PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

L1 Sant'Ambrogio LA CHIESA, MISTICA EVA
L2 San Pier Damiani LA COMUNIONE DEI SANTI
L3 Henri de Lubac LA CHIESA E' UN MISTERO
L4 Cardinal Bea LA CHIESA È MADRE
L5 San Vincenzo di Lerino IL PROGRESSO DEL DOGMA
L6 Ugo di San Vittore MEMBRA DEL CORPO DI CRISTO
L10 Lacordaire LA CHIESA INVISIBILE
L11 Henrl de Lubac NELLA CHIESA SANTA, NOI SIAMO TUTTI PECCATORI
L12 René Voillaume RIVELAZIONE DIVINA E CULTURE UMANE
L20 Edith Stein

IL MISTERO DELLA CHIESA

L21 Madeleine Delbrel IL LIBRO DEL SIGNORE
L22 San Giovanni della Croce DIO CI HA DETTO TUTTO NEL CRISTO
L23 Bossuet ASCOLTARE COL CUORE LA PAROLA DI DIO
L24 Yves De Montcheuil IL VANGELO, SCUOLA DI VITA
L25 San Gerolamo CONOSCERE LA BIBBIA
L26 San Bonaventura

LA VIA DIRITTA DELLE SCRITTURE

L27 Lacordaire

ANDARE ALLA SCRITTURA COME PELLEGRINI

L33 Léonce de Grandmaison LA PREDICAZIONE DI GESÙ
L41 Odo Casel UNITÀ DELL'ANNO LITURGICO
L61 Giuseppe Jungmann L'IMPORTANZA PRIMARIA DELL'ASSEMBLEA DEI FEDELI NEL CULTO CRISTIANO
L62 Origene ESSERE UNA PIETRA VIVA, UNA PIETRA D'ALTARE
L63 Origene «PARLAVA DEL TEMPIO DEL SUO CORPO» (Gv. 2,21)
L64 Gérard Huyghe EDIFICARE LA CHIESA CON PIETRE DIVERSE
     
     

 

L1   LA CHIESA, MISTICA EVA

        Sant'Ambrogio *

Ambrogio nacque a Treviri verso il 330 e morì nel 397. Dopo aver studiato a Roma, fu promosso governatore della Liguria, con residenza a Milano. Era ancora catecumeno, quando il popolo all'unanimità - lo elesse vescovo di questa città. Da questo momento si fece tutto a tutti, secondo la testimonianza di Sant'Agostino. La sua predicazione, ispirata ai Padri greci e in particolare ad Origene, è caratterizzata da un orientamento soprattutto pratico e pastorale. Per mettere alla portata dei suoi fedeli la Parola di Dio, si sforza di trame il vero senso simbolico, come nella pagina che ora leggiamo.

Mosè mi ha insegnato che, dopo aver creato l'uomo, Dio fece pure la donna: Dio fece cadere un sonno profondo su Adamo, che si addormentò; quindi prese una costola dal suo fianco e riempì il vuoto con la carne di lui. E il Signore Dio plasmò in donna la costola che aveva tolta ad Adamo (Gen. 2, 21-22)... E quando il soldato aprì il costato del Signore, subito ne uscì sangue e acqua (Gv. 19, 34), che furono sparsi per la vita del mondo. Questa vita del mondo, è la costola di Cristo, è la costola del secondo Adamo. Il primo Adamo - infatti - fu anima vivente, l'ultimo Adamo è spirito vivificante (I COL 15, 45). L'ultimo Adamo è Cristo e la costola di Cristo è la vita della Chiesa. Noi siamo quindi membra del suo corpo, formati dalla sua carne e dalle sue ossa (Ef. 5, 30). E forse il Cristo si è riferito a questa costola quando disse: Sento che una virtù è uscita da me (Lc 8, 46). Questa è la costola uscita dal Cristo, senza togliere nulla al suo corpo; non è infatti una costola corporea, ma spirituale. Ora lo Spirito non va soggetto a divisioni, ma si distribuisce a ciascuno come vuole (I Cor. 12, 11).
Tale costola è Eva, madre di tutti i viventi... E la madre dei viventi è la Chiesa, che Dio ha edificato sulla pietra angolare che è Cristo Gesù, su cui tutto l'edificio ben strutturato si innalza in tempio.
Venga dunque Iddio, plasmi la donna: Eva come aiuto ad Adamo, la Chiesa invece come aiuto a Cristo! Non perché Cristo abbia bisogno di un aiuto: siamo noi che cerchiamo e desideriamo di giungere, per mezzo della Chiesa, alla grazia di Cristo. Anche adesso la si edifica e la si forma; anche adesso la donna è plasmata e creata. Per questo la Scrittura usa un'espressione nuova, quando dice che siamo super-edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti (Ef. 2, 20). Anche adesso l'edificio spirituale si erge in sacerdozio santo (I Pt. 2, 5). Vieni, Signore Dio, plasma questa donna, costruisci la città! E venga anche il tuo servo, perché io credo a quello che tu dici E' lui che costruirà per me la città (Is. 45, 13).
Ecco la donna, madre di tutti; ecco l'edificio spirituale, ecco la città che vive in eterno, perché non può morire. Questa è infatti la città di Gerusalemme, che oggi si vede sulla terra, ma che sarà rapita al di sopra di Elia, trasportata più in alto di Enoch, che fu rapito - non si ha infatti notizia della sua morte - perché la malizia non gli cambiasse il cuore (Sap. 4, 11). Questa città è amata da Cristo perché gloriosa, perché santa, senza macchia né ruga (cfr. Ef. 5, 27). Più a buon diritto sarà trasportato il Corpo tutto intero, che non una singola parte! Questa è infatti la speranza della Chiesa. Sì, la Chiesa sarà certamente rapita, sarà assunta, sarà trasportata in cielo. Ecco: Elia fu rapito sul carro di fuoco e la Chiesa pure sarà rapita. Non mi credi? Credi almeno a Paolo, nel quale ha parlato Cristo: Noi - dice - saremo rapiti sulle nubi, nell'aria, incontro a Cristo e così saremo sempre col Signore (I Tess. 4, 17).

* Tractatus in Evangelio secundum Lucam, II, 85-88. Sources Chrétiennes, 45, 1°, Parigi 1956, pp. 112-114. Ediz. italiana: Città Nuova editrice. Commento al Vangelo di S. Luca, I, Roma 1966, pp. 134-137.

 

L2  LA COMUNIONE DEI SANTI

      San Pier Damiani *

S. Pier Damiani, eremita camaldolese di Fonte Avellana, cardinale-vescovo di Ostia, consigliere di papi e di principi, fu altresì riformatore e teologo. Morì nel 1072. AI centro del suo pensiero sta il mistero della Chiesa. Nel trattato «Dominus vobiscum», che parla della preghiera dell'eremita e da cui prendiamo questa pagina, egli raggiunge il vertice del suo pensiero sulla Chiesa, questo sacramento di Dio in mezzo a noi.

La Chiesa di Cristo è unita da un legame di tale reciproca carità che, come è una nella pluralità dei suoi membri, così misteriosamente è tutta in ciascuno; e questo a tal segno che, se l'intera Chiesa universale è detta a ragione l'unica Sposa di Cristo - al singolare -, si crede pure che ogni singola anima, per il mistero del sacramento, costituisca la Chiesa nella sua pienezza...
Una in tutti e tutta in ciascuno: senza dubbio semplice nella pluralità dei membri, grazie all'unità della fede, ma anche molteplice in ciascuno, per il cemento della carità e la diversità dei carismi: infatti tutti vengono da Uno.
Per quanto così distinta per la molteplicità delle persone, la santa Chiesa è tuttavia fusa nell'unità mediante il fuoco dello Spirito Santo. E se anche appare frazionata nello spazio in parti distinte, pure il sacramento della sua intima unione non può assolutamente essere intaccato nella sua integrità, perché l'amore di Dio si è riversato nei nostri cuori per lo Spirito Santo, che ci è stato dato (Rom. 5, 5). Spirito che, senza dubbio, è uno e molteplice: uno nella maestà dell'essenza e molteplice nella varietà dei carismi, egli dà alla santa Chiesa, che colma di sé, di essere una nell'universalità e tutta in ciascuna sua parte. E' appunto il segreto della indivisibile unità, che raccomandava il Verbo quando, pregando il Padre per i suoi discepoli, diceva: Non ti prego soltanto per loro, ma anche per quelli che, mediante la loro parola, crederanno in me, affinché siano tutti uno; come tu, Padre, sei in me e
io sono in te, anch'essi siano uno in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno, come noi siamo uno (Gv. 17, 20-22).
Se dunque coloro che credono in Cristo sono uno, ovunque si vede corporalmente presente un membro, là pure - per la realtà misteriosa del sacramento - è presente tutto il corpo... La solitudine non impedisce a una persona sola di parlare al plurale, come anche una moltitudine di fedeli può esprimersi al singolare, perché la virtù dello Spirito Santo, che è presente in ciascuno e riempie tutti, ci fa capire che qui c'è una solitudine popolata da molti e là una moltitudine che forma un'unità... Questa solidarietà e comunione dei fedeli di Cristo, i nostri santi Padri la sancirono con tanta certezza, che vollero inserirla nel Simbolo di professione della fede cattolica e comandarono di ripeterla spesso, fin dai primissimi insegnamenti della fede cristiana. Infatti, subito dopo aver detto: «Credo nello Spirito Santo e nella santa Chiesa» immediatamente aggiungiamo: «nella comunione dei Santi», perché, mentre rendiamo a Dio la testimonianza della nostra fede, affermiamo contemporaneamente - quasi come conseguenza la comunione della Chiesa, che è una cosa sola con lui. Questa comunione dei Santi nell'unità della fede è tale che, credendo in un sol Dio, siamo rinati in un solo Battesimo, fortificati da un solo Spirito, chiamati per grazia di adozione ad una sola e medesima vita eterna.

* Liber qui appellatur «Dominus Vobiscum», c. S, 6 e 10: PL 145, 235-236 e 239. Ediz. italiana: Scritti monastici, Il, Cantagalli, Siena 1959, pp. 122-124; 129-130.

 

L3   LA CHIESA È UN MISTERO

       Henri de Lubac *

Nato a Cambrai nel 1896, il teologo gesuita di Lyon-Fourvière fu portato dalla sua amicizia con Jules Monchanin ad interessarsi del buddismo. Da tempo impegnato nello studio dell'umanesimo ateo, si trovò ben preparato a comprendere l'opera del suo amico Padre Teilhard de Chardin. In reazione contro una esegesi scientifica troppo letteraria e tematica, De Lubac si è sforzato di rimettere in valore l'intelligenza spirituale della Scrittura, secondo la tradizione patristica. La sua opera non è tuttavia disorganica; essa trova la sua unità profonda in un amore indefettibile per la Chiesa, l'amore che si manifesta tanto aperto e intelligente in «Meditazione sulla Chiesa», da cui è tratto il passaggio seguente.  

L'idea di un Dio-uomo, prima ancora di inquietare chi sogna un uomo-Dio, urta violentemente lo spirito. Anche se gli si fa vedere che non può dimostrarne la contraddizione, tutto il seguito delle realtà che l'accompagnano genera in lui lo stupore e infine l'annuncio della croce lo respinge irrimediabilmente. Dio «nato e crocifisso!» «Scandalo per i Giudei e follia per i pagani»!... Se perfino noi non sentiamo più la scossa provocata da un simile annuncio, non è forse perché la nostra fede - per quanto indubbiamente solida e sincera - si è fatta ottusa? Non è forse perché il suo oggetto si è edulcorato ai nostri occhi? La abitudine ci addormenta e noi non sappiamo più giungere, nella nostra preghiera o nella nostra vita, ad una vera compassione...
Ma quanto più «scandaloso» ancora, quanto più «folle», questo nostro credere a una Chiesa in cui non solo il divino e l'umano sono uniti, ma dove il divino ci si offre obbligatoriamente attraverso il «troppo umano»! Perché se la Chiesa è in mezzo a noi veramente «Gesù Cristo continuato», se essa è per noi «Gesù Cristo diffuso e comunicato», gli uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, non hanno però ereditato il privilegio che faceva dire audacemente a Gesù: Chi di voi può convincermi di peccato? (Gv. 8, 46).
E il senso del loro tempo, l'intelligenza stessa delle
cose eterne, può essere in loro mediocre. In realtà nella Chiesa, più ancora che nel Cristo, tutto è contrasto e paradosso... Per contemplare la Chiesa senza scandalo, più ancora che per contemplare il Cristo, quanto c'è bisogno che lo sguardo si purifichi e si trasformi! Quanto più sarà necessario, per averne un po' di intelligenza, di «respingere lontano da noi - come dice San Leone - l'oscurità dei ragionamenti terreni e il fumo della saggezza mondana,,!
E poi, bisogna pur confessare anche questo: il nostro accecamento è tale che siamo capaci, se non proprio di pensare, almeno di immaginarci talvolta che la fede in Dio non ci impegni veramente. Non si incontra Dio sulle pubbliche piazze. Non vi si incontra più il Cristo. La Chiesa, però, è sempre là. Quanti sarebbero disposti, nonostante tutti i difetti che le rimproverano, ad ammirarla sotto certi aspetti; quanti sarebbero disposti a «collaborare" - come essi dicono - con lei, se essa non fosse «quello che è,,! La Chiesa è la permanente testimone del Cristo, la messaggera del Dio vivente. E' la presenza urgente, la presenza importuna di questo Dio in mezzo a noi. Volesse Dio che noi, che siamo nella Chiesa e ci diciamo della Chiesa, potessimo capirlo - per noi stessi - almeno quanto lo intuiscono alcuni di coloro che la temono o che la fuggono!

* Méditation sur l'Église. Ed. Montaigne, Parigi 1953, pp. 3537. Ed. italiana: Ed. Paoline, Milano 1955, pp. 54-57.

 

 

L4  LA CHIESA È MADRE

      Cardinal Bea *

Il Padre Agostino Bea (1881-1968) nacque in Germania ed entrò giovanissimo nella Compagnia di Gesù. Specializzatosi in Sacra Scrittura, resse il Pontificio Istituto Biblico dal 1930 al 1949 e fu apprezzato consultore di varie Congregazioni romane. Cardinale nel 1959, l'anno seguente venne preposto da Papa Giovanni XXI1I al Segretariato per l'unità dei cristiani. Gli ultimi otto anni della sua vita furono interamente dedicati a questa attività, a cui era stato provvidenzialmente preparato dai precedenti studi e pubblicazioni di carattere biblico. L'eredità spirituale di questo fedele e grande servo dell'unità cristiana rimane vivo esempio e incitamento per tutti quelli che, come lui, desiderano servire la Chiesa una e santa.

Il S. Padre non dubita di chiamare tutti i cristiani separati dalla Chiesa cattolica «fratelli» e perfino «figli» suoi. Così, nell'enciclica programmatica «Ad Petri Cathedram», si rivolge a loro dicendo: «Permettete che con ardente desiderio vi chiamiamo fratelli e figli... Ci rivolgiamo... a tutti coloro che sono da noi separati, come a fratelli, usando le parole di sant'Agostino che dice: «Volere o no, sono nostri fratelli. Allora soltanto non saranno più nostri fratelli, quando avranno smesso di dire Padre nostro». Si tratta dunque di carità tra fratelli e di una carità del Sommo Pontefice quale «Padre comune» verso i suoi figli. Siccome poi a quest'ultimo è correlativo l'amore materno della Madre Chiesa verso i suoi figli, ne risulta che questa assume verso i nostri fratelli separati non solo l'atteggiamento di chi ha il dovere di tutelare l'integrità del dogma cattolico, ma anche quello di un autentico amore di madre; col battesimo essi, infatti, sono diventati membra del mistico Corpo di Cristo, e per ciò stesso suoi figli, benché siano impediti nel pieno uso dei loro diritti di figli, essendo visibilmente separati da essa.
L'amore della Chiesa verso di essi è certo pregno di profondo dolore e mestizia, è l'amore di un cuore sanguinante a causa della separazione che impedisce loro il godimento di 1anti privilegi e diritti e fa perdere ad essi tante grazie; ma di questo amore vale pur sempre la parola di
Dio nella Scrittura: Può una madre scordare il proprio bambino, non intenerirsi per il frutto delle sue viscere? (Is. 49, 15). Tanto meno la Chiesa può dimenticare questi suoi figli, i,n quanto si tratta di una maternità di ordine soprannaturale, originata e ispirata dall'infinito amore della SS.ma Trinità stessa. Perciò essa può a buon diritto applicare a se stessa l'affermazione che Dio formula al suo proprio riguardo: Ebbene, anche quando queste madri se ne scordassero, io però non mi scorderò di te (ib.). Se un bambino per una ragione qualsiasi non conosce, e quindi non riconosce, la propria madre, questa non cessa perciò di essere tale, né il bambino cessa di essere frutto delle sue viscere: essa quindi non può non avere per lui affetto e cuore di madre. Così anche la Chiesa non 'cessa di avere verso i suoi figli, anche se visibilmente da essa separati, un tenero e ardente amore, che non si può mai smentire.

* L'unione dei cristiani - Ed. «La Civiltà Cattolica», Roma 1962 pp. 58-59.

 

 

L5  IL PROGRESSO DEL DOGMA

       San Vincenzo di Lerino *

San Vincenzo fu monaco e sacerdote del monastero di Lerino, e mori prima del 450. Sui fondamenti della tradizione ha scritto due promemoria - è questo il senso della parola Commonitorium dei quali uno solo è giunto fino a noi. L'idea di sviluppo del dogma che vi espone sarà ripresa e approfondita nel 1842 da Newman. Questi vi dedicò ben tre anni di studio che lo condussero poi al cattolicesimo. Si potrebbe dire che il Commonitorium di Vincenzo di Lerino è la prefazione dell'importante e magistrale libro di Newman.

Un progresso della religione ci può essere nella Chiesa di Cristo? Certamente, e un progresso molto grande. Chi infatti potrebbe avere così poca fiducia negli uomini ed essere tanto esigente con Dio da tentare di negarlo? A condizione però che si tratti veramente di un progresso nella fede e non di un cambiamento. E' caratteristico del progresso, che ogni realtà si sviluppi intrinsecamente, mentre il cambiamento implica il passaggio di una data cosa a qualcos'altro di diverso. Occorre dunque che in ciascuno e in tutti, in ogni uomo come in tutta la Chiesa, l'intelligenza, la scienza e la sapienza crescano e progrediscano intensamente, nel corso delle età e delle generazioni. Ora questo progresso deve compiersi tuttavia secondo la sua propria natura e cioè nello stesso senso, secondo gli stessi dogmi e lo stesso pensiero. La vita religiosa delle anime imiti la maniera di crescere del corpo, le cui parti, pur crescendo e sviluppandosi con gli anni, restano tuttavia sempre le stesse. C'è molta differenza tra la prima adolescenza e l'età matura: ma in seguito quelli che sono stati giovani diventeranno vecchi. Uno stesso individuo si trasforma nella statura e nell'aspetto, ma rimane sempre uno e identico nella natura e nella persona. Le membra dei neonati sono minuscole e quelle dei giovani grandi, ma si tratta sempre delle stesse membra. Il loro numero è uguale tanto nei bambini che negli adulti: e se ve ne sono alcune che appaiono a un'età più matura, tuttavia erano già esistenti potenzialmente nell'embrione. Quindi nei vecchi non c'è niente di diverso da quello che, già in germe, era nei bambini. Non vi può essere perciò il minimo dubbio: è questa la norma di ogni autentico progresso, questo il modo di crescere regolare e armonioso. Il progredire degli anni comple1a sempre nei più grandi quelle parti del corpo che erano già state abbozzate dalla sapienza del creatore nei piccoli. Se poi un essere umano viene ad assumere un aspetto diverso da quello proprio alla sua specie, se i,1 numero delle sue membra aumenta o diminuisce, necessariamente l'intero corpo muore o diventa mostruoso o per lo meno s'indebolisce. Così è bene che anche i dogmi della religione cristiana seguano questa legge di 'Crescita, in modo da consolidarsi col passare degli anni, svilupparsi a loro tempo e approfondirsi nel corso delle generazioni...
I nostri padri anticamente hanno seminato nel campo della Chiesa il buon grano della fede: sarebbe illogico e ingiusto che noi, loro discendenti, raccogliessimo il subdolo errore della zizzania al posto della pura verità del frumento seminato. Piuttosto dal momento che la natura dei primi chicchi non è diversa da quella degli ultimi, è logico e normale 'Che raccogliamo il frutto del buon grano che è il dogma e che proviene dalla crescita della dottrina seminata. Così quando qualcuno di quei primi semi si sviluppa col passare del tempo e ora viene fertilizzato e cresce, niente tuttavia si cambia della caratteristica propria del seme.

* Commonitorium I, 23: P.L. 50, 667-668.

 

L6  MEMBRA DEL CORPO DI CRISTO

        Ugo di San Vittore *

La scuola di san Vitto re, alle porte di Parigi, venne fondata nel 1108 da Guglielmo di Champeaux, maestro di Abelardo, e fu retta dai canonici regolari di sant'Agostino. Di questo centro spirituale e teologico, che fu uno dei più celebri del XII secolo, il migliore rappresentante fu Ugo di san Vitto re (morto verso il 1140). Entrò nella scuola dei Vittorini nel 1115 e dieci anni dopo vi iniziò l'insegnamento che proseguì fino alla morte. In pieno trionfo della Scolastica, Ugo si allontana dalle eccessive preoccupazioni meta fisiche, psicologiche e morali di altri autori e preferisce pensare «alla maniera dei Padri». Ritrova così la grande corrente della teologia cristocentrica ed ecclesiale, come dimostra la pagina seguente. In lui scienza e contemplazione si uniscono, e filosofia e teologia lo conducono alla mistica.

Come il soffio vitale dell'uomo scende attraverso la testa a vivificare le membra, così lo Spirito Santo attraverso Cristo giunge ai cristiani. Cristo è il capo, il cristiano è il membro. Il capo è uno, le membra sono molte: capo e membra formano un solo corpo, e in questo unico corpo c'è un solo Spirito. Spirito che si trova in pienezza nel capo, e viene partecipato alle membra. Se dunque c'è un solo corpo e un solo spirito, chi non è nel corpo non può essere vivificato dallo Spirito, come dice la Scrittura: Chi non ha lo Spirito di Cristo, non appartiene a lui (Rom. 8,9). Infatti chi non ha lo Spirito di Cristo non è membro di Cristo: in un corpo che è uno, il soffio vitale è uno. Nel corpo non ci può essere un membro morto; viceversa, fuori del corpo, non ci sono membra vive. Noi diventiamo membra con la fede, e con l'amore siamo resi vivi. Con la fede riceviamo l'unità, con -la -carità ri,ceviamo la vita. Così nel sacramento: il Battesimo ci unisce, il corpo e il sangue di Cristo ci vivificano. Col battesimo diventiamo membra del corpo, col corpo di Cristo partecipiamo alla sua vita.
La Chiesa santa è il corpo di Cristo: un solo Spirito la vivifica, la unisce in una sola fede e la santifica. Le membra di questo -corpo sono i singoli fedeli, e tutti formano un solo corpo grazie all'unico Spirito e all'unica fede che li cementa insieme. Nel corpo umano le singole membra hanno compiti propri, diversi gli uni dagli altri, e tuttavia quello che un membro compie da solo non lo fa solo per sé. Così nel corpo della santa Chiesa ai singoli vengono date grazie diverse, e tuttavia nessuno ha qualcosa unicamente per sé, neppure quello che solo lui possiede. Soltanto gli occhi vedono, eppure non vedono solo  per sé, ma per tutto il corpo. Soltanto le orecchie possono udire, eppure non odono solo per sé, ma per tutto il corpo. Soltanto le orecchie possono udire, eppure non odono solo per sé, ma per tutto il corpo. Soltanto i piedi camminano, eppure non camminano solo per sé, ma per tutto il corpo. Allo stesso modo quello che ciascuno possiede da solo, non lo possiede unicamente per sé, perché colui che distribuisce i suoi doni con tanta larghezza e sapienza ha stabilito che ogni cosa sia di tutti, e tutte di ciascuno. Se dunque qualcuno ha ottenuto di ricevere un dono dalla grazia di Dio, sappia che quanto possiede non appartiene soltanto a sé, anche se è solo lui a possederlo.
Come abbiamo visto, per analogia al corpo umano, la Chiesa santa, cioè l'insieme dei fedeli, viene chiamata corpo di Cristo perché ha ricevuto lo Spirito di Cristo; e questa partecipazione allo Spirito viene indicata nell'uomo dal nome di cristiano, che viene da Cristo. Questo nome dunque designa le membra di Cristo, che partecipano allo Spirito di Cristo ricevendo l'unzione da colui che è unto. E' infatti da Cristo che deriva il nome di cristiano, e Cristo vuoi dire unto: unto di quell'olio di gioia che, a preferenza di tutti i suoi compagni (cfr. Gal. 44, 8), ha ricevuto in pienezza e ha effuso su tutti i suoi, partecipandolo ad essi, come la testa alle membra del corpo. E' come l'olio sul capo, che dal capo scende lungo la barba, e di lì fino all'orlo (Sal. 132, 2): scorre cioè fino all'estremità della veste per diffondersi dappertutto e comunicare la vita. Quando dunque diventi cristiano, diventi membro di Cristo, membro del corpo di Cristo, partecipe dello Spirito di Cristo. Che cosa è dunque la Chiesa, se non la moltitudine dei fedeli, l'insieme dei cristiani?

* De Sacramentis Christianae Fidei, II, 2: PL 176, 415-417.

 

 

 

L10  LA CHIESA INVISIBILE

         Lacordaire * 

Enrico Lacordaire (1802-18611, avvocato dal brillante avvenire, si presenta a San Sulpizio di Parigi nel 1824 ed è ordinato sacerdote nel 1827. Compromesso nel modernismo con Lamennais, si sottomette docilmente al magistero romano. Entrato nel 1839 nell'Ordine dei Predicatori, assume il nome di Domenico e si dedica al ristabilimento dei Domenicani in Francia. Le sue Conferenze nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi lo hanno reso celebre. Una eccezionale attitudine oratoria, una sensibilità delicatissima, ma anche una specie di passione per le realtà della fede distinguono questo predicatore che si sentiva spinto a predicare la Parola a tempo e fuori tempo dalla carità stessa di Cristo.

Chiunque ami Dio è membro vivente della Chiesa, sotto qualsiasi cielo sia nascosto e in qualunque età viva. «Due amori hanno fatto due città" ha detto sant'Agostino: l'amore di questo mondo ha fatto la città degli uomini, l'amor di Dio ha fatto la città di Dio. Di quest'ultimo amore, Gesù Cristo è il padre; è lui che, dalle origini di tutte le cose, e in più immolato per noi, ha smosso col suo supplizio il nostro sangue, troppo gelido e troppo colpevole per avanzare spontaneamente verso Dio. Non tutti, è vero, conoscono la fonte del fuoco che li consuma. Ve ne sono che non posso n nemmeno nominar Gesù Cristo, perché Gesù Cristo non fu loro mai rivelato. Vittime oscure della croce che le salva, esse non sono state portate dalla loro nascita ai piedi del Calvario; non hanno veduto l'Uomo-Dio nell'agonia che pativa per la loro redenzione. Ma una goccia di questo sangue le ha ricercate attraverso invisibili solchi e, trasfusa nel loro sangue come elisir dell'eterna vita, esse hanno risposto con un tacito gemito al richiamo della carità.
La Chiesa non è quindi solo ciò che di essa ci appare. Essa non è solo in questa costruzione visibile in cui tutto è storia, autenticità, gerarchia, virtù e miracoli strepitosi; essa è anche nei crepuscoli, nelle ombre evanescenti, in ciò che non ha né forma né memoria, santità perdute per la visione degli uomini, ma non per la visione degli angeli e che, non concedendo nulla all'orgoglio legittimo della verità, le fanno tuttavia sotterra un fondamento che la sostiene. Non v'è d'altronde un'anima, anche la più sconosciuta, che non abbia un santuario impenetrabile e che non offra a Dio in questo santo dei santi un misterioso incenso che non conta per la dimostrazione di questo mondo, ma che ha il suo peso nella gloria dell'altro... L'amore, che fa la base della Chiesa, è il più impalpabile dei fluidi viventi e, se ancora occhio umano non ha potuto scoprire nel tenue filamento dei suoi nervi l'ambrosia che li vivifica, quanto più ignora le vie dell'amor divino?..
Ovunque sia l'amor di Dio, Gesù vi si trova; ovunque è Gesù Cristo, la Chiesa vi è con lui; e se è vero che ogni cristiano deve unirsi al corpo della Chiesa da quando ne conosce l'esistenza, è certo che l'ignoranza invincibile lo sottrae a questa legge, per lasciarlo sotto il governo immediato di Gesù Cristo, primo e sovrano capo di tutta la cristianità. La Chiesa ha dunque una estensione che nessun occhio umano potrebbe abbracciare e coloro che ci mettono davanti i limiti che sembra avere ai loro occhi non hanno idea alcuna del duplice irraggiamento della sua natura e che gli suscita delle anime all'oriente all'occidente, sotto il sole tramontato, come sotto il sole splendente.

 *  Mélanges (tomo IX delle Opere). Libreria Ch. Poussielgue, Parigi, pp. 328-331.

 

L11   NELLA CHIESA SANTA, NOI SIAMO TUTTI PECCATORI

          Henrl de Lubac *

Nato a Cambrai in Francia nel 1896, il teologo di Lyon-Fourvière fu condotto a incontrarsi con i grandi problemi della vita moderna. La sua amicizia con il padre Jules Monchanin lo mise in contatto col Buddismo. Impegnato da molto tempo nello studio dell'umanesimo ateo. si trovò in una situazione di privilegio per comprendere l'opera del suo amico Teilhard de Chardin. Come reazione ad una esegesi troppo letteraria e tematica, egli si applicò a rimettere in luce il significato spirituale della Scrittura secondo la tradizione patristica. L'opera sua non risulta tuttavia disorganizzata; essa ritrova l'unità fondamentale in un indefettibile amore per la Chiesa, che si manifesta illuminato in Paradosso e Mistero della Chiesa da cui è estratto il seguente passo.

La Chiesa è quaggiù e resterà sino alla fine una comunità mescolata: frumento con la paglia, arca contenente animali puri e impuri, nave carica di passeggeri turbolenti, che sembrano sempre sul punto di trascinarla al naufragio... I peccatori che non l'hanno rinnegata continuano realmente a farne parte e ben sappiamo che sono l'immensa maggioranza. Pur non vivendo secondo il Vangelo, essi tuttavia credono ancora, mediante la Chiesa. al Vangelo, e questo legame. che non sarebbe certo sufficiente per costituire la Chiesa, basta, sebbene sia ridotto al minimo, perché questi peccatori ne costituiscano sempre le membra, sebbene «infermi», «aridi», «putridi». o anche «morti». La Chiesa santa li tollera con pazienza. Quanto ai migliori tra i suoi figli. essi non sono mai se stessi che sulla via della santificazione e la loro santità non è che precaria. Tutti devono sempre sottrarsi alla malizia del secolo nella misericordia di Dio... Ogni dì senza eccezione questa Chiesa che siamo noi deve dire: Rimetti a noi i nostri debiti (Mt. 6, 12); ogni giorno essa deve implorare la potenza e la misericordia del Salvatore. Ogni dì di questa terra è per essa giorno di purificazione; ogni dì deve lavare la sua veste nel sangue dell'Agnello, «sino a che essa sia purificata col fuoco del cielo e consumata in Dio».
Così,
allorché i primi secoli cristiani hanno parlato, adottando un termine biblico e paolino, di «Chiesa dei santi.., essi non hanno forgiato l'orgoglioso concetto d'una Chiesa, grande o piccola, che non includesse che dei puri, così come, allorché parlavano della «Chiesa celeste», non ignoravano le condizioni della sua esistenza sulla terra. Essi affermavano con questi termini che tutti coloro che sono entrati nella Chiesa sono stati consacrati a Dio. Davano testimonianza della loro fede nei frutti del battesimo e della loro convinzione che tutta la vita del cristiano, che è «santa per divina chiamata», è impegnata a trame le conseguenze logiche. Essi proclamavano ancora, con san Paolo, che la condizione cristiana obbliga alla santità. Non era dunque, da parte loro, né difetto d'esperienza umana, né, come presso i settari che combattevano, disprezzo della grande assemblea. Nonostante alcune espressioni intese a mettere in evidenza la contraddizione esistente tra la professione del Cristianesimo e la condizione di peccato, essi erano ugualmente coscienti sia che la Chiesa in sé è «senza peccato», sia che nelle sue membra essa non è mai «senza peccatori»... la «Chiesa dei santi»è quaggiù una anticipazione e non sarebbe che una illusione se non fosse speranza... Come sant'lgnazio d'Antiochia gridava la sua convinzione che egli non sarebbe veramente, integralmente uomo che dopo esser penetrato nel soggiorno della luce pura, la Chiesa sa che non avrà realizzato la perfezione del suo essere che alla consumazione del mistero pasquale.

 *  Méditations sur l'Eglise, Edizioni Montaigne, Parigi 1953, pp. 86-91.

 

L12  RIVELAZIONE DIVINA E CULTURE UMANE

René Voillaume *

Alla luce della vita e degli insegnamenti di P. Charles de Foucauld e fedele al suo spirito, René Voillaume fondò nell'ottobre 1933, a £1 Abiodh nel Sahara, la prima fraternità dei Piccoli Fratelli di Gesù. L'autore di Nel cuore delle masse e delle Lettere alle Fraternità, sa scoprire il volto di Cristo sofferente nelle creature più misere e leggere negli eventi comuni della vita il messaggio del Dio vivente. La sua spiritualità è molto semplice, eminentemente evangelica come quella di Fratel Carlo di Gesù.

La storia della Rivelazione e della Chiesa ci insegna che anche Dio ebbe bisogno della diversità delle culture, e quindi delle nazioni, delle lingue per esprimere integralmente il suo messaggio eterno agli uomini della terra. Senza una certa varietà di espressione. Dio non avrebbe potuto tradurre in linguaggio umano la ricchezza delle verità divine... Mai, nel corso di tutta la storia della Rivelazione, Dio si è servito d'uomini così detti universali. Ogni profeta, ogni messaggero inviato da Dio, è un uomo profondamente segnato dal suo paese d'origine e dalla sua cultura. Anche il Figlio di Dio fatto uomo avrà la sua patria terrena, il suo villaggio, la sua famiglia, il suo accento della Galilea...
La Chiesa, nel momento della sua nascita e lungo il suo svilupparsi non sfuggirà a questa legge. Non era indifferente per Dio che Simon Pietro fosse un pescatore di Galilea, Agostino un Berbero dell'Africa, Giovanni della Croce e Ignazio di Loyola degli Spagnoli, Francesco d'Assisi un Italiano, san Vincenzo de' Paoli un campagnolo delle Lande e santa Teresa del Bambino Gesù una giovi netta francese di provincia. Era necessario che essi fossero quel che erano per essere idonei ad esprimere nella Chiesa il loro messaggio provvidenziale nel modo che Dio aveva previsto. La Chiesa deve esser sempre armonizzata con gli uomini, perché è loro Madre ed è sempre loro vicina; perciò non avrebbe possibilità di esprimersi tramite uomini senza una patria terrena. La Chiesa è universale, non rinnegando ciò che è stata, ma perché è capace, in ogni epoca, di rivivere in pienezza e in verità integrale il suo messaggio di fede e d'amore, in uomini appartenenti a civiltà sempre nuove, nel grado in cui tali civiltà realizzano elementi autenticamente umani e rispondenti al vero. Per questo il messaggio della Chiesa è sempre nuovo, ringiovanito, e permane identico pur essendo totalmente attuale. La ricchezza spirituale della Chiesa deriva dalla molteplicità delle culture e delle espressioni ch'essa ha saputo utilizzare e armonizzare nell'impulso della sua carità, per esprimere la verità divina rivelata, di cui essa è garante e unica depositaria. Vi è in essa una collaborazione costante tra l'unità d'azione dello Spirito Santo, che domina la varietà delle creature, e gli uomini quali essi sono nella loro varietà.

In questo sforzo di incessante rinnovamento, la Chiesa vivente sa scegliere e utilizzare, di volta in volta, in ogni nazione, i valori umani più idonei a porre in evidenza un aspetto del suo messaggio.

 *  Frère de tous, «Foi Vivante» 53. Le Cerf, 1967, pp. 100-102.

 

L20  IL MISTERO DELLA CHIESA

          Edith Stein *

Nata nella Slesia il 12 ottobre 1891, Edith Stein apparteneva a una famiglia di Giudei osservanti. Assistente di Husserl, l'iniziatore della fenomenologia, si convertì al Cattolicesimo ed entrò al Carmelo. Mori nel 1942, nel campo di Auschwitz, vittima della persecuzione nazista contro gli Ebrei. Anima assetata di assoluto, giunse fino al dono totale di sé; mentre negli scritti filosofici si rivela capace di un rigore quasi scientifico, sa essere delicata e vibrante nel comunicare le sue scoperte nel campo della fede. Si potrebbe avvicinare la pagina che segue - tratta dalla sua opera sulla donna - a numerosi testi di sant'Agostino. E' un brano che condensa quanto c'è di meglio nell'ecclesiologia tradizionale, situando la Chiesa, Maria e l'anima del credente nel disegno di Dio realizzato in Cristo.

Per la ragione umana è particolarmente accessibile il concetto di Chiesa come comunità dei 'credenti. Chi crede in Cristo e nel suo Vangelo, spera nelle sue promesse, aderisce a lui per amore e osserva i suoi 'comandamenti, deve essere unito, attraverso la più profonda comunione di pensieri e d'amore, con tutti quelli che hanno le sue stesse convinzioni. Quelli che sono stati col Signore durante la sua vita terrena sono come i primi germogli della comunità cristiana: sono stati loro a diffondere e a trasmettere, lungo il corso dei secoli fino ai giorni nostri, il patrimonio di fede che li aveva uniti.
Ma se una comunità naturale è già qualcosa di più di una semplice associazione di individui distinti, se noi possiamo già scorgere in essa un tipo di unità organica, questo è ancora più vero e significativo della comunità soprannaturale della Chiesa. L'unione dell'anima con Cristo è una realtà molto diversa dalla -comunione tra due 'creature terrene. Si tratta di un radicarsi, di un crescere insieme (come dice
la similitudine della vite e dei tralci) che inizia col battesimo, si rafforza cogli altri sacramenti, per prendere forma in seguito secondo gli orientamenti dei singoli. Questo reale diventare uno con Cristo dà poi origine a un rapporto tra i cristiani analogo all'interdipendenza che esiste tra un membro e l'altro. Così la Chiesa si edifica come Corpo mistico di Cristo. Il Corpo è un corpo vivente e lo spirito che lo vivifica è lo Spirito di Cristo che, partendo dal Capo, si comunica a tutte le membra. Ma lo spirito che fluisce da Cristo è lo Spirito Santo: perciò la Chiesa è il tempio dello Spirito Santo.
Tuttavia, pur essendovi una reale unità organica tra capo e corpo, la Chiesa
si colloca accanto a Cristo come persona a sé stante. Quale Figlio dell'eterno Padre, Cristo viveva prima dell'inizio dei tempi e di ogni essere umano. In virtù della creazione, l'umanità viveva prima che Cristo ne assumesse la natura entrando a far parte di essa. Incarnandosi, egli le ha partecipato la propria vita divina. Con la redenzione l'ha resa capace di ricevere la grazia e di grazia l'ha riempita, quasi rigenerandola in sé. La Chiesa è l'umanità redenta, creata di nuovo dalla sostanza stessa di Cristo. La cellula primaria di questa umanità riscattata è Maria: .in lei per la prima volta si è attuata la purificazione e la santificazione operata da Cristo e la pienezza dello Spirito Santo. Prima che il Figlio dell'uomo nascesse dalla Vergine, il Figlio di Dio aveva generato questa stessa Vergine come la piena di grazia, e insieme ad essa generava la Chiesa. Perciò la Chiesa sta accanto a lui come nuova creazione e tuttavia è indissolubilmente legata a lui.
Ogni anima che, attraverso il battesimo, viene purificata ed elevata allo stato di grazia è per questo fatto creata in Cristo e generata per Cristo. Ma è nella Chiesa che viene creata e mediante la Chiesa viene data alla luce. Sono gli organi della Chiesa che formano ogni nuovo membro e lo riempiono di vita divina. Così la Chiesa è la madre di tutti i redenti. Ma è tale per la sua intima unione a Cristo: essa è infatti la sponsa Christi, che sta al suo fianco e partecipa alla sua opera, la redenzione dell'umanità.

* Die Frau in Ehe und Beruf - Bildungsfragen heute - HerderBucherei - pp. 119-121.

 

 

L21  IL LIBRO DEL SIGNORE

        Madeleine Delbrel *

Madeleine Delbrél (1904-1964). L'autrice di «Città marxista, terra di missione», ci rivela qui la sua esperienza del Cristo, che illumina il mondo con il suo Vangelo. Colei che condivise la gioia di credere con quelli che non credono, ci invita a ricevere la Parola di Dio nei nostri cuori; questa Parola ci giudica e ci chiama in causa.

Il Vangelo è i1 libro della vita del Signore. E' fatto per diventare il libro della nostra vita. Non è fatto per essere compreso, ma per essere avvicinato come soglia del mistero. Non è fatto per essere letto, ma per essere ricevuto in noi. Ognuna delle sue parole è spirito e vita. Agili e libere, queste parole aspettano soltanto l'avidità della nostra anima per penetrarla. Vive, esse sono il lievito iniziale che intaccherà la nostra pasta e la farà fermentare in un nuovo modo di vita.
Le parole dei libri umani sono comprese e soppesate. Le parole del Vangelo sono subite e sopportate. Le parole dei libri le assimiliamo, quelle del Vangelo ci impastano, ci modificano, in un certo senso ci assimilano a sé. Le parole del Vangelo sono miracolose. Esse non ci trasformano, perché noi non domandiamo loro di trasformarci. Ma in ogni frase di Gesù, in ognuno dei suoi esempi, permane la folgorante virtù che guariva, purificava, risuscitava.
A condizione di essere di fronte a Lui come il paralitico e il centurione; d'agire immediatamente in piena obbedienza.
Alcuni brani del Vangelo di Gesù sono quasi del tutto misteriosi. Noi non sappiamo come farli passare nella nostra vita. Ma ve ne sono altri spietatamente limpidi. Solo una candida fedeltà a ciò che capiamo, ci condurrà a comprendere ciò che resta misterioso.
Se siamo chiamati a semplificare quel che ci sembra complicato, d'altra parte non siamo certo mai chiamati a complicare ciò che è semplice. Quando Gesù ci dice: «Non reclamare ciò che hai dato in prestito»; (cfr. Le. 6, 35) oppure: Sì, sì -
no, no. Tutto il resto viene dal maligno (Mt. 5, 37) ci è richiesto solo di obbedire... e certamente non sono i ragionamenti che ci aiuteranno in questo. Ci aiuterà invece il portare, il «conservare» in noi, nel cuore della nostra fede e della nostra speranza, la parola alla quale vogliamo obbedire. Fra la nostra volontà e questa Parola si stabilirà come un patto di vita.
Quando teniamo in mano il Vangelo, dovremmo pensare che vi abita il Verbo che vuole farsi carne in noi, impossessarsi di noi, affinché con il suo cuore e il suo Spirito innestati sul nostro cuore e il nostro spirito, noi cominciamo la sua vita in un altro luogo, in un altro tempo, in un'altra società umana. Approfondire il Vangelo in questo modo, significa rinunciare alla nostra vita per ricevere un destino che ha la sua completezza soltanto nel Cristo.

* La joie de croire. Ed. du Seuil, Parigi 1967, pp. 31-32.

 

 

L22  DIO CI HA DETTO TUTTO NEL CRISTO

        San Giovanni della Croce *

Nato nel 1542 nella Vecchia Castiglia, Giovanni di Yepes compi i suoi studi dai Gesuiti di Medina ed entrò tra i Carmelitani di questa città. Nel 1567 incontrò S. Teresa d'Avila e fu conquistato dal suo programma di riforma del Carmelo. Prese allora il nome di Giovanni della Croce e diede origine al ramo maschile di tale riforma. Questa però non fu subito compresa da tutti e il Santo dovette sopportare molte prove, che completarono la purificazione della sua anima di mistico. Alla fine della vita fu allontanato da ogni carica e, privato dell'affetto e della comprensione anche dei frati della riforma, morì in un convento dell'Andalusia nel 1591. Aveva confermato con la vita la dottrina delle sue opere: «La salita al monte Carmelo», «La notte oscura», «ll cantico spirituale».

Il motivo principale per cui nell'antica Legge erano lecite le domande che si rivolgevano a Dio e conveniva che i profeti e i sacerdoti chiedessero visioni e rivelazioni divine, deriva dal fatto che, in quei tempi, la fede non era ancora ben fondata, né la Legge evangelica stabilita. Era quindi necessario che essi interrogassero Dio e che Egli parlasse, ora con parole, ora con visioni e rivelazioni, ora con figure e similitudini, ora con molte altre manifestazioni. Perché tutto quel,lo che egli rispondeva, diceva e rivelava, erano misteri della nostra fede e cose a lei attinenti o indirizzate ad essa...
Ma ora, in questo tempo di grazia in cui la fede in Cristo è fondata e la legge evangelica è promulgata, non c'è motivo di interrogare Dio in quel modo e nemmeno occorre più che egli parli e risponda come allora. Poiché nel darci, come ci diede, suo Figlio. ,che è la sua Parola unica e definitiva, ci disse tutto - insieme e in una sola volta - in quest'unica Parola, e non ha più nulla da dire. E questo è il significato di quell'autorità con cui San Paolo, cercando di indurre gli ebrei a staccarsi da quei primitivi modi e rapporti con Dio propri della legge di Mosè e a fissare i loro occhi solamente in Cristo, dice: «Quello che Iddio anticamente manifestò per mezzo dei profeti ai nostri padri in molte e varie maniere, ora infine, in questi giorni, ce lo ha detto nel suo Figlio, tutto in una volta» (Ebr. 1, 1-2). E con questo l'Apostolo vuoi far intendere che Dio è restato come muto e non ha più niente da dire, poiché ciò che prima diceva, in parte, ai profeti, ormai lo ha detto interamente in lui, dandoci il Tutto, che è suo Figlio.
Pertanto chi volesse ora rivolgere domande a Dio o chiedere qualche visione o rivelazione, non solo farebbe una sciocchezza, ma anche un affronto a Dio, non fissando gli occhi totalmente in Cristo senza chiedere altre cose o novità. Dio infatti potrebbe rispondere così: «Se ti ho già detto ogni cosa nella mia Parola, che è mio Figlio e non ho altro, cosa posso ancora rispondere o rivelare più di quello? Poni il tuo sguardo solo in lui, perché in lui ti ho detto e rivelato tutto e troverai in lui ancor più di quello che chiedi o desideri... Fin dal giorno in cui sul monte Tabor discesi sopra di lui col mio Spirito, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo (Mt. 17, 5), già da allora io levai la mia mano, lasciando tutte le antiche pratiche di insegnamenti e di risposte, e la porsi a lui. Ascoltatelo, dunque, perché io non ho più fede ,da rivelare, né altre cose da manifestare. Infatti, se prima parlavo, era promettendo il Cristo; e se mi interrogavano, le domande erano dirette alla petizione e alla speranza di Cristo, nel quale avrebbero trovato ogni bene, come proclama tutta la 'dottrina degli evangelisti e degli apostoli».

* Subida al Monte Carmelo, libro Il, c. XXII - in «Obras de S. Juan de la Cruz» - Madrid 1958 - pp. 197-199.

 

 

L23   ASCOLTARE COL CUORE LA PAROLA DI DIO

         Bossuet *

Jacques Bénigne Bossuet nacque a Digione nel 1627 e fece gli studi dai Gesuiti di questa città. Canonico di Metz dall'età di 13 anni, va a Parigi a continuare la sua formazione ed è ordinato sacerdote nel 1652. Nominato Vescovo di Condom e scelto come istitutore del Delfino, fu elevato nel 1681 al seggio di Meaux, dove si consacrò con zelo al bene spirituale dei fedeli che gli erano affidati. Nello stesso tempo predicava regolarmente alla corte di Versailles. Partecipò pure alla controversia fra cattolici e protestanti, mostrando un certo desiderio di dialogo, che apparve però in grado molto minore in occasione della contesa a proposito del quietismo, che l'oppose a Fénelon. Uomo di tradizione, Bossuet conosceva meravigliosamente la Bibbia, di cui voleva farsi l'eco. Prese come maestri, per la sua predicazione, S. Agostino e S. Giovanni Crisostomo. Come loro, fu un vero servitore della Parola, senza compiacenze nei riguardi dei potenti e desideroso di edificare la fede di tutti.

La relazione che si nota fra la parola di Dio e l'Eucaristia, è questa: l'una e l'altra devono giungere al cuore, sebbene per vie diverse. L'una attraverso la bocca, l'altra attraverso l'orecchio... Se mi domandate ora che cosa significhi prestare l'orecchio all'intimo di se stessi, vi risponderò con una parola sola: significa ascoltare «attentamente». Ma l'attenzione di cui parlo, forse non è quella che pensate voi. E qui occorre spiegare due cose: quanto l'attenzione sia necessaria e in quale parte dell'anima debba trovarsi. Per comprendere bene quale debba essere la vostra attenzione alla parola divina, bisogna prima imprimersi bene nell'anima questa verità cristiana: oltre al suono che colpisce l'orecchio, c'è una voce segreta che parla interiormente. Questo discorso spirituale e interiore è anzi la vera predicazione, senza la quale tutto ciò che dicono gli uomini non sarà che rumore senza significato.
Il Figlio di Dio non ci permette di assumere il titolo di maestro. Infatti dice: Nessuno si chiami maestro, perché non c'è che un solo maestro e un solo dottore (Mt. 23, 8).
Se ascoltiamo questa parola scopriremo - dice S. Agostino - che nessun'altro all'infuori di Dio può insegnare; gli uomini e gli angeli non ne sono capaci.
Possono, sì, parlarci della verità; possono, per così dire, indicarcela: Dio solo la può insegnare, perché lui soltanto ci illumina per distinguere gli oggetti. S. Agostino chiarisce tutto questo col paragone della vista. Invano ,ci possono additare gli affreschi di una chiesa, invano ci possono sottolineare la delicatezza dei lineamenti e la bellezza dei colori, quando il nostro occhio non distingue nulla, se il sole non diffonde sopra di loro la sua luce. Così non riusciremo mai a fare una distinzione fra tanti oggetti che riempiono il nostro intelletto, qualunque tentativo facciano gli uomini per distinguere il vero, dal falso, se colui, del quale è scritto che illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv. 1, 9), non manda una luce invisibile sugli oggetti e sull'intelligenza. Dunque, è nella sua luce che noi scopriamo la diversità, delle cose; è lui che ci dà un certo senso, che si chiama il senso di Gesù Cristo (1 Coro 2, 16), median1e il quale noi gustiamo ciò che è .di Dio; è lui che apre il cuore e ci dice interiormente: quello che ti viene predicato è la verità. Come ho già detto, la vera predicazione è proprio questa. Tutto ciò ha fatto dire a S. Agostino: «Ecco un gran segreto: il suono della parola colpisce le orecchie, ma i1 maestro si trova nell'intimo». Si parla dal pulpito, ma la vera predicazione si fa nel cuore. Perché c'è un solo maestro, Gesù Cristo, ed è soltanto lui che insegna agli uomini.

* Sermon sur la parole de Dieu, 13 marzo 1661; J. Calvet, Bossuet, Oeuvres choisies - Librairie A. Hatier - Parigi 1928 pp. 114-116.

 

L24  IL VANGELO, SCUOLA DI VITA

        Yves De Montcheuil *

Professore all'Istituto Cattolico di Parigi, il Padre Yves de Montcheuil fu fucilato dalle truppe di occupazione a 45 anni, il 10 agosto 1944, mentre era cappellano dei partigiani di Vercors. Il suo pensiero ha lasciato una viva impronta nella teologia di quel periodo. Egli è nel numero di quelli che hanno ispirato il Concilio Vaticano Il con la loro presenza invisibile, come Newman e Teilhard de Chardin. Dopo Johan Adam Moehler, egli è forse colui che ha maggiormente orientato gli spiriti verso una presa di coscienza della Chiesa come mistero, come sacramento del Cristo (Lumen Gentium).

Il primo lavoro, il lavoro fondamentale della nostra vita cristiana, è di lasciarci condurre in tutto dallo Spirito di Cristo. Non ci viene richiesta una tensione di noi stessi, ma un abbandono a questo impulso divino: abbandono che non è pigrizia o passività, nel senso in cui normalmente si usa questo termine. Si agitano in noi forze egoisti che ed oscure: quando la volontà cede, l'anima rimane in loro balia. Non dobbiamo perciò guidarci da noi, ma lasciarci condurre da Cristo.
Da quali sentieri bisogna stare lontani e su quali invece bisogna camminare, per restare sotto la guida di Cristo? Per saperlo, non dobbiamo fidarci solo di una specie di illuminazione interiore. C'è una vita veramente umana, in cui possiamo contemplare, come in un modello perfetto, quel 'che deve essere la nostra condotta: è la vita di Cristo stesso. Egli ci mostra, con il suo esempio, ciò che èuna vita umana sempre penetrata dallo Spirito. Non si tratterà senza dubbio di copiarla materialmente e banalmente, perché non ci troviamo proprio nelle stesse circostanze e, dal punto di vista esterno, il nostro compito non è lo stesso. Negli atti del Cristo però, come pure nelle sue parole, possiamo ritrovare i principi ohe ispirano l'azione, la scala dei valori che determina il suo atteggiamento e comanda le sue reazioni. Queste cose dobbiamo farle nostre, assimilandole progressivamente alla sostanza del nostro essere. Più lo faremo, più agiremo spontaneamente come il Cristo, più ci lasceremo guidare dallo Spirito, più saremo - nelle circostanze in cui Dio ci ha posti - altri Cristi, cioè cristiani. Perciò la meditazione del Vangelo non può essere un esercizio facoltativo: infatti chi vuole vivere la propria incorporazione al Cristo, deve necessariamente attingere a questa fonte.
Dobbiamo aggiungere che non si tratta neanche di un esercizio provvisorio e che si fa una volta tanto. Certamente non si richiede che sia esclusivo, sebbene, in un certo senso, tutto si riferisca ad esso. In un modo o nell'altro tutto il resto deve avvenire a chiarire, a interpretare l'esempio del Cristo, e ci sarà ,da approfondirlo sempre più. Bisognerà, almeno un poco, cominciare a possedere lo Spirito di Cristo, per poter capire la sua vita, in modo che essa ci appaia, non come una serie di fatti, ma sveli alla nostra intelligenza il suo significato. Riformando la nostra condotta sulla base di quel che avremo capito, saremo maggiormente penetrati dallo Spirito di Cristo, perché si ottiene questo spirito, non mediante la forza della ragione, ma grazie alla fedeltà pratica alle illuminazioni che avremo ricevuto. Ritornando allora al Vangelo, ne approfondiremo meglio il senso. Così una nuova fedeltà ci permetterà successivamente un'intelligenza più profonda delle lezioni evangeliche.

* Problèmes de vie spirituelle - Édiz. de l'Épi - Parigi 1947 pp. 98-99.

L25  CONOSCERE LA BIBBIA

        San Gerolamo *

San Gerolamo (347c-419), padre e dottore della Chiesa latina, fu, come Origene e sulla scia di lui, l'uomo della Bibbia. Traduttore ed esegeta, curò con particolare attenzione la veritas hebraica e comprese meglio del suo predecessore /'importanza del senso letterale che non separò mai dal suo prolungamento, il senso spirituale. Papa Damaso, di cui fu segretario, gli diede /'incarico di rivedere il testo latino della Bibbia. E' la traduzione che fu più tardi chiamata Volgata. Dopo numerosi viaggi e molteplici attività, quest'uomo dal temperamento focoso - sono celebri le sue dispute - si stabilì in Palestina e visse per 34 anni vicino alla grotta di Betlemme, in un monastero da lui governato. Era stato il vescovo Paolino di Nola, a cui è indirizzata la lettera che leggeremo, a conferire il sacerdozio a Gerolamo.

C'è una sapienza di Dio, nascosta e avvolta nel mistero, che Dio aveva destinato a noi prima di tutti i secoli (1 Coro 2,7). Questa sapienza di Dio è Cristo: Cristo infatti è potenza e sapienza di Dio... In lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza: lui, nascosto nel mistero, era già stato destinato per noi prima di tutti i secoli. Sì, predestinato e prefigurato nella legge e nei profeti. I profeti infatti erano chiamati veggenti proprio perché a loro era dato di vederlo, mentre gli altri non lo vedevano. Abramo ha visto il suo giorno e la gioia l'ha invaso. Per Ezechiele i cieli erano aperti, mentre il popolo peccatore non ne poteva penetrare il segreto. Toglimi il velo dagli occhi - dice Davide - e contemplerò le meraviglie della tua legge (SI. 118,18). La legge è infatti spirituale ed è necessario che venga tolto il velo che la nasconde, per poterla capire e per contemplare la gloria di Dio a viso scoperto (cfr. 2 Coro 3,14-18).
Nell'Apocalisse viene presentato un libro chiuso da sette sigilli. Se lo dai da leggere a un uomo istruito, ti risponderà: «Come posso leggerlo se è sigillato?». Quante persone oggi si ritengono istruite e tengono in mano un libro sigillato! E non possono aprirlo, se non lo dischiude
colui che ha la chiave di Davide: se apre, nessuno potrà chiudere e se chiude nessuno riuscirà ad aprire (Apoc. 3, 7). Negli Atti degli apostoli, l'eunuco - o più esattamente «l'uomo» etiope eunuco: così infatti ,lo chiama la Scrittura mentre legge Isaia, è interrogato da Filippo: Pensi di capire quello che stai leggendo? E lui risponde: Come posso capirlo, se nessuno me lo spiega? (Atti 8,30-31). Quanto a me, non sono certo più santo di quest'eunuco e neppure più studioso. Quest'uomo parte dall'Etiopia, cioè dagli estremi confini del mondo, abbandonando la corte regale per venire al tempio: ed è tanto grande il suo amore per la legge e per la conoscenza di Dio, che perfino sul suo carro continua a leggere la Sacra Scrittura. Malgrado però tenga il libro in mano e cominci a comprendere qualcosa delle parole del Signore, malgrado le articoli con la lingua e le pronunci con le labbra, non conosce ancora quel Dio che, senza saperlo, venera nel suo libro. Sopraggiunge Filippo e gli mostra Gesù, che la lettera teneva chiuso e nascosto. Che meravigliosa potenza ha l'uomo sapiente! Immediatamente l'eunuco crede, è battezzato e diviene fedele e santo; era discepolo e diventa, a sua volta, maestro...
Allora dimmi, fratello carissimo: vivere fra i testi sacri, meditarli sempre, non conoscere altro, non cercare altro, non ti pare che sia già, fin da quaggiù, un modo di abitare nel regno dei cieli? Non vorrei che tu nel leggere ,la Sacra Scrittura fossi urtato dalla semplicità e, direi quasi, dalla banalità del linguaggio, che può dipendere da una traduzione difettosa o da un accorgimento appositamente studiato, per rendere più facile la comprensione: in una sola e medesima frase, l'uomo colto e l'ignorante potranno cogliere significati diversi, a seconda della loro capacità. Non sono tanto sfacciato e stupido da illudermi di conoscere tutte queste cose: sarebbe come voler cogliere in terra i frutti di un albero che ha le radi,ci piantate in cielo. Confesso però che ne ho il desiderio: non me ne starò certo ozioso, e se rifiuto di prendere il posto del maestro, prometto di esserti compagno. A chi chiede si dà, a chi bussa viene aperto e chi cerca trova. Sforziamoci di imparare qui in terra quelle verità la cui conoscenza ci sarà data per sempre in cielo.

* Epistola LIII ad Paulinum: PL 22, 543-544, 549.

 

L26  LA VIA DIRITTA DELLE SCRITTURE

        San Bonaventura *

Nato nel 1221 a Bagnoregio (Viterbo), Giovanni Fidanza mentre era bambino fu miracolosamente guarito da san Francesco. In questa «bona ventura» trovò la sua vocazione francescana. Mandato per gli studi a Parigi, fu alunno di Alessandro di Hales. Per molti anni insegnò teologia e nel 1271 divenne l'ottavo Ministro generale del suo Ordine. Bonaventura fu uomo d'azione, ma ancor più pensatore e contemplativo. Lasciò un'opera considerevole che, per la sua importanza, si situa accanto a quella di san Tommaso d'Aquino. Nel 1273 il futuro «Dottore serafico» fu fatto cardinale vescovo di Albano e morì l'anno seguente durante i lavori del Concilio di Lione.

La Sacra Scrittura non nasce da uno sforzo di ricerca umana, ma dalla rivelazione divina, che ci viene dal Padre della luce, da cui deriva ogni paternità nei cieli e sulla terra (Ef. 3, 14). Da lui, mediante suo Figlio Gesù Cristo, si diffonde in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito che comunica i suoi doni, distribuendoli a ciascuno come vuole,ci è donata la fede, e perla fede Cristo abita nei nostri cuori (cfr. Ef. 3, 17). Da questa conoscenza di Gesù Cristo ha origine, come dal suo principio, la fermezza el'intelligenza di tutta la Sacra Scrittura.
E' quindi impossibile arrivare alla conoscenza dei libri santi senza avere in sé il dono della fede di Cristo, che è luce, porta e fondamento di tutta la Scrittura. Infatti, mentre siamo esuli e lontani dal Signore (2 Cor. 5, 6), il fondamento che rende stabili,la luce che dirige e la porta che introduce in tutte le illuminazioni soprannaturali è proprio la fede; secondo la misura di questa fede misuriamo dunque la sapienza che ci è data da Dio, per non farei saggi più di quel che bisogna, ma per avere di sé una giusta stima, secondo il grado di fede che Dio ha distribuito a ciascuno (Rom. 12, 3)...
Il termine o frutto della Sacra Scrittura non è una cosa qualunque, ma la pienezza della felicità eterna. Le parole di questa Scrittura sono infatti parole di vita eterna. Appunto per questo è stata scritta: non soltanto perché crediamo, ma anche perché possediamo la vita eterna, nella quale vedremo e ameremo, e tutti i nostri desideri saranno colmati. E quando tutto ciò che desideriamo sarà soddisfatto, allora veramente conosceremo la carità che sorpassa ogni conoscenza, e saremo così colmati di tutta la pienezza di Dio. Le divine Scritture tendono a introdurci proprio in questa pienezza: con questo fine e con questa intenzione dobbiamo approfondirne il senso, dobbiamo insegnarle e anche ascoltarle.
Per poter giungere a questo frutto, a questo termine, avanzando rettamente per la via diritta delle Scritture, bisogna cominciare dall'inizio: accostarsi cioè con purezza di fede al Padre della luce, piegando verso di lui le ginocchia del nostro cuore perché egli stesso, mediante il Figlio suo, nello Spirito Santo, ci dia la vera conoscenza di Gesù Cristo e, con la conoscenza, il suo amore. Solo così, conoscendolo e amandolo, resi stabili nella fede e radicati nella carità, potremo comprendere la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità della Sacra Scrittura e, attraverso questa conoscenza, giungere alla conoscenza perfetta e all'estasi dell'amore per la Santissima Trinità, verso cui tendono i desideri dei Santi e dove si trovano il termine e la pienezza di ogni verità e di ogni bene.

* In Breviloquium prologus, testo latino in Obras de San Buenaventura, I, Biblioteca de autores cristianos, Madrid 1955 pp. 166-168.

 

 

L27 ANDARE ALLA SCRITTURA COME PELLEGRINI

          Lacordaire *

Henry Lacordaire (1802-1861) era un giovane avvocato di sicuro avvenire quando si presentò a san Sulpizio nel 1824: tre anni dopo fu ordinato sacerdote. Insieme a Lamennais fu implicato nella questione del modernismo, ma si sottomise con totale docilità al magistero della Chiesa. Nel 1839 entrò nell'Ordine dei Predicatori. Dotato di eccezionali qualità oratorie, di una delicatissima sensibilità e di una vera passione per le realtà della fede, divenne celebre per le sue prediche a Notre-Dame di Parigi. Di lui si può dire che realizzò in pieno la parola dell'apostolo, annunziando la dottrina evangelica «opportune et importune», spinto com'era dalla carità di Cristo.

Se, istruiti progressivamente dalla Chiesa, animati dal suo soffio vitale, noi entriamo ,con cuore docile nel tempio stesso della verità quale Dio l'ha costruito, e cioè nella Scrittura, troveremo nelle sue profondità molte ombre, dovremo chinare il capo di fronte a certi brani, e certe sublimità faranno quasi venir meno la nostra intelligenza. Ma, sostenuti dalla Chiesa stessa, nostra infallibile compagna, cammineremo di chiarezza in chiarezza sotto il firmamento della parola sacra, rallegrandoci con essa nei disegni dell'eternità che si scoprono ai nostri occhi, ammirando via via Gesù Cristo che si avvicina, aspettando lo con i patriarchi, vedendolo venire con i profeti, salutandolo sull'arpa dei cantori dei salmi. E infine, sulla soglia del tempio celeste, egli ci apparirà con tutto il peso della sua gloria e della sua morte, vittima predestinata della riconciliazione delle anime e spiegazione suprema, mediante tutto quello che è stato, di tutto quello che adesso è.
Questa visione di Gesù Cristo non costituisce da sola il lungo ordito dei libri santi, ma vi si trova
come intrecciata ai grandi eventi del mondo. Il cristiano sa riconoscervi la mano della Provvidenza, li vede condotti da leggi di giustizia e di bontà. In questa luce egli si rende conto della successione degli imperi, del sorgere e decadere di popoli famosi. Capisce che il caso non esiste e neanche la fatalità, ma che tutto si svolge sotto il duplice impulso della libertà dell'uomo e della sapienza di Dio. Questa visione della storia nella verità delle sue cause lo affascina. Vi attinge una comprensione della vita che nessuna esperienza potrebbe dargli, perché l'esperienza rivela solamente l'uomo, mentre la Scrittura rivela contemporaneamente Dio nell'uomo e l'uomo in Dio.
Questa rivelazione non si fa sentire solo nelle grandi ore registrate nella Bibbia, ma si trova dovunque. Dio non si allontana mai dalla sua opera. E' nel campo di Booz, dietro la nuora di Noemi, come è pure a Babilonia, al banchetto di Baltassar. Si siede sotto la tenda di Abramo, quasi viandante stanco del cammino, come scende sulla vetta del Sinai tra le folgori che annunziano la sua presenza. Assiste Giuseppe in carcere, come esalta Daniele nella sua prigionia. Tutto
è pieno di lui: i più piccoli particolari della vita di famiglia o del deserto, i 'nomi, i luoghi, le cose; in un cammino di quaranta secoli, dall'Eden al Calvario, dalla giustizia perduta alla giustizia riacquistata, si possono seguire in questo modo, un passo dietro l'altro, tutti i movimenti della sua tenerezza e tutti i movimenti della sua potenza.
E' possibile ritornare da un tale pellegrinaggio senza sentirsi commossi? E' possibile, per chi ha seguito queste tracce alla luce della fede, non tornare migliore alla casa della sua esistenza quotidiana? La Bibbia è insieme la rappresentazione drammatica dei nostri destini, la storia primordiale del genere umano, la filosofia dei santi, la legislazione di un popolo prescelto e governato dal suo Dio; è, in un disegno provvidenziale di quattromila anni, la preparazione e il germe di tutto l'avvenire dell'umanità. E' il deposito delle verità di cui l'umanità ha bisogno, la «magna 'carta» dei suoi diritti, il tesoro delle sue speranze, la sorgente profonda delle sue consolazioni, la bocca di Dio che parla al suo cuore; e al di sopra di tutto essa è il Cristo Figlio di Dio che le ha dato la salvezza.

* Deuxième leltre à Emmanuel, in Lacordaire et la Parole de Dieu, «Etudes religieuses» 758, La Pensée catholique, Bruxelles 1962 - pp. 66-67.

 

 

 

 

L33   LA PREDICAZIONE DI GESÙ

          Léonce de Grandmaison *

Questo gesuita francese fu, in tutta la forza del termine, uomo di Chiesa votato all'annuncio del Vangelo. Nato nel 1868, direttore di «Etudes» dal 1908, conobbe i grandi problemi dell'inizio del se. colo ed ebbe simpatia per Teilhard de Chardin, di cui accettò alcuni articoli, nonostante le difficoltà dell'epoca. L'opera principale di P. Léonce de Grandmaison edita nel 1928, un anno circa dopo la sua scomparsa, rimane un monumento della letteratura cristiana; Gesù Cristo, la sua persona, il suo messaggio, le sue prove fa classificare il suo autore fra gli apologisti eminenti del XX secolo.

Oltre all'ordinamento dei discorsi di Gesù, la loro trama il linguaggio e le immagini, son proprio quel che si poteva attendere da un predicatore della Galilea. Il mondo che si rispecchia nelle parabole e nelle conversazioni del Maestro non è quello di un visionario, d'un teorico, di uno formatosi sui libri... E' la Galilea di quell'epoca che vi si riflette, con i suoi lutti e le sue feste, il suo cielo e le sue stagioni, i suoi greggi ed i suoi vigneti, le sue messi e l'effimera bellezza degli anemoni, con il lago ridente e la vigorosa popolazione di pescatori e di coltivatori benestanti... I particolari della vita della povera gente, l'incedere altezzoso, lo sfarzo, la boria dei ricchi, lo sguardo limpido dei fanciulli, il gesto del seminatore o della macinatrice di frumento, del pastore o del merciaiolo, le veglie nuziali e il reclutamento dei lavoratori, tutto ciò è tracciato con semplicità, ma in modo chiaro e con precisione non comune. Neppure gli alberi e gli animali sono dimenticati: il germogliar del grano è amorosamente illustra. to, gli uccelli nel cielo fendono l'orizzonte, vi si profila la pecora smarrita, candida macchia nella distesa desertica.
Le impressioni acquisite hanno formato poco a poco, nell'animo del Maestro, la preziosa materia in cui l'insegnamento apostolico troverà la sua forma naturale e appropriata. Ma queste immagini rapide o minuziose son quelle che ci si attendevano da un uomo di questa razza e di questo paese, formato alla tradizione biblica, erede del verbo profetico e della saggezza dei padri, cresciuto nell'ambiente di sana attività e di scenari armoniosi della terra di Galilea. Osiamo aggiun
gere che tali immagini, tali reminiscenze, queste preferenze esistevano in certo modo con sfumature più o meno abbozzate presso tutti gli Israeliti pii, contemporanei e compatrioti di Gesù.
La sua originalità non sta in ciò, bensì nel modo personale con cui tali elementi sono trasfigurati, trasformati, spiritualizzati e conseguentemente universalizzati dal Salvatore. Questi ammaestramenti così accurati, esattamente datati e localizzati, impartiti a qualche migliaio di ascoltatori, in un angolo del mondo facilmente riconoscibile e poco aperto alle idee e alle genti straniere, saranno compresi e trascineranno in tutti i tempi, sotto tutti i cieli. Il soffio animatore vi prorompe al punto che si può quasi far a meno della comprensione letterale e dettagliata. Contrariamente a quanto avviene con le comuni terminologie mistiche, sempre un po' oscure, in cui la profondità non si ottiene che a spese della chiarezza, dove la potenza delle impressioni si traduce in metafore incoerenti e in collegamenti di termini che sembrano escludersi, in cui l'assillo di rendere l'intensità dell'emozione tira il filo del discorso sino a farlo uscir dal seminato, queste semplici notazioni evangeliche invece, ricche di particolari familiari, di visioni precise, di termini luminosi, riescono ad accendere e vivificare il fuoco dell'amor divino nel cuore dei credenti di ogni popolo. Nessun uomo che sia veramente uomo è al di sopra o al di sotto della loro portata. In nessuna parte del mondo la trasparenza di un'anima interiore si è rispecchiata in acque più calme: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio! Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio! (Mt. 5, 8-9).

 *  Jésus Christ, tomo II, Gabriel Beauchesne, Parigi 1929, pp. 111-113.

 

L41  UNITÀ DELL'ANNO LITURGICO

         Odo Casel *

Monaco benedettino dell'abbazia di Maria-Laach e contemporaneo di Carlo Barth - nato anche lui nel 1886 - Odo Casel ha reagito vigorosamente come lui contro il «tradizionalismo teologico». Ha messo la sua vasta erudizione, animata da un'autentica passione per la ricerca, al servizio della liturgia; ed ha esposto, in innumerevoli opere, la sua concezione «misterica» del culto cristiano. Dalla data della sua morte, sopraggiunta all'alba del giorno di Pasqua del marzo 1948, la sua dottrina ha incessantemente sollevato entusiasmo e contestazione. Si potrà esitare nell'aderire alle sue idee teologiche, ma si è costretti ad ammirare la convinzione che fa di questo monaco un adoratore in spirito e verità.

Quando l'anno liturgico celebra avvenimenti e sviluppi di carattere storico, esso non lo .fa a motivo della loro storicità in se stessa, bensì del contenuto eterno in essi nascosto. La grandiosa azione divina nei riguardi dell'umanità, l'opera redentrice di Cristo protesa a condurre gli uomini dalla ristrettezza del tempo all'ampiezza dell'eternità, costituisce tale contenuto.
Ma questo contenuto spirituale non è uno sviluppo progressivo, come quello della natura nel suo ciclo annuale. E' piuttosto l'azione salvifica unitaria compiuta da Dio; questa azione certamente esige e trova nell'uomo una assimilazione solo graduale, ma è, in se stessa, completa e perfetta. Se l'anno liturgico in un certo modo invita e ripresenta lo sviluppo progressivo 'dei misteri di Cristo, non è per riprodurre un dramma storico, ma per sostenere l'uomo nella sua graduale ascesa verso Dio, già prefigurata dal modo di rivslarsi di Dio stesso. Sempre, per l'intero ciclo annuale, è «tutto» il mistero di salvezza che si trova davanti agli occhi della Chiesa e del singolo cristiano. Per scendere al concreto: quando noi celebriamo l'Avvento, non lo facciamo con l'intento di trasferirei nella situazione dell'umanità non ancora redenta, ma piuttosto nella certezza che il Signore è già venuto. Per lui dobbiamo preparare le nostre anime e in questa preparazione l'ardente desiderio degli antichi padri ci è di esempio e di incitamento.
Quando celebriamo il periodo
quaresimale, non lo facciamo come persone che non sono state ancora purificate dal sangue di Cristo, ma come persone che portano già in se stesse il sigillo della croce e che vogliono essere sempre più conformate alla morte di Cristo, affinché la sua risurrezione si manifesti in esse più chiaramente.
Perciò sempre, anche quando seguiamo il Signore nella sua umanissima Via Crucis, davanti agli occhi del nostro spirito c'è il «Kyrios», il Signore glorificato, a cui rivolgiamo il grido: «Tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi!».
L'intero anno liturgico è dunque «un unico» Mistero. Esso culmina nel Mistero per eccellenza, il Mistero pasquale, il «sacramentum paschale» che, in un certo senso, viene ripresentato in piccole dimensioni ogni domenica. In ,tal modo la redenzione, che culmina nel sacrificio della croce, e la glorificazione della Chiesa, che deriva dal,la risurrezione, vengono rinnovate misticamente e applicate ai fedeli.

* Das christliche Kultmysterium - Regensburg 1948 - pp. 125

 

 

L61  L'IMPORTANZA PRIMARIA DELL'ASSEMBLEA DEI FEDELI NEL CULTO CRISTIANO

        Giuseppe Jungmann *

Giuseppe Jungmann, gesuita austriaco, nato nel 1889, ha insegnato teologia pastorale all'università di Innsbruck. E' noto soprattutto per le sue opere sulla liturgia, come «Missarum Solemnia». Il testo che segue insiste sull'originalità propria del culto cristiano, in cui gli edifici religiosi esistono in funzione dell'assemblea liturgica convocata per incontrarsi con Dio.

La Chiesa cristiana - parlo qui del luogo di culto differisce e differiva fondamentalmente dall'antico tempio pagano. La Chiesa cristiana è costruita per le «riunioni della comunità», mentre il tempio pagano, sia quello dell'antica Babilonia sia il tempio costruito dalla civiltà greca e romana, era essenzialmente considerato come «l'abitazione della divinità». Il tempio pagano doveva essere un posto degno di accogliere l'idolo o la pietra sacra o qualsiasi altro oggetto lì esposto alla venerazione. Per questo bastava una piccola «cella». Tutto il resto era struttura esteriore, decorazione e parata. Tutt'al più, potevano esserci gli alloggi per i sacerdoti e un locale adibito ai sacrifici. Ma dato che il sacrificio era un rito compiuto dal clero, non era necessario che altri vi prendesse parte. Nell'antichità pagana non esisteva una forma di culto che richiedesse come elemento essenziale la presenza di una comunità riunita in preghiera. Questa è una necessità che ritroviamo unicamente nelle religioni rivelate.
Nell'Antico Testamento c'era almeno un portico per il popolo, facente parte della struttura del tempio; e la sinagoga era il luogo di riunione degli Israeliti per la lettura e la preghiera. Ma l'idea si sviluppa in pieno solo nella religione cristiana, nella religione del Nuovo Testamento. Nelle altre religioni, il luogo del culto è preminente: la riunione della comunità è accidentale, nel migliore dei casi. Invece nella religione cristiana la cosa principale è la comunità riunita, il raduno dell'assemblea. Quindi il luogo per il culto doveva essere costruito in funzione della comunità: è una questione di principio. Questa particolarità ha le sue basi profonde nell'intima essenza del cristianesimo. Ripetiamolo: qui si rivela la sua fondamentale spiritualità, tutta interiore. La caratteristica della cristianità èquesta e il primo posto non spetta né al luogo sacro néalle fredde mura senza vita, né all'oro e all'argento che le decorano. L'elemento primario è invece la santa assemblea, la «plebs sancta», il raduno del nuovo popolo di Dio che adora il Padre in spirito e verità. Voi siete il tempio del Dio vivente (Il Coro 6, 16). La struttura esterna, in un certo senso, è solo il simbolo dell'edificio tutto interiore, costruito di «pietre vive ed elette». Perciò il nome più antico dato dai cristiani alla casa di Dio è quello di «casa dell'ecclesìa»e da questa espressione deriverà poi il nome più recente e più semplice di «ecclesia» - riunione, assemblea, congregazione. Anche nelle lingue moderne lo stesso termine serve per indicare sia la comunità cristiana sia l'edificio in cui la comunità si riunisce: «chiesa».
I cristiani dei primi secoli erano pienamente consapevoli del-la differenza fondamentale tra la chiesa - edificio della comunità cattolica - e i luoghi di culto eretti dai pagani, tanto che Minucio Felice poteva affermare seccamente: «NO'i non abbiamo né tempH, né altari» (cioè, queHo che possediamo noi, è mO'I,to diverso dagli edifici che voi innalzate ai vostri dei).

* The Early Liturgy, Londra 1960, pp. 16, 17.

 

L62   ESSERE UNA PIETRA VIVA, UNA PIETRA D'ALTARE

        Origene *

Origene (185-253) fu uno dei pensatori più profondi ed uno dei più grandi uomini spirituali dell'antichità. Personalmente, egli non volle mai essere altro che un autentico uomo di Chiesa. Perciò la condanna del Concilio di Costantinopoli che colpì, tre secoli dopo la sua morte, alcune sue tesi oggettivamente eterodosse, non può diminuire il valore della testimonianza di colui che consacrò tutta la sua vita all'annuncio della parola di Dio. La Scrittura, il Verbo incarnato e la Chiesa gli apparivano come le tre progressive manifestazioni di questa Parola.

Noi tutti che crediamo in Gesù Cristo, siamo chiamati pietre vive, come afferma la Scrittura: Voi pure siete pietre vive, edificate in tempio spirituale per un sacerdozio santo, per offrire vittime spirituali, gradite a Dio per mezzo di Gesù Cristo (1 Pt. 2, 5).
Sappiamo
per esperienza che, quando si tratta di pietre terrene, si ha cura di porre per prime - nelle fondamenta - le pietre più solide e resistenti, in modo da poter sovrapporre a queste, con sicurezza, il peso di tutto l'edificio: le pietre che seguono, un po' inferiori come qualità, vengono disposte vicino alle pietre che sono nelle fondamenta. Quelle un po' scadenti vengono collocate un po' sopra alle pietre di fondazione e quelle più scadenti ancora sono disposte in alto, vicino al tetto. Il paragone delle pietre da .costruzione si applica anche alle pietre vive, di cui alcune sono poste a fondamento di questo edificio spirituale. Chi sono dunque costoro che sono collocati nelle fondamenta? «Gli Apostoli e i Profeti». Lo afferma San Paolo, che insegna così: ...Edificati - dice - sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo pietra angolare lo stesso Gesù Cristo Signor nostro (Ef. 2, 20).
Per
prepararti dunque in maniera più pronta alla costruzione di questo edificio, per essere una delle pietre più vicine alle fondamenta, sappi, o tu che mi ascolti, che il fondamento di questo edificio che abbiamo ora descritto, è Cristo stesso. Così infatti dice l'apostolo Paolo: Nessuno può porre altra base oltre quella che c'è già, che è Cristo Gesù (I Cor. 3, 11). Beati quindi coloro che hanno costruito edifici religiosi e santi sopra un fondamento così nobile!
Ma in questo edificio della Chiesa ci deve essere un altare. Perciò io penso che fra voi - pietre vive - coloro che sono capaci e disposti ad attendere alla preghiera, ad offrire a Dio implorazioni di giorno e di notte e ad immolare le vittime delle loro suppliche, sono appunto quelli con cui Gesù edifica l'altare.
Considera ora la lode che si attribuisce a queste pietre d'altare: Edificò un altare - dice la Scrittura - secondo la legge di Mosè; un altare fabbricato di pietre non levigate e non tocche dal ferro (Giosuè 8, 31). Chi pensi siano queste pietre intatte? Ciascuno in coscienza sa se è intatto, puro e senza macchia nella carne e nello spirito... lo penso senz'altro che queste pietre integre e incontaminate possano essere i santi apostoli, che formano tutti insieme un solo altare per l'unione dei loro cuori e delle loro anime. La Scrittura riferisce infatti che tutti perseveravano concordi nella preghiera (Atti 1, 14) e insieme dicevano: Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti (Atti 1, 24). Costoro dunque, che erano in grado di pregare unanimi ad una sola voce e con un solo spirito, sono ben degni di essere scelti a costruire tutti insieme un solo altare, sul quale Gesù offre un sacrificio al Padre. Ma anche noi dobbiamo sforzarci di parlare e di sentire tutti allo stesso modo: non operando per spirito di rivalità o per vanagloria, ma restando saldi in un solo spirito e .concordi negli stessi sentimenti (cfr. I Cor. 1, 10; Fil. 2, 3), per poter divenire anche noi pietre adatte alla costruzione dell'altare.

* Homilia IX, 1-2: PG 12, 871-872.

 

 

L63  «PARLAVA DEL TEMPIO DEL SUO CORPO» (Gv. 2,21)

        Origene *

Origene (185-253) fu uno dei pensatori più profondi e uno dei più grandi uomini spirituali dell'antichità. Personalmente egli non volle mai essere altro che un autentico uomo di Chiesa. Perciò la condanna del Concilio di Costantinopoli (553) che colpì, tre secoli dopo la sua morte, alcune sue tesi oggettivamente eterodosse, non può diminuire il valore della testimonianza di colui che consacrò tutta la sua vita all'annuncio della Parola di Dio.

Quando ebbe cacciato i venditori dal tempio, i Giudei dissero a Gesù: Che segno ci mostri per agire così? Gesù rispose: Distruggete questo tempio, e in tre giorni io lo ricostruirò (Gv. 2, 18-19).
A me sembra che qui i Giudei stiano a rappresentare le persone carnali e dedite alle cose sensibili: mal sopportando di veder s,cacciati da Gesù degli uomini che, in vista dei loro interessi, trasformavano in mercato la casa del Padre, chiedono un segno attraverso il quale si manifesti chiaramente che chi agisce ,in questo modo è veramente il Verbo che essi rifiutano di accogliere. Ma il Salvatore, alla domanda: Che segno ci mostri per agire così?, alludendo al suo 'corpo là dove sembra parlare del tempio, risponde con queste parole: Distruggete questo tempio, e in tre giorni io lo ricostruirò. Avrebbe potuto, è vero, mostrare migliaia di altri segni, ma nessuno sarebbe stato una risposta veramente adatta a quel: Per agire così? Perciò, piuttosto che portare ragioni di altro genere, nella sua risposta, molto opportunamente, si riferisce al tempio.
E veramente l'uno e l'altro, il tempio e il corpo di Gesù, mi sembra che vadano interpretati nello stesso senso, e cioè come tipo della Chiesa. La Chiesa è edificata con pietre viventi, edificio spirituale per un sacerdozio santo (1 Piet. 2,5), costruita sul fondamento degli apostoli e dei profeti, e lo stesso Cristo Gesù ne è la pietra d'angolo (Ef. 2, 20): e dunque può essere definita veramente come tempio. Secondo queste parole: ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ognuno per la parte che gli è assegnata (1 Coro 12,27), anche se l'ordine armonioso delle pietre vive sembra dis
solversi, e tutte le ossa di Cristo, come è scritta nel Salma 21, disgiungersi ad opera delle insidie tese durante le persecuzioni, e dei tormenti inflitti da coloro che nelle persecuzioni attentano all'integrità del tempio, il tempio sarà ricostruito e il corpo risusciterà il terzo giorno, dopo il giorno dell'iniquità che lo sovrasta e dopo il giorno del compimento che verrà. Infatti il terzo giorno avrà inizia nel nuovo cielo e sulla nuova terra, quando queste ossa - tutta la casa d'Israele (cfr. Ez. 37,11) - risusciteranno nel gran giorno del Signore, dopo la vittoria sulla morte. Perciò la risurrezione di Cristo, avvenuta dopo la passione e la croce, racchiude in sé il mistero della risurrezione di tutto il corpo di Cristo (Cfr. 1 Cor. 15,54).
Ma come il corpo visibile di Gesù è stato crocifisso e sepolto, e poi è risorto, così il corpo totale di Cristo, che sono i Santi, è stato crocifisso, con lui e ora non vive più (Cfr. Gal. 2,20). Infatti ciascuno di loro, come Paolo, di null'altro si gloria se non della croce del nastro Signore, Cristo Gesù, per mezza della quale egli è stata crocifisso al mondo e il mondo a lui (Cfr. Gal. 6, 14). Il cristiano dunque non solo è stato crocifisso con Cristo e crocifisso al mondo, ma con Cristo è anche sepolto. Infatti - dice Paola noi siamo stati sepolti con Cristo (Rom. 6,4). E aggiunge, come se fosse in possesso di un inizio di risurrezione: e siamo risorti con lui. Ed è come se camminasse in una sorta di vita nuova, senza però essere risuscitato secondo la beatitudine che spera e la pienezza della risurrezione. E dunque attualmente o è stata crocifisso per essere poi sepolto, oppure, tolto dalla croce ora è sepolto, ma un giorno, come ora è sepolto, risorgerà.

* Orighenous ton eis ta kata Ioannen eunghelion exeghetikon tomos I, 20 - P.G. 14, 369 B-D, 372 A.C.

 

 

L64   EDIFICARE LA CHIESA CON PIETRE DIVERSE

         Gérard Huyghe *

Vescovo di Arras dall'11 aprile 1962, dopo essere stato arciprete di Dunkerque e rettore del seminario maggiore di Lilla, Gérard Huyghe nacque a Lilla il 31 agosto 1909. Molto attento all'evoluzione della vita religiosa nella sua diocesi, egli ha affidato il risultato della sua riflessione sull'argomento, a numerosi articoli ed opere quali Équilibre et adaptation e Conduits par l'Ésprit, che si collocano sulla stessa linea di azione da lui seguita al Concilio.

Come vorrei che i cristiani sapessero che la Chiesa è una famiglia, una famiglia in cui ci si dovrebbe sforzare di fare vivere tutti i membri nella gioia e nella pace.
Quando ci si sente attaccati con vigore appassionato alla propria idea, si fa fatica ad ammettere che il vicino possa con altrettanta forza e passione essere attaccato alla sua. Una posizione che assorbe tutto il nostro impegno, invade facilmente e completamente il campo della coscienza, risultando così di ostacolo alla comprensione di un'altra posizione, di un'altra scelta. Ciò dipende dalla debolezza, dai limiti della nostra intelligenza; ciò dipende pure dal nostro peccato, dalla nostra passione interiore, dal nostro egoismo originario. Ogni scelta, nella vita del mondo e della Chiesa, è legittima quando è conforme al Vangelo e viene realizzata secondo coscienza ed a servizio del prossimo. Ma quando tale scelta porta ad un settarismo esclusivista, non è forse il segno di un annebbiamento dello spirito ed anche di carenza di profondità spirituale?
lo mi sto rivolgendo a dei cristiani; ma non ho intenzione di parlare soltanto alla loro intelligenza, bensì anche al loro cuore ed all'intimità della loro anima che Cristo chiama all'amore universale. Accettate di avere dei fratelli diversi da voi e non trattate I i mai come awersari. Edificate la Chiesa del Signore con pietre diverse e siate contenti che siano tali, in quanto la Chiesa che esse formano risulta, in tal modo, ben più «cattolica». Allontanate decisamente l'intolleranza dalla Chiesa, e a maggior ragione non nutritela in un cantuccio. del vostro cuore. Ciò
che vi unisce ai fratelli è assai più vero e più forte di ciò che da essi vi differenzia.
Ma bisogna andare ancora più in là nell'esame della nostra coscienza. Ciò che è in causa, è la qualità dello sguardo che noi volgiamo verso il nostro prossimo. Quando il Signore guardava qualcuno, lo amava, lo chiamava per nome, e questo amore personale faceva vivere e crescere colui sul quale egli faceva affidamento. Ricordatevi della visita di Cristo alla casa di Zaccheo. E' peraltro il principio di ogni pedagogia che si rispetti: la crescita di un essere in virtù dell'amore dell'educatore. Ora, a noi viene richiesto un simile sguardo per ciascuno di coloro coi quali viviamo. La nostra continua tentazione è di risolvere dei casi, dei problemi, mentre ci dimentichiamo che è con persone che dobbiamo trattare. Quanti dialoghi risultano sterili, in quanto non sono altro che dei monologhi posti l'uno accanto all'altro senza connessione alcuna. Mi viene spontaneo pensare al modo in cui si conclude il film «Miracolo a Milano», dove si vedono i miserabili volarsene via nel cielo: «Noi ce ne andiamo in un paese dove buongiorno significa veramente «Buon giorno».
Sì; l'amore attento che noi portiamo al nostro fratello non è per lui soltanto benefico. E' «creatore» della sua persona, contribuisce a farla sbocciare. Noi dobbiamo vivere a questa profondità se vogliamo che la Chiesa sia un vero focolare domestico: caldo per i cristiani ed attraente per gli altri. Se noi potessimo capire un giorno che l'insistente preghiera che Cristo rivolge ai suoi apostoli ed al Padre suo, si estende in modo diretto fino ai nostri cuori! Amatevi dunque l'un l'altro, come io ho amato voi (Gv. 13, 34). O Padre, che siano anch'essi una sola cosa, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv. 17, 21). Noi dobbiamo mettere a tacere le nostre discordie, accettare le diversità dei punti di vista, scegliere ciò che ci unisce e seppellire nel silenzio ciò che divide, fare della schiettezza d'animo, dell'indulgenza e della umiltà, le ancelle dell'amore.

 * Lettre à ses diocésains à san retour du Conci/e, «Église d'Arras», numero speciale, 1965 - pp. 19-23.