PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

N1 Romano Guardini MATTEO IL PUBBLICANO
N2 San Leone Magno DUE FECONDISSIMI SEMI DEL REGNO DI DIO
N3 Agostino Guillerand SULLA SOGLIA DELL'ABISSO DI DIO
N4  Papa Pio XII ANNUNZIARE QUEL CHE IL SIGNORE HA ANNUNZIATO
N5  Lucien Cerfaux «IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ» (Ef. 3,1)
N9 San Tommaso da Villanova  «MIO SIGNORE, MIO DIO!»
N10 San Pier Damiani ALLA SORGENTE DELL'ACQUA VIVA
N21 Vaticano II: «Lumen Gentium» LA PROVA SUPREMA DELLA CARITÀ
N22 San Fulgenzio LA VITTORIA DELLA CARITÀ IN S. STEFANO
N23 Sant' Agostino LA VOCE DEL VERBO E LA LAMPADA DEL CRISTO
N24  Alessandro Manzoni

AL SACERDOTE È CHIESTO IL CORAGGIO DEI MARTIRI

N25 Chiesa di Smirne IL MARTIRIO DI POLICARPO
N26 Cardinate Lavigerie I MARTIRI DELL'UGANDA
N27 Guerrico d'lgny

LA GRANDEZZA UNICA DEL PRECURSORE

N28 Beata Angela da Foligno LA VIA DELLA CROCE DI GESÙ
N32 San Giustino

LA CONVERSIONE DI UN FILOSOFO

N33 San Bonifacio FIDIAMOCI DI COLUI CHE CI HA AFFIDATO IL PESO CHE PORTIAMO
N41 Giulio Bevilacqua DALLA CROCE ADORATA ALLA CROCE VISSUTA
N42 Jean Mouroux I MIRACOLI DI CRISTO, PAROLA DI DIO
N61 Lettera a Diogneto I CRISTIANI E IL MONDO
N62 Papa Paolo VI IL LAICO È ESSENZIALMENTE UN TESTIMONIO
N63 Carlo Rahner CRISTIANI PAGANI E PAGANI CRISTIANI
N64 San Giovanni Crisostomo UN CRISTIANO DEVE NECESSARIAMENTE DIFFONDERE LA LUCE
N65  Papa Giovanni XXIII SEMPLICE COME COLOMBA E PRUDENTE COME IL SERPENTE (cfr. Mt. 10,16)
N69 Lacordaire L'APOSTOLATO DELLA CHIESA, OPERA DI TUTTI I CRISTIANI
N70 Cardinal Suenens «VORREMMO VEDERE GESÙ»
     
     
     

 

N1  MATTEO IL PUBBLICANO

        Romano Guardini *

Nato in Italia nel 1885 e morto nel 1968, l'autore de «Il Signore» visse fin dall'adolescenza in Germania, che fu anche la sede dei suoi studi e rimase perciò la sua patria intellettuale. Prete, professore in varie università germaniche, egli si distingue in modo speciale per una concezione profondamente esistenziale della vita cristiana. Non scinde mai l'ordine della natura da quello della grazia, ma, aderendo strettamente alla Rivelazione, mette in luce l'intervento di Dio nella storia dell'umanità e di ogni singolo uomo.

Il pubblicano o esattore delle imposte era, nell'Impero Romano, una figura losca. Non esisteva un ufficio statale per le tasse e la riscossione, per lo più, veniva pattuita per ogni provincia con un appaltatore privato che, mediante cauzione, garantiva l'incasso della somma stabilita. In compenso gli era data mano libera di fronte ai contribuenti. Quel che egli richiedeva era spesso un multiplo di quella somma; aveva anche l'autorizzazione a procedere. Di regola poi, egli delegava la sua facoltà per i circondari più piccoli a dei sotto-esattori che, a loro volta, si preoccupavano delle proprie tasche. La riscossione era fatta con una durezza spietata e finiva per costituire una frode organizzata sotto la protezione della legge. Anche in Palestina le cose si svolgevano in questo modo: l'esattore dissanguava il popolo. Inoltre - come alleato dei Romani essendo un traditore ed un nemico - era odiato e messo al bando dalla società.
Gesù chiamò uno di questi tali dal suo banco di esattore. Matteo lo seguirà e farà parte della cerchia più intima dei suoi discepoli. E il Signore non solo chiama quest'uomo e gli parla, cosa già inaudita, ma entra addirittura in casa di lui e siede alla sua tavola. Gli amici di quell'uomo, pubblicani e peccatori, si riuniscono presso di lui in gran numero e Gesù si intrattiene a tavola con questa gente abbietta. Ecco ciò che suscita il grande scandalo, poiché la comunanza di mensa aveva carattere religioso, era un atto di culto e stabiliva un'unione sacra. Condividere il pasto era qualcosa che legava per tutta la vita. Mangiare con gl'impuri significava farsi partecipi della loro impurità e diventare quindi impuro. Possiamo perciò capire l'interrogazione piena di sdegno:
Come mai il vostro Maestro mangia coi pubblicani e coi peccatori? (Mt. 9, 11).
Perché Gesù fa così? Si può pensare ad una attitudine anti-borghese piuttosto romantica che prende in odio quanti hanno un posto sicuro nell'ordine sociale e vede uomini autentici solo nei reietti. Ma questi sono sentimenti di tipo moderno. Quell'epoca certamente non sapeva niente di tutto questo e Gesù meno che mai. Inoltre egli non pensava neanche 'lontanamente ai «programmi sociali» qua,li li intendiamo oggi, ed era assolutamente estraneo ai sentimenti derivanti dall'eccessiva raffinatezza e dalla noia di vivere.
Il suo parlare e il suo agire provengono da ben altra fonte e hanno di mira altri scopi. Egli si interessa all'uomo e al suo rapporto con Dio. Mai Gesù riterrà una cosa stimabile l'essere ai margini della società, né vedrà come un male l'organizzazione delle cose umane in quanto tali. Tutte le circostanze possono condurre a Dio o allontanare da lui. Quello di cui Gesù si preoccupa lo dice la Parola: Non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati (Mt. 9, 12). Ecco qui un «malato», un uomo che ha bisogno di aiuto; perciò il medico è venuto a trovarlo. Ed aggiunge poi, forse con una pensosa ironh:}: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma ; peccatori. Quindi esaminatevi attentamente, se volete essere «giusti». In questo caso, io non sono venuto per voi. Se vole,te invece che io sia venuto per voi, riconoscetevi peccatori. E allora che differenza c'è fra voi e quegli altri?

* Der Herr - Im Werkband - Verlag WGrzburg, pp. 57-58. Edizione italiana: Il Signore. «Vita e Pensiero», Milano 1962, pp. 75-76.

 

N2  DUE FECONDISSIMI SEMI DEL REGNO DI DIO

       San Leone Magno *

San Leone fu eletto papa nel 440. Sotto il suo pontificato, si manifestarono delle divergenze fra Oriente e Occidente, ma egli seppe far riconoscere da tutti l'autorità della Sede Romana. L'opera letteraria di San Leone si compone di lettere e di una serie di sermoni, in cui questo pastore insegna, con rara efficacia di espressione, la dottrina cristologica tradizionale.

Preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi santi (sI. 115, 5). Nessun genere di crudeltà può distruggere una religione fondata nel mistero della croce di Cristo. La Chiesa non è indebolita dalle persecuzioni, al contrario, ne è rafforzata. E il campo del Signore si riveste di una messe sempre più ricca, poiché i grani, che cadono ad uno ad uno, rinascono moltiplicati. Quanto fecondi siano stati Pietro e Paolo, questi due splendidi germogli del seme divino, lo attesta il numero immenso dei santi martiri, che, emuli del trionfo dei due apostoli, hanno circondato la nostra città di schiere rivestite di porpora e circonfuse di viva luce. Essi l'hanno come coronata di un unico diadema formato da molte pietre preziose.
Della loro protezione, carissimi, che è stata voluta da Dio come esempio di pazienza e per rafforzare la nostra fede, noi dobbiamo rallegrarci quando commemoriamo universalmente tutti i santi. Ma è giusto che ci rallegriamo maggiormente della grandezza di questi due Padri, che la grazia di Dio ha innalzato a tanta perfezione fra tutti i membri 'della Chiesa, da fare di essi, nel corpo di cui Cristo è il capo, come la luce degli occhi. Quanto ai loro meriti e alle loro virtù, che non si possono esprimere a parole, non dobbiamo pensarli né distinguendoli né contrapponendoli: perché una stessa elezione li accomuna, una uguale missione li rende simili, una medesima fine li unisce. Invece, come abbiamo sperimentato e come hanno testimoniato i nostri Padri, noi crediamo e abbiamo la ferma speranza che, per ottenere la misericordia di Dio in mezzo a tutte le prove di questa vita, le preghiere di questi due speciali protettori ci sono di aiuto continuo. Così, mentre i nostri peccati ci fanno cadere, i meriti di questi apostoli ci risollevano.

* Sermoni 82, 6-7: PL 54, 426-428 - Edizione italiana - Ed. Paoline: Il mistero del Natale - Alba 1966, pp. 214-215.

 

 

N3  SULLA SOGLIA DELL'ABISSO DI DIO

      Agostino Guillerand *

Nato nel 1877 nel Nivernese, Agostino Guillerand diviene sacerdote nel 1900. Curato di una piccola parrocchia di campagna, nel 1906 viene condotto, dalla sua attrattiva per la solitudine e la preghiera, alla certosa della Valsanta. Nel 1935 è scelto come priore di Vedana in Italia. Agli inizi della seconda guerra mondiale, fa parte del piccolo gruppo di certosini francesi che, non potendo restare in Italia, trova rifugio alla Gran Certosa, i cui edifici erano stati abbandonati. Là, per sostenere la sua meditazione, scrive degli appunti che vennero pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel 1945.
Il passo che stiamo per leggere apre le sue mirabili elevazioni sul Vangelo di S. Giovanni.

Il prologo del Vangelo di S. Giovanni è senz'altro la pagina di storia più profonda 'che sia mai stata scritta. I più grandi geni si sono sforzati di penetrarla... E tuttavia sono rimasti sulla soglia dell'abisso che contemplava S. Giovanni. Possiamo dire d'altronde che anche lui, il discepolo amato, il discepolo dallo sguardo d'aquila che ha passata la sua vita in faccia a questo abisso, ne abbia oltrepassato la sponda?
Bisogna sempre ricordarsi di questo, quando si legge la Sacra Scrittura e soprattutto questo prologo del quarto Vangelo, in cui il più contemplativo - perché il più amante - degli scrittori sacri ha riassunto in alcune righe preliminari la storia di colui che è «Luce e Vita». Queste righe non sono che un'espressione umana, espressione troppo limitata, indicibilmente limitata, di realtà che superano noi tutti, sempre. Queste realtà, quando siano state meditate con tutta l'anima e durante tutta ,(a vita, aprono degli orizzonti sempre più vasti, i quali in una luce limpida e nuova, che va sempre crescendo, rivelano un mondo che si estende sconfinato al di là di tutto ciò che si può vedere e dire.
Gioia, talvolta inebriante, sempre dolce e incomparabile, di questa meditazione: ciò che dona non è niente in confronto a ciò che promette: Coloro che mangiano di me avranno ancora fame, coloro che bevono di me ancora sete (Ecc!. 24, 29).
È profondamente vero. Dio, la sua verità, la sua vita, la sua bellezza, tutta ,la pienezza senza nome che le nostre parole si sforzano invano di tradurre, è un alimento che riempie senza saziare.
S. Giovanni, cominciando a scrivere il suo Vangelo, ci colloca subito su queste 'cime,
in faccia al Verbo, a colui che era quando tutto è stato fatto, e per mezzo del quale tutto è stato fatto. Egli ha ragione: Gesù è prima di tutto questo. Non lo si 'vede bene che in questa luce, Luce vera che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo (Gv. 1, 9). Proprio per contemplarla, Gesù, fin dal primo incontro, invitò il discepolo amato che Andrea accompagnava. Maestro dove abiti? (Gv. 1, 38), gli domandarono i due discepoli di Giovanni Battista ai quali il Precursore aveva detto mostrandolo: Ecco l'Agnello d; 0;0. - Venite e vedete, aveva risposto semplicemente nostro Signore.
Li aveva condotti nel luogo dove abitava. Qual'era questa abitazione? L'evangelista non lo dice. La vera risposta è nella prima parola del suo Vangelo. La dimora di Gesù è il Verbo. Là Giovanni fu introdotto fin dal primo giorno. Vi è rimasto. Ed è là che egli, a sua volta,
ci conduce. Seguiamolo e restiamo con lui.

* Au seuil de l'abime de Dieu, Benedettine dì Priscilla - Roma 1961 - pp. 5-6.

N4  ANNUNZIARE QUEL CHE IL SIGNORE HA ANNUNZIATO

         Papa Pio XII *

Il ventenne pontificato di E. Pacelli - nato a Roma nel 1876 e morto nel 1958 - è tra quelli che più hanno visto riconosciuta dall'umanità intera l'alta funzione spirituale del vicario di Cristo. L'estesa opera di carità promossa dalla Santa Sede durante e dopo la seconda guerra mondiale, l'opera di pacificazione cercata e suggerita con tutti i mezzi da Pio XII, la sua eccezionale ed ininterrotta opera di magistero, sono gli elementi che più si sono impressi nella memoria degli uomini. Memorabili la celebrazione dell'anno giubilare e la definizione del dogma dell'Assunzione. Basilari le sue più importanti encicliche: la «Mystici corporis Christj", la «Mediator Dei» e la «Divino afflante Spiritu». Questo Papa dalla personalità così poliedrica e forte, resterà sempre il grande «Pastor angelicus», colui che, nella sofferenza e nella costante unione con Dio, maturò il segreto della sua resistenza e serenità, della sua incrollabile speranza nella Provvidenza divina.

Dal classico testo sopra la facoltà e l'obbligo della Chiesa di insegnare: Andate e istruite tutte le genti... insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato (Mt. 28, 19-20) vogliamo rilevare un solo punto: gli apostoli (e in essi la Chiesa) debbono annunziare quel che il Signore ha annunziato e debbono insegnare ad osservare tutto ciò che egli aveva loro comandato di credere e di operare. Negli Atti degli Apostoli si legge che il Signore, prima di salire al cielo, istruì nuovamente gli apostoli sulla missione che li attendeva e sull'armatura che avrebbe loro data per il compimento di essa. Sarete miei testimoni... fino alle estremità della terra (Atti 1, 8). Gli Apostoli dovevano essere testimoni di lui, della sua dottrina, della sua vita, della sua passione, della sua resurrezione. Per renderli atti a tale testimonianza, sarebbero stati battezzati nello Spirito Santo; es,si avrebbero ricevuto la forza dello Spirito Santo, che sarebbe venuto sopra di loro... Il pieno senso di quanto bramiamo ora di dire, noi cerchiamo di raccoglierlo dalle labbra del Salvatore stesso nel suo discorso di commiato, ove il Redentore palesa in affettuoso colloquio il suo pensiero sulla missione che affidava agli Apostoli e per essi alla Chiesa.
Il Signore era alla fine della sua vita terrena; a coloro che dovevano continuare la sua missione, egli avrebbe avuto ancora molte cose da dire; ma così come essi erano allora, non si trovavano in grado di sostenerle; perciò egli avrebbe pregato il Padre, che mandasse un altro «paraclito», affinché rimanesse per sempre con loro; lo Spirito di verità (Gv. 14, 17), che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce. Questo Adiutore, questo Spirito Santo, avrebbe agli Apostoli insegnato tutto e ricordato quanto egli aveva detto, cioè tutta la veritas Christi. Così sarebbero stati atti a continuare l'annunzio della parola di Cristo nello spirito di Cristo. Essi ebbero tutto ciò che avrebbero dovuto insegnare dalla forza e dall'autorità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo... E' il Dio uno e trino, che attraverso il magistero ecclesiastico comunica verità, luce e vita.

* Discorso ai partecipanti alla VI Settimana nazionale ita1iana di Aggiornamento Pastorale, in Le fonti della vita spirituale, vol. 2, Ed. paoline, Roma 1964 - pp. 784-786.

 

 

N5  «IL PRIGIONIERO DI CRISTO GESÙ» (Ef. 3,1)

          Lucien Cerfaux *

Lucien Cerfaux, nato in Belgio nel 1883, si è dedicato all'insegnamento della Sacra Scrittura e ha avuto l'unica ambizione di mettere tutta la sua vita al servizio della Parola di Dio. La sua ricerca esegetica, fondata su una fede incrollabile, è caratterizzata dalla preoccupazione di ritrovare il senso originale dei testi, specie del Nuovo Testamento, fino a raggiungere quasi una connaturalità con gli autori sacri. Egli ha comunicato i frutti dei suoi studi attraverso numerosi articoli, notevoli per rigore scientifico: ma la sua prima grande opera su san Paolo l'ha pubblicata solo a 60 anni. Morto a 85 anni, ha lasciato una splendida testimonianza di vita sacerdotale e apostolica.

Paolo, vedendosi prigioniero, si è resoconto che ormai si avvicina il termine della sua corsa. Ha varcato la soglia della vecchiaia. Con coraggio conclude il suo viaggio apostolico cominciato sulla via di Damasco... Le catene lo tengono avvinto a Gesù Cristo, l'identificano a lui, lo consacrano. Per la Chiesa, corpo di Cristo, completa nella sua carne quel che manca alle sofferenze di Gesù (cfr. Col. 1,24). Egli sta al posto del «Servo sofferente»; non ha corso invano, non ha «lavorato invano».
E' anche consacrato, come quei grandi sacerdoti-profeti che si collocano nella linea di Samuele e hanno l'incarico di offrire sacrifici e manifestare i segreti di Dio. In questo senso Paolo è stato scelto, perché rivelasse ai pagani la chiamata a Cristo, perché li offrisse a Dio quale sacrificio di odore soave.
Egli vuole che i suoi cristiani, come le vittime senza difetto che venivano scelte per i sacrifici, siano puri e irreprensibili, figli di Dio senza macchia in mezzo a una generazione traviata e perversa...,
per custodire la parola di vita (Fil. 2, 15-16). Sul sacrificio liturgico offerto dalla loro fede, egli versa la libazione della sua sofferenza in una gioia santa, che vuole condividere con loro.
Nella liturgia spirituale che è ogni vita cristiana e specialmente quella di Paolo, sacerdote e vittima nella sua I corsa apostolica, consacrato in virtù della sua prigionia, egli rivolge a Dio una preghiera solenne per i suoi cristiani venuti dal paganesimo: Perciò, io Paolo, prigioniero di Cristo per voi, che eravate pagani... piego le ginocchia davanti al Padre (Ef. 3, 1, 14). Oggetto della sua ininterrotta preghiera sarà la gratitudine per l'ingresso dei pagani nella Chiesa dei santi, per il loro radicarsi nella carità, per la comprensione dell'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, a cui si aggiunge la supplica: che essi siano colmati in tutto della pienezza di Dio (cfr. Ef. 3, 19).
L'attività dell'apostolo si conclude nel suo restare immobile alla presenza di Dio. Così ai profeti dell'Antico Testamento non incombeva più l'obbligo del pellegrinaggio al tempio e dell'adorazione rituale per trovarsi «davanti al volto di Dio». In fondo la loro stessa missione era uno sperimentare la Presenza: «Viva Dio al cui cospetto io sto». Come loro, Paolo aveva ricevuto la sua vocazione in una visione inaugurale che aveva proiettato luce su tutta la sua vita apostolica, che era andata progressivamente trasformandolo in Cristo, di cui aveva contemplato il volto, immagine del volto di Dio. La preghiera che s'innalza dalla sua prigione costituisce il culmine del mistero del suo apostolato.

* L'itinéraire spirituel de saint Paul, Le Cerf, Parigi 1966 pp. 178-180.

 

 

N9   «MIO SIGNORE, MIO DIO!»

        San Tommaso da Villanova 

Il titolo di apostolo della carità che San Tommaso da Villanova ha meritato per le sue buone opere, è anche giustificato dal suo zelo nel dispensare con larghezza la Parola di Dio al suo popolo. E' così che ha sviluppato, in numerose omelie sui vari periodi dell'anno liturgico, una dottrina spirituale tanto elevata quanto pratica. Nato in Castiglia verso il 1487, Arcivescovo di Valenza, zelante riformatore della sua diocesi, era in un primo tempo entrato tra gli Eremiti di Sant'Agostino, dove aveva vissuto in un'austerità cui non rinunciò mai. Morì nella sua città arcivescovile nel 1555.

Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il mio dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò (Gv. 20, 25). Che resistenza sbalorditiva in questo discepolo! La testimonianza di tanti fratelli e la vista stessa della loro gioia non sono sufficienti a dargli la fede. Ma ecco che per prendersi cura della sua pecorella, il Signore riappare. Il buon Pastore non tollera la sua perdita, in quanto aveva detto al Padre suo: Quelli che tu mi hai dato, li ho custoditi e nessuno di loro è perito (Gv. 17, 12). Imparino dunque i pastori quale sollecitudine essi debbono manifestare per le loro pecorelle, dal momento che il Signore è riapparso per una sola. Tutte le cure e le fatiche sono poca cosa in confronto al bene di una sola anima... Colui che riconduce una pecora smarrita all'ovile, si è assicurato un potente avvocato presso Dio.
Metti qua il tuo dito,
e guarda le mie mani. Avvicina la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere incredulo, ma credente (Gv. 20, 27). Felice mano che hai scrutato i segreti del cuore di Cristo! Quali ricchezze non vi ha trovate? Giovanni aveva attinto i misteri del cielo, posando il capo sul suo cuore; e scrutando in esso, Tommaso vi scoprì grandi tesori. Mirabile scuola che formò tali discepoli! Grazie ad esso, il primo ha espresso sulla divinità meraviglie più grandiose degli altri, allorché disse: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio (Gv. 1, 1); e l'altro, colpito dal raggio della Verità, ha emesso questo grido sublime: Mio Signore e mio Dio! (Gv. 20, 28).
Questa professione di fede, più grande dell'incredulità passata, non poteva suonare più forte: tutta la sostanza della nostra fede è compresa in questa breve esclamazione. Meravigliosa perspicacia di quest'uomo! Tocca l'Uomo e lo chiama Dio! Tocca il primo e crede nel secondo! Avesse scritto un'infinità di libri, non avrebbe servito altrettanto la Chiesa. Con che chiarezza, fede e semplicità egli chiama Cristo, Dio! Che espressione utile e necessaria alla Chiesa di Dio! Grazie ad essa, le più gravi eresie sono state un tempo estirpate dalla Chiesa. Pietro fu lodato per aver detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt. 16, 16). Con maggior nitidezza, Tommaso esclama: Mio Signore e mio Dio! Con questa semplice espressione, egli professa le due nature di Cristo.
Perché mi hai veduto,
o Tommaso, hai creduto; beati coloro che non hanno visto, ed hanno creduto (Gv. 20, 29). Questa espressione, fratelli, ci porta una grande consolazione. Tutte le volte che noi diciamo o che esclamiamo: «Beati gli occhi, felice il tempo, dolce l'età che hanno avuto la fortuna di vedere e di contemplare misteri sì grandi», è vero, poiché il Signore ha detto: Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete (Lc. 10, 23); ma egli ha anche detto: Beati coloro che non hanno visto ed hanno creduto. Queste parole portano una consolazione ancora più grande, mettono in evidenza un merito ancor più inestimabile. La visione dà più gioia; la fede fa maggiormente onore.

 * Sermone per la domenica in Albis, Testo latino in Homiliarius Breviarii Romani, Cardo Vivès, 900-901.

N10   ALLA SORGENTE DELL'ACQUA VIVA

          San Pier Damiani *

San Pier Damiani (1007-1072), eremita camaldolese di Fonte Avellana, cardinale-vescovo di Ostia, consigliere di pontefici e di principi, fu anche riformatore e teologo. La Chiesa è al centro del suo pensiero ed egli non omette di celebrarne il mistero nei suoi sermoni in cui s'intrecciano le allegorie bibliche sfruttate con predilezione da tutta /'esegesi medievale. In questo passo, egli esalta la funzione degli apostoli nella Chiesa, nella ricorrenza della festività di san Bartolomeo.

La gloria di tutti gli apostoli è talmente indissociabile, unita dal cemento di tante grazie che allorché si celebra la festa di uno di essi, ciò ch'è richiamato all'attenzione del nostro sguardo interiore è la grandezza comune di tutti gli apostoli. Condividono tra loro infatti la stessa autorità di giudici supremi, lo stesso grado di dignità e possiedono lo stesso potere di legare e di sciogliere.
Sono perle preziose che San Giovanni ci dice di aver contemplate nell'Apocalisse e di cui sono costituite le porte della Gerusalemme celeste. Ogni porta, egli dice, è fatta di una sola perla (Apoc. 21, 11). Allorché infatti con segni e miracoli gli apostoli irradiano la luce divina, essi schiudono l'ingresso della gloria celeste ai popoli convertiti alla fede cristiana. E chiunque è salvato per loro mezzo, entra nella vita, come un viaggiatore che varca una porta...
Di essi ancora dice il profeta: Chi san costoro che volano come nuvole? (ls. 60, 8). Quelle nubi si condensano in acqua allorché innaffiano le zolle del nostro cuore con la pioggia del loro insegnamento, per renderla fertile e apportatrice di germi di opere buone.
Bartolomeo (di cui oggi ricorre la festa) in aramaico significa esattamente: figlio di colui che porta l'acqua; figlio del Dio che eleva lo spirito dei suoi predicatori alla contemplazione delle verità più sublimi in modo che, secondo l'altezza a cui sanno elevarsi nella contemplazione del loro Creatore. possono sparger con efficacia e abbondanza la pioggia della parola di Dio, nei nostri cuori. E' così ch'essi bevono l'acqua alla sorgente per poi darla a bere a noi.
San Bartolomeo ha attinto alla pienezza di questa fonte, allorché lo Spirito Santo è disceso su di lui come sugli altri apostoli in forma di lingue di fuoco (cf. Atti. 2, 3).
Tu senti parlar di fuoco e forse non ne sai vedere il rapporto con l'acqua. Ascolta come il Signore chiami acqua questo Spirito Santo ch'è disceso come fuoco sugli apostoli. Chi ha sete, venga a me e beva, egli dice; e aggiunge: Dall'intimo di chi crede in me, come dice la Scrittura, scaturiranno fiumi d'acqua viva e l'evangelista spiega: Diceva questo dello Spirito che dovevano ricevere coloro che avrebbero creduto in Lui (Gv. 7, 37-39). Il Salmista dice anche dei credenti: Sono inebriati dell'abbondanza della tua casa; li abbeveri al torrente delle tue delizie. Presso di te è la fonte della vita (Sl. 35, 9-10).

 *  Sermon 42, deuxième pour S. Barthélemy: PL 144, 726 C-D, 729 C-D.

 

N21  LA PROVA SUPREMA DELLA CARITÀ

         Concilio Vaticano II: «Lumen Gentium» *

Dio è amore e chi dimora nell'amore, dimora in Dio e Dio in lui (1 Gv. 4, 16). Ora Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rom. 5, 5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e fruttifichi nell'anima, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, coll'aiuto della sua grazia, mettere in opera la sua volontà, partecipare frequentemente ai Sacramenti, soprattutto all'Eucaristia e alle sacre azioni; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, all'attivo servizio dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della Legge (cfr. Col. 3, 14; Rom. 13, 10), regola tutti i mezzi della santificazione, dà loro forma e li conduce a compimento. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità sia verso Dio che verso il prossimo.
Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la sua vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli (cfr. 1 Gv. 3, 16; Gv. 15, 13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e lo saranno sempre, a rendere questa suprema testimonianza d'amore davanti agli uomini e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al Maestro, che liberamente accetta 'la morte per .Ia salvezza del mondo e a Lui si conforma nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa dono insigne e suprema prova di carità. Che se a pochi è concesso, devono però tutti essere pronti
a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della 'croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.

* n. 42 - Documento promulgato il 21 novembre 1964. Enchiridium Vaticanum - Ed. Dehoniane, 1967, p. 212.

 

N22  LA VITTORIA DELLA CARITÀ IN S. STEFANO

        San Fulgenzio *

Nato nel 467 e morto nel 532, San Fulgenzio, vescovo di Ruspe (Africa settentrionale), è il miglior teologo occidentale del suo tempo. Egli si ispira costantemente al pensiero di S. Agostino, come testimonia questo bellissimo sermone, in cui il pensiero e lo stile sono veramente nella linea del grande dottore della carità.

8Ieri abbiamo celebrato la nascita nel tempo del nostro Re eterno; oggi celebriamo la passione vittoriosa del suo soldato. Ieri il nostro Re, indossata la veste della carne umana, si è degnato uscire dalla dimora di un grembo verginale, per visitare il mondo; oggi il soldato lascia la tenda del corpo per entrare trionfalmente in cielo... Il nostro Re, pur essendo l'Altissimo, è venuto per noi nell'umiltà, ma non ha potuto venire senza doni. Ha portato infatti ai suoi soldati un dono grande, con cui non solo li ha arricchiti largamente, ma li ha dotati di una forza invincibile per la lotta. Ha portato infatti il dono della carità, per ,condurre gli uomini alla comunione con Dio. Tutto quello che recava con sé, lo ha dato senza contare: ha arricchito meravigliosamente la povertà dei suoi, senza essere in nulla sminuito, mantenendo anzi la pienezza dei suoi inesauribili tesori. La carità dunque, che fece discendere il Cristo dal cielo sulla terra, ha sollevato Stefano dalla terra al cielo. La carità, che prima si era mostrata nel Re, rifulse poi nel soldato...
Stefano dunque, per essere degno di ricevere la corona indicata dal suo nome, aveva per armi la carità e con essa vinceva dappertutto. Per amore di Dio non ha ceduto al furore dei Giudei, per amore del prossimo ha interceduto per coloro che lo 'lapidavano. Per amore riprendeva quegli sviati, perché si correggessero; per amore pregava per quelli che lo lapidavano, perché non fossero puniti. Sostenuto dalla potenza dell'amore, vinse il crudele furore di Saulo e meritò di avere come compagno in cielo il suo persecutore sulla terra. la sua santa carità, che non venne mai meno, desiderò conquistare con la preghiera coloro che non aveva potuto convertire con la parola... Per questo, ora Paolo condivide la felicità di Stefano, gode con Stefano della gloria del Cristo, esulta con Stefano, regna con Stefano. Dove Stefano è giunto per primo, lapidato da Paolo, lì è giunto pure Paolo, aiutato dalla preghiera di Stefano.
Quale vera vita, fratelli miei, è quella in cui Paolo non si vergogna più dell'uccisione 'di Stefano, ma dove Stefano si rallegra della comunione con Paolo! E' la carità che gode in ambedue. In Stefano la carità ha vinto la durezza dei Giudei; in Paolo la carità ha coperto una moltitudine di peccati (1 Pt. 4, 8). La 'Carità ha meritato ad entrambi il possesso del regno ,dei cieli. La carità è la fonte e l'origine di tutti i beni, la più eccellente difesa, la via che porta al cielo. Chi cammina nella carità non può sbagliarsi né temere. Essa dirige, protegge, guida alla meta. Perciò, fratelli, dato che il Cristo ha drizzato la scala della carità, per la quale ogni cristiano può salire al cielo, aggrappatevi .fortemente a questa pura carità, 'donatevela a vi'Cenda e salite insieme, progredendo in essa.

* Sermo 111 1, 3 - 5, 6: PL 65, 729-732.

 

 

N23  LA VOCE DEL VERBO E LA LAMPADA DEL CRISTO

        Sant'Agostino *

S. Agostino (354-430), vescovo di Ippona in Africa, romano per cultura, pensatore di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il Dottore della grazia e, più ancora, della carità.
Nei suoi sermoni, Agostino sviluppa i pensieri più elevati nel modo più semplice, facendo appello all'esperienza quotidiana dei suoi fedeli.

Io sono la voce di colui che grida nel deserto (Gv. 1,' 23): Giovanni è la voce, Cristo è il Verbo... Giovanni è la voce nel tempo, Cristo è fin dal principio la Parola eterna. Togli la parola, che diviene la voce? Privata di ogni senso, non è che vano rumore. La voce senza parola risuona nell'orecchio, non nutre il 'cuore. Proprio perché si tratta di nutrire questo nostro cuore, consideriamo progressivamente come ciò avvenga. Se penso a ciò che sto per dire, significa che già la parola è nel mio cuore. Ma se ti voglio parlare 'cerca, in qualche modo, che sia anche in cuor tuo ciò che è già nel mio cuore. Cercando come potrà raggiungerti e imprimersi nel tuo cuore la parola che già si trova in me, ricorro alla voce e con essa ti parlo. Il suono della voce ti porta all'intelligenza della parola. Quando il suono giunge a te, sparisce. La parola invece, che H suono ti ha portato, è giunta ormai nel tuo cuore, ma non ha abbandonato il mio. Non ti pare che lo stesso suono, dopo aver condotto la parola a te, dica: Bisogna che egli cresca e che io diminuisca? (Gv. 3, 30). La voce, adempiendo il suo compito, risuona, poi sparisce. Sembra che dica: Questa gioia che è mia si è compiuta (Gv. 3, 29). Ricordiamoci della parola, non lasciamo perdere la parola concepita interiormente. E' la voce che passa mentre il Verbo divino rimane. Vuoi che te lo dimostri? Dove è ora il battesimo di Giovanni? Ha compiuto il suo ufficio e poi è sparito. Adesso il vero battesimo che viene praticato è quello di Cristo. Noi tutti crediamo in Cristo (cfr. Gv. 1, 7), speriamo da lui la nostra salvezza: questo è stato l'efficace messaggio della voce.
È difficile distinguere la parola dalla voce, infatti lo
stesso Giovanni fu scambiato per il Cristo. La voce fu considerata Parola, ma la voce, per non offendere il Verbo, si ri'conobbe per quello che era. Non sono Cristo, disse, né. Elia, né il Profeta (Gv. 1, 20-21). Gli si chiese: dunque, chi sei? Io sono la voce di colui che grida nel deserto; preparate la via del Signore (Gv. 1, 23). La voce grida nel deserto, la voce rompe il silenzio. Preparate la via del Signore. Come se volesse dire: io grido per disporvi ad accogliere nel vostro cuore il Signore; ma egli non si degna di venire dove voglio farlo entrare se non gli preparate la via. Che vuoi dire preparate la via se non che dovete pregare in modo conveniente e nutrire pensieri di umiltà? Dallo stesso Giovanni imparate l'umiltà. Lo si crede il Cristo, egli dice di non essere quello che è ritenuto, e non si attribuisce a propria gloria l'opinione sbagliata degli altri. Se egli dicesse: «lo sono il Cristo», verrebbe creduto con estrema facilità da coloro che così pensavano di lui, prima ancora che egli si definisse. Non affermò nulla: riconobbe se stesso, disse ciò che non era, si umiliò. Vide da dove gli veniva la salvezza: si considerò una lampada e ebbe paura di essere spento dal vento dell'orgoglio.
Per disposizione di Dio, l'uomo che rendeva testimonianza al Cristo era così colmo di grazia da poter essere creduto il Cristo:
Tra i nati di donna, come disse Cristo stesso, non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni Battista (Mt. 11, 11). Se nessuno era più grande di questo uomo, colui che lo supera è più che uomo. Il Cristo si rivela in tutta la sua pienezza, ma ad occhi infermi la 'luce del giorno si rivela poco. Gli occhi malati hanno paura della luce del giorno, non sopportano che la luce di una lampada. Per questo il Giorno, che stava per venire, mandò prima la lampada nei cuori dei fede,li per confondere i cuori degli infedeli. Per bocca del profeta, Dio Padre disse: Ho preparato una lampada al mio Cristo (SI. 131, 17). Questa lampada è Giovanni inviato come araldo del Salvatore, precursore del Giudice che sta per venire, amico dello Sposo atteso.

* Sermo CCXCIII, 2-3-4: PL 38, 1328-1329.

 

 

N24  AL SACERDOTE È CHIESTO IL CORAGGIO DEI MARTIRI

         Alessandro Manzoni *

Alessandro Manzoni, dopo un breve periodo di sbandamento interiore, si converti a 25 anni. Conversione già preparata da una ricerca profonda della verità. Da allora in poi la religione cristiana improntò costantemente la sua vita e la sua opera. Suo capolavoro è il romanzo «I promessi sposi». Questo libro, tra i più grandi della prosa italiana, dai personaggi plastici, che scaturiscono da una acuta analisi psicologica, è tutto penetrato da una profonda concezione cristiana della vita.

Quando vi siete presentato alla Chiesa... per addossarvi codesto ministero, v'ha essa fatto sicurtà della vita? V'ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v'ha detto forse che dove cominciasse il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O non v'ha espressamente detto il contrario? Non v'ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i lupi? Non sapevate voi che c'eran de' violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò che a voi sarebbe comandato? Quello da Cui abbiam la dottrina e l'esempio, ad imitazione di Cui ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a esercitarne l'ufizio, mise forse per condizione d'aver salva la vita? E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla terra, a spese della carità e del dovere, c'era bisogno dell'unzione santa, dell'imposizione delle mani, della grazia del sacerdozio? Basta il mondo a dar questa virtù, a insegnar questa dottrina. Che dico? oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa anch'esso le sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo vangelo anch'esso, un vangelo di superbia e d'odio; e non vuoi che si dica che l'amore della vita sia una ragione per trasgredirne i comandamenti. Non lo vuole; ed è ubbidito. E noi! noi figli e annunziatori della promessa! Che sarebbe la Chiesa... dove sarebbe, se fosse comparsa nel mondo con codeste dottrine...
E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? Qual'è la buona nuova che annunziate a' poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoperato i mezzi ch'erano in vostra mano per far ciò che v'era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo...
E perché, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come, vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero, comunque, vi ci siate messo, v'è necessario il coraggio, per adempir le vostre obbligazioni, c'è Chi ve lo darà infallibilmente quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que' milioni di martiri avessero naturalmente coraggio? che non facessero naturalmente nessun conto della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina a finire, tante donzelle, tante spose, tante madri? Tutti hanno avuto coraggio; perché il coraggio era necessario, ed essi confidavano.

* I promessi sposi, in Tutte le opere, Avanzini e Torracca, Roma 1965 - pp. 435-436.

 

 

N25  IL MARTIRIO DI POLICARPO

        Chiesa di Smirne *

San Policarpo (64 c. - 155), vescovo di Smirne, nacque da genitori cristiani. Secondo la testimonianza di sant'Ire neo, fu discepolo dell'apostolo san Giovanni. Di lui ci è stata conservata una lettera scritta ai Filippesi. Durante una persecuzione scoppiata a Smirne, subì il martirio: ne troviamo un racconto dettagliato nella lettera che la Chiesa di Smirne indirizza alla Chiesa di Filomelio e «a tutte le comunità cristiane della santa Chiesa cattolica sparse nel mondo». Questa lettera è il documento più antico e più bello della letteratura cristiana che racconta, a meno di un anno dal fatto, gli «atti» della morte di un martire. A causa del parallelismo delle situazioni, viene fatto in questa lettera un riferimento esplicito alla morte di Cristo.

Il tumulto fu grande, quando si seppe che Policarpo era stato arrestato. Il proconsole se lo fece condurre e gli chiese se era lui Policarpo. Egli rispose di sì; M proconsole cercava allora di indurlo a rinnegare dicendo: «Abbi riguardo alla tua età», e a questo aggiungeva tutto quello che abitualmente si dice in simili circostanze... «Giura e ti libero; rinnega Cristo!» Ma Policarpo rispose: «Da ottantasei anni lo servo e non mi ha mai fatto alcun torto; come posso bestemmiare il mio re, colui che mi ha salvato?» H proconsole -continuava ad insistere dicendo: «Giura per i1 nome di Cesare». E Policarpo: «Se credi che io giuri per il nome di Cesare e fingi di ignorare chi sono, ascolta, te lo dico con tutta franchezza: sono cristiano»....
Era tutto pieno di forza e di gioia e il suo volto risplendeva di grazia. Non solo non si era lasciato abbattere né sconvolgere per quello che gli veniva detto, ma al contrario era il proconsole ad essere fuori di sé. Egli mandò il suo araldo nel mezzo dello stadio a proclamare per tre volte: «Policarpo ha confessato di essere cristiano!» Alle parole dell'araldo, tutta la folla dei pagani e dei giudei che abitavano a Smirne, con uno scoppio incontenibile di collera gridò a gran voce: «Questo è il maestro e il padre dei cristiani d'Asia, colui che distrugge i nostri idoli e induce tanta gente a non offrire sacrifici e a non adorare gli dei». Dicendo questo, la folla gridava e chiedeva all'asiarca
Filippo di far lanciare un leone contro Policarpo, ma egli rispose che non ne aveva il diritto, perché gli spettacoli delle belve erano già finiti. Allora tutti insieme urlarono: «Policarpo sia bruciato vivo!»...
Quando il rogo fu pronto, egli si tolse tutti gli abiti, si sciolse la cintura e prese a slacciarsi i calzari: cosa che non faceva mai da sè, perché i fedeli andavano a gara nel toccare per primi il suo corpo, tanto era venerato già prima del martirio per la santità della sua vita...
Allora lo legarono: egli mise le mani dietro il dorso e fu legato come un ariete, scelto dal gregge in gradito sacrificio d'olocausto a Dio. Poi alzò gli occhi al cielo e disse: «Signore, Dio onnipotente, Padre dell'amato e benedetto tuo Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale abbiamo conosciuto te, Dio degli angeli, delle potestà, di tutto il creato e dei giusti che vivono al,la tua presenza, io ti benedico per avermi ritenuto degno di vivere questo giorno e questa ora e di aver parte, con il numero dei martiri, al calice del tuo Cristo, alla risurrezione della vita eterna dell'anima e del corpo, nell'incorruttibilità dello Spirito Santo. Possa io essere oggi accolto tra loro al tuo cospetto, come un pingue sacrificio a te gradito, così come tu avevi predisposto, preannunciato e realizzato, o Dio di verità, che non conosci menzogna. Per questo e per tutte le cose io ti 'lodo, ti benedico, ti dò gloria, per mezzo dell'eterno e sommo sacerdote Gesù Cristo, tuo Figlio diletto. Per mezzo di lui a te sia gloria, in unione con lui e con lo Spirito Santo, ora e nei secoli futuri. Amen».

* tou aghiou polukarpou epistole enkuklios: P.G. 5, 1036-1040.

 

 

N26  I MARTIRI DELL'UGANDA

           Cardinate Lavigerie *

Il cardinale Lavigerie (1825-1892) fu arcivescovo di Algeri e di Cartagine per 25 anni, lasciando un'impronta duratura nella vita della Chiesa d'Africa. Suo programma fondamentale fu l'annunziare Gesù Cristo, specie alle popolazioni musulmane di cui seppe conquistare l'amicizia: fondò le Congregazioni dei «Padri bianchi» e delle «Suore missionarie d'Africa» e condusse una lotta rigorosa contro lo schiavismo.

Fra i negri che abitano alle sorgenti del Congo, ai confini del Tanganika, nell'Unianembé, vicino al lago Nianza, sorgono e si moltiplicano da alcuni anni nuove comunità cristiane. Ed ecco che la loro culla è stata da poco coperta dalla porpora del martirio. La storia delle persecuzioni antiche non ci mostra niente di più commovente, né di così meraviglioso...
Dico questo per dar gloria a Dio, poiché solo lui, oggi come diciotto secoli fa, ha sostenuto e animato tutte queste anime piene di coraggio. Siccome il suo spirito è sempre lo stesso, voi non vi stupirete di trovare sulle labbra di questi poveri negri ignoranti, al momento della lotta, parole non meno sublimi di quelle dei martiri della Cartagine romana. I neofiti dell'Uganda, nel cuor della notte, vanno a cercare nella partecipazione ai sacramenti la grazia dell'intrepida costanza che i martiri del tempo di Tertulliano, prima di loro, trovavano in riunioni simili; come allora,
i persecutori, non potendo spiegare diversamente il loro coraggio, lo attribuiscono ai sortilegi e alla magia. Non vi stupirete se la generosità delle donne eguaglia quella degli uomini; se la vecchiaia, l'età matura, l'infanzia si sono ugualmente mostrate superiori al timore dei supplizi: uno dei capi dell'Uganda, che aveva avuto le mani e i piedi successivamente tagliati da un empio furore, la carne strappata via da staffili di cuoio e gettata sotto i suoi occhi in mezzo al fuoco, ha potuto agonizzare tre giorni senza emettere un lamento, se non alla fine, quando fece udire il grido stesso del Salvatore sulla croce: Ho sete, Sitio! Trentuno giovani, la maggior parte ancora adolescenti, che di fronte al rogo venivano invitati a rinunziare alla preghiera (nome col quale si indicava nell'Uganda la nostra santa religione) e a cui si offriva in cambio la vita, hanno risposto: «Noi pregheremo finché avremo vita» e, bruciati vivi a fuoco lento, hanno continuato a recitare fino alla fine le loro preghiere in mezzo alle fiamme, e a sfidare così i loro carnefici...
I martiri dell'Uganda sono stati testimoni di Dio sulla terra: oggi sono suoi amici in cielo. Le loro preghiere per noi possono essere efficaci e salutari.

* Lettera presentata da A. Hamman in Ecrits d'Afrique, coll. «Lettres chrétiennes», Grasset 1966 - pp. 57-58.

 

 

N27  LA GRANDEZZA UNICA DEL PRECURSORE

           Guerrico d'Igny *

Eletto abate di Igny nella diocesi di Reims nel 1138, il beato Guerrico (1078-1157), già maestro nella cattedrale di Tournai, era entrato nel 1125 a Chiara valle, attratto dall'esempio di san Bernardo. Fra i discepoli del grande abate, Guerrico è forse il più vicino al maestro per il modo con cui interiorizza i misteri di Cristo, in una relazione personale con Gesù che preannuncia la devozione moderna, pur rimanendo nella linea della grande tradizione patristica. Senza dubbio Guerrico è meno originale di molti altri autori cistercensi, ma ci sembra più accessibile. I 54 sermoni sull'anno liturgico che abbiamo di lui, riflettono con grande semplicità il fervore che animava le prime comunità dell'ordine di Citeaux.

Fra i nati di donna, disse Gesù, non è apparso mai uno più grande di Giovanni Battista (ML 11, 11). Salomone aveva dichiarato: Ti lodi un altro e non la tua bocca (Prov. 27, 2). Ma quanto più grande è la gloria e la gioia di un uomo quando sono le labbra del suo Dio a lodarlo! Infatti Dio non può ingannarsi, né adulare. E non elogia facilmente qualcuno che potrebbe insuperbirsi per la lode o qualcuno di cui egli prevede la riprovazione finale. Giustamente la Scrittura ci dice di non lodare nessun uomo mentre é in vita: infatti non possiamo conoscere i segreti del suo cuore né prevedere come andrà a finire colui che deve confessare a se stesso: Non mi sento colpevole di nulla, ma non per questo sono giustificato (1 Cor. 4,4). Sappiamo che esistono uomini giusti e sapienti le cui opere sono nelle mani di Dio: ma tuttavia nessuno sa se è degno di amore o di odio e le cose future sono tutte incerte (cfr. Eccle. 9, 1-2). E' beato allora chi ha avuto la conferma di essere amato dalla testimonianza del Giudice stesso, perché la buona coscienza attuale non toglie il sospetto provocato dalla volubilità umana e non elimina il timore delle cose future. Si ha quindi un indiscutibile indizio di somma virtù e di grande perfezione tutte le volte che l'infallibile giudizio di Dio si degna di approvare con la sua lode un uomo ancora soggetto alla corruzione. E' veramente un grande elogio di giustizia quello che la Giustizia suprema rivolge a Noè: Ti ho visto giusto davanti a me (Gen. 7, 1). Segno di gran merito quel che di Abramo attesta Dio dicendo che per mezzo suo saranno adempiute le promesse fatte a lui (cfr. Gen. 22, 17-18). E quale trionfo risulta dal fatto che Dio si gloria di Giobbe di fronte all'invidia di Satana: Hai notato il mio servo Giobbe? Non c'è nessuno simile a lui sulla terra: integro, retto, timorato di Dio, alieno dal male (Giob. 1, 8). E quale non fu la grazia data a Mosè! Dio combatteva per lui e confondeva i suoi avversari (cfr. Num. 12, 6-8)... Che dire di Davide, chi simile a lui, del quale il Signore diceva, rallegrandosi, d'aver trovato un uomo secondo il suo cuore? (1 Sam. 13, 14).
Eppure, per quanto grande sia stata l'eccellenza di questi uomini e di altri, né fra questi né fra quelli, per la chiarissima testimonianza del Figlio della Vergine, è mai apparso uno più grande di Giovanni Battista. Certo, una stella differisce dall'altra per lo splendore, e nel coro degli astri - i santi, voglio dire - i quali, prima che sorgesse il vero Sole hanno rischiarato la notte di questo mondo, alcuni hanno brillato di meravigliosa luce; ma nessuno fra essi è stato più grande e più risplendente di questa luce mattutina, di questa lampada ardente e luminosa preparata dal Padre per il suo Cristo (cfr. Sal. 131,17). Dico: luce mattutina, astro dell'aurora, precursore del Sole, che annunzia ai mortali il giorno imminente e grida a quanti dormono nelle tenebre e nell'ombra di morte:
Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino (Mt. 3, 2). Come se dicesse: La notte si allontana e il giorno sta per spuntare: liberiamoci dunque dalle opere delle tenebre e rivestiamo le armi della luce (Rom. 13, 12). Risvegliati, o tu che dormi, sorgi di tra i morti e il Cristo t'illuminerà (Ef. 5, 14).

* In nativitate S. Jaannis Baptistae sermo III, 1-2; PL 185, 169-170.

 

 

N28  LA VIA DELLA CROCE DI GESÙ

           Beata Angela da Foligno *

Angela da Foligno è una delle prime e principali mistiche italiane. Sposa e madre, in breve tempo fu privata di tutta la famiglia. Deplorando le passate vanità, si liberò da ogni suo possesso ed entrò a far parte del terz'ordine francescano. Mori nel 1309 lasciando tra l'altro come sua principale eredità «Il Libro delle mirabili visioni e consolazioni» nel quale il suo direttore d'anima scrisse sotto dettatura le sue esperienze interiori, con l'intento di sottometterle al giudizio delle autorità ecclesiastiche. Questo libro, che parla delle diverse tappe della sua conversione e dei segreti dell'amore di Dio, è una specie di trattato completo di teologia mistica. L'umile terziaria è stata chiamata «maestra dei teologi», ma la sua saggezza nasce soltanto dalle illuminazioni dell'amore.

Bisogna, se vuoli la pace perfetta, che ti spogli di ogni vizio, e continuamente l'anima e 'l corpo facci vivere in seguitare la croce di Cristo, sì che in nulla cosa vogli soddisfare né all'anima né al corpo, se non quanto ti sia cagione e via di farti congiugnere con Cristo benedetto. E questa è la via della croce del buono Gesù, il quale non volle giammai fare se non quello che al suo Padre piacesse, sì come bene lo mostrò al tempo della sua passione. Lo quale cognoscendo tutto ciò che gli convenia patire, la sensualità della carne sua sì scotea, e dicea sì com'è scritto: «Padre, se possibile è, togli da me ch'io non sostenga questa pena e passione, tuttavia non la mia ma la tua volontà sia fatta» (cfr. Mi. 26, 39). Or così tue, anima, in questa croce fa' che tu privi il corpo e 'I cuore tuo d'ogni loro volontà e solo quella del Signore seguita, quantunque a te paia penosa ed aspera. E vedi grande meraviglia, ché questa croce ti fa vivere senza croce, sì che se tu la prendi perfettamente, per certo avrai pace perfetta, però che quando l'anima s'è accordata con Dio, né altro non vuole di sé che 'I volere di Dio, e però la croce sua non l'é croce, poi che piace a Dio che così porti. E in questo stato vivendo, sta sì contenta che nulla pena le pare pena. Anzi viene in tale desiderio, pensando le pene di Cristo, che vorrebbe tutte le pene dell'anima e del corpo, le quali portò in sé Cristo Gesù, se essere potesse, e vorrebbe tutte le pene dell'anima e del corpo, c'hanno avuto o avranno tutti gli eletti, sostenere e portare per amore di Cristo Gesù.
Ed acciò che possi comprendere la pace di questa anima così disposta, dicoti che se sapesse che a Dio piacesse ch'ella fosse nello 'nferno dannata non ne avrebbe dolore. Or dunque che croce potrebbe sostenere in questo mondo che non sia contenta, poi che l'essere dannata nello 'nferno per amore di piacere a Dio non ricusa? Cerca dunque, anima, e studiati di sostenere e portare la croce tua, in seguitare la croce di Cristo, che ti toglie ogni croce. E pensa che se lasci la dolce croce di Cristo Gesù, che tu non potrai campare sanza croce in questa vita e poi nell'altra. Ché pognamo che in questa vita abbi in queste cose di fuori alcuno refriggerio di queste cose mondane, se bene esaminerai le fatiche e gli affanni e' pericoli che tuttodì in molti modi sostieni e porti per esse, e sì nel corpo e sì dentro nell'anima, possonsi piuttosto chiamare guerra che pace. E questo adiviene perché l'anima si parte dalla via e dalla volontà del suo Creatore...
Dispregia dunque, anima, ogni diletto mondano, e in questo intendi ogni onore, ogni ricchezza e ogni diletto di corpo, di qualunque cosa si può dilettare, non togliendo la necessitade, e seguita la croce di Cristo, il quale elesse e fu sommo povero e vivendo e morendo, e ogni pena e ogni tormento nel suo corpo portando e sostenendo. E' fu vilmente disprezzato. O anima, pensa che per te salvare, sostenne queste cose. E come non ti vergogni di voler seguitare e tenere altra via che quella che tenne la tua guida e lo tuo capo? Lo tuo capo Gesù Cristo in croce incominciò, e così nel mezzo, e in croce finì la sua vita. Perché dunque t'indugi, perché se' tanto negligente e pigra, perché dubiti di salire e di dimorare e di finire nella croce? Se sempre in croce sarai, sempre con teco sarà Cristo Gesù crocifisso, e la tua croce ti farà parere dolce; e quest'é la via che ti mena a paradiso.

* La via della salute in Le nozze mistiche di S. Francesco e Madonna Povertà, Ed. Esperienze, Fossano 1969 - pp. 165-167.

 

 

N32  LA CONVERSIONE DI UN FILOSOFO

         San Giustino *

Originario della Palestina, San Giustino è uno dei cristiani del /I secolo che meglio conosciamo. All'età di trent'anni, deluso dallo stoicismo e da altre filosofie, preso nondimeno dall'entusiasmo per la scoperta del pensiero di Platone, si era convertito al Cristianesimo. Con fervore, questo filosofo ed apologista si mise alla scuola dei 'maestri-profeti'. Leale e di mente assai aperta, egli seppe sempre ammirare ogni verità, anche se parziale. Risiedette ad Efeso, e tenne scuola per due volte a Roma. Di lui ci restano due difese del Cristianesimo: le sue Apologie e un Dialogo con [l'ebreo] Trifone. Il suo audace coraggio davanti ai persecutori della Chiesa gli costò la decapitazione, avvenuta a Roma nel 165.

Mi sentivo totalmente attratto dal desiderio di comprendere le cose immateriali. La contemplazione delle idee platoniche dava ali al mio pensiero. Ritenevo di essere diventato in poco tempo un saggio e, nella mia sufficienza, speravo di vedere Dio subito, perché tale è infatti l'obiettivo della filosofia di Platone.
In questo stato d'animo, presi un giorno la risoluzione di saziarmi di solitudine lontano dal consorzio umano, e partii per una località situata in prossimità del mare. Mi stavo avvicinando a questo luogo in cui contavo di trovarmi solo, quando un vegliardo dall'aspetto venerabile e dall'incedere dolce ma al tempo stesso solenne, si mise a seguirmi a poca distanza. Mi girai verso di lui e mi fermai per rendermi conto chi in realtà egli fosse e che cosa mai volesse. «Mi conosci?» egli mi disse. lo risposi di no... «Sono preoccupato per i miei familiari. Essi mi hanno lasciato per andare all'estero, e vengo a vedere se per caso non stiano per rifarsi vivi da un momento all'altro, da qualche parte. E tu, che ti ha condotto qui?» «A me piace - risposi - andarmene in giro in questo modo, perché così posso, senza impedimento alcuno, dialogare con me stesso; e questi luoghi sono assai adatti alla meditazione filosofica». - «E' dunque il ragionamento - riprese il vegliardo - e non tanto l'azione e la verità che ti attirano? E pensi di più alla speculazione che non all'azione?» Gli replicai: «E' possibile realizzare un bene più grande di quello di dimostrare che la ragione governa ogni cosa? Se noi la abbracciamo e ci lasciamo trasportare da essa, riusciamo a renderci conto del genere di vita degli altri, dei loro errori, accorgendoci che non fanno nulla di sensato e di gradito a Dio...».
«Allora la filosofia dà la felicità?» chiese il vegliardo. «Certamente - risposi - ed essa sola...».
«Come è dunque - disse allora - che i filosofi possono farsi un'idea esatta di Dio o parlare di lui con qualche verità, quando non lo conoscono, non avendolo mai visto né mai udito?» «Ma, padre - risposi - la divinità non è visibile ai nostri occhi come lo sono gli altri esseri viventi; essa è accessibile unicamente alla sola intell igenza, come dice Platone; ed io ne condivido l'idea... A quale maestro si potrebbe dunque ricorrere, e dove trovare l'aiuto, se neppure i filosofi non possedessero la verità?» - «Vi sono stati, molto tempo fa - continuò il vegliardo - degli uomini più antichi di tutti questi filosofi, degli uomini beati, giusti ed amici di Dio. Essi parlavano ispirati dallo Spirito di Dio e predicevano un futuro che ora si è avverato. Essi vengono chiamati: i profeti. Essi soli hanno visto la verità e l'hanno annunciata agli uomini... Hanno glorificato Iddio Padre, creatore dell'universo, ed hanno annunciato colui che Dio ha inviato sulla terra: Cristo, suo Figlio... E tu, prima di ogni altra cosa, prega perché le porte della luce ti siano aperte, in quanto nessuno può vedere né capire, se Dio o il Figlio suo non gliene danno la capacità».
Dopo avermi detto tutte queste cose e molte altre ancora, di cui non è il momento ora di parlare, il vecchio se ne andò, raccomandandomi di far sì che il mio spirito vi riflettesse. Non l'ho mai più rivisto. Ma, improvvisamente, un fuoco si accese nella mia anima. Fui preso d'amore per i profeti, per quegli uomini che sono amici di Cristo. Riflettendo sulle parole del vegliardo. riconobbi che quella era la sola filosofia sicura e vantaggiosa.

 * Dialogo con Trifone, 2-4, 7-8 - PG 6, 478-482, 491.

 

N33   FIDIAMOCI DI COLUI CHE CI HA AFFIDATO IL PESO CHE PORTIAMO

         San Bonifacio *

L'opera di evangelizzazione di San Bonifacio attraverso tutta la Germania, manifesta, nell'ottavo secolo, la stessa potenza di Cristo risorto che animava gli apostoli. Come quella di Cristo, la sua opera fu coronata dal martirio; martirio che questo pastore subì in Frisia nel 754. Monaco inglese inviato sul continente, Bonifacio aveva sostenuto le Chiese che andava fondando con la costruzione di monasteri benedettini, centri di preghiera e di civiltà, che gli furono, fra /'altro, d'aiuto nella riforma della Chiesa franca.
I suoi scritti riflettono spesso le preoccupazioni di un vescovo missionario, come ne è testimone la pagina seguente.

La Chiesa, simile ad una grande nave, solca le acque del mare del mondo. Essa è assalita dai vari ed innumerevoli flutti delle prove della vita. Di conseguenza, non può essere lasciata a se stessa, ma deve essere governata, allo stesso modo in cui lo fu, per esempio, dai nostri primi Padri (Clemente e Cornelio e molti altri nella città di Roma, Cipriano a Cartagine, Atanasio ad Alessandria). Sotto gli imperatori pagani, essi dovettero guidare la nave di Cristo, la Chiesa, mediante il loro insegnamento, la loro protezione, le loro fatiche e sofferenze, fino allo spargimento del loro sangue...
Nel considerare questi Padri, e quelli che come loro si comportarono, io sono preso da spavento. Timore e terrore m'invadono, m'involge il ribrezzo delle mie colpe (Sal. 54, 6). Se lo potessi, vorrei augurarmi di lasciare una volta per tutte il governo della Chiesa da me un tempo ricevuto, onde poter trovare presso i Padri o nelle Sacre Scritture, esempi che mi servissero di incoraggiamento.
Ma dal momento che tutto deve restare così e che la verità può essere contestata ma non può essere vinta, né può ingannarsi, il nostro spirito affaticato troverà rifugio presso colui che ha detto, per bocca di Salomone: Confida nel Signore con tutto il cuore, ma non basarti sulla tua prudenza; in tutte le tue azioni pensa a lui, ed egli appianerà le tue difficoltà (Prov. 3, 5-6); ed in altra parte: Torre robusta è il
nome del Signore (Prov. 18, 10). Vi si rifugi il giusto, e sarà salvo!
Teniamoci saldi nella giustizia e prepariamo le nostre anime alla prova, affinché possiamo osservare i termini che Dio ci ha imposti, e dirgli: O Signore, tu fosti per noi rifugio di generazione in generazione (Sal. 89, 1). Abbiamo fiducia in colui che ci ha affidato il peso che portiamo. Ciò che non possiamo portare con le nostre sole forze, portiamolo per mezzo di colui che è onnipotente e che ha detto: 11 mio giogo è soave e il mio peso è leggero (Mt. 11. 30).
Risorgiamo per la battaglia nel giorno del Signore, perché sta per avvicinarsi un tempo di prove e di angosce. Moriamo, se Dio lo vuole, per le sante leggi dei Padri nostri, onde acquistarci il merito di poter prendere parte con loro all'eredità eterna. Cerchiamo di non essere dei cani muti, delle sentinelle silenziose, dei mercenari che fuggono davanti ai lupi. Cerchiamo invece di essere dei pastori in agguato, che vigilano sul gregge di Cristo e che proclamano la volontà di Dio tanto al misero quanto al potente, al ricco come al povero, agli uomini di ogni condizione e di ogni epoca, opportunamente e no, nella misura in cui Dio ce ne daràla forza.

 * Lettera a Cuthbert: PL 89, 765-768.

 

N41  DALLA CROCE ADORATA ALLA CROCE VISSUTA

        Giulio Bevilacqua *

Padre Bevilacqua, il «parroco-cardinale» nacque nel Veronese nel 1881. Si laureò a Lovanio con una tesi di carattere sociologico. Filippino nel 1906 e sacerdote due anni dopo, fu pensatore, scrittore e predicatore profondo e apprezzatissimo. Parroco in tempo di pace e cappellano durante la guerra, può veramente essere chiamato un «umanista cristiano» nel senso più pieno dell'espressione. Quando, a 84 anni, fu fatto cardinale e accettò questa dignità a patto di poter rimanere semplice parroco di periferia, si comprese che era uno degli uomini delle nuove frontiere della Chiesa, che davvero aveva saputo mantenersi sempre giovane. Morì povero fra i poveri i/ 6 maggio 1965, concludendo la sua splendida testimonianza di vita evangelica.

Bisogna morire all'equilibrio umano. Questa morte e questa vita in Cristo non diventa pura follia? Fino dall'inizio della vita di Gesù, i suoi crollavano la testa esclamando: è fuori di senno! (Mc. 3,21). Il termine del suo cammino sarà segnato dai suoi nemici con l'identico verdetto: ha perduto il senno, perché state a sentirlo? (Gv. 10, 19). Per portare il nome di cristiano senza ironia, è necessario affrontare questo marchio segnato sulla nostra fronte dai nemici, e talora dai parenti: è fuori senno! Difatti entrare nella biosfera di Cristo è rinunciare ad ogni concetto di equilibrio e di misura. Paolo parla di larghezza e lunghezza, altezza e profondità del mistero di Cristo (cfr. Ef. 3, 18); orizzonte infinito ed ineffabile; noi però in questo magnifico sistema solare afferriamo un centro: la croce. I giudei chiedono miracoli e i greci sapienza, ma noi - scrive Paolo ai Corinti - predichiamo Cristo crocifisso scandalo per i giudei e stoltezza per i gentili (1 Coro 1, 22-23). Basta fissare quest'asse del dogma, della vita, del culto cristiano per comprendere che il cristianesimo è negazione totale di ogni equilibrio umano. E' fuori di senno! Pietro respinge questo centro con meraviglia e indignazione appena il Cristo accenna alla croce...
La vita cristiana integrale non può essere che traduzione, incarnazione, nella vita e nel tempo, di questo divino e misterioso squilibrio. Vita cristiana è passaggio
dalla follia asserita alla follia vissuta; passaggio dalla croce adorata alla 'croce vissuta. Il genio greco - genio di misura insegnava l'etica dell'onore. Essa si fonda su pochi principi perfettamente ragionevoli: comportarsi da uomo - rendersi padrone deHe proprie passioni - sopportare dignitosamente il dolore. Sanità perfetta del corpo, dell'anima, della città. Gesù sconvolge questo capolavoro di ragionevolezza e di sanità vitale portando nel cuore stesso della vita la contraddizione, la negazione di ogni esigenza elementare d'ordine. «Giogo leggero» non è traducibile in «giogo facile»! Giogo ,leggero non significa precetto comprensibile e realizzabile a prima vista! La croce impone. a chi entra nella sua sfera, uno sforzo di unificazione da portare a tensioni eroiche della volontà: amate con tutto il cuore, tutto l'animo, tutta la mente, tutte le forze. La croce precorre la natura, ne rinnega talora le esigenze più evidenti; bisogna amare oltre (o contro?) la natura, lo straniero, il nemico; bisogna fare del bene a chi mi odia.
Il vincolo della carne e del sangue che ci lega al padre, alla madre, alla sposa, agli stessi figli si deve spezzare se nella vita entra il segno di contraddizione: Gesù! Bisogna saper odiare perfino la vita (cfr. Gv. 12,25)... La vita cristiana è il passaggio pieno, generoso, personale, senza ritorni e senza rimpianti, dall'equilibrio classico ed umano, allo squilibrio originato dal contatto pieno dell'uomo con l'amore infinito.

* L'uomo che conosce il soffrire - Ed. Studium, Roma 1940 pp. 145-147.

 

N42  I MIRACOLI DI CRISTO, PAROLA DI DIO

          Jean Mouroux *

Teologo dell'esperienza mistica, Jean Mouroux, si è anche occupato del fondamento biblico dell'antropologia cristiana. Nato a Digione nel 1901, ha compiuto gli studi dapprima nella sua città natale e in seguito alle Facoltà cattoliche di Lione. Dal 1931 è professore di teologia al Seminario di Digione.
Nel libro «Je crois en Toi», da cui è tratto il brano che segue, egli analizza l'atto di fede che impegna tutto intero l'uomo in un dialogo con Dio, Agente primo di tutte le cose.

Quello che noi abbiamo sentito, ci dice san Giovanni, quello che abbiamo visto coi nostri occhi e che abbiamo contemplato, quello che abbiamo toccato con le nostre mani del Verbo di vita... tutto quello che abbiamo visto e sentito, noi ve l'annunziamo (1 Gv. 1, 1. 3). Dio manifesta nei suoi testimoni la sua parola: Dio, nel tempo stabilito, dice san Paolo, ha manifestato la sua parola in un annunzio di cui, per ordine di Dio nostro Salvatore, io ho avuto !'incarico (Tit. 1, 3). Quello che è vero degli apostoli, testimoni iniziali, è vero della Chiesa, testimonio permanente... Diversi sono gli intermediari umani, ma fino alla fine dei tempi, è sempre una parola viva e personale di Dio che presenta all'anima le verità della fede.
Succede la stessa cosa per i segni con i quali Dio conferma la sua testimonianza. Essi non sono, esisenzialmente, prove universali, elementi astratti di convinzione, principi di dimostrazione tecnica. Potranno - e dovranno - essere utili per tali scopi. Ma non sono, in primo luogo, compresi in queste categorie. Sono interventi di Dio, gesti, chiamate imperiose o sommesse, tranquille come un fiume o improvvise come un lampo, ma sempre rivolte da Dio a un'anima o a un gruppo (e in questo gruppo a ciascuno in particolare). E' proprio così: se in questo momento Dio mi parla, mi dà contemporaneamente un segno.
Questi segni sono personali nella loro origine, prima di tutto perché costituiscono una cosa sola con la testimonianza. Non sono né elementi sovrapposti dal di fuori, né I prove semplicemente collegate al messaggio e all'oggetto
divino mediante dichiarazioni o ragionamenti estrinseci. Sono tutte manifestazioni di una presenza reale e mostrano che il Dio personale sta operando per noi... Attraverso tutti questi segni è sempre il Dio personale che si rivela e si fa riconoscere: «Qui c'è il dito di Dio».
Personali nella loro origine, i segni sono inoltre sempre diretti a una persona. Dio non agisce mai e non parla mai in generale. Dio non si rivolge a esseri presi nelle loro caratteristiche generali e astratte. Lo abbiamo fatto notare più su: Dio si rivolge a ogni anima nel suo segreto più personale. Perciò un miracolo compiuto davanti a una "folla non è destinato alla folla in quanto tale, ma a ciascuno di quelli che formano questa folla. Il miracolo parla agli occhi mentre la grazia parla al cuore: dall'unione di questi due elementi della testimonianza - segno esterno e grazia interiore - nascerà l'atto di fede. Ma questi due elementi derivano da un'unica azione dello stesso Dio e sono due mezzi coi quali la Persona divina raggiunge la persona umana e le fa prendere coscienza della sua vocazione alla fede: duplice stimolo, a cui l'uomo corrisponderà con uno slancio di tutta la sua anima o che, in piena libertà, potrà anche rifiutare.

* Je crois en Toi coll. «Foi vivante», Le Cerf, Parigi 1966 pp. 28-32.

 

N61  I CRISTIANI E IL MONDO

         Lettera a Diogneto *

"La lettera a Diogneto» è un'apologia. L'unico manoscritto che possediamo fu scoperto nel XV secolo. Sembra di poterla datare attorno all'anno 200 e considerarla scritta in Grecia o ad Alessandria. I capitoli tre e cinque, che sviluppano alcune tesi sul compito dei cristiani nella storia, sono il centro di questo scritto, e la loro fecondità è di un'attualità estrema. In due luoghi, nella "Lumen Gentium» (38) e nel Decreto "Ad Gentes» (15), il Concilio suggerisce la meditazione del testo che presentiamo e che costituisce un buon commento alle parole del Vangelo: Voi siete il sale della terra (Mt. 5, 13).

I cristiani non si distinguono dagli altri uomini, né per territorio, né per lingua, né per modo di vivere. Essi non abitano città loro proprie, non usano un linguaggio particolare né conducono un singolare genere di vita. La loro dottrina non è conquista del genio inventivo o della riflessione di uomini irrequieti; né essi professano, come fanno alcuni, un sistema filosofico umano. Abitando in città civili o barbare, come a ciascuno è capitato, e seguendo gli usi del paese nel vestito, nel cibo e in tutto il resto del vivere, danno prova di una forma di vita sociale meravigliosa che, a detta di tutti, ha dell'incredibile.
Abitano la loro patria, ma come pellegrini; prendono parte a tutto come cittadini e si sottomettono a tutto come stranieri. Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è, per loro, terra straniera. Si sposano come tutti gli altri e hanno figli, ma non abbandonano i neonati. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro tenore di vita vanno molto al di là.
Amano tutti e da tutti vengono perseguitati. Non sono capiti, e vengono condannati; sono messi a morte e ne ricevono vita. Sono poveri, e arricchiscono molti; sono privi di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nel disprezzo trovano gloria; vengono calunniati, e si aggiunge testimonianza alla loro innocenza. Sono ingiuriati, e benedicono; trattati con violenza, rendono onore. Quando fanno del bene, sono puniti come dei malfattori; ed anche allora godono, quasi si dia loro vita. I Giudei li combattono come gente straniera, e i Greci li perseguitano; ma chi li odia non sa dire il perché.
In breve, i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo. L'anima è in tutte le parti del corpo, e anche i cristiani sono sparsi in tutte le città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo: anche i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo... Questo è il posto di combattimento che Dio ha loro assegnato, e non è loro permesso di disertarlo.

* Epistole pros Diogneton - V-VI - Corona Patrum Salesiana - Series Graeca - VoI. XIV - S.E.I., Torino 1942, pp. 315-317.

 

N62  IL LAICO È ESSENZIALMENTE UN TESTIMONIO

        Papa Paolo VI *

Ogni fedele dovrebbe rendersi conto della propria definizione e della propria funzione nel quadro del disegno divino della salvezza. Basti a Noi richiamare alla vostra considerazione una parola, che ha molta fortuna nel discorso spirituale moderno: la parola «testimonianza». E' una bella parola, molto densa di significato, apparentata con quell'altra, più grave e specifica, che suona «apostolato», di cui la testimonianza sembra essere una forma subalterna, ma assai estesa, che va dalla semplice professione cristiana, silenziosa e passiva, fino al vertice supremo, che si chiama martirio e che significa appunto testimonianza. Questo già dice come il termine, oggi tanto usato, di testimonianza nasconda, anzi manifesti molti aspetti della mentalità cristiana...

Nel senso che ora ci interessa, la testimonianza è la trasmissione del messaggio cristiano; una trasmissione per via di esempio, per via di parola, per via di opere, per via di vita vissuta, di sacrificio in omaggio alla verità posseduta come valore; valore superiore al proprio stesso benessere e talvolta alla propria stessa incolumità. E' una verità professata, con intenzione di comunicarla ad altri. Il che suppone tre cose fondamentali: la convinzione propria, personale dapprima; il che esige, a sua volta, una coscienza istruita e convinta: quale testimonianza cristiana può dare chi non ha sufficiente cognizione di Cristo? Chi non vive della sua parola e della sua grazia? La testimonianza non è una semplice professione esteriore, convenzionale; non è un mestiere abituale; è una voce della propria coscienza, è un frutto di vita interiore, è nel suo caso migliore (assicurato al discepolo fedele) il dono d'una ispirazione, che sorge limpida e imperiosa dal fondo dell'anima. Ed è un atto di maturità e di coraggio, al quale il cristiano dovrebbe essere sempre preparato; ce lo insegna San Pietro: dovete essere sempre pronti a dar soddisfazione a chiunque vi chieda ragione della speranza che è in voi (1 Pt. 3, 15).
La seconda cosa fondamentale, riguardante la testimonianza cristiana, è la funzione ch'essa esercita nell'economia religiosa cristiana: questa economia, cioè questo disegno, questo piano che regge tutto il sistema dei nostri rapporti con Dio e con Cristo, si fonda sulla testimonianza. Una testimonianza a catena: Cristo è il primo grande testimonio di Dio, Verbo lui stesso di Dio, il Maestro che domanda fede nella sua Persona, nella sua parola, nella sua missione. Poi vengono gli Apostoli, i testimoni oculari e auricolari; ricordate l'incisiva parola dell'evangelista Giovanni: Noi abbiamo veduto e lo attestiamo (1 Gv. 1, 2). E S. Agostino che commenta «Dio ha voluto avere uomini per testimoni» (In Ep. ad Parthos, P.L. 35, 1979). E Gesù, congedandosi dai suoi Apostoli: Voi mi sarete testimoni (Atti 1, 8).
E questo ci insegna finalmente una terza cosa: il fine della testimonianza. A che cosa tende; e nella pratica nostra, a che cosa deve tendere: a produrre la fede. Il testimonio è un operatore di fede. Il Concilio ne parla continuamente (cfr. Lumen Gentium, 10-12; Ad Gentes 21; etc.). La testimonianza cristiana è il servizio alla verità che Cristo ha lasciato al mondo; è la trasmissione di questa eredità di salvezza.
Ora la conclusione, figli carissimi, è questa: «Il laico - il fedele cristiano - è per essenza un testimonio. Il suo stato è quello della testimonianza». Non è un maestro qualificato, non è un ministro sacerdotale. E' teste di ciò che la Chiesa insegna e che lo Spirito Santo gli fa accettare e in certo modo sperimentare, vivere. Ma quale grande missione quella di essere testimoni di Cristo! Ciascuno di voi lo può e lo deve essere!

* Udienza generale del 10 gennaio 1969. Osservatore Romano dell'11 gennaio 1968.

 

N63 CRISTIANI PAGANI E PAGANI CRISTIANI

         Carlo Rahner *

Il teologo tedesco, nato nel 1904, si mostra sempre attento al dialogo con «i lontani». Egli mette in guardia i figli della Chiesa contro una reale mancanza di fede, che la pratica religiosa superficiale cerca di mascherare. Questo avvertimento si inserisce nella linea della predicazione del Cristo ai farisei del suo tempo.

Quando il Figlio venne nella sua proprietà, i suoi non lo ricevettero. Il «patriottismo» del popolo eletto avrebbe dovuto consistere nella fede in Dio e nella sua parola, quindi anche nella sua nuova parola. Ma il Verbo incarnato non trovò una tale fede. Quel popolo riteneva definitivamente regolato, da lungo tempo, il suo rapporto con Dio, nel quale pensava non ci fosse più nulla da cambiare. Gli sembrava che la sua alleanza con Dio fosse una ragione per non lasciarlo avvicinare maggiormente a sé, e che la sua obbedienza di altri tempi lo dispensasse ormai dall'ascoltare ancora più a lungo quel che Dio voleva dirgli. Il Figlio non trovò più alcuna fede presso il popolo che credeva nel Padre, poiché esso era già troppo «credente». Trovò invece questa fede in un centurione della potenza pagana che occupava il paese. Allora fu preso da ammirazione colui che sa tutto da sempre. Durante tutta la vita questa ammirazione rimase nel cuore del figlio dell'uomo ed anche la commozione riguardo a molti che sembrano essere fuori e sono dentro e riguardo a quelli che, nati cittadini del Regno, saranno gettati nelle tenebre esteriori. Perché la fede incondizionata spesso sgorga più facilmente dal cuore dei «non credenti» che dal cuore di quanti già da sempre sono credenti ortodossi, e perché il cielo trova la penitenza sincera piuttosto nei peccatori che in quelli che pensano di non averne bisogno.
Tutto ciò è valido anche oggi. Le frontiere del Regno di Dio non coincidono esattamente con le frontiere confessionali e neanche con quelle che separano i, cattolici «praticanti» dai «non-praticanti». Questo non significa che Dio non ci voglia cattolici e praticanti per di più; ma tra i cattolici non tutti sono veri figli del Regno. Il libro
della vita non concorda semplicemente con le statistiche religiose, gli schedari parrocchiali e gli elenchi dei membri delle associazioni cattoliche...
Bisogna che il cattolico praticante eserciti nella vita le virtù che si chiamano pazienza, modestia, amore del prossimo, onestà e tutte le altre virtù nelle quali spesso i figli del secolo sembrano superarci. L'ortodossia e la fede che giustifica veramente, sono due cose diverse. Sotto la «veste candida» può esserci un cuore che manca di Dio e della vera carità... In un modo o nell'altro, noi siamo tutti dei cristiani pagani che rifiutano di credere al Signore. Egli cammina sempre in mezzo al suo popolo e certamente si stupisce di trovarvi così poca fede.
Noi dovremmo guardarci intorno per riconoscere i «pagani cristiani», cioè quegli uomini che sono vicini a Dio, senza saperlo, e ai quali la luce giunge velata a causa dell'ombra proiettata da noi. Dall'oriente all'occidente, degli uomini camminano verso il Regno di Dio per strade non indicate sulle carte ufficiali. Quando noi li incontriamo, essi dovrebbero vedere, rendersi conto, mediante noi, che le vie ufficialmente segnate, sulle quali noi camminiamo, sono le più sicure e le più rapide.

* Glaube, die die Erde liebt. - Ed. Herder, Friburgo (Brisgovia).

 

N64  UN CRISTIANO DEVE NECESSARIAMENTE DIFFONDERE LA LUCE

         San Giovanni Crisostomo *

Dopo aver compiuto studi brillanti e aver passato parecchi anni nella solitudine, Giovanni Crisostomo fu ordinato sacerdote ad Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò ben presto una eccezionale forza di eloquenza. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si dedicò a correggere gli abusi che si erano introdotti in questa Chiesa e a ravvivare la fede nei fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia e soprattutto di S. Paolo e del Vangelo, sembrò rivoluzionario a molti dei suoi contemporanei. Il coraggio con cui denunciò il lusso della corte imperiale, lo condusse per due volte in esilio. Confinato sul Mar Nero, nel Ponto, morì ormai esausto nel 407.

Niente è più freddo di un cristiano, che non si interessa della salvezza degli altri. Non puoi, a questo proposito, prendere come scusa ,la tua povertà: la vedova che offrì le due monetine si leverebbe ad accusarti. Anche Pietro disse: Non ho né oro né argento (At. 3, 6) e Paolo era talmente povero, che spesso soffriva la fame e mancava del cibo necessario. Non puoi appellarti all'umiltà della tua nascita: anch'essi erano gente oscura, nati da umile condizione. Non puoi mettere avanti come pretesto la tua ignoranza: anch'essi erano gente incolta. Anche se tu fossi uno schiavo, un fuggiasco perfino, potresti ugualmente compiere tutto quello che dipende da te, perché anche Onesimo era uno schiavo: eppure guarda a che dignità fu chiamato!... Non puoi prendere come scusa la tua debolezza fisica: anche Timoteo era debole di salute e aveva molti mali. Come testimonianza delle sue infermità senti cosa gli dice S. Paolo: Fa' uso anche di un po' di vino, a motivo del tuo stomaco e delle tue frequenti in disposizioni (1 Tim. S, 23). Qualsiasi persona può portare aiuto al suo prossimo, se desidera fare tutto quello che può.
Non vedete come sono vigorosi, come sono belli, slanciati, piacevoli, lussureggianti gli alberi senza frutto? Ma se noi possedessimo un giardino, preferiremmo avere dei melograni o degli ulivi che sono molto più produttivi. Gli alberi belli servono per dare gioia, ma non per rendere guadagno: la loro utilità è minima. Coloro che pensano a se stessi sono come alberi sterili: anzi, in un certo senso, non sono nemmeno tali perché servono soltanto per essere bruciati. Gli alberi senza frutto, almeno, possono servire per costruire o rendere solidi gli edifici. Tali erano le vergini stolte: certo, erano pure, belle e modeste, ma non erano utili a nessuno e per questo furono bruciate. Come loro sono tutti quelli che non nutrono il Cristo. Guarda: nessuno di questi è accusato dei suoi peccati personali, dei suoi adulteri, dei suoi spergiuri, o altro. Niente di ciò: vengono accusati di non essersi resi utili al prossimo. Come può essere cristiano chi fa così? Dimmi un po': se il lievito mescolato alla farina non fa lievitare tutta la pasta, è forse lievito? E se il profumo non avvolge del suo soave odore tutti quelli che si avvicinano, lo chiameremo ancora profumo?
Non dire: mi è impossibile trascinare gli altri; se tu sei cristiano, è impossibile che questo non avvenga. Come è vero che le realtà naturali non possono essere in contraddizione fra di loro, 'così anche per quello che abbiamo detto: operare il bene è insito nella natura stessa del cristiano. Se tu affermi che un cristiano è nell'impossibilità di portare aiuto agli altri, offendi Dio e gli dai del bugiardo. Sarebbe più facile per la luce essere tenebra, che per un cristiano non diffondere luce attorno a sé. Non dire: è impossibile. E' il contrario che è impossibile. Non fare violenza a Dio.

* Omilia k' - eis tas Praxeis ton apostolov- PG. 60, 162-164.

 

 

N65  SEMPLICE COME COLOMBA E PRUDENTE COME IL SERPENTE (cfr. Mt. 10,16)

           Papa Giovanni XXIII *

Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963) viene preparato da una lunga successione di responsabilità a salire sulla cattedra di san Pietro come successore di Pio XII. Anche quest'ultima missione affidatagli da Dio è illuminata e vivificata da quel motto «Oboedientia et pax» che era stato il programma di tutta la sua vita. Vuole realizzare il suo pontificato nel pieno significato etimologico della parola «Pontifex»: colui che getta un ponte, che unisce e non separa, che allaccia contatti ed apre incontri: «lo cerco ciò che unisce, non ciò che divide». Sue encicliche sono la «Mater et Magistra» e la «Pacem in terris», che è l'espressione più completa del suo spirito anelante alla pace. Ma la sua grande creazione è il Concilio Vaticano II, sgorgato dal suo intenso desiderio pastorale, dall'ansia di ricondurre le anime a Dio, di riunire i credenti in Cristo, di far risplendere la Chiesa come «Signaculum nationum».

Trattare tutti con rispetto, con prudenza e con semplicità evangelica. Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del Papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all'esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il «semplice, retto e timorato di Dio» è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo, anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullagine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell'animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui.
Il prudente è chi sa tacere una parte della verità che sarebbe inopportuna a manifestarsi, e che taciuta, non guasta la parte di verità che dice, falsificandola; quegli che sa giungere ai buoni fini che si propone, scegliendo i mezzi più efficaci di volere e di operazione; che in tutti i casi sa prevedere e misurare le difficoltà opposte e le contrarie, e sa scegliere la strada di mezzo con difficoltà e pericoli minori; quegli che, essendosi proposto un fine buono e anche nobile e grande, non lo perde giammai di vista, giunge a superare tutti gli ostacoli e lo porta a buon termine; quegli che in ogni affare distingue la sostanza e non si lascia impacciare dagli accidenti; tiene serrate e converge le sue forze a fine felice; quegli che alla base di tutto questo spera il buon esito da Dio solo, in cui confida; e se anche non riuscì in tutto o in parte, sa di aver fatto bene, tutto riportando alla volontà e alla maggior gloria di Dio.
La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L'amore prega, l'intelligenza vigila.
Vegliate e pregate (Mt. 26, 41). Conciliazione perfetta. L'amore è come la colomba che geme, l'intelligenza operativa è come il serpente che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino.

* Il giornale dell'anima, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1967 - pp. 341-342.

 

 

N69   L'APOSTOLATO DELLA CHIESA, OPERA DI TUTTI I CRISTIANI

          Lacordaire  * 

Enrico Lacordaire (1802-1861), avvocato dal brillante avvenire, si presenta a San Sulpizio di Parigi nel 1824 ed è ordinato sacerdote nel 1827. Compromesso nel modernismo con Lamennais, si sottomette docilmente al magistero romano. Entrato nel 1839 nell'Ordine dei Predicatori, assume il nome di Domenico e si dedica al ristabilimento dei Domenicani in Francia. Le sue Conferenze nella Cattedrale di Notre-Dame di Parigi lo hanno reso celebre. Una eccezionale attitudine oratoria, una sensibilità delicatissima, ma anche una specie di passione per le realtà della fede distinguono questo predicatore che si sentiva spinto a predicare la Parola a tempo e fuori tempo dalla carità stessa di Cristo.

E' forse solo ad alcuni uomini scelti ed eccezionali che è stato rivolto questo comando: Andate e insegnate (Mt. 28, 19)? L'apostolato è forse una peculiarità nella Chiesa cattolica, o un fatto generale? E' forse solo ai suoi discepoli che il Cristo ha detto: Andate e insegnate? No; lo Chiesa tutta è solidale con tutto ciò che si fa nella Chiesa. V'è una comunione di tutto e in tutto fra tutte le membra della famiglia del Cristo. Il dire: "Questo è impegno di alcuni cristiani nella Chiesa e non è affatto obbligo mio», corrisponde ad una affermazione anticristiana. San Pietro, rivolgendosi ai primi fedeli, diceva loro: Voi invece siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, di acquisto, affinché annunziate le meraviglie di Dio, che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce mirabile (1 Pietro 2, 9), in modo che, eredi della luce tramite i nostri padri, possiamo essere i dispensatori della luce ai nostri contemporanei e alla nostra posterità. Non è soltanto per voi che il sole di giustizia (Mal. 4, 2) è stato acceso in voi, ma perché esso risplenda attorno a voi. Nella natura, gli stessi vostri occhi non han ricevuto la luce per conservarla per sé; essi la riflettono, trasfondono l'anima vostra al di fuori, e chiunque voglia comunicar con voi guarda nei vostri occhi per discernervi la luce che vi è, e veder mediante essa quella luce più risplendente che è il vostro spirito. Voi irradiate ovunque ciò che siete; e in conseguenza, se possedete lo spontaneo irradiamento di tutte le vostre facoltà, di tutte le vostre potenze interiori, quanto più dovrete possederlo nell'ordine soprannaturale, che è essenzialmente uno stato di donazione e di carità?
Dunque, fratelli, è certo, secondo la Scrittura e la tradizione, che allorché Dio disse: Andate e insegnate, lo ha detto alla Chiesa, alla sua Chiesa con la quale egli sarà sino alla consumazione dei secoli. E' la sua Chiesa che è apostolica, e questo titolo, che si addice alla Chiesa in genere, conviene «per solidarietà di comunione», come dice il Simbolo di Nicea, ad ogni fedele individualmente. Ogni cristiano è uno nella verità e nel ministero gerarchico, che sono uno, ogni fedele è santo nella morale e nella pratica del Vangelo che sono santi; ogni fedele è cattolico nel legame di universalità che lo accomuna con tutti gli altri; ogni fedele è apostolico, perché gli è stata data una luce che egli deve effondere su tutti.
E
infatti, chi è fra voi colui che non comunichi la verità che possiede e non senta che verso fratelli, sorelle, figli, genitori, amici, e ovunque si estenda la sua azione, egli ha il diritto, il dovere di comunicare la fede ch'è in lui? Qual è il cristiano che mai si sia commosso pensando agli increduli che lo attorniano, che non abbia sofferto, pregato, invocato lo Spirito Santo? Se siamo apostolici, dobbiamo contribuire all'apostolato. Tutti dobbiamo dimostrare che non è senza senso il titolo che abbiamo portato e che portiamo.


 * Sermon sur la Rédemption, predicato a Notre-Dame il 3 maggio 1850, in Sermons, instructions et allocutions, éd. Poussielgue, Parigi 1885. Tomo Il.

 

N70   «VORREMMO VEDERE GESÙ»

         Cardinal Suenens *

Il primate del Belgio, Arcivescovo di Malines-Bruxelles, nato nel 1904, ha svolto funzioni di prim'ordine quale moderatore al Concilio Vaticano Il. A fianco di opere vigorose, dedicate all'incremento dell'apostolato ed alla corresponsabilità nella Chiesa, egli offre ai suoi lettori o uditori la sua riflessione teologica su Gesù Cristo, centro di tutto il suo pensiero e, unitamente all'avvenire della Chiesa, della sua speranza.
Questo pastore dinamico e sollecito d'un aggiornamento autentico dà con ciò testimonianza d'una fede personale vivente e ferma.

Ciò che l'umanità attende da noi, cristiani, è che le mostriamo il volto del Dio vivente.
La Rivelazione non è principalmente un complesso di verità astratte, un catalogo di proposizioni, di tesi dottrinali, ma è anzitutto qualcuno che si rivela. L'esclamazione di Claudel nel momento della sua scoperta di Dio: «Ecco che tu sei Qualcuno, finalmente!» rimane vera per ogni incontro religioso autentico.
La Rivelazione è Dio che si rivela a noi, che viene a noi e in noi per camminar con noi sulle nostre vie e la cui Parola vivificante e sempre attuale penetra e trasfigura le nostre vite.
La Rivelazione è una storia unica, composta di avvenimenti che hanno salvato e salvano l'uomo dal peccato e dalla morte; storia gravida di promesse adempiute o attese; storia della tenerezza immensa di Dio per i suoi figli.
Gli stessi testi evangelici, per quanto sacra ne sia la lettera, non sono che l'eco affievolita della Parola di Dio di. retta agli uomini. Non sono che degli spiragli che schiudono l'accesso a quel Vangelo unico e vivente in cui il messaggio si fa tutt'uno col Messaggero, poiché la vita supera troppo in tutti i sensi i nostri limitati mezzi di comprensione.
Il rinnovamento teologico attuale insiste opportunamente su ciò che implica !'incontro con Dio, da una parte e dall'altra, come comunione vivente e personale. Esso tenta di separare l'immagine di Dio dai nostri antropomorfismi, dalle nostre delimitazioni deiste, dai molteplici nostri errori. Conseguentemente orienta l'umanità verso quel Dio trascendente e insieme immanente, verso quel Dio vivente della Bibbia, non verso il Dio dei filosofi e dei dotti, ma il Dio d'Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio la cui luce risplende sul volto di Gesù Cristo. Poiché, anche ai nostri tempi, è lui che gli uomini vogliono vedere coi loro occhi e toccare con le loro mani.
Simili a quegli uomini di Palestina che si avvicinavano all'apostolo Filippo per dirgli: Vogliamo veder Gesù, anche i nostri contemporanei aspirano ad un incontro con lui, ad un contatto diretto.
La vera sfida, per cristiani come noi, deriva dal fatto che essi esigono di vedere il Cristo in ognuno di noi: vogliono che siamo trasparenti nei suoi confronti, come una vetrata al sole. E' la sfida che il mondo lancia a noi, alla Chiesa come istituzione, alla Chiesa come popolo di Dio, ai vescovi come ai fedeli.
Ciò che il mondo si attende dai teologi, non è solo l'indispensabile investigazione scientifica della fede ma, tramite e al di là di questa, una mediazione per aiutare gli uomini a scoprire il Dio vivente e ineffabile che sorpassa ogni scienza ed ogni teologia, il Dio che per priorità è il Dio dei fanciulli, dei poveri, dei mistici e dei santi.
Lungo i secoli, teologia e spiritualità sono state troppo separate. Dobbiamo riconquistare la grande tradizione orientale che, meglio di noi, ha saputo custodire l'alleanza della teologia e della mistica, della teologia e della preghiera, della teologia e della santità.

 *  Discours d'ouverture au Congrès mondial de théologie de Bruxelles (12-17 settembre 1970), in «La Documentation Catholique» del 18 ottobre 1970, pp. 929-930.