PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

K1 San Bernardo CANTERÒ PER SEMPRE L'AMORE DEL SIGNORE
K2 Ludolfo il Certosino LA FERITA APERTA NEL COSTATO DI CRISTO È' LA PORTA DELLA VITA
K3 Bernard-Marie Chevignard «AMATEVI L'UN L'ALTRO COME IO HO AMATO VOI»
K6 San Bonaventura IL VERO TEMPIO DI DIO
K21 San Leone Magno TUTTO IL CORPO DI CRISTO SI RIPROMETTE - NELLA SPERANZA - QUELLA GLORIA CHE E' RIFULSA NEL CAPO
K22 Origene LE VESTI TRASFIGURATE DI GESÙ
K23 Pietro il Venerabile «LA LUCE CHE ILLUMINA OGNI UOMO» (Gv. 1,9)
K41 San Leone Magno INNO ALLA CROCE
K42 Santa Caterina da Siena INNO AL SANGUE
K43 San Cirillo di Gerusalemme LA CROCE DI CRISTO, FIEREZZA DEL CRISTIANO
K44 Romano Guardini Il CRISTIANESIMO E LA CROCE SONO INSEPARABILI
K61 Yves Congar

LA REGALITÀ DI CRISTO OGGI E ALLA FINE DEI TEMPI

K62 Isabelle Rivière IO SONO RE
K81 Origene TENERE GESÙ FRA LE BRACCIA
     
     

K1   CANTERÒ PER SEMPRE L'AMORE DEL SIGNORE

         San Bernardo *

San Bernardo (1090-1153) si fece monaco a Citeaux e, tre anni dopo, divenne il primo Abate di Chiara valle. I doni di natura e di grazia hanno conferito a questo letterato, teologo e mistico, un fascino tutto particolare. La sua opera conserva ancora oggi un grande valore spirituale. Il tema qui sviluppato si ritrova dappertutto nella patristica, da Origene in poi: nascondersi «nel cavo della faccia» (Es. 33, 22), come aveva fatto Mosè, significa rifugiarsi nell'umanità del Cristo.

Dove una sicurezza più salda, dove un riposo più tranquillo per la nostra debolezza, se non nelle piaghe del Salvatore? Dimoro là dentro ,tanto più sicuro, quanto più potente è nei miei riguardi la sua forza salvatrice. Il mondo freme, il corpo mi aggrava, il diavolo tende le sue insidie: io non cado, perché ho posto le mie fondamenta sopra una roccia sicura. Ho peccato gravemente: la mia coscienza ne è turbata, ma non sconvolta, perché mi ricordo delle piaghe del Signore che è stato trafitto a cagione dei nostri peccati (Is. 53, 5). Cosa c'è di così votato alla morte che non possa essere liberato dalla morte di Cristo? Perciò quando penso a un rimedio così potente, così efficace, nessuna malattia - per quanto grave - mi spaventa più.
È quindi evidente che si sbagliava colui che disse: Il mio peccato è troppo grande, per meritare di essere perdonato (Gen. 4, 13). E' vero però che egli non era un membro di Cristo e i meriti di Cristo non gli appartenevano. Egli non poteva ritenerli come suoi e dire che erano suoi, come può fare un membro rispetto ai beni del suo capo. lo invece, quello che manca a me di mio, me lo prendo con ardire e fiducia dalle viscere del Signore, che lasciano sgorgare la misericordia, e non mancano certo di fenditure, tali da permettere un'effusione abbondante.
Hanno forato le sue mani e i suoi piedi e hanno aperto il suo costato con la lancia. E attraverso queste aperture, io posso succhiare il miele dalla roccia e l'olio che cola dalla pietra durissima, gustare e vedere cioè come è buono il Signore. Egli pensava pensieri di pace e io non lo sapevo. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? o chi mai è stato il suo consigliere? (Rom. 11, 34).
Ma il chiodo che penetra in lui è divenuto per me una chiave che mi schiude il segreto della volontà del Signore. Come non vederla attraverso queste aperture? I chiodi e le piaghe gridano che veramente, nel Cristo, è Dio che riconcilia il mondo con sè. Il ferro ha trapassato la sua anima e toccato il suo cuore, perché egli ormai sapesse compatire le mie infermità. Il segreto del cuore si manifesta attraverso le ferite del corpo; appare manifesto questo grande sacramento d'infinita bontà, la profonda e
misericordiosa tenerezza del nostro Dio, per cui una luce ci ha visitato dall'alto (Lc. 1, 78). E come questa tenerezza potrebbe non apparire attraverso le sue ferite? C'è qualcosa, più delle tue piaghe in cui appaia con maggior evidenza che tu, Signore, sei dolce e clemente e ricco di misericordia? (sl. 85, 5). Nessuno infatti ha amore più grande di colui che dà la sua vita per dei destinati e condannati alla morte.
La misericordia del Signore è dunque tutto il mio merito. E io non sarò prilvo ,di meriti fin tanto che egli non sarà privo di misericordia. Perché se la misericordia del Signore è grande, grandi saranno anche i miei meriti. E se fossi consapevole di aver commesso molti peccati? Ebbene: Dove si moltiplicò il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rom. 5, 20). E se l'amore del Signore è da sempre e per sempre (sl. 102, 17), anch'io canterò per sempre l'amore del Signore (sl. 88, 1).

* Sermones super Cantica, 61, 3-5; Ed. Cist. Roma 1958, pp. 150-151.

K2  LA FERITA APERTA NEL COSTATO DI CRISTO È LA PORTA DELLA VITA

       Ludolfo il Certosino *

Nato verso il 1300, soprannominato il Certosino o anche, per la sua origine, il Sassone, entrò giovanissimo nei domenicani. Si ritirò dopo una trentina d'anni di vita religiosa nella Certosa di Strasburgo e morì probabilmente in quella di Magonza verso il 1378. E' noto soprattutto per la sua Vita di Cristo, la cui influenza in quel tempo é paragona bile a quella de L'Imitazione, ed alla quale si è certamente ispirato Sant'lgnazio di Loyola. L'opera non è propriamente una vita di Cristo, ma piuttosto una raccolta di meditazioni su Gesù Cristo, fondate su tutta la tradizione patristica.

Noi dobbiamo conformare ogni nostro volere alla volontà divina. In tutto e al di sopra di tutto, noi dobbiamo accettare la volontà di Dio, in modo che, rendendogli amore per amore, noi possiamo penetrare fino al cuore di Cristo attraverso la ferita del suo costato. Là noi uniremo al suo tutto il nostro amore e, come il ferro portato all'incandescenza, così il nostro amore farà un tutt'uno con l'amore divino.
Sì, l'uomo deve basare ed orientare tutti i suoi desideri su Dio, nell'amore di Cristo; deve uniformare ogni suo volere alla volontà divina a causa di questa ferita d'amore che Gesù ricevette per l'uomo sulla croce, quando la freccia di un amore invincibile trafisse il suo cuore più dolce del miele... Si ricordi dunque l'uomo dell'amore infinito che Cristo ci ha mostrato quando si lasciò aprire il costato, offrendoci in tal modo un ampio accesso fino al suo cuore. Si affretti l'uomo ad entrare nel cuore di Cristo; e ricordandosi del suo esempio, raccolga tutto l'amore di cui è capace per unirlo all'amore divino. Consideri "uomo anche la grande carità che Cristo ci ha fatto, lasciando sgorgare per noi dal suo costato i sacramenti che ci permettono di entrare nella vita eterna...
Gesù, tu che ti sei lasciato squarciare il costato con la lancia, facendo sgorgare sangue ed acqua, ferisci il mio cuore con la lancia della carità, affinché io diventi degno dei tuoi sacramenti che si diffusero da questo santissimo costato. Aprendolo, o Signore, tu hai spalancata ai tuoi eletti la porta della vita. Ecco la tua porta, o Signore, per essa fanno ingresso i giusti (Sal. 117, 20). Non serbare il ricordo, o Signore, delle mie colpe, né chiudermi in faccia, a causa di esse, l'entrata che hai preparato per i peccatori pentiti...
Alzati, dunque, o tu che ami Cristo, sii come la colomba nella fenditura più alta della rupe (cf. Canto 2, 14). E là, come il passero che ha trovato il suo rifugio, non cessare di vegliare; come la tortora, proteggi i tuoi piccoli, nati da un amore così puro (cf. Sal. 83, 4), e avvicina la tua bocca per attingere l'acqua alla fonte del Salvatore (cf. Is. 12, 3). Poiché essa è la fonte che zampilla nel mezzo del paradiso, quella fonte che si diffonde nei cuori puri per fecondare ed irrigare tutta la terra (cf. Gn. 2, 10). Ecco la porta sul lato dell'arca (cf. Gn. 6, 16) attraverso cui entrano i viventi per sfuggire al diluvio. Cerca dunque ora la fenditura di quella rupe, la cavità nel muro in cui rifugiarti nel giorno della grande dipartita. Vi troverai il nutrimento per te e ti salverai dalle fauci del leone...
Signore, poiché il tuo sangue è sgorgato con abbondanza per la nostra redenzione, non permettere che nell'ora della mia morte e nel giorno del giudizio io perisca con gli empi. Mi hai riscattato col tuo sangue: ricongiungimi ai tuoi eletti; proteggi mi nella fenditura della rupe e nella cavità del muro; feriscimi col tuo amore. Poiché colui che ti ama veramente ne è ferito fintantoché non ti vede.

* La vita di Cristo, 2, 63: testo latino nell'ed. Keerberg. Anversa 1618 - pp. 665-666.

 

K3   «AMATEVI L'UN L'ALTRO COME IO HO AMATO VOI»

          Bernard-Marie Chevignard *

Jean-Marie Chevignard (Padre Bernard-Marie) nacque a Digione il 5 marzo 1909 ed emise la professione religiosa tra i Frati Predicatori nel 1927. La sua spiritualità, fondata su seri studi teologici, si ricollega alla grande intuizione di San Domenico, il quale non ha voluto avere nessun'altra dottrina spirituale se non quella del Vangelo. Padre Chevignard, per lungo tempo maestro dei novizi della provincia francese, ha potuto mettere a confronto questa intuizione con le esigenze apostoliche del momento, e ci affida, in un linguaggio semplice, una specie di regola di vita in cui è manifestamente evidente lo spirito della Chiesa primitiva.

Ll'amore fraterno attinge al cuore stesso del Signore. Certamente, esso deve assumere tutto il vigore, il realismo del nostro cuore di carne. Ma la sua fonte è più alta: è nell'amore di Cristo per noi. /I suo amore ci domina e ci spinge, diceva San Paolo (2 Cor. 5, 14).
Ne consegue che il cammino più breve, il solo per amarci veramente e con coraggio, gli uni gli altri, consiste nel passare per il Cristo, nel dimorare in lui. C'è bisogno di una nuova nascita: la carne ed il sangue non sono sufficienti. Bisogna nascere nel modo di amare del Signore.
Ciò non sarebbe possibile, se il Signore stesso non intervenisse dall'interno. Il discepolo di Gesù non è un superuomo; non «si è tormentato» al punto di divenire «perfetto». Si dà a Gesù Cristo, perché Gesù Cristo lo trasformi. AI riguardo, la sua fede ed il suo amore risultano più efficaci degli sforzi morali, per quanto necessari essi possano essere. Per quanto poi riguarda specificamente l'amore fraterno - da cui dipendono tutta la legge ed i Profeti (cf. Mt. 22, 40) - egli ben sa che non sarà capace di amare, come Cristo gli chiede, se non rivestendosi del suo amore: Amatevi l'un l'altro, come io ho amato voi...
Qui, come sempre, bisogna ricollegarsi al cuore di
Cristo. Egli soltanto ci comunicherà interiormente questa pienezza dell'amore che nessuna lentezza stanca, che nessuna ingratitudine arresta, che non si lascia vincere in nulla dal male, ma che converte il male in dolcezza ed in amore. Solo i cuori dolci ed umili, convertiti dal Maestro dolce ed umile, hanno tale pienezza dell'amore che permette loro di sopportare ogni cosa e di risultare, alla fine, sempre vincitori.
Avete notato che nel suo grande inno alla carità (1
Cor. 13), San Paolo sviluppa proprio questa nota di dolcezza e di pazienza? Dove sta la vera carità? Nell'entusiasmo? Nei trasporti? Negli slanci? Sì, senza dubbio; ma prima di tutto essa è nella longanimità. E' la prima caratteristica che le dà San Paolo; quella, appunto, che viene subito al pensiero quando si vuole esprimere la sua essenza: La carità è longanime (v. 4). In un certo senso, quando si è detto questo, si è detto tutto. In tal caso, essa tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (v. 7). La sua pazienza, alla lunga, vince ogni cosa. Santa Teresa d'Avila era solita dire: «La pazienza ottiene tutto». In che cosa consiste, dunque, questa pazienza? Consiste nella pienezza dell'amore dei dolci ed umili di cuore. Dove "attingono? In se stessi? No, ma dal costante contatto con l'amore infinito e sempre presente del Cristo dolce ed umile che lava i piedi dei suoi discepoli. Il tremendo logorìo della vita non li stanca né li irrita, in quanto essi «conoscono» ad ogni istante la soavità e la mansuetudine di Cristo. E noi, poveri cristiani, vogliamo imparare un po' di questa longanimità del Cristo? Cerchiamo di imparare a dimorare nel suo cuore dolce ed umile.

 * La doctrine spirituelle de J'Evangile, Le Cerf, Parigi 1958 pp. 168-169 e 172-173.

 

K6   IL VERO TEMPIO DI DIO

        San Bonaventura *

Nato nel 1221 a Bagnoregio (Viterbo), Giovanni Boriaventura Fidanza seguì la vocazione francescana. Mandato per gli studi a Parigi, fu alunno di Alessandro di Hales. Per molti anni insegnò teologia e nel 1271 divenne l'ottavo Ministro generale del suo Or. dine. Lasciò un'opera considerevole che, per la sua importanza, si situa accanto a quella di san Tomaso d'Aquino. Il futuro «Dottore serafico» morì nel 1274 durante i lavori del Concilio di Lione.
Bonaventura fu uomo d'azione, ma ancor più pensatore, contemplativo e mistico: basta leggere la pagina qui riportata per convincersene. La sua dottrina sul Cuore sacratissimo di Gesù è, oltreché stupendamente sentita, precorritrice dei tempi e frutto di profonda intuizione.

Gesù dice: Mi hai ferito il cuore, sorella mia, o sposa, mi hai ferito il cuore.
Risponde la sposa: O amatissimo Gesù, il tuo cuore lo ferì la tua sposa, la tua sorella, l'amica tua: che importava che aggiungessero altre ferite i nemici? O nemici, che fate voi? Una volta che il cuore di Gesù dolcissimo è ferito, perché gli fate una seconda piaga? Qual gusto provate nel veder la ferita e aggiungere ferite? O non lo sapete che, ferito una volta sola, il cuore muore e non sente quasi più nulla? Morto è già il cuore del dolcissimo Signor mio Gesù; morto, perché ferito; la piaga dell'amore ha preso possesso del cuore di Gesù, lo governa la morte, anzi più della morte, è forte l'amore. Non si può sopprimere la prima morte - cioè l'amore delle molte anime morte - dal soggiorno del cuore; perché se li conquistò con la sua ferita che non rimargina.

Ora che già ci siamo introdotti nel cuore di Gesù, Signore dolcissimo - e ci stiamo ottimamente - non distacchiamoci facilmente da lui. Sta scritto: Saranno segnati quelli che ti abbandonano (Ger. 17,18). Che accadrà invece a quelli che ti avvicinano? Andiamo dunque, ed esulteremo e ci rallegreremo in Dio, memori del suo cuore divino. E' bella e gioconda cosa abitare in questo cuore! Il cuore tuo, o Gesù buono, è il ricco tesoro, la margherita preziosa che abbiamo scoperto nel segreto del tuo corpo trafitto; come nel campo scavato. Chi la getterà via, questa margherita?
Ma
piuttosto io getterò via tutte le perle, e col prezzo di tutti i miei pensieri e di tutti i miei affetti, mi comprerò questa preziosa margherita, gettando tutte le mie preoccupazioni nel cuore del buon Gesù, e certamente esso mi sazierà.
Il cuore di Gesù è il tempio vero, il santuario, l'arca del testamento. Quivi dentro si adora e si loda con tanto tra, sporto e gioia il nome del Signore. Si può ripetere con Davide: Ho trovato il mio cuore per pregare il mio Dio (2 Re, 7,27). Ed io l'ho trovato il cuore del Signore, il cuore di Gesù benignissimo: cuore di Re, cuore di fratello, cuore di amico. Nascosto in lui, non pregherò io? Pregherò sì. Di già il suo cuore, lo dico francamente, è anche cuore mio. Se Gesù Cristo è il capo mio: come dunque quello che è del mio capo non dovrà dirsi mio? Non è vero che gli occhi della mia testa sono occhi miei? E dunque anche il cuore del mio capo spirituale, è cuor mio. Che gioia per me! Ecco: Gesù ed io abbiamo solo un medesimo cuore. E qual meraviglia? Negli Atti degli Apostoli si legge che la moltitudine dei primi credenti aveva un sol cuore.
Frattanto avendo ritrovato, o Gesù dolcissimo, questo cuore divino, ch'è tuo ed è mio, pregherò te, Dio mio. Accogli nel sacrario delle udienze le mie orazioni, anzi rapiscimi tutto nel tuo cuore. La tortuosità dei miei peccati mi vieterebbe l'ingresso... Ma, siccome un'incomprensibile carità ha dilatato ed ampliato il tuo cuore, siccome tu, che solo sei, puoi rendere mondo chi è concepito da immondo seme, o Gesù bellissimo, lavami dal delitto, mondami dai peccati miei. Purificato da te possa avvicinarmi a te, purissimo, possa entrare e dimorare nel tuo cuore tutti i giorni della vita mia, per sapere e per fare quello che vuoi da me!

  * La vite mistica, cap. 3"; Ed. Vita e Pensiero, Milano 1956; pp. 266-268.

 

K21   TUTTO IL CORPO DI CRISTO SI RIPROMETTE - NELLA SPERANZA - 
        QUELLA GLORIA CHE E' RIFULSA NEL CAPO

San Leone Magno *

San Leone fu eletto papa nel 440. Sotto il suo pontificato si manifestarono delle divergenze fra Oriente e Occidente, ma egli seppe far riconoscere da tutti l'autorità della Sede Romana. L'opera letteraria di San Leone si compone di lettere e di una serie di sermoni, in cui questo pastore insegna, con rara efficacia di espressione, la dottrina cristologica tradizionale.

Gesù prese con sé in disparte Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello (Mt. 17, 1) e, asceso con essi un alto monte, mostrò loro lo splendore della sua gloria: infatti, sebbene avessero riconosciuto in lui la maestà di Dio, ignoravano ancora la potenza di quel corpo, in cui era celata la Divinità. Ad alcuni dei discepoli presenti, aveva promesso a questo proposito - in termini chiari e precisi - che non sarebbero morti prima d'aver visto il Figlio dell'uomo venire nel suo Regno, cioè nello splendore regale che spettava, in maniera tutta parti-colare, alla natura umana che aveva assunta e che volle rendere visibile a questi tre uomini. Non era infatti possibile che dei mortali, ancora rivestiti di carne, potessero in alcun modo vedere e contemplare quell'ineffabi'le e inaccessibile visione della Divinità, che è riservata nella vita eterna ai puri di cuore.
In presenza di testimoni scelti, il Signore manifesta dunque la sua gloria, e quel corpo che gli è comune col resto degli uomini, lo illumina di tale fulgore, che il suo volto si fa splendente come il sole e le sue vesti divengono candide come la neve. Scopo principale di questa trasfigurazione, era di cancellare dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce, così che l'umiliazione della passione volontaria di Cristo non turbasse la fede di coloro ai quali era stata rivelata la grandezza della sua dignità nascosta. Ma con uguale provvidenza veniva fondata la speranza della santa Chiesa: infatti l'intero corpo di Cristo diventava consapevole della trasformazione che gli era riservata e le
membra potevano ripromettersi la partecipazione a quella gloria, che avevano vista risplendere nel capo...

Pietro, calmo della gioia della visione, desiderava dimorare con Gesù lì, nel luogo ove era allietata dalla manifestazione della sua gloria; per questa esclamò: Signore, è bene per noi stare qui: se vuoi, facciamo qui tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia (Mt. 17, 4). Ma, a questa suggerimento, il Signore non diede risposta, per mostrare all'apostolo che il suo desiderio non era cattivo, ma disordinato. Dato che il mondo non poteva essere salvato se non con la morte di Cristo, l'esempio del Signore indirizzava la fede dei credenti proprio a questo: senza che ci fosse lecito dubitare della beatitudine promessa, noi dovevamo tuttavia comprendere che, fra le tentazioni di questa vita, la pazienza è da chiedersi prima della gloria, perché la felicità del Regno non può precedere il tempo della sofferenza.
Ed ecco mentre ancora parlava, una nube luminosa li ricoprì con la sua ambra e, dalla nube, una va ce diceva: Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo (ML 17, 5)... «Ascoltatelo»: lui che apre la via del cielo e, per mezzo del supplizio della croce, prepara per voi dei gradini che ascendano al Regno. Perché temete di essere redenti? Perché, feriti come siete, avete paura di essere guariti?... Deponete la paura carnale e armatevi della costanza della fede: è infatti indegno che temiate, nella passione del Signore, quella che, per sua grazia, non temereste nemmeno nel momento della morte.
Queste case, dilettissimi, non sono state dette solo per utilità di quelli che le ascoltarono con le proprie orecchie: in quei tre apostoli, tutta intera la Chiesa imparò ciò che i loro occhi videro e le loro orecchie ascoltarono. Si rinfranchi quindi la fede di tutti secondo l'insegnamento del santa Vangelo e nessuno arrossisca della croce di Cristo, per la quale il mondo è stato redento.

* Sermo LI, 2-3, 5-8: PL 54, 310-313. Ediz. Italiana: Il mistero pasquale - Ed. Paoline, 1965, pp. 63 ss.

 

K22   LE VESTI TRASFIGURATE DI GESÙ

          Origene *

Origene (185-253) fu uno dei pensa tori più profondi ed uno dei più grandi uomini spirituali dell'antichità. Personalmente, egli non volle mai essere altro che un autentico uomo di Chiesa. Perciò la condanna del Concilio di Costantinopoli che colpì, tre secoli dopo la sua morte, alcune sue tesi oggettivamente eterodosse, non può diminuire il valore della testimonianza di colUI che consacrò tutta la sua vita all'annuncio della Parola di Dio. Nel testo seguente, Origene dimostra che la Scrittura appare, a chi ne penetra il significato, come la veste risplendente del Cristo trasfigurato.

Ti chiederai come fu possibile che Gesù, quando si trasfigurò alla presenza dei discepoli che aveva condotto con sé su di un alto monte, sia apparso loro nella forma divina che possedeva fin da principio, mentre, a quelli che erano rimasti ai piedi del monte si sia mostrato in forma di schiavo... Ma ascolta le mie parole, meditandole nel tuo spirito.
Il testo non dice semplicemente «si trasfigurò», ma Matteo e Marco aggiungono entrambi una precisazione necessaria: «si trasfigurò davanti a loro». In base a tale aggiunta, dovrai dire che era veramente possibile che Gesù si trasfigurasse davanti ad alcuni, senza trasfigurarsi, nello stesso tempo, davanti agli altri.
Se vuoi anche tu contemplare la trasfigurazione di Gesù quale essa avvenne davanti ai discepoli che erano saliti con lui, in disparte, sull'alto del monte, considera i'l Gesù dei vangeli. Egli viene intuito in maniera più semplice e, per così dire, conosciuto secondo la carne, da coloro che non salgono l'alto monte della sapienza mediante le opere e i discorsi elevati. Egli però non viene più conosciuto secondo la carne ma, predicato come Dio in tutti i Vangeli, egli viene come tale riconosciuto nella sua forma divina, da coloro che salgono con lui sulla montagna, secondo la contemplazione interiore che ne hanno...
Gesù non trasfigura soltanto se stesso davanti a questi discepoli, e non aggiunge alla trasfigurazione della sua persona soltanto lo splendore del suo volto rifulgente come il sole; anche i suoi abiti appaiono risplendenti come la luce... Gli abiti di Gesù sono le sue parole e gli scritti del Vangelo, di cui è come rivestito. lo penso infatti che anche tutto quello che gli apostoli hanno riferito di lui è veste di Gesù, che diventa luminosa per coloro che salgono con lui sulla montagna...
Se dunque ti capita d'incontrare qualcuno che non solo espone con sottigliezza la dottrina della divinità di Gesù, ma sa anche farla trasparire da ogni parola del Vangelo, non esitare ad affermare che per lui le vesti di Gesùsono diventate splendenti come la luce.

* Kata Matthaion exegetikon - XII, 37-38: PG 13, 1068-1069.

 

K23  «LA LUCE CHE ILLUMINA OGNI UOMO» (Gv. 1,9)

           Pietro il Venerabile *

Pietro il Venerabile (1092-1156) fece professione all'Abbazia di Cluny nel 1109. Sua madre lo aveva offerto al Signore sin dalla fanciullezza: essa stessa si fece poi monaca a Marcigny e tre dei fratelli di Pietro furono abati benedettini. Nel 1122 egli divenne abate di Cluny e tale rimase fino alla morte. Nel contrasto fra Cluny e Citeaux, Pietro mantenne un atteggiamento dolce e pacifico di fronte alla veemenza di san Bernardo, con cui del resto fu sempre legato da reciproca stima. Fu lui ad istituire per primo a Cluny la festa della Trasfigurazione, di cui intuiva l'importanza per la teologia monastica. E' anche molto significativo il fatto che quest'uomo di Chiesa fece tradurre in latino il Corano, aprendo così in qualche modo la via agli incontri fra le diverse religioni.

Il suo volto risplendeva come il sole (Mt. 17, 2). Perché meravigliarci che il suo volto sia diventato come il sole, dal momento che lui stesso è il sole? Perché meravigliarci che il volto del Sole sia diventato come il sole? Era il Sole, ma nascosto dietro una nube: la nube si allontana, ed ecco che per un momento risplende. Che cos'è questa nube che si allontana? Non la carne, ma la debolezza della carne che per un momento scompare. E' la nube di cui parla il profeta: Ecco che il Signore monterà sopra una nube leggera (Is. 19, 1). La nube è la carne che vela la divinità; ed è leggera, perché non porta nessun peccato. E' la nube che nasconde la chiarezza divina; leggera, perché viene assunta nello splendore eterno. E' la nube di cui si parla nel Cantico: Mi sono riposata all'ombra di colui che desideravo, (Cant. 2, 3); leggera, perché è la carne dell'Agnello che toglie i peccati del mondo. Quando questi vengono tolti, il mondo è sollevato nelle altezze dei cieli, non più oppresso dal peso dei peccati. Il Sole velato dalla nube della carne non è quello che sorge sopra i buoni e i cattivi (cfr. Mt. 5, 45), ma è il Sole di giustizia (Mal. 4, 2) che sorge soltanto su coloro che temono Dio. Coperta, è vero, da questa nube di carne, oggi risplende la luce che illumina ogni uomo; oggi essa glorifica la carne stessa e nella sua persona la mostra deificata agli apostoli, rivelandola così al mondo per mezzo loro.
Anche tu, città beata, godrai in eterno della contemplazione di questo sole, quando scenderai dal cielo, preparata da Dio come una sposa ornata per il suo sposo (cfr. Apoc. 21, 2). Per te questo sole non conoscerà più tramonto: sempre uguale a se stesso, rischiarerà un eterno mattino. Nessuna nube più lo offusca: in uno splendore ininterrotto ti rallegrerà di una luce continua. Questo sole non abbaglia più i tuoi occhi, ma, dandoti la capacità di guardarlo, ti dà la gioia del suo splendore divino; non conosce nessuna eclissi, perché nessuna pena può frapporsi fra te e la sua luce. Infatti non ci sarà più né morte, né pianto, né grida, né dolore che possano oscurare lo splendore che Dio ti darà: secondo la parola che Giovanni ha udito venire dal cielo, le cose
di prima se ne sono andate (Apoc. 21, 4). E' questo il sole di cui parla il profeta: Non sarà più il sole la tua luce nel giorno, né t'illuminerà più lo splendore della luna. Il Signore sarà per te eterna luce e il tuo Dio il tuo splendore (Is. 60, 19). Questa è per te la luce eterna che risplende sul volto del Signore. Tu puoi udire la voce del Signore, e la Scrittura ti dice che il suo volto è luminoso come il sole. Sappiamo che dal volto si riconoscono le persone; ora, il conoscere lui diventa per chi lo conosce un'illuminazione che lo trasforma a sua volta in fulgore. Qui infatti tu credi, là conoscerai il suo s,tesso volto. Qui tu comprendi con l'intelligenza, là avverrà ,come se te ne impadronissi. Qui vedi come per mezzo di uno specchio, in maniera confusa, allora invece vedrai faccia a faccia (cfr. 1 Coro 13, 12). Riconoscendolo veramente come egli è, sarai perennemente abbagliato dall'eterno splendore di questo sole, rischiarato dalla gioia, illuminato in misura indicibile. Allora, quando il volto del Signore splenderà così su di te, si adempirà il desiderio espresso dal profeta: Faccia splendere su di noi il suo volto (Sal. 66, 2).

* Sermo Primus de Transfiguratione Domini: PL 189, 959-960.

 

 

 

K41  INNO ALLA CROCE

         San Leone Magno *

San Leone fu eletto papa nel 440. Sotto il suo pontificato si manifestarono delle divergenze fra Oriente e Occidente, ma egli seppe far riconoscere da tutti l'autorità della Sede Romana. La opera letteraria di San Leone si compone di lettere e di una serie di sermoni, in cui questo pastore insegna, con rara efficacia di espressione, la dottrina cristologica tradizionale.

Cristo, offrendosi al Padre quale nuovo e vero sacrificio di riconciliazione, è stato crocifisso non nel tempio, che aveva già perduta la sua dignità, e neppure entro la cinta della città, che per il suo delitto doveva essere distrutta. Fu crocifisso invece fuori le mura, perché cessando il mistero delle antiche vittime, una nuova ostia fosse posta su un nuovo alt8!ree la Croce di Cristo divenisse altare non del tempio, ma del mondo.
Ecco, dilettissimi, Cristo esaltato per mezzo della Croce... La nostra mente, che è illuminata dallo Spirito di verità, accolga con cuore puro e libero la gloria della Croce, raggiante in ci.elo e in terra; veda con interiore acume che cosa significhi ciò che il Signore disse, parlando dell'imminenza della sua Passione: E' venuta l'ora in cui deve essere glorificato il Figlio dell'uomo (Gv. 12, 23); e poco dopo: Ora - disse - l'anima mia è turbata, e che dirò io? Padre, salvami da quest'ora? Ma io sono venuto appunto per quest'ora. Padre, glorifica tuo Figlio (Gv. 12, 27-28). Alla voce del Padre che risuonava dal cielo, dicendo: L'ho glorificato e ancora lo glorificherò, Gesù rispose ai presenti: Non per me è risuonata questa voce, ma per voi. Ora si fa il giudizio del mondo, ora il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Ed io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me (Gv. 12, 30-32).
O ammirabile potenza della Croce! O ineffabile gloria della Passione! Qui si trova il tribunale del Signore, il giudizio del mondo e la potenza del Crocifisso... Hai attirato tutto a te, o Signore, perché, con lo squarcio del velo del tempio, il Santo dei Santi fosse sottratto agli indegni pontefici. La figura si è trasformata così nella realtà; la profezia - attuandosi - si è manifestata e la legge ha trovato compimento nel Vangelo. Hai attirato, o Signore, tutto a te, affinché ora - con perfetto e manifesto sacramento la pietà religiosa di tutte le nazioni celebrasse quel rito che si svolgeva soltanto nel tempio della Giudea, come ombra e figura. Ora infatti, più illustre è l'ordine dei leviti, più ampia la dignità degli anziani e più sacra l'unzione dei sacerdoti, poiché la tua Croce è fonte di benedizione, origine di tutte le grazie. Per essa è data ai credenti la forza invece della debolezza, la gloria al posto dell'obbrobrio, la vita in cambio della morte. Ora che è cessata la varietà dei sacrifici carnali, la sola oblazione del tuo corpo e del tuo sangue sostituisce perfettamente la molteplicità delle vittime, poiché tu sei il vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. In te perfezioni tutti i misteri, perché ci sia un unico Regno formato da tutte le genti, come c'è un solo sacrificio che sostituisce tutte le vittime.

* De Passione Sermo VIII, 5-7: PL 54, 340b-341c - Ed. ital.: Il mistero Pasquale - Ed. Paoline, 1965, pp. 125-127.

 

K42   INNO AL SANGUE

             Santa Caterina da Siena *

La figura di S. Caterina, complessa e affascinante, si staglia con statura gigantesca nella storia del misticismo italiano. Nel corso della sua breve esistenza (1347 c. - 1380), la vita politica, ecclesiastica e spirituale fu dominata dall'influsso di questa illetterata fanciulla senese. Il suo sistema dottrinale non è condotto in un modo logico, come testimoniano i numerosi scritti da lei dettati. La Santa domenicana abbraccia nella sua esperienza mistica la Trinità e il mondo, costruito sul crocifisso. Il sangue di Cristo anima, in maniera originale ed efficacissima, questo sistema trinitario e il cuore infuocato di Caterina lo vede riversato come pioggia di purificazione e di grazia su tutte le creature.

Al nome di Gesù Cristo Crocifisso e di Maria dolce. Carissimo Padre in Cristo dolce Gesù. lo Catarina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi sposo vero della Verità e seguitatore e amatore di essa Verità. Ma non veggo il modo che possiamo gustare e abitare con questa Verità se noi non conosciamo noi medesimi. Perocché nel conosci mento di noi, in verità conosciamo noi non essere, ma troviamo l'essere nostro da Dio, vedendo che egli ci ha creati alla imagine e similitudine sua (cfr. Gen. 1, 26). E nel conoscimento di noi troviamo ancora la recreazione che Dio ci fece, recreandoci a Grazia nel sangue dell'Unigenito suo Figliolo; il quale sangue ci manifesta la verità di Dio Padre. La verità sua fu questa; che egli ci creò per gloria e lode del nome suo e perché noi partecipassimo l'eterna bellezza sua, perché fussimo santificati in lui. Chi cel dimostra, che questo sia la verità? Il sangue dello immacolato Agnello. Dove troviamo questo sangue? Nel conosci mento di noi. Noi fummo quella terra dove fu fitto il gonfalone della croce: noi stemmo come vasello a ricevere il sangue che correva giù per la croce. Perché fummo noi quella terra? Perché la terra non era sufficiente a tenere ritta la croce; anco, avrebbe rifiutata tanta ingiustizia; né chiovo era sufficiente a tenerlo confitto e chiavellato, se l'amore ineffabile che Egli aveva alla salute nostra non l'avesse tenuto. Sicché dunque l'affocata carità verso l'onore del Padre e la salute nostra, il tenne. Adunque fummo noi quella terra che tenemmo ritta la croce e siamo il vaso che ricevemmo il sangue.
Chi conoscerà e sarà sposo di questa Verità, troverà nel sangue la Grazia, la ricchezza e la vita della grazia; e troverà ricoperta la nudità sua e vestito del vesti mento nuziale del fuoco della carità, intriso e impastato sangue e fuoco, il quale per amore fu sparto e unito con la Deità.
Nel sangue si pascerà e notricherà di misericordia; nel sangue dissolve la tenebra e gusta la luce; perocché nel sangue perde .Ia nuvola dell'amore proprio sensitivo e il timore servile che dà pena: e riceve timore santo e sicurtà nel divino amore, il quale ha trovato nel sangue...
Annegatevi dunque nel sangue di Cristo crocifisso, e bagnatevi nel sangue, e inebriatevi del sangue, e saziatevi del sangue, e vestitevi di sangue. E se foste fatto infedele, ribattezzatevi nel sangue; se il dimonio v'avesse offuscato l'occhio dell'intelletto, lavatevi l'occhio col sangue; se foste caduto nell'ingratitudine dei doni non conosciuti, siate grato nel sangue... Nel caldo del sangue dissolvete la tepidezza; e nel lume del sangue caggia la tenebra, acciocché siate sposo della Verità.

* Epistolario 111, Lettera 102 a F. Raimondo da Capua - Ed. Paoline, Alba 1966, pp. 21-24.

 

K43  LA CROCE DI CRISTO, FIEREZZA DEL CRISTIANO

         San Cirillo di Gerusalemme *

Nato nel 313 a Gerusalemme o nei dintorni, San Cirillo acquisì fin dalla gioventù una profonda conoscenza della Sacra Scrittura. Divenne sacerdote e poi, verso i/ 350, vescovo di Gerusalemme. Ma l'arcivescovo ariano di Cesarea lo fece espellere dal seggio vescovi/e. Dopo un esilio di undici anni, rientrò a Gerusalemme dedicandosi a por riparo alle rovine ed a pacificare le passioni scatenate dallo scisma. Questo intrepido pastore morì nel 380.
Della sua predicazione ci sono pervenute le
Catechesi che predicò nel 348. Vi si ritrova un modello dell'insegnamento religioso del IV secolo, nonché il Simbolo di fede ch'era in quell'epoca quello della Chiesa di Gerusalemme.

Ogni azione del Cristo è fonte di fierezza per la Chiesa universale. Ma la più grande tra queste motivazioni di fierezza è la croce. San Paolo ne era cosciente allorché diceva: Quanto a me, non sia mai che mi glorii d'altro se non della croce del Signor Nostro Gesù Cristo (GaI. 6, 14)... Il trionfo della croce ha in realtà resi liberi tutti coloro ch'erano sotto la schiavitù del peccato e ha riscattato gli uomini del mondo intiero.
Non v'è da stupirsene. Non era soltanto un uomo, ma il Figlio unico di Dio che moriva per questo scopo. In realtà, il peccato di un sol uomo era bastato per portare la morte nel mondo. Se per la colpa d'uno solo la morte ha regnato nel mondo, perché mai, ed a maggior ragione, la giustizia d'un solo non sarebbe stata in grado di far regnare la vita? (cf. Rom. 5,18). E se i progenitori furono espulsi dal Paradiso in conseguenza dell'albero del cui frutto mangiarono, perché mai i giusti non potrebbero ora ben più facilmente entrare in paradiso, per merito dell'albero di Gesù?
Non arrossiamo dunque per la croce di Cristo; siamone invece fieri. La croce evoca, per i Giudei, uno scandalo, per i pagani una follia, ma per noi evoca la salvezza. Per coloro che procedono verso la perdizione, essa è veramente una follia, ma per noi che ne siamo redenti, è potenza di Dio (cf. 1 Coro 1, 23-24). Poiché, come lo si è detto
or ora, non è solo un uomo che moriva per noi, ma il Figlio di Dio, Dio fatto uomo. Inoltre, ai tempi di Mosè, l'agnello pasquale scacciò lontano lo sterminatore; e l'Agnello di Dio, Colui che toglie i peccati dal mondo (Gv. 1, 29), non avrebbe potuto liberarci ben più validamente dai nostri peccati?
Sì, Gesù ha realmente sofferto per tutti gli uomini. La croce non era una simulazione, altrimenti anche la redenzione sarebbe una simulazione. La morte non era un'illusione, altrimenti la salvezza sarebbe un mito. Se la morte fosse stata illusoria, avrebbero avuto ragione, quelli che dicevano: Ci siamo ricordati che quell'impostore, quand'era ancora in vita, disse: dopo tre giorni risusciterò (Mt. 27, 63). La Passione fu dunque reale, il Cristo è stato realmente crocifisso; non abbiamo motivo di arrossirne. E' stato crocifisso, non dobbiamo negarlo; anzi, io lo proclamo con fierezza. Se lo negassi, il Golgota stesso mi confuterebbe. Mi confuterebbe pure quel legno della croce i cui frammenti sono sparsi su tutta la terra. Riconosco la croce, perché conosco la resurrezione. Se il crocifisso fosse restato nella morte, indubbiamente non avrei riconosciuto la croce e l'avrei nascosta insieme col mio Maestro. Ma la resurrezione ha seguito la croce ed io non arrossisco di parlare di essa.

 *  13ma Catechesi battesimale 1-4: PG 33, 771-778.

 

K44  Il CRISTIANESIMO E LA CROCE SONO INSEPARABILI

         Romano Guardini *

Nato in Italia nel 1885 e morto nel 1968, l'autore di Il Signore si trasferì ancor giovane a Magonza e adottò la Germania come patria intellettuale. Sacerdote, professore in varie università germaniche, si distinse specialmente per una impostazione profondamente esistenziale della vita cristiana. Mai dissocia l'ordine della grazia da quello della natura ma, aderendo strettamente alla Rivelazione, egli mostra Dio che interviene nella storia degli uomini e d'ogni singolo uomo.

Il messaggio di Gesù è messaggio di salvezza. Annuncia l'amore del Padre e la venuta del Regno; invita gli uomini alla pace e alla concordia nella santa volontà di Dio. Tuttavia, la sua parola non inizia col provocar l'unione, bensì la divisione. Quanto più un uomo diviene intimamente cristiano, tanto più la sua vita si distingue dagli altri che non vogliono divenirlo o almeno nella misura in cui essi si rifiutano di divenirlo. Questo divario sussiste nonostante i vincoli più stretti; poiché non si è cristiani per natura o eredità, ma come conseguenza d'una decisione interiore e personale. Uno prende questa decisione; l'altro, no. Ecco perché può aversi da ciò una separazione morale tra padre e figlio, amico e amico, o tra i conviventi d'una stessa casa. In tale situazione, l'uomo deve porre Gesù al di sopra di tutti gli altri, fossero essi padre e madre, figlio e figlia, amica e amico. Questa esigenza prende in profondità, provoca la tentazione di stare insieme con i genitori e di rinunciare a Gesù. Ma Gesù ci pone in guardia: «Se ti attacchi a questa vita e mi sacrifichi ad essa, perdi anche la tua vita, la tua vera vita. Ma se ti distacchi per amor mio, ritroverai te stesso per ciò che è essenziale, oltre ogni misura...
Evidentemente è arduo; è la croce. Noi sfioriamo il mistero più difficile del Cristianesimo. Cristianesimo e croce sono inscindibili. Da quando il Cristo dovette percorrere la via della croce, vi è una croce sul cammino di chiunque voglia esser cristiano. Per ognuno, è la «sua.. croce. La natura si erge contro di essa; vuoi «risparmiarsi... Rifiuta
di passar quella prova. Ma Gesù afferma, ed è la legge fondamentale della sua religione: «Colui che vuole custodire la sua persona, la sua vita, la sua anima, le perderà. Colui invece che si abbandona alla croce eretta per lui qui o là, le ritroverà e le conserverà per sempre, come un eterno se stesso che ha parte con il Cristo».
Nell'ultimo viaggio a Gerusalemme, immediatamente prima della Trasfigurazione, lo stesso concetto ritorna, espresso in modo più drastico. Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà, ma chi perderà la sua vita per amar mio, la troverà. Che gioverebbe a un uomo guadagnar tutto il mondo, se perdesse l'anima sua? O che cosa potrà dare in cambio della propria anima? Il Figlio dell'uomo, infatti, verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere (Mt. 16, 24-27).
E' dunque la stessa idea: l'uomo deve prender la sua croce, rinunciare a se stesso, dar la sua vita per il Cristo, per veramente trovarlo. L'idea, in questo brano, è più decisa e penetra ancor più in profondità. Essa non traccia una linea di demarcazione tra l'uno e l'altro uomo, ma tra il fedele e tutto il resto; tra il mondo e me, tra me e me stesso. E' la grande dottrina del dono di sé e dell'abnegazione di se stesso.

 *  Le Seigneur, Edit. Aisatia, Parigi 1964, tomo I, pp. 367-368.

 

K61  LA REGALITÀ DI CRISTO OGGI E ALLA FINE DEI TEMPI

         Yves Congar *

Yves Congar, domenicano, nato a Sedan nel 1904, ha svolto un'azione di primo piano neffa ricerca teologica degli ultimi trenta anni, soprattutto in campo ecclesiologico ed ecumenico. E' stato uno degli esperti più ascoltati al Concilio Vaticano II.

Dal momento in cui il Verbo di Dio prende carne umana nel seno di Maria per essere il salvatore del mondo, possiede nella sua umanità la pienezza e l'efficacia delle energie con le quali Dio vuole restaurare tutte le cose e condurle alla comunione con la sua santità. La realtà totale di questa comunione e di questa restaurazione, effetto adeguato della potenza regale e sacerdotale del Cristo, è il Regno che deve instaurare e poi offrire in omaggio al Padre. Questo Regno, frutto perfetto dell'attività messianica e annunciato dai profeti, formava l'oggetto della speranza e dell'attesa degli Ebrei, compresi gli apostoli prima della Pentecoste. I profeti annunciavano e gli Ebrei speravano una restaurazione di cui Israele doveva essere il primo a beneficiare e che avrebbe raggiunto, al di là dello spirito, l'ordine esterno delle cose. A questo proposito, è caratteristico il seguente aneddoto: si dice ad un rabbino che il Messia è arrivato. Il rabbino va alla finestra, guarda e ritorna facendo un cenno negativo: «No - dice - non vedo nulla di cambiato».
Quando Giovanni Battista, quando Gesù stesso cominciano il loro ministero, proclamano che il Regno di Dio è vicino, che è arrivato. In un certo senso, ciò che i profeti annunciavano, si è verificato in Gesù Cristo: i segni messianici sono manifesti, perché i ciechi vedono, gli zoppi camminano, per tutti è proclamato un tempo di libertà. Tuttavia, anche noi potremmo andare alla finestra, guardare nella strada e costatare che nulla è cambiato: gli uomini soffrono e si fanno la guerra come se il Regno di Dio non fosse sceso sulla terra. Ogni anno, quando ritorna la festa di Natale e, per me prete, la missione di proclamare agli uomini, in questo giorno, che è nato il loro Salvatore, sono assillato da un problema di verità:
ho il diritto di dire una tal cosa, mentre apparentemente nulla è cambiato nel mondo?
La risposta a questa domanda deve essere ricercata nella volontà e nel piano di salvezza di Dio, così come li conosciamo attraverso la Rivelazione. Il Vangelo e gli scritti apostolici, ci dimostrano infatti che il piano di Dio si manifesta in due tempi: ci dà in primo luogo la causa della salvezza e della restaurazione di tutte le cose, ma riserva l'intero dispiegamento della sua potenza e la pienezza dei suoi effetti per un tempo finale ancora da venire, che si chiama la parusia o l'escatologia. Certo, Gesù Cristo è venuto e con lui il principio di un rinnovamento totale, ma deve ritornare ancora e, come disse San Pietro all'indomani della Pentecoste, Il cielo deve riceverlo fino al tempo della restaurazione universale di cui Dio ha parlato per bocca dei suoi santi (Atti 3, 21). In verità, come gli Ebrei, noi vorremmo veder giungere un ordine di cose; invece è una persona che è venuta. Dopo tutto, è per questo che a Natale festeggiamo il nostro Salvatore sotto la forma di un bambino: una debolezza, ma anche un germe e una promessa. Vorremmo possedere il Regno e, se è permesso esprimersi così, riceviamo solamente il suo Re! Certo, egli è potente e del resto noi cantiamo di lui che porta l'impero sulle sue spalle (cfr. Is. 9, 5), ma non dispiega immediatamente tutta la sua potenza dovendo essere salvatore per mezzo della croce e non volendo forzare prima del tempo le nostre libertà sotto l'evidenza della sua irresistibile autorità.

* David et Salomon, types du Christ et ses deux avènements, «La Vie Spirituelle», nov. 1954, pp. 325-326.

 

K62  IO SONO RE

        Isabelle Rivière *

Sorella di Alain Fournier, Isabelle sposò Jacques Rivière nel 1909. Autrice di «Comme votre Père céleste» e di «Chemin de croix d'un pécheur», essa non ha mai tralasciato, lungo tutta la vita, la meditazione della Parola di Dio. Ha saputo mettere in sintonia con la fede la sua cultura letteraria, arricchendo così il cattolicesimo francese di opere che testimoniano un profondo senso cristiano.

Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re? Gesù rispose: Tu l'hai detto, io sono re (Gv. 18, 37).
Gesù arrestato, legato, trascinato da un tribunale all'altro, dopo essere stata malmenato, schiaffeggiato, rinnegato da Pietro, abbandonato dai suoi, rimasto solo in mezzo ai nemici, ci appare come un essere degno di compassione quanta nessun altro, perché è il più impotente di tutti - un accusato tra due gendarmi. Gesù, che sta per salire il patibolo, senza che un solo gesto, dalla terra a dal cielo, sia tentato per difenderlo, questo Gesù afferma con suprema calma: Io sono re. Re, cioè non solo libero - ed è legato ma anche Signore - e stanno per ucciderlo!
Quell'istante esigeva la fede più salda, perché era quello dell'oscurità più fonda, era i1 momento in cui sembrava che del Dio-Uomo nulla più restasse di Dio e, di lì a poco, più nulla dell'uomo. Non era difficile credere alla potenza di Gesù quando comandava alle malattie, ai demoni, alla tempesta, alla morte. Ma per pensare come Re e Dio uno che è vinto, schiacciato, ridotto al nulla, bisogna ricorrere ad una logica che inverte qualsiasi pensiero umano, occorre lasciare affondare la propria intelligenza nelle tenebre più fitte, in una parola, rinunziare a qualsiasi altra luce che non sia quella della fiducia cieca, propria dell'amare...
In quel momento ci voleva l'amore stesso di Dio per capire come lo spogliamento completa potesse costituire
l'offerta suprema dell'amore, per scoprire nell'annientamento della Croce la più sublime manifestazione dell'onnipotenza di Dia. I discepoli invece, come tutti gli uomini di poca fede, si sgomentano e abbandonano il Maestro vinto, nel momento stesso in cui rifulge il suo trionfo, nell'ora stessa in cui egli dà la prova di essere Dio, Re e Signore dell'universo.
Qual'è questa prova e dove possiamo scoprire questo trionfo?
Gesù manifesta la sua regalità e signoria sovrana servendosi della cattiva volontà degli uomini per il compimento della sua volontà di salvezza, utilizzando il loro odio per 'la sua opera d'amore. Lo crocifiggevano per toglierlo di mezzo: ed ecco che lo rituffano nell'eternità da cui era venuto e che, col suo ritorno, egli riaprirà a tutti gli uomini. «Non vogliamo che quest'uomo regni sudi noi» (cfr. Lc. 19, 27), ma proprio nel rinnegare, condannare e uccidere il loro Re, essi gli rimettono in mano per sempre lo scettro che egli, con assoluta libertà, aveva apparentemente deposto durante la sua vita terrena. Essi hanno pensato, sentito, desiderato, progettato quello che hanno voluto, ma quel che hanno fatto era solo quello che lui voleva.

* A chaque jour suffit sa joie - Édit. Émile Paul Frères - Parigi 1949 - pp. 171-172.

 

K81  TENERE GESÙ FRA LE BRACCIA

         Origene *

Origene (185-253) fu uno dei pensatori più profondi e uno dei più grandi uomini spirituali dell'antichità. Personalmente egli non vol1e mai essere altro che un autentico uomo di Chiesa. Perciò la condanna del Concilio di Costantinopoli (553) che colpì, tre secoli dopo la sua morte, alcune sue tesi oggettivamente eterodosse, non può diminuire il valore del1a testimonianza di colui che consacrò tutta la sua vita all'annuncio del1a Parola di Dio.

Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, come dice il Vangelo, aspettava la redenzione di Israele; dallo Spirito Santo gli era stato rivelato che non sarebbe morto, prima di aver veduto il Cristo del Signore (Lc. 2, 25-26). A che gli giovò vedere il Cristo? La promessa gli concesse solo di vederlo, senza trarre alcun vantaggio da questa visione, o nasconde qualche dono degno di Dio, che il beato Simeone meritò di ricevere? Una donna toccò solo il lembo della veste ,di Gesù e ne fu guarita (cfr. Mì. 9, 20-22). Se quella ottenne un beneficio così grande solo per aver sfiorato il lembo della veste, cosa pensare di Simeone, che ricevette nelle sue braccia il Bambino? Era felice di tenerlo in braccio e godeva di portare il piccolo nato, che era venuto a liberare i prigionieri e a sciogliere lui stesso dai legami del corpo. Sapeva bene che nessuno poteva far uscire dai vincoli del corpo, con la speranza della vita futura, se non colui che egli stringeva fra le braccia. Perciò rivolge a lui queste parole: Ora, o Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace (Lc. 2, 29). Per tutto il tempo in cui non portavo il Cristo, per tutto il tempo in cui non lo stringevo fra le braccia, ero prigioniero e non potevo sciogliermi dai legami. Questo si applica non solo a Simeone, ma a tutto i'I genere umano. Se qualcuno lascia questo mondo ed è dimesso dalla dimora dei prigionieri per andare a regnare, prenda Gesù nelle sue mani, lo avvolga con le sue braccia, se lo stringa al cuore e allora esultante potrà andare là dove desidera.
Considerate quanti fatti provvidenziali hanno preceduto il momento in cui Simeone meritò di tenere
fra le braccia il Figlio di Dio. Aveva ricevuto dapprima la rivelazione dallo Spirito Santo, che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Poi, entrò nel tempio, non per caso e semplicemente - come era solito fare - ma ci andò mosso dallo Spirito di Dio, poiché coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio (Rom. 8, 14). Lo Spirito Santo dunque lo portò al tempio. Anche tu, se vuoi tenere Gesù, stringerlo fra le braccia e divenire degno di uscire dal carcere, cerca con ogni sforzo di lasciarti condurre dallo Spirito per giungere al tempio di Dio. Ecco: tu stai ora nel tempio del Signore Gesù, cioè nella Chiesa, tempio costruito con pietre vive...
Se verrai al tempio, mosso dallo Spirito, troverai il bambino Gesù, ,lo solleverai tra le braccia e gli dirai: Ora, o Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola. Fa' attenzione che alla liberazione e al congedo si unisca anche la pace... Chi può morire in pace se non colui che ha la pace di Dio: pace che supera ogni comprensione e custodisce il Cuore di chi la possiede? Chi è che se ne va in pace da questo mondo, se non colui che comprende che era Dio che nel Cristo riconciliava a sé il mondo?

* Homilia XV in Lucam: PG 13, 1838-1839.