430), vescovo d'lppona in Africa, romano per cultura, pensatore di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il Dottore della grazia e, più ancora, della carità. Uno dei temi favoriti della sua predicazione è la Chiesa, unita a Cristo in tutti i suoi misteri.

.Oggi il Signore nostro Gesù Cristo sale al cielo; salga con lui il nostro cuore. Ascoltiamo quanto ci viene detto dall'apostolo: Se siete risorti col Cristo, cercate i beni di lassù, dove si trova il Cristo, seduto alla destra del Padre, pensate ai beni di lassù, non a quelli terreni (Col. 3,1-2). Come infatti egli è salito, senza allontanarsi da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, anche se nel nostro corpo non è ancora avvenuto quel che ci viene promesso. Egli è già innalzato al di sopra dei cieli; soffre tuttavia sulla terra tutte le pene che proviamo noi, sue membra. Volle affermare questo fatto quando dall'alto gridò: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (Atti 9,4). E ancora: Ebbi fame e mi deste da mangiare (Mì. 25,35). Perché anche noi su questa terra non operiamo in modo che, mediante la fede, la speranza e la carità che ci uniscono a lui, possiamo fin d'ora riposare con lui in cielo? Lui, che è lassù, è pure con noi; e noi che viviamo qui siamo nello stesso tempo con lui. Dio può questo per la divinità, la potenza e l'amore; anche noi possiamo farlo sebbene non mediante la divinità come lui, ma certamente per mezzo dell'amore, in lui. Egli non ha lasciato il cielo quando dal cielo è sceso tra noi e non si è allontanato da noi quando è risalito in cielo. Il suo essere lassù, contemporaneo al suo stare con noi, è attestato proprio da lui, quando dice: Nessuno è asceso al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (Gv. 3,13). Non ha detto: il Figlio dell'uomo che sarà in cielo, ma: Il Figlio dell'uomo che è in cielo.
E questa presenza tra noi, pur dimorando nel cielo, egli ce l'ha promessa prima dell'Ascensione: Ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo (Mt. 28, 20). Nessuno è asceso al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (Gv. 3,13). Sembrerebbe che ciò riguardasse solo lui, senza riferimento a nessun altro di noi, ma in realtà ciò è stato detto per il fatto che siamo uno, perché lui è il nostro capo e noi siamo il suo corpo.
Questo dunque, concerne solo lui, perché anche noi siamo lui dato che lui è Figlio dell'uomo a causa nostra, e noi a motivo di lui, siamo figli di Dio. Perciò l'apostolo dice: Come il corpo è uno, ma possiede molte membra, però tutte le membra del corpo, pur essendo molte, formano un solo corpo, così anche il Cristo (I Coro 12, 12). ... Il Cristo è costituito dunque di molte membra, ma un unico corpo. Lui solo discese dal cielo per misericordia e vi ascese lui solo, ma ci ha associati a sè, mediante la grazia. Giustamente il Cristo solo è disceso e poi risalito, non perché la dignità del capo si confonda col corpo, ma perché il corpo tutto intero è unito al capo.

* Sermo Mai 98, 1,2; PLS 2, 494-495.

 

 

G3  «PADRE, VOGLIO CHE LÀ DOVE SONO IO, SIANO ANCH'ESSI CON ME» (Gv. 17,24)

        Guerrico d'Igny *

Eletto abate di Igny nella diocesi di Reims nel 1138, il beato Guerrico (1078-1157), già maestro nella cattedrale di Tournai, era entrato nel 1125 a Chiara valle, attratto dall'esempio di san Bernardo. Fra i discepoli del grande abate, Guerrico è forse il più vicino al maestro per il modo con cui interiorizza i misteri di Cristo, in una relazione personale con Gesù che preannuncia la devozione moderna, pur rimanendo nella linea della grande tradizione patristica. Senza dubbio Guerrico è meno originale di molti altri autori cistercensi, ma ci sembra più accessibile. I 54 sermoni sull'anno liturgico che abbiamo di lui, riflettono con grande semplicità il fervore che animava le prime comunità dell'ordine di Citeaux.

Padre, quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome (Gv. 17, 11-12). Il Signore pregò così alla vigilia della sua passione. Tuttavia non è sbagliato applicare questa preghiera al giorno dell'Ascensione: era infatti questo il momento in cui stava per separarsi dai suoi discepoli, che affidava al Padre. Li aveva distolti dall'amore del mondo e li aveva indotti a lasciare ogni speranza terrena; ora li vedeva dipendere unicamente da lui. Ma finché restò tra loro anche ,con il corpo, non prodigò tanto facilmente le espressioni del suo affetto, dimostrandosi più fermo che tenero, come conviene a un maestro e a un padre.
Quando però giunse il momento della separazione, fu quasi sopraffatto dalla tenerezza del suo amore per loro e non potè più dissimulare l'intensità e la dolcezza dei suoi sentimenti, che fino allora aveva tenuti nascosti (Cfr. Sal. 30, 20). Per questo nel Vangelo si dice:
Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino al segno supremo (Gv. 13, 1). Allora fu come se effondesse per i suoi amici tutta la ricchezza del suo amore, prima ancora di riversare come acqua tutto se stesso per i suoi nemici. In quel momento consegnò loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ne istituì la celebrazione: non so se in questo dobbiamo ammirare di p'iù la sua potenza o il suo amore. Gesù aveva trovato così un nuovo modo di rimanere con loro, per consolarli della sua partenza: pur allontanandosi apparentemente col corpo, sarebbe rimasto non solo con loro, ma anzi in loro, con 'l'efficacia del sacramento...
E ancora in quel momento, dopo averli a lungo incoraggiati, li affidò al Padre e, sollevati gli occhi al cielo, pronunciò, tra le altre, queste parole: Padre, quando ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, e nessuno di loro si è perduto, tranne il figlio di perdizione. Ma adesso io vengo a te: custodisci nel tuo nome quelli che mi hai dato. lo non ti prego di toglierli dal mondo, ma di difenderli dal male (Gv. 17,
11-15 passim). Il seguito di questo discorso non possiamo ricordarlo qui, né tanto meno spiegarlo, tuttavia, come suggerisce il testo citato, questa preghiera si riassume in tre punti ,che costituiscono l'essenza della nostra salvezza e anzi della nostra perfezione, tanto che non è possibile aggiungervi altro. Il Signore chiede cioè che i discepoli siano difesi dal male, santificati nella verità e glorificati con lui. Padre - dice - quelli che mi hai dato, voglio che là dove sono io, siano anch'essi con me, perché contemplino la mia gloria (Gv. 17, 24). Veramente beati quelli che hanno come difensore il loro stesso giudice! Prega infatti per essi qualcuno che deve essere venerato e adorato come colui a cui rivolge la sua preghiera. E il Padre non rifiuterà il desiderio delle sue labbra, dal momento che la sua volontà e il suo potere sono una sola cosa con quelli del Figlio, perché Dio è uno. Tutto quello che Cristo chiede si compirà necessariamente, perché la sua parola è potenza, e la sua volontà è efficacia. Per tutte le cose che esistono egli ha pronunciato una parola ed esse furono, ha comandato ed esse presero vita (Sal. 32, 9). Dice: Voglio che là dove sono io, siano anch'essi con me. Quale sicurezza per i fedeli, quale fiducia per i credenti, purché non rifiutino la grazia ricevuta! Questa sicurezza infatti non è offerta soltanto agli apostoli o ai discepoli, ma tutti quelli che, grazie alla loro parola, crederanno alla Parola di Dio. lo non prego soltanto per loro - dice il Signore - ma anche per quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me (Gv. 17, 20).

* Sermo in die Ascensionis Domini, 1-2: P.L 185, 153-155.

 

 

G4  PRESENZA DI CRISTO IN COLORO CHE POSSEGGONO IL SUO SPIRITO

       Cardinale Newman *

John-Henry Newman (1801-1890) nacque a Londra e frequentò brillantemente gli studi ad Oxford. Pastore anglicano, divenne cappellano della parrocchia universitaria. E' in quel periodo che pronuncia, tra il 1829 ed il 1843, le sue mirabili omelie parrocchiali "Parochial and Plain Sermons». La loro austerità si esplica attraverso la gravità religiosa di Newman che considerava sempre attuale il sentimento della presenza di Dio e del mondo invisibile, per lui il più reale.
Newman fu l'anima del Movimento di Oxford. Ma i suoi studi patristici gli fecero prendere coscienza dello sviluppo della dottrina cristiana, e le sue ricerche lo portarono a riconoscere che solo nella Chiesa romana esisteva una continuità organica. Nel 1845 egli passò al cattolicesimo. Da allora fu esposto ai sospetti sia dei cattolici che degli anglicani, e conobbe anni di sofferenza. Papa Leone XIII, riconoscendo quanto la Chiesa fosse debitrice nei confronti di questo pensatore audace e fedele, lo nominò cardinale nel 1879.

Il ritorno di Cristo al Padre è al tempo stesso fonte di sofferenza, in quanto esso implica la sua assenza, e fonte di gioia, in quanto ne implica la presenza. Dalla dottrina della sua Resurrezione e della sua Ascensione scaturiscono quei paradossi cristiani che spesso vengono menzionati nella Sacra Scrittura: sapere che noi ci affliggiamo senza cessare di rallegrarci. come gente che non ha nulla, noi che possediamo tutto (2 Cor. 6, 10).
Tale, in verità, è la nostra presente condizione: noi abbiamo perduto Cristo e l'abbiamo trovato; non lo vediamo affatto e tuttavia lo percepiamo... Come mai? Tutto ciò è dovuto al fatto che abbiamo perduto la percezione sensibile e cosciente della sua presenza. Non possiamo vederlo, udirlo, conversare con lui, seguirlo da un posto ad un altro; ma godiamo spiritualmente, immaterialmente, interiormente. mentalmente e realmente della sua vista e del suo possesso. Un possesso che sviluppa più realtà e più presenza di quanto ne godessero gli apostoli nei giorni della vita terrena, in quanto è un possesso spirituale, un possesso invisibile.
Quando dice che se ne andrà e ritornerà per sempre, Gesù non parla semplicemente della sua natura divina onnipresente, ma della sua natura umana. Essendo il Cristo, egli dichiara che lui, il Mediatore incarnato, sarà sempre con la sua Chiesa.
Tuttavia, si potrebbe essere tentati di spiegare la sua dichiarazione in questo modo: «E' ritornato, ma in spirito; è il suo Spirito che è ritornato in sua vece. E quando viene detto che egli è con noi, si vuoi significare che solo il suo Spirito è con noi». Nessuno, certamente, può negare che lo Spirito Santo sia venuto; ma perché è venuto? Per supplire l'assenza di Cristo o per realizzare la sua presenza? Sicuramente, per renderlo presente. Non si deve supporre neppure per un istante che la venuta di Dio-Spirito Santo implichi la lontananza di Dio-Figlio. No, lo Spirito non è venuto al posto di Cristo, ma piuttosto è venuto insieme con Cristo. Mediante lo Spirito Santo noi entriamo in comunione con il Padre ed il Figlio ...Potentemente corroborati nell'uomo interiore per mezzo dello Spirito del Padre - dice a noi San Paolo - affinché Cristo, per la fede, abiti nei nostri cuori (Ef. 3, 16-17). Lo Spirito Santo suscita, la fede accoglie la dimora di Cristo nel cuore. Così, dunque, lo Spirito non prende il posto di Cristo nell'anima, ma assicura questo posto a Cristo.
San Paolo insiste su questa presenza di Cristo in coloro che posseggono il suo Spirito. Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? (1 Cor. 6, 15). Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un corpo solo... Voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ognuno secondo la propria parte (1 Cor. 12, 13, 27). ...Lo Spirito Santo dunque si degna di venire a noi, affinché tramite la sua venuta Cristo stesso possa venire a noi, non materialmente o in modo visibile, ma penetrando in noi. Ed è così che è al tempo stesso presente ed assente; assente, in quanto ha lasciato la terra; presente, in quanto non ha abbandonato l'anima fedele; o come egli stesso diceva: /I mondo non mi vedrà, ma voi mi vedrete (Gv. 14, 19).

 * 12 Sermons sur le Christ, Egloff, Parigi 1943 - pp. 214 e 218-220. Traduzione di Pierre Leyris.

 

G21  L'UNIONE DEI BEATI CON DIO AVRÀ GRADI DIVERSI

         San Francesco di Sales *

Nato nel 1567 nei pressi di Annecy, Francesco di Sales diede, giovanissimo, i segni di una vocazione all'apostolato sacerdotale. Divenuto sacerdote dopo gli studi a Parigi e a Padova, è dapprima prevosto della Chiesa di Ginevra e predica agli abitanti del Chablais per ricondurli al cattolicesimo. Nel 1602 è elevato al seggio episcopale di Ginevra. Sotto la sua direzione S. Giovanna di Chantal fonda la Visitazione. Morì in un monastero di questo Ordine, a Lione, nel 1622.
La dolcezza, l'affabilità, la carità e una deliziosa bonarietà appaiono dappertutto nella sua vita e nei suoi scritti, ma nascondono un temperamento ardente che ha saputo pacificarsi aprendosi alla grazia di Dio.

La manna era gustata da tutti coloro che ne mangiavano, in modo differente tuttavia, secondo la diversità dell'appetito di chi ne prendeva. Non fu mai gustata totalmente, perché aveva sapori più diversi di quanto vari fossero i gusti degli Israeliti. Noi vedremo e godremo lassù nel cielo tutta la Divinità, ma mai alcun beato, né tutta insieme la loro moltitudine, la vedrà e gusterà interamente. L'infinito di Dio avrà sempre infinite perfezioni alle quali non potrà giungere la nostra insufficienza; sarà indicibile la nostra gioia nel sapere che, dopo aver appagato tutti i desideri del nostro cuore e colmata la sua capacità nel godimento dell'infinito bene che è Dio, resteranno ancora in quell'essere immenso sempre nuove perfezioni da conoscere, da godere e possedere: perfezioni che solo la divina Maestà vede e intende, poi'ché essa sola può totalmente conoscersi.
Così i pesci godono dell'immensità dell'oceano, tuttavia nessun pesce, né tutta la moltitudine dei pesci vide mai tutti i lidi, né poté bagnare le sue squame in tutti i mari. Così anche gli uccelli si ricreano a loro piacimento nella vastità dell'aria, ma nessun uccello, né tutti insieme i volatili hanno mai raggiunto con le loro ali le supreme regioni del cielo.
I nostri spiriti, a loro piaci mento e in tutta l'ampiezza dei loro desideri, nuoteranno nell'oceano e voleranno nell'atmosfera della Divinità. Essi gioiranno eternamente
nel vedere che quell'atmosfera è tante infinita e quell'oceane così vasto da non poter essere misurato dalle loro ali. Godendo senza riserva né eccezione di questo abisso immenso della Divinità, non possono tuttavia mai rendere pari il loro godimento a questo infinito, che rimane sempre infinitamente superiore alla loro capacità.
Per ciò g1i spiriti beati sono rapiti da una duplice ammirazione: una per l'infinita bellezza che essi contemplano, l'altra per l'abisso insondabile che in questa stessa bellezza rimane da vedere. O Dio, quanto è ammirabile quello che contemplano, ma quanto è più meraviglioso ancora quello che essi non possono vedere! Tuttavia questa bellezza che essi vedono, essendo infinita, li rende perfettamente felici e paghi, contenti di goderne secondo il posto che occupano in cielo. Perché così ha disposto l'amabilissima Provvidenza divina, convertono la conoscenza che hanno di non possedere, né di poter mai possedere totalmente il loro oggetto, in una semplice compiacenza di ammirazione. Questo procura loro la somma gioia di vedere che la Bellezza da essi amata è talmente infinita da non poter essere interamente conosciuta che da se stessa. Infatti, proprio in questo consiste la divinità della Bellezza infinita e la bellezza della infinita Divinità.

* Traité de l'amour de Dieu, libro 3, cap. 15. Edizione completa delle Visitandine, tomo 4 - pp. 212-213.

 

G22  FELICITÀ DI QUELLI CHE GODONO IL SOMMO BENE

         Sant'Anselmo *

Nato nel 1033 ad Aosta, Anselmo sognava fin dall'infanzia di raggiungere Dio e ancor giovane si dedicò allo studio e alla preghiera. Dopo essersi lasciato un po' sedurre dalle attrattive del mondo, giunse in Normandia e, a 27 anni, si fece monaco nell'abbazia di Bec, di cui poi divenne abate. Nel 1093 dovette lasciare il monastero per divenire arcivescovo di Canterbury, dove, a causa delle investiture laiche, ebbe a lottare con il re d'Inghilterra. Esiliato per ben due volte, ebbe la gioia di finire i suoi giorni nella propria diocesi nel 1109, essendosi infine ristabilita la pace.
S. Anselmo ci ha lasciato un'opera letteraria in cui si nota una continua preoccupazione teologica. La sua celebre massima: «Fides quaerens intellectum» è divenuta quella di tutta la scolastica, ma in lui la riflessione teologica si radica costantemente in un'esperienza di Dio profonda e intensamente personale.

Perché dunque, debole uomo, vai vagando attraverso tante cose alla ricerca dei beni della tua anima e del tuo corpo? Ama l'unico Bene nel quale si trovano tutti gli altri e questo sarà sufficiente... Cosa infatti ami, o corpo, cosa desideri, o anima? In Dio si trova tutto ciò che è amabile o desiderabile.
Ti piace la bellezza? I
giusti risplenderanno come il sole (Mt. 13, 43). L'agilità, la forza o la libertà del corpo, svincolato da ogni ostacolo? Saranno come gli angeli di Dio (Mt. 22, 30)... Se chiedi una vita lunga e sana, in Dio troverai un'eternità di salute e una salute eterna, poiché i giusti vivranno in eterno (Sap. 5, 16)... Vuoi saziarti e inebriarti? Saranno saziati quando apparirà la gloria di Dio (Sl. 16, 15) e inebriati dall'abbondanza della sua casa (cfr. Sl. 35, 9). Ami la melodia? Lassù i cori angelici cantano senza fine la lode di Dio. Cerchi le delizie più caste? Li disseterai, o Dio, al torrente delle tue delizie (Sl. 35, 9). Ami la sapienza? La sapienza di Dio in persona si manifesterà loro. L'amicizia? Ameranno Dio più di se stessi, si vorranno un bene vicendevole e Dio li amerà più di quanto essi potranno mai amarsi: essi infatti ameranno Dio, se stessi e gli altri per Dio, mentre Dio amerà sé e loro per se stesso. Ami la concordia? Avranno tutti una sola volontà, perché non ci sarà altra volontà che quella di Dio... Gli onori e le ricchezze? I servi buoni e fedeli, Dio li metterà a capo di molti beni (cfr. Lc. 12, 44); di più, saranno chiamati figli di Dio (Mt. 5, 9) e dei, e lo saranno veramente, perché lì dove è il Figlio, saranno anch'essi, eredi di Dio e coeredi di Cristo (Rom. 8, 17)...
Immensa è la felicità là dove si trova un bene così grande! Se sovrabbondassi di tutte queste cose, che gaudio per te, cuore umano, cuore bisognoso, cuore che non solo conosce il dolore, ma anzi è oppresso dalla sofferenza! Chiediti nell'intimo se ti sarà possibile contenere la gioia di una tale beatitudine. Certamente se un altro, che tu ami proprio come te stesso, godesse questa beatitudine, sarebbe raddoppiata la tua gioia, perché saresti felice per lui come per te. Se poi due o tre o parecchi altri avessero la stessa felicità, tu godresti per ciascuno come per te stesso... Così nella pienezza d'amore che lega gli innumerevoli beati, dove nessuno amerà l'altro meno di se stesso, ciascuno godrà per gli altri come per sé. Se dunque il cuore dell'uomo sarà appena capace di contenere la sua gioia, in che modo potrà accogliere in sé tanta felicità di un così gran numero di beati? Poiché nella misura in cui uno ama un altro, altrettanto gode del suo bene; in quella perfetta felicità, come ciascuno amerà infinitamente più Dio che se stesso e gli altri, così godrà maggiormente della felicità di Dio, che della sua e di quella degli altri.

* Proslogion, 25; Librairie Philosophique J. Vrin - Parigi 1954 - pp. 48-50.

 

 

G23   INCONTRO A CRISTO, NOSTRO SALVATORE

           Ruysbroek il Mirabile *

Jean Ruysbroek (1293-1381) è originario del Brabante meridionale. Nel 1343, si ritirò con alcuni suoi amici in un eremo a Groenendaal, vicino a Bruxelles, dove visse secondo la regola di Sant'Agostino e ne divenne priore. Ruysbroek, che è il più grande mistico fiammingo del XIV secolo, s'inserisce nel filone della scuola renana. /I suo pensiero è di ordine speculativo, ma affida ai suoi scritti il segreto delle sue autentiche esperienze di unione con Dio e invita il lettore a seguir/o lungo quella via.

Ecco lo sposo, andategli incontro. Queste parole, che ci vengono riportate dall'evangelista San Matteo (25. 6), sono state dette da Cristo ai suoi discepoli così come a tutti gli uomini, nella parabola delle vergini. Cristo è lo sposo, e la natura umana la Sposa, creata da Dio a sua immagine e somiglianza, e da lui posta, fin dalle origini, nel luogo più degno, più bello, più ricco e più fertile della terra, chiamato Paradiso. Dio aveva sottomesso a quella natura umana tutte le creature, l'aveva ornata di grazie, affidandole un precetto che, osservato, le doveva assicurare l'unione perennemente stabile e fedele del suo Sposo, così come la liberazione da ogni pena, da ogni sofferenza e da ogni errore.
Ma poi venne un impostore, il nemico infernale, che, colmo di gelosia, prese la forma di un serpente scaltro, ed ingannò la donna; i due, insieme, ingannarono a loro volta l'uomo, e conseguentemente tutta la natura umana. In questo modo il nemico, con i suoi falsi consigli, attirò a sé questa natura, la Sposa di Dio; ed ella fu esiliata in terra straniera, divenne povera e miserabile, prigioniera ed oppressa sotto il giogo dei suoi nemici, come se non dovesse mai più rivedere la sua patria, né ricevere il perdono.
Ma quando Dio vide che i tempi erano maturi e le sofferenze della sua diletta l'avevano colmato di compassione, egli inviò il suo unico Figlio sulla terra, in un palazzo ricco e in un tempio glorioso, il seno della Vergine Maria. Là il Figlio sposò la sua fidanzata la nostra natura, unendo la alla sua persona con il sangue purissimo della Vergine nobilissi
ma. Il sacerdote che presiedette a queste nozze fu lo Spirito Santo; l'angelo Gabriele ne fece l'annuncio, e la gloriosa Vergine dette il consenso. Così Cristo, il nostro sposo fedele, si è unito alla nostra natura; ci ha visitato nella terra d'esilio, ci ha ammaestrati in modo celeste e con fedeltà perfetta.
Egli ha agito ed ha combattuto come un campione valoroso contro il nostro nemico, ha spezzato le catene e riportato la vittoria, distruggendo con la sua morte la nostra stessa morte. Il suo sangue ci ha riscattati e l'acqua del battesimo liberati. Con i suoi sacramenti e i suoi doni ci ha fatti ricchi, affinché, adorni di ogni virtù, potessimo andare, come già aveva detto, incontro a lui nel palazzo della sua gloria e ivi goderlo per sempre nella eternità.

 * Ornement des Noces spirituelles, prologo e cap. 2. Traduzione dei benedettini di Saint-Paul de Wisques, Oeuvres de Ruysbroek l'Admirable, ediz. Vromant e C., Bruxelles-Parigi 1928, volume 111 - pp. 35-36 e 43.

 

G24   IL REGNO DEI CIELI

          San Bonaventura *

Nato nel 1221 presso Viterbo, Giovanni Fidanza fu in giovane età guarito miracolosamente da San Francesco. In questa «buona avventura» egli avvertì la sua vocazione francescana. Trasferito a Parigi per gli studi, fu allievo di Alessandro di Hales. Per molti anni professore di teologia, divenne nel 1257 l'ottavo Ministro generale del suo Ordine. Sebbene fosse uomo d'azione, Bonaventura era ancor più un contemplativo, un pensatore. Lasciò un'opera considerevole che per la sua importanza si situa a fianco dell'opera di San Tomaso d'Aquino. Nel 1273, un anno prima della morte, colui al quale verrà dato il titolo di dottore serafico fu creato cardinale vescovo di Albano.

Il regno dei cieli è grande quanto l'estensione di una carità illimitata; se esso ospita creature di ogni lingua e popolo e nazione (Apoc. 5, 9), nessuno vi si trova stretto, anzi all'opposto si dilata e la gloria di ognuno si accresce ancor più. Ciò fa dire a Sant'Agostino: «Quando molti prendon parte della medesima gioia, la gioia di ognuno è più abbondante, poiché tutti si riscaldano e si infiammano scambievolmente». Questa ampiezza del regno è espressa con queste parole della Scrittura: Chiedimi, e ti darò in retaggio i popoli e in tuo dominio gli ultimi confini della terra (Sl. 2, 8); Molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente e si assideranno a mensa con Abramo e Giacobbe ne! Regno dei cieli (Mt. 8, 11). Né la moltitudine di coloro che lo desiderano, né la moltitudine di coloro che esistono, né la moltitudine di coloro che vi arrivano renderà più ristretto lo spazio in questo Regno e farà torto ad alcuno. Leggete l'autorevole parola di San Gregorio: «La Verità dice nel Vangelo: Nella casa di mio Padre ci sono molte dimore (Gv. 14, 2). Ora, in queste numerose dimore, le diverse ricompense saranno comuni, in certo qual modo. La forza della carità, che ci riunirà nella pace, è tale che ciò che uno non riceve, lo renderà felice per averlo ricevuto in un altro».
Questo Regno è grande quanto l'altezza d'una inconcepibile sublimità. In virtù della grandezza del suo Regno incorruttibile, il re è chiamato «grande Re» e, per la grandezza del Re eterno, il regno è denominato «grande Regno». Chi veramente potrebbe dire la grandezza o l'elevatezza della sua potenza, della sua sapienza, della sua clemenza e della sua giustizia? Nessuno è simile a te, o Signore; tu sei grande e grande è nella potenza il tuo nome. Chi non ti temerà, o re delle nazioni? Tua è la gloria: fra tutti i sapienti delle nazioni, e in tutti i loro regni, non c'è nessuno simile a te (Ger. 10, 6-7). Perciò il tuo regno è grande e grandi saranno coloro che lo conquisteranno: Il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di Giovanni il Battista (Mt. 11, 11)...
A chi appartiene un sì glorioso Regno?... Una delle condizioni per entrarvi è una sconfinata fiducia: quella del buon ladrone che dice: Ricordati di me quando verrai nel tuo Regno. In virtù della speranza ch'egli aveva riposta nella misericordia di Dio, meritò di ricever subito la risposta: In veritàti dico: oggi sarai in Paradiso con me (Lc. 23, 42-43).
Ma perché devo aver fiducia o sperare che possederò il Regno di Dio? Indubbiamente in virtù della generosità divina che mi invita: Cercate prima di tutto il Regno di Dio (Mt. 6, 33). In virtù della verità che mi riconforta: Non temete, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di dare a voi il Regno (Le. 12, 31-32). In virtù della bontà e dell'amore che mi hanno riscattato: Tu sei degno, Signore, di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché tu sei {3tato sgozzato ed hai riconquistati a Dio, col tuo sangue, uomini da ogni tribù, e lingua e popolo e nazione; e hai fatto di loro un regno e dei sacerdoti per il nostro Dio; e regneranno sopra la terra (Apoc. 5, 9-10).

 *  Du royaume évangélique, I e II, in Oeuvres spirituelles de saint Bonaventure, tomo IV, Duculot, Gembleux 1936, pp. 327-330 e 343-344.