PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

I1 Asterio D'Amasea «SIATE MISERICORDIOSI, COME E' MISERICORDIOSO IL PADRE VOSTRO» (Lc. 6, 36)
I2 Origene IL SACRIFICIO DI ABRAMO
I3 Soren Kierkegaard LA PROVA DI ADAMO
I4 San Gregorio Magno «LO RICONOBBERO NELL'ATTO DI SPEZZARE IL PANE» (Lc. 24, 35)
I5  San Massimo il confessore LA LUCERNA SUL CANDELABRO
I6 Louis Bouyer LA VITE E I TRALCI
I7 Giovanni Papini «MA VOI CHI DITE CH'IO SIA?» (Mt. 16,15)
I8 San Gregario Magno «IL SIGNORE HA DATO, IL SIGNORE HA TOLTO» (Giob. 1,21)
I9 San Tommaso d'Aquino IL SERVIZIO DEL BUON PASTORE È LA CARITÀ
I10 Lucien Cerfaux LA CERTEZZA DEL CRISTIANO FONDATA SULLA PAROLA DI GESÙ
I11 Jean-Pierre Charlier I DODICI, FONDAMENTA DELLA CHIESA
I12 Antonio Rosmini SIGNORE, VIENI CON NOI
I25 Eusebio di Cesarea AFFINCHÉ SIANO PERFETTI NELL'UNITÀ
I26 San Giovanni Crisostomo

«SIMONE DI GIOVANNI, MI AMI TU?»

I27 Sant'Agostino GIUSTIZIA E MISERICORDIA
I28 Augustin Guillerand «VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?»
I29 Romano Guardini «QUELLO CHE STAVA PER TRADIRE GESÙ»
I30 Augustin George LA MANIFESTAZIONE DI DIO AI CREDENTI
I31 Sant'Ilario DAI FRUTTI SI RICONOSCE L'ALBERO
I32 San Giovanni Crisostomo IL SEME DELLA PAROLA E LA BUONA TERRA
I33 Bossuet

GLI INVITATI AL FESTINO

I34 San Beda il Venerabile LA VOCAZIONE DI MATTEO
     
     

I1  «SIATE MISERICORDIOSI, COME È MISERICORDIOSO IL PADRE VOSTRO» (Lc. 6, 36)

      Asterio D'Amasea *

Vescovo di Amasea nel Ponto, Asterio, morto nel 410, ci ha lasciato sedici omelie che sono commenti della Scrittura o panegirici di martiri. Come ci mostra questa pagina, il suo stile è pieno di vigore e di slancio. Asterio non esita a sferzare severamente i suoi fedeli proprio quando li invita alla misericordia.

Se volete imitare Dio, a immagine del quale siete stati creati, conformatevi al vostro modello. Voi cristiani, voi che portate un nome che significa amore, imitate la carità di Cristo. Osservate la ricchezza del suo amore per gli uomini. Sul punto di manifestarsi a loro nella sua umanità, ha mandato Giovanni per invitarli alla penitenza e condurli al pentimento e, ancora prima di lui, ha inviato tutti i profeti che hanno insegnato la conversione. Quando poi poco tempo dopo, si è presentato Cristo stesso, ha gridato con la propria voce facendosi avanti in persona: Venne a me tutti voi che siete affaticati e oppressi e io vi consolerò (Mì. 11,28). E quelli che hanno accolto l'invito, come li ha ricevuti? Ha concesso loro, senza difficoltà, n perdono dei peccati e immediatamente li ha liberati dalle loro afflizioni. Il Verbo li ha resi santi, lo Spirito ha 'impresso su di loro il suo sigillo. L'uomo vecchio è stato sepolto ed è nata la nuova creatura, rigenerata per grazia. Di conseguenza l'uomo, che era estraneo, è diventato un intimo, da straniero è diventato figlio; prima escluso, ora è stato 'introdotto nel mistero, è da empio che era è diventato santo.
Se qualcuno, dopo aver ri,cevuto in dono ricchezze così grandi ed eccezionali, offendesse il suo generoso benefattore noi saremmo senz'altro per lui giudici duri e inflessibili Lo metteremmo subito a morte, senza permettergli di difendere la sua causa, e lo priveremmo non solo di questa vita, ma anche dell'altra. Ma ben diverso
è il giudizio del Signore, la cui misericordia è senza limiti. Egli non vuole la morte del peccatore, ma attende la sua conversione. Per questo non vengono puniti quelli che per una volta hanno disprezzato la grazia: la misericordia infatti si aggiunge alla misericordia, e il perdono si unisce all'oblio. Le lacrime versate hanno l'efficacia di un bagno purificatore e i gemiti del pentimento riportano la grazia che per breve tempo era stata perduta...
Voi dunque che siete duri e incapaci di dolcezza imitate la bontà del nostro creatore. Non siate, per i vostri compagni di schiavitù, dei giudici rigorosi e crudeli, nell'attesa che giunga colui che svelerà i segreti dei cuori e che, con la sua potenza, darà a ciascuno il posto che gli spetta nella vita futura. Non pronunciate giudizi severi, per non essere giudicati con severità e per non essere trafitti, come da denti acuti, dalle parole. Mi sembra infatti che le parole del Vangelo: Non
giudicate, per non essere giudicati (Mt. 7, 1) vogliano appunto metterei in guardia da questo peccato. Conciò non si vuole escludere la facoltà di valutare le cose con intelligenza e rettitudine: il Vangelo chiama «giudizio» una condanna troppo severa. Noi tuoi giudizi dunque, adopera, per quanto è possibile, un peso leggero, se non vuoi che anche le tue azioni facciano scendere il piatto della condanna quando -la nostra vita sarà pesata dal giudizio di Dio, come su una bilancia... Non rifiutare allora, di usare miseri-cordia, per non essere escluso dal perdono quando anche tu ne avrai bisogno.

* Omilia protrepticos peri metanoia. P.G. 40, 356 C-D - 357 A; 360 C-D - 361 A.

 

 

I2  IL SACRIFICIO DI ABRAMO

      Origene *

Origene (185-253) fu uno dei pensatori più profondi e uno dei più grandi uomini spirituali dell'antichità. Personalmente egli non volle mai essere altro che un autentico uomo di chiesa. Perciò la condanna del Concilio di Costantinopoli (553) che colpì, tre secoli dopo la sua morte alcune sue tesi oggettivamente eterodosse, non può diminuire il valore della testimonianza di colui che consacrò tutta la sua vita all'annuncio della Parola di Dio.

Abramo prese la legna dell' olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono insieme (Gen. 22,6). Isacco porta lui stesso la legna per l'olocausto: per questo è figura di Cristo che portò egli stesso la croce (cfr. Gv. 19, 17). Eppure portare la legna per l'olocausto è compito del sacerdote. Cristo è dunque nello stesso tempo vittima e sacerdote. Questo è ciò che vuoi significare l'espressione: Poi proseguirono insieme. Infatti, mentre Abramo, che doveva compiere il sacrificio, porta il fuoco e il coltello, Isacco non cammina dietro a lui, ma accanto, dimostrando così di condividere col padre la funzione sacerdotale.
E la Scrittura continua: Isacco si rivolse a suo padre Abramo,
e disse: Padre (Gen. 22, 7). E in quel momento la voce del figlio risuona come una tentazione. Prova a immaginare come sarà stato sconvolto il cuore del padre nell'udire la voce del figlio che sta per essere immolato. Infatti la fede di Abramo, sebbene lo portasse a una certa durezza di cuore, non gli impedì di rispondere con una parola affettuosa: Che c'è, figlio mio? E Isacco riprese: Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per il sacrificio? Abramo rispose: Dio si provvederà l'agnello per il sacrificio, figlio mio (Gen. 22, 8).
Questa risposta di Abramo, amorevole e insieme prudente, mi commuove. Non so che cosa vedesse in spirito, perché non parla in riferimento al presente, ma al futuro, quando dice:
Dio stesso si provvederà l'agnello. Al figlio che l'interroga sul presente, risponde con l'intuizione del futuro. Il Signore infatti si era già provveduto una vittima nella persona di Cristo...
E Abramo - dice la Scrittura - stese la mano e afferrò n coltello per immolare suo figlio. - Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: Abramo, Abramo! Ed egli rispose: Eccomi - E l'angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! adesso so che tu temi Dio (Gen. 22,10-12)... Facciamo un confronto con quel passo dell'apostolo in cui viene detto di Dio che non ha risparmiato n proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi (Rom. 8,32). Guarda con quale stupenda generosità Dio scende in gara con Q'li uomini: mentre Abramo ha offerto un figlio mortale, che di fatto non sarebbe morto, Dio ha consegnato per noi alla morte un Figlio immortale.
E Abramo alzò gli occhi
e vide che c'era un ariete impigliato con le corna in un cespuglio (Gen. 22,13). Dicevamo prima che Isacco era figura di Cristo: ma Cristo sembra essere prefigurato anche nell'ariete. Vale la pena che cerchiamo di -comprendere come l'una e l'altra figura Isacco che non viene ucciso e l'ariete che lo è - si riferiscono entrambe a Cristo.
Cristo è il Verbo di Dio, ma il Verbo si è fatto carne (Gv. 1,14). C'è dunque in Cristo una natura che viene dall'alto, e una natura assunta dalla condizione umana, dal seno della Vergine. Ora, Cristo soffre, ma nella carne; si sottopone, alla morte, ma è la sua carne che la subisce, e di questo è figura l'ariete, come diceva anche Giovanni: Ecco
l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo (Gv. 1,29). Al contrario, il Verbo è rimasto nell'incorruttibilità: è lui il Cristo secondo lo spirito, e Isacco ne è l'immagine. Per questo egli è insieme vittima e sacerdote. Infatti, secondo lo spirito, Cristo offre al Padre la vittima e, secondo la carne, egli stesso viene offerto sull'altare della croce.

* In Genesim Homilia VIII, 6,8,9: P.G. 12, 206 B - D, 207 C, 208 B - C, 209 A.

 

 

I3  LA PROVA DI ADAMO

          Soren Kierkegaard *

Kierkegaard (1813-1855) nato a Copenaghen, fu educato con austerità nel luteranesimo. Da studente, si immerse con una specie di frenesia nella filosofia e nella teologia. Dal 1843 al 1850 pubblicò le sue opere più importanti, non prive di vigore. Secondo le sue stesse affermazioni, nei suoi libri, anche se di carattere letterario e filosofico, si prefigge uno scopo religioso, mettendo la sua abilità di scrittore a servizio della rivelazione di cui sottolinea tutte le esigenze. La sua ricerca appassionata si allontana a volte dalle grandi certezze cristiane, ma pur nella sua angoscia Kierkegaard ha potuto lasciarci una testimonianza commovente, prova questa che egli era già sensibilizzato alla angoscia dell'anima moderna. La sua influenza del resto, è sentita ancora nel nostro tempo.

Leggiamo nella Scrittura: E Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo dove sei? Ed egli rispose Eccomi, sono qui (Gen. 22,1). Ora dimmi: tu, a cui io mi rivolgo, tu avresti fatto lo stesso? Nel veder venire da lontano verso di te la tremenda prova -imposta dalla provvidenza, non avresti forse detto alle montagne «copritemi» e alle colline «cadetemi addosso»? Oppure, avendo più coraggio, non avresti rallentato il tuo passo lungo la strada, pensando con nostalgia ai sentieri di una volta? E al sentire la chiamata, saresti rimasto zitto, oppure avresti risposto forse piano piano, quasi in un bisbiglio? Ma non fu tale la risposta di Abramo; pieno di coraggio, di gioiosa fiducia, egli rispose ad alta voce: Eccomi!
Leggiamo in seguito: Abramo si alzò di buon mattino (Gen. 22,3). Si affrettò, quasi andasse a una festa e di buon mattino si trovò nel luogo indicatogli, sul monte Moria. Non disse niente a Sara, niente a Eleazaro: chi poteva capirlo? E la prova, per la sua stessa natura, non gli aveva forse imposto l'impegno del silenzio?
Tagliò la legna, legò Isacco, accese il fuoco, afferrò il coltello (Gen. 22,9-10). Lo sappiamo: sono stati tanti i padri che, con la morte del loro figlio, hanno sentito di perdere quanto avevano di più caro al mondo; hanno visto crollare tutte le speranze riposte nell'avvenire: pure non c'è mai stato certamente un figlio della promessa nel senso in cui Isacco lo era per Abramo. Ci sono stati tanti padri che hanno perduto un figlio, ma era la mano di Dio che lo toglieva loro, era la volontà immutabile e imperscrutabile dell'Onnipotente. Non fu così per Abramo. A lui era riservata una prova molto più dura e la sorte di Isacco era sospesa al coltello che il patriarca aveva in mano. E lui stava li, uomo solo davanti alla sua unica speranza! Ma non esitò, non si mise a guardare intorno ansiosamente, non scongiurò il cielo con la preghiera. Sapeva che era Dio onnipotente a metterlo alla prova e che quello era il più grande sacrificio che potesse essergli ,chiesto. Ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo grande quando chi lo chiede è Dio: e afferrò il coltello...
O venerabile padre Abramo! Quando sei tornato a casa dal monte Moria, tu non hai avuto bisogno di parole che ti consolassero di una perdita. Non avevi forse ottenuto tutto, mentre Isacco rimaneva con te? E da allora il Signore non te lo prese più, anzi hai potuto sedere felice a tavola con lui nella tua tenda, così come farai in cielo per tutta l'eternità. O venerabile padre Abramo! Da quel giorno migliaia d'anni sono passati, ma tu non hai affatto bisogno che un tardo ammiratore strappi all'oblio la tua memoria: in ogni lingua si parla di te fra gli uomini, e tuttavia tu ricompensi più splendidamente di chiunque altro quelli che ti ammirano. Infatti in cielo, nel tuo seno, essi conoscono la felicità: e sul<la terra tu affascini. il loro cuore e i loro occhi con la luce della tua azione straordinaria.

* Fear and Trembling - Oxford University Press, Londra 1946 pp. 19-22.

 

 

I4  «LO RICONOBBERO NELL'ATTO DI SPEZZARE IL PANE» (Lc. 24, 35)

       San Gregorio Magno *

San Gregorio Magno (540-604) fu successivamente prefetto della città di Roma, monaco e fondatore di monasteri, diacono e legato a Costantinopoli, ed infine papa in un contesto storico molto fosco. Questo grande mistico, che conservò sempre in cuore la nostalgia della sua vita monastica, seppe essere un pastore ammirevole. I suoi scritti spirituali hanno profondamente influenzato la pietà medioevale.

Due discepoli facevano strada insieme e parlavano del Signore, pur non ,credendo in lui: ed ecco che egli apparve loro, ma sotto sembianze che non poterono riconoscere. Il Signore rese visibile ai loro occhi di carne proprio quello che si agitava nel loro intimo, davanti allo sguardo del loro cuore incredulo. I discepoli infatti erano interiormente divisi tra il dubbio e l'amore: il Signore quindi appariva ed era loro presente, ma non si faceva riconoscere. A questi uomini che parlavano di lui, egli offrì la sua presenza, ma nascose il suo vero volto, perché nell'intimo erano pervasi dal dubbio. Rivolse loro la parola e li rimproverò perché erano tardi a capire. Rivelò il senso dei misteri della Sacra Scrittura che lo riguardavano, ma, siccome per la loro fede egli non era altro che un pellegrino, finse di dover proseguire la sua strada... Nell'agire così, la Verità - che è semplice non cadde certamente nella doppiezza, ma si manifestò agli occhi del loro corpo proprio quale era già nella loro mente. Questi discepoli, che non lo amavano ancora come Dio, dovevano essere messi alla prova, per vedere se potevano amarlo almeno come pellegrino. La Verità stessa li accompagnava nel loro cammino, e perciò non potevano certo essere lontani dalla carità: lo invitarono quindi a fermarsi con loro come si fa con un pellegrino. Ma perché diciamo: «lo invitarono», mentre l'espressione che usa la Scrittura è: Lo costrinsero (Lc. 24, 29)? Senza dubbio questo esempio ci insegna a invitare i pellegrini a casa nostra: non solo, ma a invitarli con insistenza.
I due discepoli dunque dispongono la mensa, offrono il cibo e, quel Dio che non avevano riconosciuto mentre spiegava la Sacra Scrittura, lo riconoscono nell'atto di spezzare il pane. Non furono quindi illuminati mentre ascoltavano i precetti di Dio: lo furono invece nel compierli, perché sta scritto:
Non quelli che ascoltano la legge sono giusti presso Dio; quelli che la osservano saranno giustificati (Rom. 2,13). Qualcuno vuole dunque comprendere gli insegnamenti che ha ascoltato? Metta immediatamente in pratica queMo che ha già potuto capire. Ecco, il Signore che non è stato riconosciuto mentre parlava, si è 'lasciato riconoscere mentre era a mensa. Siate solleciti dunque, fratelli carissimi, nel"offrire l'ospitalità, amate le opere di carità. Paolo ci parla di essa quando dice: Perseverate nell'amore fraterno e non dimenticate l'ospitalità, perché per mezzo suo alcuni ospitarono degli angeli, senza saperlo (Ebr. 13,1). E Pietro aggiunge: Praticate a vicenda l'ospitalità senza mormorare (I Piet. 4, 9). Per questo lo stesso Maestro afferma: Fui pellegrino e mi accoglieste (Mt. 25, 35)... E quando verrà per giudicare, dirà: Quello che avete fatto al più piccolo fra i miei, l'avete fatto a me (Mt. 25,40)... E nonostante questo, noi siamo così pigri a offrire l'ospitalità! Pensate, fratelli miei, alla grandezza di questa virtù. Ricevete quindi Cristo alla vostra mensa per porter essere accolti al banchetto eterno. Offrite ospitalità a Cristo come a un pellegrino e non sarete considerati nel giorno del giudizio come pellegrini sconosciuti, ma sarete accolti nel regno come familiari.

* Homilia XXIII: P.L. 76, 1182 - 1183.

 

I5  LA LUCERNA SUL CANDELABRO

       San Massimo il confessore *

Nato verso il 580 a Costantinopoli e morto in esilio nel Caucaso, nel 662, Massimo deve il suo titolo di «confessore» alla costanza con cui si oppose a/fa corrente teologica monotelita, che negava la volontà umana del Cristo. Il vigore e la chiarezza del suo pensiero, ispirato da Gregario Nazianzeno e da Dionigi l'Areopagita, fanno di lui uno dei teologi più profondi dell'antichità cristiana.
Il mistero del Verbo incarnato sta al centro della sua meditazione. Dandoci una interpretazione originale della parabola della lampada, egli descrive qui con eccezionale abilità l'azione illuminatrice esercitata nella Chiesa da Cristo, Parola di Dio.

La lampada posta sul candelabro è la vera luce del Padre, quella che illumina ogni uomo che viene nel mondo: il nostro Signore Gesù Cristo, che prendendo la nostra carne, s'è fatto e s'è chiamato lampada. Colui cioè che è per natura Sapienza e Parola del Padre; colui che nella Chiesa di Dio è proclamato dalla fede; colui che è esaltato e fatto risplendere tra i popoli con una vita virtuosa grazie all'osservanza dei comandamenti, e che brilla per tutti quelli che sono nella casa, cioè in questo mondo. Così infatti afferma lo stesso Dio e Verbo: Nessuno accende una lucerna e la mette sotto il moggio, ma sul candelabro, dove brilla per tutti quelli che sono nella casa (Mt. 5, 15). Egli chiama evidente mente se stesso lucerna, in quanto è Dio per natura e s'è fatto carne secondo l'economia della salvezza... Credo che anche il grande Davide pensasse a questo quando chiamò lucerna il Signore, dicendo: Lucerna per i miei piedi è la tua legge, e luce sui miei sentieri (Sal. 118, 105). Il mio Salvatore e mio Dio è liberatore dalle tenebre dell'ignoranza e del vizio: è per questo che anche dalla Scrittura è stato detto lucerna. Lui solo, dissipando quale lucerna la caligine dell'ignoranza e le tenebre del peccato, si è fatto per tutti cammino di salvezza. Mediante la virtù e la conoscenza, egli porta al Padre quelli che vogliono percorrere questa via di giustizia con l'osservanza dei comandamenti di Dio.
Quanto al candelabro, è la Santa Chiesa. Basata sulla sua predicazione, la Parola di Dio splende e illumina con lo sfavillio della verità tutti quelli che si trovano in questo mondo, come fossero in una casa, riempiendo le menti di tutti della conoscenza di Dio...
La Parola non vuole in nessun modo essere tenuta sotto il moggio: essa vuoi essere posta ben in alto, dove più sublime è la bellezza della Chiesa. Tenuta infatti sotto la lettera della Legge come sotto un maggio, la Parola lasciò tutti privi della luce eterna, senza dare la contemplazione spirituale a quanti cercavano di svestirsi del senso ingannevole, capace soltanto d'illusione, atto a percepire solo le cose corruttibili. Ma posta sul candelabro che è la Chiesa, cioè sul culto razionale nello Spirito, essa illumina tutti... Perché la lettera, se non è compresa spiritualmente, ha solo il senso limitato della sua espressione, e non permette alla forza di quel che è stato scritto di aprirsi una strada verso l'intelligenza...
Se accendiamo dunque la lucerna, cioè la Parola luminosa della conoscenza, con la contemplazione e con la azione, non mettiamola sotto il maggio, al fine di non essere condannati per aver circoscritto entro la lettera !'incomprensibile forza della Sapienza. Mettiamola piuttosto sopra il candelabro, cioè sulla santa Chiesa, sulla sommità della vera contemplazione, perché possa far risplendere su tutti la luce della divina verità.

* Quesito 63 a Talassio: PG 90, 668-669.

 

 

I6  LA VITE E I TRALCI

     Louis Bouyer *

Da circa vent'anni, Louis Bouyer, un tempo pastore luterano, ora prete dell'Oratorio, svolge un'assidua attività di teologo e di storico a servizio della Chiesa di Cristo. Si è impegnato in tutti i settori della ricerca cristiana, pubblicando un gran numero di opere di alto livello, molte delle quali hanno stimolato l'aggiornamento liturgico e l'attività ecumenica, già prima del Concilio. Eccelle nel far risaltare la novità radicale del Vangelo, del mistero e del culto cristiano e, contemporaneamente, il loro stretto collegamento con la Rivelazione vetero-testamentaria. Egli si applica con particolare cura, nell'insegnamento e negli scritti, a discernere, tra le tendenze attuali, quelle che corrispondono all'essenza di un cristianesimo molto esigente, del quale sottolinea volentieri il carattere trascendente ed escatologico.

Il simbolo della vigna era familiare ai giudei. Il Vecchio Testamento se ne serviva spesso per indicare iI popolo di Dio e descrivere le cure di cui era oggetto da parte del Signore. Nei sinottici Gesù l'utilizza con lo stesso senso. Ma nel Vangelo di Giovanni, identificandosi con la vera vite, egli dichiara che il vero Israele è in lui e che ne fanno parte solo quelli che sono uniti a lui... I profeti allora parlavano di una vigna, invece adesso si tratta di un unico ceppo di vite: l'immagine si è ridimensionata, quasi condensandosi, per poter trasmettere la rivelazione dell'unità nell'amore...
Gesù non vuole solo dichiararsi unito ai suoi, ma formante una .cosa sola con essi: non è solamente la fonte della loro vita, ma è unito a loro ed essi a lui. In questo modo vivono talmente integrati col suo essere al punto da costituire con lui un unico organismo vivente. Si può dire che qui Gesù non si considera più come un individuo, ma come un «vivente» collettivo, e tuttavia perfettamente uno, che abbraccia tutta l'umanità rigenerata in lui. E' un concetto analogo alla dottrina di Paolo sulla Chiesa, .corpo mistico di Cristo: capo o membra non sono elementi separati, e così avviene di Gesù e dei suoi. Ma l'immagine della vite spinge ancora oltre l'assimilazione: nelle parole Io sono la vera vite, non si tratta più di due elementi complementari, ma di una sola persona divina. La sua incarnazione, partendo dal tronco che è l'uomo Gesù, si prolunga fino ai rami, in modo che l'unità vivente del tutto formi, secondo la splendida parola di sant'Agostino, «il Cristo totale», capo e membra.
Solo attraverso Gesù la vite può affondare le sue radici proprio nel cuore della vita divina, ma è veramente la vita di Dio, quella che circola fino alle estremità dei tralci più lontani. E' in Gesù come nella sua sorgente, ma questa sorgente scaturisce solo perché ad essa si venga ad attingere. C'è a questo punto una doppia affermazione circa i tralci. Avulsi dal Cristo, nel quale invece debbono inserirsi organicamente, essi non possono portare frutto. In forma di,versa, ma nel-la stessa luce eucaristica,
è l'affermazione stessa che Gesù aveva enunciata dicendo: Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita (Gv. 6,53).
Ma d'altra parte, se sono nel Cristo, i tralci devono portar frutto, altrimenti saranno divelti dal tronco. Innestato sul Cristo, il fedele, che utilizza la grazia conferitagli da questa unità vitale, viene purificato, «potato» da Dio per poter portare frutti sempre più abbondanti. Chi invece si chiude all'azione vivificante della linfa dev'essere tagliato via ed eliminato... I tralci di Cristo devono portare frutto altrimenti saranno condannati al fuoco: ma il frutto che essi portano è ottenuto unicamente dalla loro appartenenza a Cristo ed è frutto suo.
Ma in che consiste questo frutto? Frutto dell'unità organica del Cristo e dei suoi è la loro unione nell'amore. Incarnandosi, Cristo ebbe in vista quest'unico fine: stabilire i suoi nell'amore 'Come egli stesso è nell'amore del Padre. E come lui, in virtù dell'obbedienza, vive nell'amore del Padre, così anche i suoi obbedendo, vivranno nel suo amore.

* Le quatrième évangile, «Bible et Vie chrétienne», Casterman 1955, pp. 203-205.

 

 

I7  «MA VOI CHI DITE CH'IO SIA?» (Mt. 16,15)

        Giovanni Papini *

Giovanni Papini (Firenze 1881-1956) è poeta e scrittore. Temperamento paradossale, esuberante e battagliero, contribuisce largamente a rinnovare la letteratura e il pensiero italiano. Dopo essere passato attraverso le più disparate esperienze intellettuali e morali, il suo spirito - in perpetua ricerca - trova finalmente la via della luce. Ed è proprio la «Storia di Cristo», da cui riportiamo la pagina che segue, l'opera che rivelerà inequivocabilmente la conversione del Papini al cattolicesimo.

Pochi hanno l'ardimento di chiedere a se stessi: Chi sono? E ancor meno san quelli che possono rispondere. La domanda: Chi sei? è la più grave, che un uomo possa rivolgere ad un uomo. Gli altri sono, per ciascuno di noi, un mistero chiuso, anche nei tormenti supremi della passione, quando due anime tentano disperatamente di essere un'anima sola. Ma siamo tutti, anche noi stessi, un mistero. Viviamo ignoti fra ignoti...
Gesù non interroga per sapere ma perché i suoi fedeli, finalmente, sappiano anch'essi; sappiano, ora che siamo alla fine, il suo vero nome... - Ma voi, chi dite ch'io sia? (Mt. 16, 15). E allora in Simon Pietro avviene l'illuminazione che quasi lo supera, e lo fa davvero primo in eterno. Le parole, ormai, non le trattiene più: gli vengono ai labbri quasi non volendo, in un grido di cui egli stesso un minuto prima, non si sarebbe creduto capace: «Tu sei il Cristo, il Figliol d'Iddio vivente. Le tue san parole di vita eterna e noi abbiam creduto e conosciuto che sei il santo d'Iddio» (cfr. Gv. 6, 69).
Finalmente dalla dura pietra
è sgorgata la palla che ha dissetato, fino ad oggi, sessanta generazioni. Era il suo diritto e il suo premio. Pietro era stato il primo a seguirlo nel divino vagabondaggio; a lui tocca essere il primo a riconoscere, nel vagabondo annunziatore del regno, il Messia che tutti aspettavano nel deserto dei secoli e che alla fine è giunto, ed è proprio quello che sta dinanzi ai suoi occhi, coi piedi nella polvere della strada. Il re puro, il sole di giustizia, il principe della pace, quello che Dio doveva mandare al suo giorno, che i profeti aveva n predetto nei crepuscoli della tristezza e del castigo e avevan visto scendere sulla terra come una folgore, nella pienezza della vittoria e della gloria; che i poveri, i feriti, gli affamati, gli offesi, aspettavano di secolo in secolo come l'erba secca aspetta l'acqua, come il fiore aspetta il sole, come la bocca aspetta il bacio e il cuore la consolazione; il Figliolo d'Iddio e dell'uomo, l'Uomo che nasconde Iddio nella sua scorza di carne, il Dio che ha ravvolto la sua divinità nel fango di Adamo, è lui, il dolce fratello quotidiano, che si specchia tranquillo negli occhi stupefatti dei prescelti.

* Storia di Cristo, Vallecchi Editore, Firenze 1961 - pp. 337-340.

 

 

 

I8  «IL SIGNORE HA DATO, IL SIGNORE HA TOLTO» (Giob. 1,21)

          San Gregario Magna *

San Gregorio Magno (540-604) fu successivamente prefetto della città di Roma, monaco e fondatore di monasteri, diacono e legato a Costantinopoli, ed infine papa in un contesto storico molto fosco. Questo grande mistico, che conservò sempre in cuore la nostalgia della sua vita monastica, seppe essere un pastore ammirevole. I suoi scritti spirituali hanno profondamente influenzato la pietà medioevale.

Dopo aver perduto tutti i suoi beni e tutti i suoi figli, Giobbe si alzò, si stracciò le vesti, si rase il capo e, prostrandosi a terra, adorò (cfr. Giob. 1, 20). Lo stracciarsi le vesti, il gettarsi a terra col capo raso, mostrano bene che egli sentiva il dolore di queste sventure. Ma quell'«adorò» che vi si aggiunge sta a testimoniare che, sia pure nel dolore, egli non si ribellava contro la decisione di chilo colpiva. Ascoltiamo quello che disse allora: Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò (Giob. 1, 21)... Poiché per volontà del Signore era stato privato di tutto, per poter conservare la pazienza si richiamò alla mente il tempo in cui non possedeva ancora nulla di ciò che aveva perduto; e così il pensiero di non aver avuto, una volta, nessuno di quei beni, mitiga il dolore di averli perduti. E' infatti una consolazione grande, quando perdiamo i nostri beni, ricordarci del tempo in cui non li possedevamo.
Poiché la terra ci ha generati tutti, non è sbagliato chiamarla nostra
madre. Per questo la Scrittura dice: Un giogo pesante grava sui figli di Adamo, dal giorno della uscita dal seno della loro madre, fino al giorno del ritorno alla madre dI' tutti (Eccli. 40, 1). E il beato Giobbe, per piangere, sì, ma nella pazienza, quello che ha perduto in questo mondo, considera attentamente lo stato in cui era quando vi giunse; e, per potersi mantenere più sicuramente in un atteggiamento di pazienza, pensa con un'attenzione ancora più grande allo stato in cui lo lascerà: Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. E' come se dicesse: la terra mi ha portato alla luce nudo al mio ingresso nel mondo, la terra mi accoglierà nudo quando lo abbandonerò. Mi è stato tolto quel che avevo ricevuto e che dovevo lasciare: che cosa ho dunque perduto che fosse realmente mio?
E siccome la consolazione non ci deve venire soltanto dal pensiero del nostro stato, ma anche dalla considerazione della giustizia del nostro Creatore, ben a ragione Giobbe continua così:
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore, così è avvenuto (Giob. 1, 21 Vulg.). Quest'uomo aveva perduto tutto per la tentazione dell'avversario; ma sapendo che Satana non avrebbe avuto il potere di tentarlo senza il permesso di Dio, non disse: «Il Signore ha dato, il diavolo ha tolto»; ma: 1/ Signore ha dato, il Signore ha tolto. Forse ci sarebbe stato motivo di lamentarsi se quel che il Creatore gli aveva dato, il nemico gliela avesse portato via; ma siccome chi ha tolto è proprio colui che ha dato, egli non ha portato via cose nostre: si è soltanto ripreso le sue. Se da lui infatti riceviamo i beni di cui facciamo uso in questa vita, perché lamentarci se egli vuole che restituiamo quello che nella sua bontà ci aveva prestato?...
Ascoltiamo ora Giobbe che conclude la sua preghiera lodando il suo giudice con queste parole di benedizione:
Sia benedetto il nome del Signore (Giob. 1,21). Questo benedire il Signore è come la conclusione di tutto ciò che Giobbe ha pensato di giusto... Quest'uomo, anche quando è percosso da Dio, gli innalza un inno di gloria.

* Moralia, Il, 29-32: PL 75,569-571.

 

 

I9  IL SERVIZIO DEL BUON PASTORE È LA CARITÀ

       San Tommaso d'Aquino *

San Tommaso d'Aquino nacque vicino a Montecassino verso il 1225 e morì a Fossanova nel 1274. Dopo aver studiato filosofia a Napoli, entrò nell'Ordine dei Predicatori e continuò gli studi a Parigi prima, e a Colonia poi, dove ebbe per maestro sant'Alberto Magno. Nel 1257, contemporaneamente a san Bonaventura, fu proclamato dottore in teologia. La sua opera è gigantesca. E' noto che egli introdusse la filosofia aristotelica nel pensiero cristiano. Seppe sempre mantenere le necessarie distinzioni tra quello che è accessibile e dimostrabile dalla ragione e quello che rientra nel campo della fede basata sulla rivelazione. Per trovare l'accordo tra questi due elementi Tommaso, che è uno dei geni religiosi dell'umanità versato nella filosofia, nella teologia e nella mistica, costruì il monumento della sua «Summa theologica».

Cristo ha detto: lo sono il buon pastore (Gv. 10, 11). E' evidente che il titolo di pastore spetta a lui in modo tutto particolare: come infatti un pastore si prende cura del suo gregge e lo conduce al pascolo, così Cristo alimenta i suoi fedeli -con un cibo spirituale, col suo corpo e col sua sangue stesso. Dice la lettera di Pietro: Eravate un tempo come pecore sbandate, ma ora siete ritornati al pastore e custode delle vostre anime (1 Piet. 2, 25) e Isaia: Egli, come un pastore, farà pascolare il suo gregge (Is. 40, 11).
Ma, per
distinguersi dal cattiva pasta re, e dal ladro, Gesù precisa che egli è il buon pastore. Buana, perché adempie il suo compito can la stessa devozione con cui un soldato valoroso compie il proprio servizio. Cristo d'altra parte aveva detta in precedenza che il pastore entra per la porta e anche che lui stesso è la porta (cfr. Gv. 10, 7); se qui afferma di essere il pastore, bisogna concludere che egli entra attraverso se stesso. Ed è propria così: egli entra per se stesso, perché lui sola può manifestarsi e conoscere il Padre da se stessa. Noi invece entriamo attraverso di lui, e per mezza di lui riceviamo la beatitudine. Ma badiamo bene: non c'è nessun'altra porta all'infuori di lui, perché nessun altro è la luce vera, e tutti partecipano della sua luce. Giovanni Battista non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce (Gv. 1, 8). Cristo invece era la luce vera, che illumina ogni uomo (ibid. 9). Allo stesso modo nessuno può dire di essere la porta: questo è un titolo che Cristo ha riservato a sé solo.
Questa missione di pastore, egli l'ha comunicata ad altri, l'ha affidata ai suoi membri: Pietro infatti fu pastore, come furono pastori gli altri apostoli e tutti i vescovi. lo vi darò, dice Geremia, dei pastori secondo il mio cuore (3, 15). E' vero che coloro che presiedono alla Chiesa e che pure sono suoi figli sono tutti pastori, ma Cristo soltanto può dire di sè: lo sono il buon pastore, rivelando così la forza unica del suo amore.
Il servizio del buon pastore è la carità. Per questo Gesù dice: /I buon pastore dà la vita per le sue pecore (Gv. 10, 11). Che cosa infatti distingue il pastore buono da quello cattivo? Il primo bada all'interesse del gregge, l'altro al proprio comodo, e appunto di questa differenza parla il profeta: Guai ai pastori che pascono se stessi. Non è forse il gregge che i pastori devono pascolare? (Ez. 34, 2). Chi dunque si serve del gregge per pascere soltanto se stesso non è buon pastore. Un pastore cattivo - anche se si intende il termine pastore solo in senso materiale - non è disposto a subire nessun danno per il gregge, dal momento che non si cura del suo vantaggio, ma del proprio. Il buon pastore invece sa sopportare molti sacrifici per il gregge, perché si preoccupa del suo bene. Dai pastori materiali non si esige però che si espongano alla morte per la salvezza delle loro pecore: ma dal momento che la salute spirituale del gregge è più importante della vita corporale del pastore, quando le pecore sono in pericolo, ogni pastore spirituale deve accettare di dare la vita del suo corpo per la salvezza del gregge.
E' appunto questo che il Signore afferma: Il buon pastore dà la vita per le sue pecore, la vita del corpo cioè, con l'esercizio dell'autorità e della carità... E di questa dottrina Cristo ci ha offerto l'esempio: Se egli ha dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv. 3, 16).

* Super Evangelium S. Joannis lectura, X, 3,1-2 - Marietti, Torino 1952 - p. 261.

 

 

I10  LA CERTEZZA DEL CRISTIANO FONDATA SULLA PAROLA DI GESÙ

          Lucien Cerfaux *

Lucien Cerfaux, nato in Belgio nel 1883, si è dedicato all'insegnamento della Sacra Scrittura e ha avuto l'unica ambizione di mettere tutta la sua vita al servizio della Parola di Dio. La sua ricerca esegetica, fondata su una fede incrollabile, è caratterizzata dalla preoccupazione di ritrovare il senso originale dei testi, specie del Nuovo Testamento, fino a raggiungere quasi una connaturalità con gli autori sacri. Egli ha comunicato i frutti dei suoi studi attraverso numerosi articoli, notevoli per rigore scientifico: ma la sua prima grande opera su san Paolo l'ha pubblicata solo a 60 anni. Morto a 85 anni, ha lasciato una splendida testimonianza di vita sacerdotale e apostolica.

L'agricoltore ha gettato in terra il seme. Poi ha finito, non ha più niente da fare. Non pensa più alla terra, si occupa del lavoro di ogni giorno. E il grano spunta senza che egli debba intervenire, senza che ci pensi o se ne renda conto. La terra produce da sola il suo frutto. In questa tranquillità del contadino si cela una lezione. Il regno cresce, simile alla messe terrena. La speranza del contadino non è mai delusa. Allo stesso modo la speranza del Regno condurrà l'umanità fino al tempo del raccolto. Gesù ci rivela la certezza che gli riempie il cuore e che lo rende sicuro del trionfo del suo messaggio. Non sta a noi affrettare l'ora decisiva. E' sicuro che verrà, perché Dio la prepara liberamente, ineluttabilmente, nel segreto della sua attività. Gesù avrebbe potuto ripetere la sua parabola ai discepoli Giacomo e Giovanni, quando proponevano di far scendere il fuoco dal cielo sui Samaritani inospitali (cfr. Lc. 9, 52-55). L'uso della forza non conviene allo stabilirsi del Regno di Dio.
Di fronte alle leggi d'inerzia che sembrano ostacolare l'opera di Dio, si erge in tutta la sua maestà la legge possente e irresistibile che solleva la creazione verso il suo Creatore.
Quando noi siamo fissati nel giusto atteggiamento, certi dell'immancabile progresso del Regno nel mondo,
in noi e per mezzo nostro (fatti questi che si equivalgono), noi ritroviamo insieme ottimismo e tranquillità. L'ottimismo è tutt'uno con la gioia e la pace, frutti dello Spirito Santo: Siamo in pace con Dio per opera di nostro Signore Gesù Cristo (Rom. 5, 1). Questo è l'ottimismo di Gesù. La vittoria della sua parola era assicurata, malgrado l'oscurità apparente che la avvolgeva: non si prepara la lampada per metterla sotto il moggio...
Quest'ottimismo
è condiviso da san Paolo, da tutti i grandi santi, i grandi credenti. San Paolo è il grande maestro della fiducia. Il disfattismo non corrisponde alla sua teologia della salvezza: colui che ci ha scelti è la potenza, la fedeltà in persona. Se ci ha scelti, andrà fino in fondo nel suo dono, ci glorificherà...
L'ottimismo e la fiducia abbracciano anche la vita terrena. Dio fa sbocciare i fiori e spuntare l'erba dei prati e nutre gli uccelli del cielo:
è possibile che si disinteressi della nostra vita corporale? Imparate dai gigli dei campi e guardate come crescono; non lavorano né filano: e io vi dico che lo stesso Salomone, in tutta la sua gloria, non fu mai vestito come uno di loro (Mt. 6, 28-29).
La tranquillità si accompagna sempre alla fiducia in Dio. Dopo tutto, assicurare il successo della Chiesa, della nostra santità, delle nostre fatiche, qualunque esse siano, è un compito che non spetta a noi ma a Dio. Quanto a noi, è sufficiente l'adempimento del nostro dovere di cristiani, nella più grande semplicità.

* Le Trésor des Paraboles, Desclée 1966 - pp. 43-47.

 

 

I11  I DODICI, FONDAMENTA DELLA CHIESA

         Jean-Pierre Charlier *

Nato a Huy nel 1929, Jean-Pierre Charlier è entrato fra i Domenicani nel 1947. Ha studiato a Roma, a Gerusalemme e a Parigi e insegna Sacra Scrittura al convento di la Sarte. L'esigenza di una pedagogia che si rinnova e richiede il dialogo costante con gli studenti, lo porta ad un continuo e dinamico rimaneggiamento della sua esegesi. Tuttavia concilia questa apertura ai progressi della critica moderna con la preoccupazione d'interpretare molto obiettivamente i testi sacri, senza indulgere alla mode teologiche.

Non è inutile chiedersi perché gli Undici abbiano voluto sostituire Giuda. Quando Giacomo verrà martirizzato nell'anno 44, niente lascerà capire che gli apostoli rimasti abbiano voluto affidare il suo posto a un successore, proprio mentre disponevano di un candidato veramente adattissimo nella persona di Paolo. D'altra parte è notevole il fatto che questi mai aspirò a tale posto, a cui pure gli davano dei diritti sia la sua vocazione che il ministero da lui svolto.
Effettivamente, risulta chiaro dal racconto di Luca che il problema non è sorto affatto in seguito alla morte di Giuda. Luca accorda a questa solo il valore di una parentesi, quasi una nota a piè di pagina, per appoggiare la sua ecclesiologia generale. Il nucleo del racconto e delle citazioni sottolinea non tanto la morte fisica, quanto la diserzione di uno dei Dodici. E' questo tradimento che esige una sostituzione. Infatti si insiste ripetutamente sul compito preciso affidato a Mattia: egli dovrà assumere una funzione a cui Giuda è venuto meno, occuperà un posto divenuto vacante non per la morte, ma a causa del tradimento con cui Giuda è andato a mettersi in un altro posto, ha scelto per sé un altro compito. Invece quando Giacomo scomparirà, nessuno penserà a sostituirlo, perché nessuno giudicherà vacante il suo posto. Dopo il tradimento di Giuda, il collegio apostolico diventa
il collegio degli Undici; dopo la morte di Giacomo sussiste sempre come il collegio dei Dodici.
Tutto questo è una testimonianza del fondatissimo apprezzamento in cui è tenuta la funzione dei Dodici nella teologia della Chiesa primitiva. E' una missione escatologica. I Dodici costituiscono l'elemento di trasmissione infallibile della Buona Novella redentrice, nel corso di tutta la storia della salvezza. Per tutta la durata di questa storia la funzione dei Dodici, istituita da Gesù, non può avere termine: finirà solo quando essi, preso posto sui dodici troni celesti, avranno pronunziato il giudizio di tutto Israele radunato. A questo titolo, i Dodici formano un ordine unico nel suo genere, che non andrà mai soggetto a sostituzioni: essi non rappresentano una tappa nella storia della Chiesa, ma ne costituiscono
il fondamento incrollabile. Il bastione della città ha dodici pilastri, ciascuno dei quali porta il nome di uno dei dodici apostoli dell'Agnello (Ap. 21, 14). Nessuno mai li sostituirà perché la loro morte non è uno scomparire: ad essi succederanno altri uomini, ma solo per prolungarne perennemente l'azione sulla terra. Sarà a questi che gli apostoli trasmetteranno una parte dei loro poteri e dei loro compiti.

* L'Evangile de l'enfance de l'Eglise, in «Etudes religieuses» 772, La Pensée catholique, Bruxelles 1966 - pp. 102-103.

 

 

 

I12  SIGNORE, VIENI CON NOI

         Antonio Rosmini *

Antonio Rosmini Serbati nacque a Rovereto nel 1797. Ordinato sacerdote nel 1821, si laureò in teologia l'anno seguente. Mise il suo ingegno eccezionalmente vasto e profondo al servizio della religione e della Chiesa: sua preoccupazione fondamentale fu la diffusione del pensiero e della filosofia cristiana. Creò l'Istituto della Carità e le Suore della Provvidenza ed eresse scuole e collegi. Gli avvenimenti politici del 1848 impedirono la sua nomina a cardinale, che del resto il Rosmini era ben lontano dal desiderare. L'incomprensione di uomini politici ed ecclesiastici gli procurò molte sofferenze, che seppe sopportare con serenità: alcune sue opere furono condannate dalla Chiesa. Il tempo poi ha fatto rifulgere non solo la purezza e l'ortodossia del pensiero dell'insigne filosofo, ma anche la sua grande santità. Rosmini morì a Stresa, circondato di stima e di ammirazione, nel 1855.

Beato sei tu, o Israele. Chi è simile a te, o popolo che sei salvato dal Signore? Egli è lo scudo che ti protegge, e la spada che ti fa vittorioso (Deut. 33, 29). Nel bel mezzo delle dodici tribù attendate, si erige magnifico il tabernacolo del Signore: ivi, dal propiziatorio, Egli parla a Mosè e ad Aronne: tale è il centro di tutti gli accampamenti: quindi la loro bellissima unità, la convenienza nelle parti, l'ordine nel tutto, meraviglioso; la volontà divina è nel mezzo di essi: quanto semplice, quant'è sicura la regola delle sue marce! Nel giorno in cui fu eretto il tabernacolo del Signore, una nube il coperse. Di notte, si stava sopra il padiglione del tabernacolo quasi apparenza di fuoco sino al mattino. Quando la nube che proteggeva il tabernacolo si toglieva di là, allora mettevansi in viaggio i figliuoli di Israele, e nel luogo dove stava la nube ivi accampavansi (Num. 9, 15-17). Quella nube era il Signore, era il suo Angelo che lo rappresentava...
Il sacro storico non si contenta di registrare una volta sola questa incomparabile legge, secondo la quale stava o si moveva l'israelitico popolo: la ripete più volte, la inculca, la spiega... Vuoi far sentir l'importanza, la grandezza, la bellezza di questo muoversi d'un popolo intero al solo cenno del Signore. Non vi ha volontà di uomo che lo muova: la sola volontà di Dio il fa muovere o stare. Notate bene, o fratelli: Mosè non mette meno d'importanza nel muoversi che nello stare a volontà del Signore, non impiega meno parole a fare intendere come tutto Israele si stava fermo quando non gli accennava il Signore, di quello che ne impieghi a fare intendere come egli pronto si movea tosto che il Signore gli accennava. Tutti i giorni, egli dice, nei quali la nube si rimaneva ferma sul tabernacolo, essi rimanevano nel luogo stesso: aggiunge spiegando vieppiù ciò che aveva detto: e se avveniva che la nube rimanesse sul tabernacolo molto tempo, i figliuoli d'Israele stavano facendo le scolte del Signore e non si partivano, fossero pur molti i giorni in cui stava ferma la nube (Num. 9, 18-20)...
Oh parola del Signore, oh Verbo di Dio!'" Tu stesso e non altri vieni con noi, e dirigi tutti i nostri passi: comanda tu il nostro posare e le nostre marce; fa' che noi riposiamo e camminiamo con Te. Quando Tu riposerai nel mezzo di noi, noi pure riposeremo vigilanti nella preghiera, nello studio delle tue parole
e nell'aspettazione dei tuoi voleri: quando in mezzo di noi ti muoverai, ci muoveremo teco anche noi, nulla temendo sotto la tua scorta e la tua condotta. Anzi, Tu sia quello, o Verbo di Dio, che, quando ci comandi la quiete, ce la faccia altresì amare ed eleggere; e quando ci comandi di sorgere e metterei in moto, ci renda pronti e lesti e robustissimi alle fatiche del viaggio: perocché a noi non basta che Tu ci accenni e il tuo volere ci mostri, come al popolo Ebreo; ma aspettiamo di più da Te, che operi in noi tutto quello che ci accenni e ci mostri e comandi; altramente, Tu avrai purtroppo a far di noi quei lamenti che facesti del tuo popolo antico e forse più gravi ancora... Ché nulla di più ti puoi aspettare da noi, ma noi troppo più aspettiamo da Te; perocché Tu non sei solo la Parola della legge, cioè la Via per la quale dobbiamo andare, ma sei ancora la Verità che adempie la legge, e la Vita che ne premia l'adempimento; non sei l'antica colonna di nube tenebrosa e raggiante, ma sei il Verbo fatto nostra carne per nostro amore.

* Discorsi sulla Carità, Ed. Paoline, Pescara 1963 - pp. 93-100.

 

 

I25  AFFINCHÉ SIANO PERFETTI NELL'UNITÀ

        Eusebio di Cesarea *

Il merito di Eusebio (circa 265-340), vescovo di Cesarea, è di avere aperto il primissimo capitolo della storiografia cristiana. La sua «Storia Ecclesiastica» rimane, infatti, la fonte maggiore - in certi casi, unica - della conoscenza della Chiesa primitiva. Malgrado una certa carenza di rigore, le informazioni che ci fornisce collocano bene gli avvenimenti e le personalità (prelati e scrittori) nel contesto storico dell'Impero Romano. La sua funzione pastorale lo mise talvolta in conflitto, durante la crisi ariana, con Sant'Atanasio di cui non condivideva /'intransigenza. Nel campo teologico egli dà testimonianza dell'evoluzione della ricerca nella sua epoca, ed esprime sovente le verità fondamentali della fede con grande precisione.

Dio, che è al di sopra di tutto, lui, il Padre del nostro Salvatore, darà a coloro che ne sono degni il Regno che ha promesso; promessa confermata da Cristo in persona. Questo Regno dei cieli è il più grande di tutti i beni, in quanto Dio stesso si donerà a coloro che saranno sottomessi al Figlio suo; così Egli sarà tutto in tutti (1 Coro 15, 28). Il nostro Salvatore e Signore ce ne dà ancora una volta la testimonianza, allorquando rivolge a Dio suo Padre la sua grande preghiera per coloro che ama: Affinché siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, o Padre, e io in te; che siano anch'essi una sola cosa in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv. 17, 21)...
Nella sua grande preghiera sacerdotale, il nostro Salvatore chiede che noi siamo con lui là dove egli è, e che ne contempliamo la gloria. Egli ci ama come il Padre suo lo ama, e desidera donarci tutto ciò che il Padre gli ha donato. La gloria che riceve dal Padre suo, la vuole a sua volta donare a noi e fare di noi una cosa sola, affinché non continuiamo più ad essere una moltitudine informe, ma abbiamo tutti insieme a formare una unità, riuniti dalla sua divinità nella gloria del Regno, non tanto nella fusione in una sola sostanza, ma nella perfezione, apice della virtù. Questo è quanto Cristo ha proclamato, allorché disse: Affinché siano perfetti nell'unità! Così, resi perfetti dalla saggezza, dalla prudenza, dalla giustizia, dalla pietà e da tutte
le virtù di Cristo, noi saremo uniti nella luce indefettibile della divinità del Padre, divenuti noi stessi luce per mezzo della nostra unione con lui, e pienamente figli di Dio per la nostra partecipazione ed unione spirituale al suo unico Figlio che ci rende partecipi dello splendore della sua divinità.
E' in questo modo che noi diventeremo tutti un'unica cosa col Padre ed il Figlio. Poiché, come egli ha dichiarato che il Padre e lui sono un'unica cosa: lo ed il Padre, egli dice, siamo una sola cosa (Gv. 10, 39), allo stesso modo egli prega perché noi, imitandolo, partecipiamo della stessa unità... Si tratta di un'unità diversa da quella ipostatica che egli ha col Padre: come il Padre ha reso il Figlio partecipe della sua gloria, così il Figlio stesso, ad imitazione del Padre, comunicherà la sua gloria a coloro che ama. La gloria che tu mi desti, io l'ho data a loro, affinché siano una sola cosa, come noi siamo una cosa sola. lo in essi e tu in me; e così loro in noi (Gv. 17, 22-23). Il Padre e il Figlio sono una sola cosa nella loro gloria comune; gloria che Cristo dona ai suoi discepoli facendoli così entrare in quella stessa comunione.

 * La teologia ecclesiastica, Libro 111, 18-19; PG 14, 1042-1043.

 

I26  «SIMONE DI GIOVANNI, MI AMI TU?»

        San Giovanni Crisostomo *

Ultimati brillantemente i suoi studi e dopo di aver passato diversi anni nella solitudine, Giovanni Crisostomo (nato verso il 344) venne ordinato sacerdote ad Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò subito una eccezionale forza di eloquenza. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, dedicò tutto se stesso a correggere gli errori che si erano insinuati in quella Chiesa ed a sviluppare la fede dei suoi fedeli. /I suo messaggio, eco di tutta la Bibbia - sopprattutto di San Paolo e del Vangelo - apparve rivoluzionario a molti suoi contemporanei. Ed il coraggio con cui denunciò il lusso della corte imperiale gli procurò per due volte l'esilio. Relegato ai confini del Mar Nero, vi morì consunto nel 407.

Ciò che soprattutto ci attira la benevolenza dall'alto, è la carità verso il prossimo. Dopo tutto, è questo stato d'animo che Cristo esige da Pietro: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi?» Gli rispose: "Sì, o Signore, tu lo sai che io ti amo". Gesù gli dice: "Pasci i miei agnelli» (Gv. 21, 15). Perché dunque, lasciando da parte gli altri apostoli, Gesù si rivolge a Pietro a proposito di questi ultimi? Il fatto è che Pietro era il primo fra gli apostoli, il loro portavoce, il capo del loro collegio, tanto che Paolo stesso un giorno andò a consultarlo direttamente, preferendolo agli altri. Per dimostrare a Pietro che doveva aver fiducia e che il suo rinnegamento era definitivamente cancellato, Gesù gli dà ora il primato fra i suoi fratelli. Egli non fa il minimo cenno al rinnegamento, perché non provi vergogna del passato. «Se tu mi ami, gli dice, sii alla testa dei tuoi fratelli, dimostrandomi ora quel fervente amore che mi hai sempre manifestato con tanta gioia. La vita che tu ti dicevi sul punto di donare per me, donai a per le mie pecore".
Richiesto una prima, poi una seconda volta, Pietro prende a testimone colui che conosce il segreto dei cuori. Richiesto una terza volta, si turba, ed è assalito dal timore. Si ricorda che, in passato, aveva avuto delle affermazioni energiche, però smentite in seguito dai fatti. Ed è per questo che ora cerca sostegno in Gesù. Tu sai tutto, gli dice, conosci tanto il futuro quanto il presente. Notate quanto è migliorato, come si è fatto più umile, come ha perso la sua
arroganza ed il suo spirito di contraddizione! E' contristato al pensiero che la sua potrebbe essere soltanto una parvenza d'amore, non un sentimento reale. Se nel passato, egli dice a se stesso, sono stato sicuro di me e categorico nelle mie affermazioni, ora sono del tutto confuso e pieno di dubbi. Gesù lo interroga tre volte, e per tre volte gli dà il medesimo comando. Gli dimostra così quale valore attribuisca alla cura delle sue pecorelle, dal momento che ne fa la più grande prova d'amore nei suoi riguardi.
Dopo di avergli parlato di questo amore, Gesù predice a Pietro il martirio che lo aspetta. Gli dichiara in tal modo tutta la fiducia che ripone in lui. Per dare a noi un esempio di amore e per insegnarci il modo migliore di amarlo, dice: Quando eri più giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando tu sarai vecchio, un altro ti cingerà e ti condurrà, dove tu non vuoi (Gv. 21, 18). Del resto è ciò che Pietro aveva voluto e desiderato; ecco perché Gesù gli parla in quel modo. Infatti, Pietro aveva detto: lo darò la mia vita per te (Gv. 13, 37) e: Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò (Mt. 26, 35). Gesù acconsente dunque al suo desiderio... Gli parla così non per spaventarlo, ma per ravvivare il suo ardore. Conoscendo il suo amore e la sua irruenza, gli può annunciare il tipo di morte che gli è riservato. Pietro aveva sempre desiderato affrontare i pericoli per Cristo. «Abbi fede, gli dice Gesù, i tuoi desideri saranno esauditi; ciò che non hai sopportato da giovane, lo patirai da vecchio». E per attirare l'attenzione del lettore, l'evangelista aggiunge: Disse questo per significare con quale morte egli avrebbe reso gloria a Dio (Gv. 21, 19). Tu imparerai da questa espressione che soffrire per Cristo è una gloria e un onore.

 * Omelia 88 su S. Giovanni, 1: PG 477-480.

 

I27  GIUSTIZIA E MISERICORDIA

        Sant'Agostino *

Sant'Agostino (355-430), vescovo di Ippona, nell'Africa, è Romano in tutta la sua cultura. Pensatore geniale, ci ha lasciato un'opera monumentale di valore inestimabile. Filosofo, teologo, pastore d'anime, uomo di intensa spiritualità, egli è il Dottore della grazia e, ancor più, il Dottore della carità. Consapevole di essere egli stesso colui al quale Dio ha molto perdonato, volentieri si sofferma a contemplare gli atti di perdono del Signore.

La Legge aveva ordinato di lapidare gli adulteri. Ora, la Legge non poteva prescrivere un'ingiustizia; e se qualcuno si esprimeva contro ciò che la Legge ordinava, questi era colpevole d'ingiustizia. Anche i fari sei dicevano tra loro a proposito di Gesù: «Egli ha fama di essere veritiero, da lui emana dolcezza; è sulla giustizia che noi dobbiamo metterlo alla prova. Portiamogli una donna sorpresa in delitto flagrante di adulterio ed interroghiamolo su ciò che la Legge comanda al riguardo»...
Che cosa risponde il Signore Gesù? Che risponde la Verità? che cosa la Saggezza? Che risponde la Giustizia stessa chiamata in tal modo in causa? Gesù non dice: «Non venga lapidata», perché non vuole dare l'impressione di parlare contro la Legge. Eppure, si guarda bene dal dire: «Sia lapidata», in quanto non è venuto per perdere ciò che ha ritrovato, ma per cercare ciò che è perduto. Allora, che cosa risponde? Osservate quanto egli sia ricolmo di giustizia, di dolcezza e di verità! Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra (Gv. 8, 7). Risposta dettata dalla saggezza! Come li fa rientrare tutti in se stessi! Le loro subdole trame erano esteriori, in quanto essi non riuscivano a penetrare i loro cuori in profondità. Giudicavano l'adultera, senza però considerare se stessi. Ora, chiunque scruta sé attentamente si scopre peccatore. E' inevitabile. Dunque, o restituite la libertà a questa donna, o subite con lei il castigo della legge.
Se Gesù avesse detto: «Non sia lapidata l'adultera», si sarebbe reso colpevole di ingiustizia. Se invece egli avesse detto: «Venga lapidata», avrebbe mostrato di mancare di dolcezza. Dirà allora ciò che doveva dire il buono ed il giusto: Colui che è senza peccato, getti la prima pietra. E', questa, la voce della giustizia. Sia pure punita la colpevole, ma non per mano di colpevoli; venga pure eseguita la legge, ma non per mezzo di coloro che la legge stessa violano. E' veramente, questa, la voce della giustizia. Colpiti da tale giustizia come dalla punta di una lancia, essi rientrarono in se stessi e, scoprendosi peccatori, uno dopo l'altro se ne andarono tutti (Gv. 8, 9)...
La donna restò dunque sola: tutti se ne erano andati. Allora Gesù levò gli occhi su di lei. Abbiamo ascoltato la voce della giustizia; sentiamo ora quella della dolcezza. Effettivamente, penso che quella donna dovesse essere rimasta spaventata dalla frase di Gesù: Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra. Quegli uomini erano rientrati in se stessi, ed il loro dileguarsi aveva tutta l'aria di una vera e propria confessione. Avevano però lasciato la donna con la sua grande colpa alle prese con colui che era senza peccato. E siccome ella aveva appena udito quell'espressione di Gesù, si aspettava di essere castigata da colui che non conosceva peccato. Ma Gesù, dopo aver allontanato da sé i suoi avversari con la voce della giustizia, alza su di lei gli occhi della misericordia e le chiede: Nessuno ti ha condannato? - Ed ella rispose: Nessuno, Signore. - E Gesù le disse: Nemmeno io ti condannerò. Sì, neppure io, da cui tu credevi di essere condannata perché non avevi trovato in me il peccato, nemmeno io ti condannerò. Come mai, Signore? Favorisci tu allora il peccato? Certamente no. Ascoltate quel che viene in seguito: Va', e d'ora in poi non peccare più (Gv. 8, 10-11). Sì, anche il Signore stesso è portatore di condanna, ma non contro l'uomo, bensì contro il peccato.

 * Trattato su S. Giovanni, 33, 4-6; CCL 36, 308-309.

 

I28  «VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?»

       Augustin Guillerand *

Nato nel 1877 nel Nivernese (Francia), A. Guillerand diventò sacerdote nel 1900. Era cappellano in una piccola parrocchia di campagna, quando, nel 1916, il fascino che provava per la solitudine e la preghiera lo condusse alla Certosa della Valsainte. Nel 1935, viene nominato priore di Vedana, in Italia. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, fece parte del piccolo gruppo di certosini francesi che, non potendo restare in Italia, trovò rifugio nella Grande Certosa i cui edifici erano in completo abbandono. Fu là che scrisse, per sostenere la propria meditazione, degli appunti che furono pubblicati dopo la sua morte avvenuta nel 1945.

Tutto il discorso di Gesù sul pane della vita s'impernia sulla fede, la esige, ne fa la condizione di salvezza e di unione a lui. Ottenere la nostra fede è la ragione della sua venuta e della sua parola. Chiunque gliela concede, fosse pure una Samaritana, lo raggiunge e gli appartiene. Invece, un abisso si scava fra lui e chiunque tale fede gli rifiuti, foss'anche un Giudeo o un seguace assiduo del suo ministero; e la separazione è definitiva.
Gesù resta solo con i Dodici. La folla si è ritirata, incapace di una fede siffatta e del sacrificio ch'essa comporta. Non una parola per trattenerla. AI contrario, s'impone sempre di più l'esigenza divina fino al momento in cui tutti lo abbandonano, circondato soltanto da quel piccolo gruppo scelto nel quale egli già intravvede una defezione. Giovanni non cerca di parlare i della sofferenza del suo Maestro di fronte a tale abbandono; egli racconta i fatti, annota le parole. Non descrive gli stati d'animo; li lascia indovinare; e la sua discrezione nel narrare ci permette di andare più in là in quell'immensità di cui egli non parla.
Tuttavia Gesù non vuoi diminuire la portata di questa esigenza che gli causa, in un sol giorno, la perdita completa del frutto del suo ministero e del beneficio dei miracoli più grandi. Non solo; egli addirittura è pronto a vedere scomparire quei pochi che gli restano, piuttosto che ripiegare: Allora Gesù disse ai Dodici: Volete andarvene anche voi?
Il Padre, però, non gli chiede questo sacrificio totale. San Pietro, a nome dei Dodici, fa una professione di fede che lo consola nell'abbandono della folla: Simon Pietro g/J rispose: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio (Gv. 6, 68-69).
Gli apostoli non comprendevano il linguaggio di nostro Signore più degli altri; anche per loro esso era molto enigmatico. Non credevano all'evidenza di ciò che veniva loro detto, ma all'autorità di colui che parlava. Credevano al Maestro nel quale avevano riconosciuto il Figlio di Dio, il Verbo eterno, la Luce e la Vita. Credevano che le parole del Verbo erano parole di vita e che, sebbene sgradevoli al loro spirito, meritavano e dovevano ottenere la loro adesione. Essi non aderivano dunque alla luce della loro ragione, ma alla luce che procedeva dal Verbo, riconosciuto tale dalla loro ragione. Essi aderivano, perché il Padre generava in loro questa luce, la luce del suo Spirito d'amore, mediante la quale li attirava a vedere nel divino Maestro e nelle sue parole, la verità. Era lui, in definitiva, che li metteva in movimento. Era da lui che quel movimento partiva, ed era a lui, mediante il Verbo incarnato, che questo movimento li riconduceva. Ed era per questo che tale movimento era la vita.
Il miracolo e le parole ottenevano il loro effetto: la fede. Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato (Gv. 6, 29). L'opera di Dio si compiva in quel ristretto numero di cuori. Essi si nutrivano delle parole vivificatrici che il Verbo aveva sparso in loro e che, tramite loro, avrebbe sparso nel mondo.

 * Au seuil de l'abîme de Dieu, Benedettine di Priscilla, Roma 1961 - pp. 273-276.

 

I29  «QUELLO CHE STAVA PER TRADIRE GESÙ»

        Romano Guardini *

Nato in Italia nel 1885, morto nel 1968, autore di numerose opere teologiche e spirituali, la più nota delle quali è Il Signore, andò giovanissimo a Magonza e scelse la Germania come patria intellettuale. Sacerdote, professore in diverse università tedesche, la sua principale caratteristica è una visione profondamente esistenziale della vita cristiana. Non dissocia mai l'ordine della grazia da quello della natura, ma, seguendo da vicino la Rivelazione, rappresenta Dio che interviene nella storia degli uomini e di ciascun uomo. Ma questo Dio così vicino a noi in Gesù Cristo, rispetta la nostra libertà, col rischio di vedere il suo amore schernito e tradito.

Giuda aveva i suoi difetti. L'evangelista Giovanni ne sottolinea uno con estrema durezza, quello che senza dubbio era il più evidente: era attaccato al denaro. La sua fede deve dunque lottare con il male che alligna nel suo cuore: la sua volontà di conversione, con degli impacci interiori. Bisogna dire che la cupidigia ha qualche cosa di basso, che degrada. Pietro, impulsivo, influenzabile quanto si voglia, aveva pur sempre un cuore generoso. Giovanni, fanatico, ardeva di un immenso desiderio di donarsi. Tommaso, quantunque diffidente, aveva quella sincerità che riconosce alla verità i suoi diritti, appena essi si manifestino. Giuda deve avere avuto qualche cosa di volgare. Altrimenti come avrebbe potuto Giovanni chiamarlo ipocrita e ladro, con la sua abituale intolleranza? (Gv. 12, 6). Come avrebbe potuto altrimenti abbassarsi fino a tradire con un bacio di pace? Non si arriva a tali azioni impovvisamente, ma in seguito ad una lunga preparazione. Anche in lui vi era la possibilità della salvezza, malgrado tutto. Era stato chiamato a diventare apostolo, e poteva esserlo. Ma un giorno, la volontà di conversione si deve essere paralizzata. Quando, non lo sappiamo; forse a Cafarnao, quando Gesù promise l'Eucaristia e gli uditori trovarono il suo linguaggio duro. In quell'occasione l'opinione pubblica si distolse da Gesù, e molti dei suoi discepoli non andarono più con lui. Anche la cerchia più intima del Maestro deve essere stata scossa, poiché non senza motivo Gesù chiese ai Dodici: Volete andarvene anche voi? (Gv. 6, 66-67)...
Forse fu allora che si estinse la fede di Giuda... Restando, egli si esponeva ad un pericolo tremendo. Non è facile sopportare una vita tutta santa, in cui ogni pensiero, ogni giudizio, ogni azione vengono da Dio e a Dio ritornano. E' stolto pensare che sia senz'altro bello vivere vicino ad un Santo, soprattutto vicino al Figlio di Dio; ed immaginare che non si possa divenire altro che buoni ad un tale contatto. Si può diventare un demonio, invece! Il Signore stesso lo dice: Non sono stato forse io a scegliere voi Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo (Gv. 6, 70). Giuda non lo era stato fin dall'inizio, come il popolo crede; lo è diventato, e proprio accanto al Salvatore, perché egli è posto per la caduta e la resurrezione di molti (Lc. 2, 34). E' soprattutto dopo Cafarnao che la situazione dovette essere per lui insostenibile. Avere continuamente questa figura davanti agli occhi, sentire in ogni momento la sua purezza sovrumana, constatare incessantemente - ed era questo l'aspetto più penoso - questa disposizione al sacrificio, questa volontà d'immolarsi per gli uomini; soltanto chi amava Gesù poteva sopportare tutto questo. E' già abbastanza sopportare - bisognerebbe dire perdonare - la grandezza di un uomo quando si è piccoli. Ma che dire, se si tratta di grandezza religiosa, di grandezza divina nel sacrificio, della grandezza del Redentore!... E' a questo punto che Giuda è divenuto naturale alleato dei nemici del Maestro. Tutti i suoi istinti farisaici si sono ridestati in lui, ed egli ha visto in Gesù un grande pericolo per Israele. Nel medesimo momento si è fatto strada in lui quello che c'era di spregevole. Il danaro è ridiventato la sua vita e una tentazione imperiosa fino al giorno in cui gli bastò ormai solo una sciocchezza, un incontro, per fare nascere in lui l'orribile piano.

 * Le Seigneur, Ediz. Aisatia, Parigi 1964, voI. 111 - pp. 62-64. Traduzione leggermente modificata.

 

I30  LA MANIFESTAZIONE DI DIO AI CREDENTI

       Augustin George *

Nato nel 1915, Augustin George, prete marista francese, insegna Nuovo Testamento alla Facoltà di Teologia di Lione. Si è impegnato a scoprire fra le correnti esegetiche moderne quelle che rispondono meglio ad uno studio pratico della Bibbia, cui si sforza di introdurre i credenti colti. Ha pubblicato, fra le altre opere, «L'annuncio della salvezza di Dio» (1963).

Signore, come va che tu ti manifesti a noi e non al mondo? (Gv. 14, 22). Questa domanda fattagli da Giuda, permette a Gesù di rendere il suo pensiero del tutto esplicito. Prescindendo da ogni prospettiva escatologica, egli vuoi parlare soltanto delle venute di Dio nella Chiesa e nel tempo; esse sono concesse a coloro che osservano la sua parola; sono il frutto della sua morte.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui, e dimoreremo in lui. (Gv. 14, 23). A prima vista, sembra che Gesù ignori la domanda di Giuda e lo stupore dei suoi discepoli. In realtà, egli risponde alla domanda stessa in modo diretto, in quanto annuncia la rivelazione del suo mistero ed il motivo per cui il mondo non può ottenerla.
Per accogliere Dio, bisogna amarlo; così è stato proclamato da tutta la tradizione biblica. La conoscenza di Dio è rapporto personale, intimità, amore. Otto secoli prima della nascita di Gesù, Osea annunciava già la salvezza di Israele come uno sposalizio con Dio, e quindi alla fine come una «conoscenza» di Dio. Allora ti fidanzerò con me in eterno; ti fidanzerò con me secondo giustizia e diritto, nell'affetto e nell'amore; ti fidanzerò con me nella fedeltà, tu conoscerai il Signore (Os. 2, 21-22).
Alla fine del Vangelo, i discepoli sanno che amare Gesù consiste innanzitutto nel\'«osservare la sua parola»: nel riconoscere nel suo messaggio le esigenze e i doni dell'amore divino, nel rispondere ad esso con l'impegno concreto e generoso di tutta la vita.
A coloro che lo amano in questo modo, Gesù fa la promessa più splendida. Non parla nemmeno dell'amore che in modo evidente accorda loro in cambio. Annuncia loro, invece, quello del Padre ed il suo dono meraviglioso: i
l Padre ed il Figlio stanno per raggiungere il loro fedele; dimoreranno in lui come nel loro Tempio.
Già l'Antico Testamento ha conosciuto delle venute di Dio, quale, ad esempio, la visita ad Abramo sotto la quercia di Mambre (Gen. 18, 1-15); ma non era che un incontro passeggero sotto il velo delle apparenze. I profeti hanno annunciato una teofania trionfale alla fine dei tempi (ls. 60); ma questa manifestazione misteriosa non lasciava quasi per nulla lo spazio per una intimità tra Dio ed il suo fedele; di questa vita non se ne parla nemmeno. Gesù promette ai suoi fin da questo mondo una comunione personale con Dio nel cuore della vita trinitaria. Questo incontro misterioso supera tutte le speranze dei profeti, tutti i sogni del giudaismo: è la rivelazione suprema.

Chi non mi ama non osserva le mie parole. E la parola che avete ascoltata, non
è mia, ma del Padre che mi ha mandato (Gv. 14, 24). La manifestazione invisibile della Trinità che Gesù ha appena annunciato a coloro che l'amano, resta inaccessibile a coloro che gli rifiutano il loro amore. Essi non «conoscono» Gesù, dal momento che respingono il suo messaggio. E' qui che Giuda trova la risposta alla sua domanda: in questo mondo, non si può conoscere Gesù se non per mezzo della fede; egli può manifestarsi soltanto a coloro che credono in lui.
Vi ho detto queste cose, mentre sto ancora con voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa,
e vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto (Gv. 14, 25-26).
Gesù ha annunciato il suo ritorno nel mondo, la sua venuta col Padre. Egli riprende ora l'annuncio della venuta dello Spirito, del quale precisa la missione e che manifesterà l'unità d'azione delle persone divine.
Tutte e tre sono così presenti ai fedeli. Tutte e tre concorrono alla meta comune, che è la conoscenza del messaggio del Vangelo, la comunione col mistero di Dio.

 * Les venues de Dieu aux croyants, in «Assemblées du Seigneur», n. 51, Biblica 1963 - pp. 64-66.

 

I31  DAI FRUTTI SI RICONOSCE L'ALBERO

       Sant'Ilarlo *

Ilario, nato a Poitiers in Francia (circa il 315-367), divenne vescovo di quella città. La sua lotta contro gli ariani - nel corso della quale scrisse il suo celebre Trattato sulla Trinità. gli procurò l'esilio in Oriente. Rientrato in Gallia dopo alcuni anni, riprese la lotta per /'integrità della fede e impegnò le sue ultime forze nella cura spirituale dei fedeli.

Guardatevi dai falsi profeti dice Gesù, questi vengono a voi travestiti da pecore, ma dentro son lupi rapaci (Mt, 7, 15). Il Signore ci avverte che le parole adulatrici e le dolci moine debbono venir giudicate dai frutti ch'esse producono. Dobbiamo perciò giudicare ognuno non quale si presenta a parole, ma quale è realmente nei suoi atti. Poiché sovente sotto apparenze di agnello si dissimula livore di lupo. E così come i pruni non danno uva e i rovi non producono fichi. come gli alberi cattivi non portano buoni frutti (cf. Mt. 7, 16), ci dice Gesù, non è certo nelle belle parole che consiste la realtà delle opere buone, ma tutti devono venir giudicati dai propri frutti.
No, un servizio che si limitasse a belle parole non è sufficiente ad ottenere il Regno dei cieli, e non è certo colui che dice:. Signore, Signore (Mt. 7,21), che sarà l'erede. Infatti, qual merito si ha nel dire: «Signore» al Signore? Cesserebbe egli forse d'essere il Signore se non lo chiamassimo così? Su che si appoggerebbe una santità che si limitasse all'invocazione di un nome, dato che la strada del Regno dei cieli si trova nell'obbedienza alla volontà di Dio, più che nel pronunciare il suo nome?

Molti mi diranno in quel giorno: Signore! Signore! Non abbiamo noi profetato nel tuo nome?
(Mt, 7, 22). Una volta ancora Gesù condanna l'arroganza dei falsi profeti e le simulazioni degli ipocriti che si procurano gloria con la potenza della parola. Allorché impartiscono un insegnamento profetico, scacciano i demoni o compiono azioni analoghe, si illudono che sia questo a procurare loro il Regno dei cieli, come se qualcosa appartenesse loro personalmente in tali parole e in tali opere! No, è la potenza di Dio, da essi invocata, che opera tutto. In realtà, solo mediante la lettura dei libri sacri si acquisisce la scienza della dottrina e solo nel nome di Cristo son messi in fuga i demoni.
Bisogna perciò aggiungere qualcosa di nostro, se vogliamo arrivare alla beatitudine eterna. Dar qualcosa del nostro io più intimo: volere il bene, evitare il male e obbedire senza esitazione ai precetti divini. Questa disposizione spirituale ci farà riconoscer da Dio come suoi. Inoltre, conformiamo i nostri atti alla sua volontà, invece di farci grandi con la sua potenza. Poiché egli escluderà e respingerà coloro che si sono allontanati da lui con l'iniquità delle loro opere.

 *  Commentaire sur S. Matthieu, 6, 4-5: PL 9, 952-953.

 

I32   IL SEME DELLA PAROLA E LA BUONA TERRA

        San Giovanni Crisostomo *

Dopo studi brillanti e lunghi ritiri in solitudine, Giovanni Crisostomo (nato verso il 344) fu ordinato sacerdote in Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò immediatamente una eloquenza di potenza eccezionale. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si impegnò a riformar gli abusi che in quella Chiesa si erano insinuati e a confermar la fede dei suoi fedeli. 1/ suo messaggio, eco di tutta la Bibbia - specie di San Paolo e del Vangelo - sembrò rivoluzionario a molti contemporanei. La fermezza con cui denunciò lo sfarzo della corte imperiale lo fece condannar due volte al/'esilio. Relegato ai confini del Mar Nero, vi morì consumato nel 407.

Nella parabola del seminatore, il Cristo ci mostra che la sua parola si rivolge a tutti indistintamente. Come, infatti, il seminatore (del Vangelo) non fa distinzione tra i terreni, ma semina in tutte le direzioni, così il Signore non distingue tra il ricco e il povero, il saggio e lo sciocco, il negligente e l'impegnato, il coraggioso e il pavido, ma si indirizza a tutti e, nonostante che egli conosca l'avvenire, da parte sua pone in opera tutto, sì da poter dire: Che avrei dovuto far di più, e non l'ho fatto? (Is. 5, 4).
Il Signore racconta questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed educarli a non lasciarsi deprimere, anche se coloro che accolgono la Parola sono meno numerosi di quelli che la sperperano. Così avveniva per il Maestro stesso che, nonostante la sua conoscenza del futuro, non desisteva dallo sparger la semente. Ma, si dirà, perché mai buttarla tra i rovi, tra le pietre o sulla strada? Se si trattasse di una semente e d'un terreno materiali, sarebbe insensato; ma allorché si tratta di anime e della dottrina, l'operato è degno di approvazione. Giustamente si riprenderebbe il coltivatore che si comportasse in tal modo: la pietra non saprebbe farsi terra, la strada non può esser che strada e le spine, spine. Ma nella sfera spirituale non avviene lo stesso: la pietra può divenir terra fertile, la strada può non esser più calpestata dai passanti e divenir campo fecondo, le spine possono esser divelte per consentire al seme di germogliare senza ostacoli. Se ciò non
fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso la semente come ha fatto. Se la trasformazione benefica non si è sempre avverata, ciò non dipende dal seminatore, ma da coloro che non hanno voluto esser trasformati. Il seminato re ha adempiuto il suo dovere, ma se si è sprecato ciò ch'egli ha dato, il responsabile non è certo l'autore di tanto beneficio...
Non prendiamocela pertanto con le cose in sé, ma con la corruzione della nostra volontà. Si può esser ricchi e non lasciarsi sedurre dalle ricchezze, viver nel secolo e non lasciarsi soffocare dagli affanni. Il Signore non vuoi gettarci nella disperazione, bensì offrirci una speranza di conversione e dimostrarci che è possibile passare dalle condizioni precedenti a quella della buona terra.
Ma se la terra è buona, se il seminatore è il medesimo, se le sementi sono le stesse, perché uno ha dato cento, un altro sessanta e un altro trenta? La qualità del terreno è il principio della differenza. Non è né il coltivatore né la semente, bensì la terra in cui è accolta. Conseguentemente, la responsabile è la nostra volontà, non la nostra natura. Quanto immenso è l'amore di Dio per gli uomini! Invece di esigere identica misura di virtù, egli accoglie i primi, non respinge i secondi e offre un posto ai terzi. Il Signore dà questo esempio per evitare a coloro che lo seguono di creder che, per essere salvi, basti ascoltare le sue parole... No, ciò non è sufficiente per la nostra salvez. za. Bisogna anzitutto ascoltare con attenzione la parola e custodirla fedelmente nella memoria. Quindi occorre alienarsi con coraggio per metterla in pratica.

 *  Homélie 44 sur St. Matthieu, 3-4: PG 57, 467-469.

 

I33   GLI INVITATI AL FESTINO

         Bossuet *

Giacomo Benigno Bossuet nacque a Digione in Francia nel 1627 e seguì gli studi presso i Gesuiti della città. Canonico di Metz già dai tredici anni, completa la sua formazione a Parigi e viene ordinato sacerdote nel 1652. Nominato vescovo di Condom e scelto come precettore del Delfino, nel 1681 venne promosso alla sede di Meaux, ove si dedicò con zelo al bene spirituale dei fedeli a lui affidati, pur continuando regolarmente la predicazione alla corte di Versailles. Prese parte anche alla controversia tra cattolici e protestanti, non senza una certa ricerca del dialogo.
Per la sua predicazione, scelse a maestri Sant'Agostino e San Giovanni Crisostomo. Come essi, fu veramente servo della Parola, senza condiscendenze verso i potenti ma sollecito di edificare la fede di tutti.

Le nozze sono pronte, ma gli invitati non erano degni. Dove troveremo dei commensali? Andate dunque ai crocicchi delle strade, e quanti troverete, chiamateli alle nozze (Mt. 22, 8-9); i buoni, i cattivi, i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi (Lc. 14, 21). Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (Mt. 9, 13). I farisei e i dottori della legge, che presumevano della loro giustizia, ne sono stati esclusi: perché hanno urtato nella pietra d'inciampo, e hanno incespicato, venendo a me, non per la fede, ma per le loro opere (Rom. 9, 32-33), e per i loro meriti: cercando non un medico che li guarisse e un Salvatore che li redimesse, ma un adulatore che applaudisse alla loro finta virtù. Non li voglio affatto: se ne andranno con le mani vuote, coloro che vengono a me pieni e ricchi di se stessi.
Come afferma la santa Vergine: Egli rimandò a mani vuote i ricchi (Le. 1, 53). Portate a me i primi venuti: se sono vuoti, li colmerò; se sono poveri, dividerò con loro le mie ricchezze; li raddrizzerò se sono zoppi; darò loro la vista se sono ciechi; aprirò loro le orecchie se sono sordi: per questo appunto io sono venuto. Leggetelo in san Matteo: lo san venuto affinché quelli che non vedono siano illuminati, affinché i superbi chiaroveggenti che si immaginano di veder tutto da se stessi e senza la mia luce siano accecati. Venite, deboli; venite, peccatori; non vergognatevi di
presentarvi coi piedi rattrappiti e le membra deformi; la grazia di Gesù Cristo vi raddrizzerà.
I farisei non si lasciavano avvicinare che da quelli ch'essi ritenevano dei giusti; essi dicevano: Non mi toccate, non vi avvicinate. Se costui fosse profeta, saprebbe chi è questa donna che lo tocca, che gli bacia i piedi, è una peccatrice (Le. 7, 39). Ma non avveniva così con Gesù Cristo e gli apostoli: essi accompagnavano alle nozze tutti quelli che incontravano, buoni e cattivi: i buoni per confermarli, i cattivi per convertirli; e fu così che riempirono la casa di Dio.

Forzateli a entrare
(Le. 14, 23). Se nella grazia non vi fosse come una specie di violenza, Gesù Cristo non direbbe: Nessuno può venire a me, se non lo attiri il Padre (Gv. 6, 44). E ancora: Quando sarò stato sollevato da terra, trarrò tutto a me (Gv. 12, 32).
I predicatori del Vangelo debbono usare una specie di violenza nei rapporti con gli altri: Stimolate, pregate, riprendete, correggete, non solo con molta pazienza e dottrina, ma anche con piena autorità: parlate opportunamente e importunamente, non ammettete che vi disprezzino (2 Tim. 4, 2; Tito 2, 15). Questa forza è salutare e la debolezza umana la richiede.
I fedeli, grandi e piccoli, debbono servirsi del potere che essi hanno, con prudenza tuttavia e moderazione, per reprimere gli scandali e demolire il regno dell'iniquità. Gli uomini talvolta vogliono esser spinti, e una dolce violenza prepara gli spiriti all'ascolto.

 *  Meditations sur l'Evangile, L'ultima settimana del Salvatore, 32" giorno.

 

I34  LA VOCAZIONE DI MATTEO

       San Beda il Venerabile *

Nato a Jarrow, in Inghilterra, san Beda (circa 673-735) fu chiamato il Venerabile già durante la sua vita. Tutti amavano ed ammiravano questo monaco sacerdote, umile, fervente e sapiente. Egli era stato affidato all'età di sette anni ad un monastero di Northumbrie e vi era divenuto monaco. Passò tutta la vita a Jarrow, e nel vicino monastero di Wearmouth, amante dello studio e dell'insegnamento. I suoi numerosi trattati ci trasmettono la dottrina dei Padri, specie di sant'Agostino. La sua opera più importante è di carattere storico: Storia della Chiesa in Inghilterra.

Gesù vide un uomo chiamato Matteo seduto al banco della gabella e gli disse: «Seguimi» (Mt. 9, 9). Lo vide non tanto con gli occhi del corpo, quanto con lo sguardo interiore del suo amore... Vide il pubblicano, lo predilesse, lo prescelse e gli disse: «Seguimi»; ossia imitami. Chiedendogli di seguirlo, lo invitava meno a camminar dietro di lui che a viver come lui; poiché Chi dice di star in Gesù Cristo deve anche vivere come è vissuto lui (1 Gv. 2, 6)... Matteo si alzò e lo seguì. Nulla di strano che il pubblicano, al primo imperioso invito del Signore, abbia abbandonato la sua avidità di beni terreni e che, trascurando i valori temporali, abbia aderito a Colui ch'egli vedeva libero da ogni ricchezza. Ciò avvenne perché il Signore, che lo chiamava dall'esterno con la sua parola, lo commoveva nei recessi più intimi della sua anima, spandendovi la luce della grazia spirituale perché lo seguisse...
E mentre Gesù
era a tavola in casa, ecco che molti pubblicani e peccatori vennero a mettersi a tavola con Lui e coi suoi discepoli (Mt. 9, 10). La conversione d'un solo pubblicano spalancò la via della penitenza e del perdono a molti pubblicani e peccatori... Fu davvero un fausto presagio: colui ch'era predestinato ad essere in seguito apostolo e dottore tra i pagani, trascina dietro a sé, con la sua conversione, i peccatori nel sentiero di salvezza; e questo ministero della Buona Novella ch'egli avrebbe dovuto assumere solo dopo aver progredito nella virtù, lo intraprende sin dai primi momenti della sua fede... 
Cerchiamo di comprender più profondamente l'avvenimento riferito. Matteo non ha offerto al Signore solo un ristoro corporale nella sua dimora terrena, ma gli ha preparato un convito nel suo cuore con la sua fede e il suo amore, come ne dà testimonianza Colui che ha detto: Ecco ch'io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me (Apoc. 3, 20).
Sì, il Signore sta alla porta e bussa allorché rende il nostro cuore intento alla sua volontà, sia mediante la voce di chi insegna, sia con una ispirazione interiore. Noi schiudiamo la porta all'invito della sua voce allorché diamo il nostro libero consenso ai suoi avvertimenti interiori o esteriori e quando mettiamo in atto ciò che abbiamo capito di dover fare. Ed egli entra per ristorarsi, lui con noi e noi con lui, perché egli dimora nel cuore degli eletti, con la grazia del suo amore, per nutrirli incessantemente con la luce della sua presenza, affinché essi elevino progressivamente le loro aspirazioni e perché egli stesso si ristori con il loro zelo per il cielo, come fosse il cibo più delizioso.

 *  Homélies sur les Evangiles, I, 21: CCL 122, 149-151.