PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

O1 Sant'Ignazio di Loyola IL FERITO DI PAMPLONA
O2 San Francesco d'Assisi LA VERA UMILTA' DEL CUORE
O3 San Giovanni Crisostomo DISCORSO PRIMA DELL'ESILIO
O4 Jacques e Raissa Maritain LA CONTEMPLAZIONE SULLE VIE DEL MONDO
O5 San Bruno

«QUANDO VERRÒ E VEDRÒ IL VOLTO DI DIO?»

O6 San Carlo Borromeo L'ISTORIA DEI DUE CIECHI SANATI DA NOSTRO SIGNORE
O7 Sulpicio Severo MORTE E TRIONFO DI SAN MARTINO
O8 San Francesco Saverio ZELO APOSTOLICO DI FRANCESCO SAVERIO
O9 Sant' Agostino AMMIRAZIONE DI AGOSTINO PER IL VESCOVO AMBROGIO
O10 San Tommaso d'Aquino

«CHE CON OGNI MIO DISCORSO IO PARLI DI DIO»

O11 S. Claudio de la Colombière LO SPOSO DELLA VERGINE MARIA
O12 Papa Pio XI IL SEGRETO DI DIO RIVELATO A GIUSEPPE
O13 San Benedetto LE QUALITÀ DELL'ABATE
O14 S. Caterina da Siena O TRINITÀ ETERNA!
O15 Sant' Agostino «CIÒ CHE OCCHIO NON VIDE E ORECCHIO NON UDI'» (1 Cor. 2, 9)
O16 Daniel Rops LA LlBERTÀ DEI FIGLI DI DIO
O17 Anonimo del XIII secolo CREDERE E' COME TOCCARE
O18 Sant' Agostino BEATI COLORO CHE ACCOLGONO CRISTO
O19 Fioretti DIO È IL CIBO DEL POVERO
O20  Françoise-Madeleine de Chaugy «L'AMORE E' FORTE COME LA MORTE» (Cant. 8,6)
O26 San Beda il Venerabile LA PACE DEL CUORE, PEGNO DEL RIPOSO ETERNO
O27 Beato Cosma I GENITORI DELLA MADRE DI DIO
O28 Sant'Ignazio di Loyola LA VEGLIA D'ARMI DEL CAVALIERE-PELLEGRINO
O29 Giovanni XXIII LA PREGHIERA NELLA VITA DEL CURATO D'ARS
O30 Pio XII «PREDICA LA PAROLA DI DIO»
O31 San Bernardo IL VERBO MI HA VISITATO
O32 Sant'Agostino «TU ERI CON ME ED IO ERO CON TE»
     
     
     
     
     

O1  IL FERITO DI PAMPLONA

       Sant'Ignazio di Loyola *

Ignazio di Loyola, ferito a Pamplona nel 1521, ci narra nel suo «Racconto del Pellegrino» come prese forma la conversione che avrebbe fatto di lui il cavaliere di Dio. Questi primi barlumi sono già un'esperienza delle mozioni divine, che doveva descrivere e discernere con tanta esattezza negli «Esercizi Spirituali, frutto del suo ritiro a Manresa.

Il suo stato generale era tale che, se si eccettua il fatto di non potersi tener ritto sulla gamba, così da dover rimanere a letto, per il resto stava benissimo. E dato che gli piaceva molto leggere quei libri falsi e mondani, che erano detti romanzi cavallereschi, sentendosi bene, chiese che gliene dessero alcuni per passare il tempo. Ma in tutta la casa non si trovò neppure un libro di quelli che era solito leggere: gli diedero così una "Vita Christi» e un volume in spagnolo della vita dei Santi. Leggendo assiduamente questi libri, cominciò a provare una certa attrattiva per ciò che vi ,era scritto. Quando tralasciava questa lettura, a volte rifletteva sulle cose che aveva letto, a volte sulle cose del mondo a cui era solito pensare prima.
Fra le molte vanità che gli si presentavano alla mente, una afferrava talmente il suo cuore, che vi passava fantasticando due, tre o quattro ore, senza accorgersene. Egli immaginava quello che doveva fare al servizio di una dama, i mezzi che avrebbe presi per andare a trovarla, le frasi, le parole che avrebbe detto, i fatti d'arme che doveva compiere al suo servizio. Ed era tanto invaghito di questo sogno da non avvedersi dell'impossibilità di realizzarlo, perché si trattava di una gran dama: non contessa, né duchessa, ma di condizione ancora più elevata.
Il Signore venne però in suo soccorso, facendo sì che a questi pensieri ne succedessero altri, che nascevano dalle letture fatte. Infatti, leggendo la vita di nostro Signore e dei Santi e ragionando fra sé e sé, pensava così: "Che cosa succederebbe se io facessi quel che fecero San Francesco e San Domenico?» E così ragionava su molte cose che pensava buone, prospettandosi sempre le più difficili e pesanti. Mentre le pensava, gli sembrava di trovare in se stesso grandi possibilità per attuarle. 1/ riassunto però di tutte le sue riflessioni era: «San Domenico fece questo: dunque devo farlo anch'io; San Francesco fece questo, dunque devo farlo anch'io». Tra l'altro questi ragionamenti duravano molto e, dopo l'interruzione dovuta ad altre occupazioni, gli ritornavano in mente i pensieri mondani riportati sopra; anche in questi si fermava a lungo. Sia che si trattasse di prodezze mondane che desiderava compiere, sia di queste altre di Dio che gli venivano in mente, vi si attardava a lungo, finché le lasciava per la stanchezza e faceva altro.
C'era peraltro questa differenza: quando pensava le cose del mondo si dilettava molto, ma lasciandole per la stanchezza, rimaneva arido e scontento; al contrario, quando pensava di andare scalzo a Gerusalemme, di non mangiare che erba, di praticare tutte le più grandi penitenze che avevano fatto i santi, non solamente provava consolazione sul momento, ma rimaneva contento e gioioso anche dopo averle lasciate. Però non coglieva né si fermava a considerare tale differenza, fino a che una volta gli si aprirono un
poco gli occhi e cominciò a stupirsi di questi effetti e a riflettervi. Costatando per esperienza che certi pensieri lo lasciavano triste e altri lieti, conosceva così a poco a poco la diversità degli spiriti che lo agitavano: uno era lo spirito del demonio e l'altro quello di Dio.

* Autobiografia - Obras completas - T. I - Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1947, pp. 124-134.

 

O2   LA VERA UMILTÀ DEL CUORE

        San Francesco d'Assisi *

«Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo» (Gai. 6, 14). Tutta la fisionomia e la vita di Francesco sono racchiuse in questa tensione d'amore. Il Cristo si svela a lui nel Vangelo e lo sradica da se stesso per abbarbicarlo all'amore della Croce e a quello di Madonna Povertà. Seguito nella sua trasformazione da numerosi discepoli, stabilisce per essi una nuova regola di vita, che viene presto riconosciuta e approvata dalla Chiesa. Figura tra le più umane, umile, semplice e gioioso, sa innalzare tutta la creazione a cantico di lode verso il suo Creatore. Sigillato dalle piaghe di Cristo crocifisso, che in un'estasi riceve sul monte della Verna, muore dopo pochi anni ad Assisi nel 1226.

Dimorando una volta santo Francesco nel luogo della Porziuncola con frate Masseo da Marignano, uomo di grande santità e discrezione e grazia nel parlare di Dio, per la qual cosa santo Francesco molto l'amava, un dì, tornando santo Francesco dalla selva e dalla orazione, ed essendo allo uscire della selva, il detto frate Masseo volle provare com'eg1i fosse umile, gli si fece incontro e quasi proverbiando disse: «Perché a te? perché a te? perché a te?». Santo Francesco risponde: «Che è quello che tu vuoi dire?». Disse frate Masseo: «Dico, perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti e di udirti e d'ubbidirgli? Tu non sei bello uomo del corpo, tu non sei di grande scienza, tu non sei nobile; donde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?». Udendo questo santo Francesco, tutto rallegrato in spirito, rizzando la faccia in cielo, per grande spazio istette colla mente levata in Dio; e poi, ritornando in sé, s'inginocchiò, e rendé laude e grazia a Dio; e poi con grande fervore di spirito si rivolse a frate Masseo e disse: «Vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a me tutto il mondo mi venga dietro? Questo ho io da quegli occhi de lo altissimo Iddio, i quali in ogni luogo contemplano i buoni e i rei; imperò che quegli occhi santissimi non hanno veduto tra i peccatori niuno più vile né più insufficiente né più grande peccatore di me; e però a fare quella operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra; e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e la bellezza e la sapienza del mondo; a ciò che si conosca ch'ogni virtù e ogni bene è da lui e non dalla creatura, e niuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria si glori nel Signore a cui è ogni onore e gloria in eterno».

* I Fioretti, X, Ed. La Verna, 1967, pp. 47-49.

 

O3    DISCORSO PRIMA DELL'ESILIO

        San Giovanni Crisostomo *

Dopo aver compiuto studi brillanti e aver passato parecchi anni nella solitudine, Giovanni Crisostomo fu ordinato sacerdote ad Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò ben presto una eccezionale forza di eloquenza. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si dedicò a correggere gli abusi che si erano introdotti in questa Chiesa e a ravvivare la fede nei fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia, e soprattutto di S. Paolo e del Vangelo, sembrò rivoluzionario a molti dei suoi contemporanei. /I coraggio con cui denunciò il lusso della corte imperiale, lo condusse per due volte in esilio. Confinato sul Mar Nero, nel Ponto, morì ormai esausto nel 407. Sul punto di partire per il suo primo esilio, egli rivolge al popolo questo discorso accorato.

Molti sono i flutti, l'uragano pauroso imperversa; ma non abbiamo paura di affondare: stiamo saldi sopra la roccia. Infurii il mare; non può spezzare la roccia, si sollevino i marosi, non possono affondare la barca di Gesù. Che cosa dovremmo temere? Ditemi voi. La morte? Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil. 1, 21). L'esilio, forse? Del Signore è la terra e tutto quello che contiene (Sal. 23, 1). La confisca 'dei beni? Ma niente abbiamo portato in questo mondo e niente, senza dubbio, possiamo portar via (1 Tim. 6, 7). Le grandi paure di questo mondo sono per me disprezzabili, i suoi profitti ridicoli. Non temo povertà, non brama ricchezza; non fuggo la morte, non chiedo di vivere S'e non per il 'Vostro bene. Per questo richiamo alla mente la situazione attuale e supplico la vostra carità ad avere fiducia.
Nessuno ci potrà separare: perché quel che Dio ha congiunto, l'uomo non può dividere (cfr. Mt. 19, 6). Se dell'uomo e della donna la scrittura dice: perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una sola carne (Gen. 2, 24), non separi dunque l'uomo quello che Dio ha congiunto (Mt. 19, 5. 6); se non potete spezzare un matrimonio, quanto meno potrete dividere la Chiesa
di Dio!... Non sentite quel che dice il Signore: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt. 18, 20)? Dove c'è un popolo numeroso come questo, unito nella carità, il Signore non sarà presente? Porto con me la sua caparra: mi affido forse alla mia propria forza? Posseggo la sua assicurazione scritta: questo è il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Si sconvolga pure tutta la terra: io posseggo il suo testamento, lo rileggo: esso è per me una muraglia di difesa. Che cosa esso dice? lo sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt. 28, 20).
Cristo è con me: di chi avrò paura? Anche se si scagliano contro ,di me i flutti, i mari, l'indignazione dei potenti, tutto ciò per me vale meno della tela di un ragno. Se non fosse stato per amar vostro, non avrei esitato ad andarmene oggi stesso. Sempre dico: O Signore, sia fatta la tua volontà (cfr. Mt. 6, 10). Non quel che vuole l'uno o l'altro, ma quel che vuoi tu. Questa è la mia torre, questa è la mia roccia irremovibile, questo è il mio bastone che non vacilla. Se si vuole che ciò avvenga, avvenga pure. Se vuole che io rimanga qui, gliene sarò grato. Dovunque vuole che vada, io gli renderò grazie...
Domani mi recherò insieme 'con voi alla preghiera comune. Dove io sono, là sarete anche voi; dove siete voi, là sono anch'io: siamo un solo corpo; il corpo non può separarsi dal capo né il capo dal corpo. Saremo lontani, rimarremo uniti nella carità: neppure la morte ci potrà separare. Perché, anche se il mio corpo morrà, l'anima sarà viva e si ricorderà del suo popolo.

* Omilia pro tes exorias - 1-3: PG 52, 427-430.

 

 

O4  LA CONTEMPLAZIONE SULLE VIE DEL MONDO

       Jacques e Raïssa Maritain *

Convertiti al cattolicesimo sotto l'influenza di Léon Bloy, Jacques e Raissa Maritain hanno, da allora, vissuto la loro fede con quella sincerità di cuore che impegna interamente l'uomo in una scoperta paziente e ardente di tutta la verità. I due sposi, animati dallo spirito di Cristo, testimoniano la loro esperienza cristiana: lui come pensatore e professore di filosofia in diverse università francesi e anglosassoni; lei, in un cammino austero per le vie della vita mistica, di cui siamo a conoscenza grazie al «Diario di Raissa», pubblicato dopo la sua morte avvenuta a Parigi nel 1960. Aveva 77 anni; suo marito, della stessa età, da allora si è ritirato presso i Piccoli Fratelli di Gesù.

La contemplazione non è riservata soltanto ai certosini, alle clarisse, alle carmelitane. Spesso è il tesoro di persone nascoste ai più, conosciute soltanto da qualcuno: dai loro direttori, da qualche amico. Talvolta questo tesoro resta quasi nascosto dalle anime stesse che lo posseggono, che ne vivono in piena semplicità, senza visioni, senza miracoli, ma con un tal fuoco di amore per Dio e per il prossimo, che il bene scaturisce intorno a loro senza rumore e agitazione.
La nostra epoca deve prendere coscienza di questo, come pure delle vie per le quali, sotto una forma o un'altra, la contemplazione si comunica alla grande moltitudine delle anime che vivono nel mondo. Spesso, senza saperlo, esse ne hanno sete e vi sono chiamate, almeno in modo remoto. Mettere la contemplazione sulle vie del mondo è la grande necessità del nostro tempo in ciò che concerne la vita spirituale.
Conviene notare qui quanto sia importante la testimonianza della missione di S. Teresa di Lisieux. Sarebbe vano cercare un'opposizione tra lei e S. Giovanni della Croce, che da S. Teresa stessa viene denominato "il santo dello Amore per eccellenza». In sostanza è la stessa spiritualità, ma tutto ha subito una prodigiosa riduzione all'essenziale. Non soltanto sono scomparse tutte le grazie straordinarie alle quali, secondo S. Giovanni della Croce, l'anima non deve aspirare né attaccarsi, ma anche i grandi
segni fisici, terribili o splendenti, che - secondo l'esperienza del Santo - manifestavano le tappe che l'anima percorre progredendo nella via unitiva. In S. Teresa di Lisieux appare soltanto l'amore totale, il dono totale, lo spogliamento totale di sé, in una limpidità incredibilmente pura. In verità questa «piccola via» è una grande via, anzi eroica, ma che nasconde rigorosamente la sua grandezza sotto un'assoluta semplicità anch'essa eroica. Questa assoluta semplicità ne fa per eccellenza una via aperta a tutti coloro che aspirano alla perfezione, qualunque sia la loro condizione di vita. E' proprio questo l'aspetto che ci preme sottolineare.
S. Teresa di Gesù Bambino ha mostrato che l'anima può tendere alla perfezione della carità per una via che non porta i grandi segni descritti da S. Giovanni della Croce e da S. Teresa d'Avi la. Nello stesso tempo - pensiamo - S. Teresa, nel suo Carmelo di Lisieux, preparava profondamente quella diffusione della vita di unione con Dio che il mondo desidera per non perire.

* Liturgie et Contemplation, coll. "Présence chrétienne», Desclée De Brouwer, Bruges 1959 - pp. 76-78.

 

 

O5 «QUANDO VERRÒ E VEDRÒ IL VOLTO DI DIO?»

      San Bruno *

Originario di Colonia, S. Bruno completò i suoi studi a Reims, dove rimase come professore di teologia: notevole e profonda era la sua conoscenza della Scrittura, specie dei Salmi. Nel 1084, a 50 anni, si dirige con sei compagni verso le montagne della Certosa, per cercare Dio nella solitudine. Deve lasciare il deserto per invito di Papa Urbano Il, suo antico alunno, ma ottiene ben presto di abbandonare la corte romana, per ritirarsi in un luogo solitario della Calabria. Di qui scrive al suo amico Rodolfo il Verde, per ricordargli la comune promessa di abbracciare la vita monastica.

Mi trovo nella parte estrema della Calabria, in un luogo solitario e molto lontano dalle abitazioni degli uomini, insieme a fratelli religiosi, di cui alcuni sono ben istruiti; essi perseverano in una veglia santa, attendendo il ritorno del loro Signore, per aprirgli subito, quando busserà.
Come potrò parlare degnamente di questo luogo solitario
così ameno, del clima mite e salubre, della pianura vasta e piacevole, che per lungo tratto si estende tra le montagne, con prati verdeggianti e pascoli fioriti? Come descrivere a sufficienza l'aspetto delle colline che si elevano dolcemente da ogni parte e le nascoste valli ombrose, dove dappertutto scorrono piacevolmente fiumi, ruscelli e sorgenti? Non mancano giardini coltivati, né alberi dai frutti vari e abbondanti.
Perché fermarsi così
a lungo in questa descrizione? Vi sono, per l'uomo santo, altri piaceri ben più dolci e utili, perché 'divini. Tuttavia gli spiriti più deboli, affaticati da una regola abbastanza austera e dalla tensione verso le cose dello spirito, in tutto ciò spesso si riposano e prendono fiato. Se l'arco infatti rimane continuamente teso, si rallenta e diviene meno adatto al suo uso.
Solo quelli che ne hanno fatto esperienza, sanno quale utilità e gioia 'divina donano, a coloro che li amano, la
solitudine e il silenzio dell'eremo.
Qui infatti gli uomini forti possono rientrare in sé ogni volta che lo desiderano, rimanervi, coltivare
assiduamente ì germi delle virtù e nutrirsi con gioia 'dei frutti del paradiso. Qui si acquista quell'occhio dallo sguardo limpido, che ferisce d'amore lo Sposo divino e che, reso puro, permette di vedere Dio. Qui ci si consacra ad un ozio laborioso e ci si riposa in un'azione tranquilla. Qui Dio dona agli atleti, per la fatica ,del combattimento, la ricompensa desiderata: la pace che il mondo non conosce e la gioia de/'lo Spirito Santo... Questa è la parte migliore che Maria ha scelto e che non le sarà tolta...
Come vorrei, fratello mio carissimo, che la tua unica occupazione fosse l'amore, così da bruciare di amore di Dio, infiammato dagli abbracci del Signore! Se questa carità si stabilisse una volta sola ne'I tuo cuore, subito la gloria del mondo, che dolcemente seduce e inganna, ti apparirebbe miserabile; tu respingeresti facilmente 'le ricchezze che preoccupano e appesantiscono l'anima... Che vi è, infatti, di più perverso, ,di più contrario alla ragione, alla giustizia e alla stessa natura, che preferire la creatura al Signore e andare alla ricerca dei beni passeggeri più che degli eterni, di quelli terreni più che dei celesti?...
L'amore divino è tanto più utile quanto è più giusto. Che vi è di più giusto e di più utile, di più 'connaturale all'uomo che amare il bene? E vi è un bene pari a Dio? Anzi, un altro bene all'infuori di Dio? Così l'anima purificata, che ha qualche esperienza della grazia incomparabile, dello splendore e della bellezza di questo bene, bruciata dalla fiamma dell'amore, grida: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sl. 41, 3).

* Ad Radulphum, cognomento viridem, Remensem Praepositum; 4-8, 16: «Sources Chrétiennes» 88, Le Cerf, Parigi 1962, pp. 68-72, 78.

 

 

O6  L'ISTORIA DEI DUE CIECHI SANATI DA NOSTRO SIGNORE

       San Carlo Borromeo *

Carlo Borromeo (1538-1584) resse per 24 anni, in tempi difficili di divisioni e di scismi, la diocesi di Milano. A lui si deve l'istituzione dei seminari per la formazione degli aspiranti al sacerdozio. Pastore zelantissimo e infaticabile, percorse e ripercorse la vastissima zona affidata alle sue cure, riaffermando la disciplina ecclesiastica, consolidando il senso liturgico e conservando la morale cattolica. Quando il flagello della peste invase e tormentò la Lombardia, la carità del santo fu inesauribile. Simbolo del suo ardente zelo per il bene delle anime a lui affidate, la pagina che segue manifesta la sua umiltà e il senso del concreto, che contraddistinsero la sua personalità e il suo ufficio pastorale.

Abbiamo un'istoria bellissima, molto accomodata al bisogno nostro: l'istoria di que' due ciechi che furono, come recita il santo evangelo, sanati da nostro Signore, nell'uscir di Gerico per andare a Gerusalemme, vicino al tempo della sua passione. Erano poveri mendichi, che stavano per la via mendicando, e furono illuminati dal Signore: e non solo illuminati negli occhi esteriori, ma negl'interiori ancora; non solo sanati nel corpo, ma nell'anima insieme. E' per esempio questo molto accomodato al bisogno nostro e di molto ammaestramento, che siccome siamo simili nella mendicità, così siamo nel di mandare aiuto, in chieder la luce. E uno dei primi e più efficaci mezzi coi quali abbiamo da impetrarla è conoscere il bisogno che ne abbiamo; conoscere, dico, quanto ne siamo privi, in quanta mendicità e cecità siamo involti e quanto all'anima e quanto al corpo. Tutta la vita nostra è un continuo mendicare; né vi è cosa più povera e mendica dell'uomo...
Da tutti abbiamo bisogno, in ogni cosa siamo mendichi, parlando poi anche del solo corpo. Che, quanto all'anima, oh che mendicità ed estrema povertà! Di continuo ci bisogna dimandar lume, cognizione, grazia, buona volontà, fortezza, quel che è peggio, non curiamo di questa povertà nostra, né studiamo di conoscerla; e guai a quell'anima che non conosce se stessa. E' in cattivo stato quell'anima, in cattivo stato. E può aver maggior superbia che presumere di se stessa? che attribuire alla virtù sua le
opere che fa? Chi è quella, che abbia almeno un poco di ragione, che si voglia gloriare nelle forze sue e nel giudizio suo?.. Se entrassimo bene nell'interior nostro e penetrassimo bene sino al fondo, ah quante macchie, quanti peccati occulti! come bene ci conosceremmo ciechi, poveri e mendichi!
Questa cognizione
è utilissima; ed io l'ho non solo per preparazione molto degna all'orazione, ma per mezzo molto efficace per impetrare quanto in essa dimandiamo. Conviene metterci avanti al Signor Dio, scoprirgli la viltà nostra, le piaghe nostre, le miserie nostre, la cecità nostra, la povertà e mendicità nostra. I ciechi erano poveri mendichi, stavano per le vie accattando ed in questa loro mendicità ottennero la sanità. Né in ciò siamo noi da loro differenti, poiché oltre la povertà simile, stiamo in questo mondo che è una via e siamo di continuo viandanti e pellegrini fin che in esso permaniamo.
Non manca a noi la turba, che, come a quelli, ci insegni il Signore. Poiché, oltre le continue voci dei predicatori e delle Scritture sacre, tutte queste cose create sono turbe che ce lo insegnano: e campi, e fiori, e arbori, e uccelli, ed acque, e sale, e stelle, tutte ci insegnano il Signore; per tutto egli passeggia; in tutto ci si scopre l'amore, la potenza e la sapienza sua. Ma notate che quella stessa turba, che insegnò il Signore ai ciechi, la stessa dico, vietava loro che non dimandassero la sanità. Il che avviene a noi, e molte volte, quando affezionandoci troppo a queste cose, create pur per servizio nostro, le godiamo con troppo senso e ne siamo ingrati al Signor Dio, di modo tale che di quelle cose, che ci sono date per istrumenta di maggiar virtù, ce ne serviamo di maniera che ci si convertono in occasione di far male... Ma non per questo abbiamo da impaurirsi a desistere dall'opera nostra. Né per quella si ritirarono i ciechi, anzi più ingagliardivano le voci: Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi (ML 9, 27).

* Parole di San Carlo ai Milanesi: dai «Sermoni familiari". Convento dei Servi in San Carlo - Milano 1965 - pp. 25-28.

 

 

O7  MORTE E TRIONFO DI SAN MARTINO

       Sulpicio Severo *

Nato in Aquitania verso il 360, Sulpicio Severo ricevette una eccellente formazione letteraria. Divenne uno degli spiriti più colti del suo tempo e un avvocato famoso. Dopo la morte della giovane sposa, seguì l'esempio del suo amico Paolino da Nola e, incoraggiato da San Martino, nel 399 si ritirò nella solitudine, dove si dedicò all'ascesi e al lavoro letterario. Compose opere storiche, di cui la principale è la «Cronaca». La sua celebrità è però dovuta soprattutto alla «Vita di San Martino», cominciata mentre il santo vescovo era ancora vivente. Quest'opera contribuì fortemente alla diffusione dell'ideale monastico in Occidente ed esercitò una profonda influenza sull'agiografia posteriore.

Martino conobbe molto tempo prima la data della sua morte e disse ai ,fratelli che la ,dissoluzione del suo corpo era imminente. Nel frattempo si presentò la necessità di visitare la diocesi di Candes: i sacerdoti ,di questa Chiesa, infatti, erano in discordia fra di loro. Il santo, desideroso di riportarvi la pace, sebbene non ignorasse la sua prossima fine, non rifiutò di partire per una causa di questo genere. Pensava che avrebbe degnamente concluso la sua vita virtuosa, se avesse 'lasciato questa Chiesa, dopo averle restituito la pace...
Si era fermato un po' di tempo in questo borgo o piuttosto nella Chiesa in cui era venuto e, dopo aver ristabilito la pace tra i sacerdoti, contava di ritornare al suo monastero. Ad un tratto però le forze fisiche cominciano ad abbandonarlo: riunisce subito i suoi fratelli e avverte che sta per morire. Allora, tra il dolore e il lutto di tutti, si levò un unico lamento: «Perché, padre, ci abbandoni?»... Egli, dopo essersi rivolto al Signore, rispose con queste parole ai fratelli tanto addolorati: «Signore, se ,la mia presenza è ancora necessaria al tuo popolo, non rifiuto la fatica: sia fatta la tua volontà»...
Trascorreva le notti nella preghiera e nella veglia e costringeva il corpo, che si indeboliva sempre più, a servire allo spirito, disteso su quel suo letto così nobile: la cenere, cioè, e il cilicio. Dato che i discepoli lo supplicavano perché lasciasse porre sotto il suo corpo
un poverissimo giaciglio: «No - disse - un cristiano deve morire sulla cenere: se vi lasciassi un esempio diverso, commetterei una mancanza». Tuttavia, con gli occhi e con le mani sempre tese verso il cielo, non desisteva mai dal pregare. Ai sacerdoti che erano venuti da lui e gli chiedevano che desse un po' di sollievo al debole corpo, girandosi di fianco: «Lasciatemi, fratelli - rispose - lasciatemi guardare il cielo piuttosto che la terra, perché la mia anima, che sta per andarsene verso il Signore, sia già diretta per la sua strada». Pronunciate queste parole, vide il diavolo stargli vicino: «Perché stai qui - disse - bestia crudele? Non troverai nulla in me, maledetto: il seno di Abramo mi accoglie». E così dicendo rese il suo spirito al cielo.
Quelli che furono presenti ci hanno attestato di aver visto il suo volto simile a quello di un angelo; le sue membra apparivano bianche come la neve, tanto che si diceva: «Chi avrebbe mai pensato che egli era coperto del cilicio e avvolto nella cenere?». In un certo senso il suo aspetto anticipava quasi la gloria della futura risurrezione e la natura di un corpo trasfigurato. Incredibile fu l'afflusso dei fedeli accorsi per rendergli gli onori funebri. Tutta la città si affrettò, dirigendosi incontro al corpo. Furono presenti tutti gli abitanti delle campagne e dei villaggi e persino molti venuti dalle città vicine.

* Vita Martini, I, ..Sources Chrétiennes» 133, Le Ceri, Parigi 1967 - pp. 337-343.

 

 

O8  ZELO APOSTOLICO DI FRANCESCO SAVERIO

       San Francesco Saverio *

Nato nel 1506 nel castello di Javier, in Navarra, Francesco era studente a Parigi quando strinse amicizia con S. Ignazio di Loyola. Convertitosi per l'influenza del santo, divenne uno dei suoi
I più stretti collaboratori nella fondazione della Compagnia di Gesù. Nel 1542 fu inviato in India, dove esercitò un'infaticabile attività missionaria,
che è all'origine delle fiorenti comunità del Kérala e del Maduré. Dopo aver percorso l'arcipelago indonesiano ed essersi fermato per due anni in Giappone, morì il 3 dicembre 1552 proprio mentre stava tentando di penetrare in Cina. Mai la enorme distanza che li separava cambiò qualcosa nella profonda comunione con Ignazio, come testimoniano le numerose lettere in cui gli apre il cuore ed esprime lo zelo ardente per il regno di Cristo, Salvatore di tutti gli uomini.

Sono trascorsi ormai due anni e nove mesi da quando sono partito dal Portogallo... Quante conversioni al cristianesimo restano da fare in questi luoghi per mancanza di persone che si occupino di così pie e sante cose! Molte volte sono spinto -dal pensiero di andare nelle varie università di Europa, gri-dando a piena voce, come un uomo che ha perso la ragione, e soprattutto all'università di Parigi, dicendo in piena Sorbona, a coloro che hanno più scienza che -volontà di disporsi a farla fruttificare, quante anime tralasciano -di andare alla gloria e vanno all'inferno per la loro negligenza. Se così come studiano di lettere, studiassero quale conto Dio, nostro Signore, chiederà loro di quelle anime e del talento che è stato loro dato, molti di costoro si scuoterebbero. Chiederebbero i mezzi e gli esercizi spirituali per conoscere e sentire nell'intimo dell'anima la volontà divina e si conformerebbero più a questa che alle loro inclinazioni, dicendo: «Signore, sono qui, cosa vuoi che io faccia? Mandami dove vuoi e, se conviene, anche fra gli indiani». Quanto più contenti vivrebbero e con maggior speranza nella divina misericordia all'ora della morte se, presentandosi al giudizio particolare - dal quale nessuno può sfuggire - potessero testimoniare per sé: Signore mi hai affidato cinque talenti, ecco, ne ho guadagnati altri cinque (Mt. 25, 20).
Ma temo che molti di quel,li che studiano nelle università, 'lo facciano più per poter giungere - mediante !'istruzione - a dignità, benefici, vescovadi, che per il desiderio di conformarsi alle esigenze che le stesse dignità e lo stato ecclesiastico richiedono. E' abitudine dire, da parte di quelli che studiano: «Desidero istruirmi per ottenere, con tale istruzione, qualche beneficio o dignità ecclesiastica e poi - con tale dignità - servire Dio. Così operano la loro scelta secondo 'le ,loro affezioni disordinate, temendo che Dio non voglia 'ciò che essi vogliono, perché le loro inclinazioni non consentono di lasciare questa scelta alla volontà di Dio, nostro Signore.
Stavo quasi per scrivere all'università di Parigi, o almeno al nostro maestro De Cornibus e al dottor Picardo, per dir loro quante migliaia e milioni di pagani si farebbero cristiani se ci fossero operai... E' così grande ,la moltitudine di quelli che si convertono alla fede di Cristo in questa terra che vado percorrendo, che molte volte mi accade di aver le braccia stanche dal battezzare e di non poter parlare sia per aver recitato innumerevoli volte, nella loro lingua, il Credo,i comandamenti e altre orazioni, sia per aver tante volte ripetuto un'istruzione che ho imparato nel'la medesima lingua. In questa istruzione spiego cosa vuoi dire essere cristiano, cos'è il Paradiso e cos'è l'Inferno, dicendo loro chi sono quelli che vanno da una parte e quelli che vanno dall'altra. Più di ogni altra preghiera, dico loro molte volte il Credo e i comandamenti. Ci sono giorni in cui battezzo tutto un villaggio e in questa costa 'che sto percorrendo, ci sono trenta villaggi cristiani.

* Lettera indirizzata ai Padri della Compagnia di Gesù, a Roma, durante il terzo anno del suo apostolato nell'India portoghese (Cochin, 15 gennaio 1544). In Cartas y escritos de S. Francisco Javier - Madrid 1953 - pp. 115-117.

 

 

O9  AMMIRAZIONE DI AGOSTINO PER IL VESCOVO AMBROGIO

       Sant'Agostino *

S. Agostino (354-430), vescovo d'Ippona in Africa, romano per cultura, pensato re di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il dottore della grazia e, più ancora, della carità.
L'incontro con
S. Ambrogio segnò una svolta decisiva nel cammino di Agostino verso la Verità. Nelle «Confessioni» egli ha dipinto un ritratto molto vivo di questo grande vescovo.

Mia madre amava Ambrogio, come un angelo di Dio. Lui poi amava mia madre per la sua vita religiosissima, fatta di opere buone, vissuta in fervore di spirito, frequentando la 'chiesa. Spesso, quando mi vedeva, non si tratteneva dal tesserne l'elogio, congratulandosi con me, che avevo una tal madre. Ignorava quale figlio ella avesse in me, dubbioso di tutto e convinto dell'impossibilità di trovare la via della vita.
Io non ti invocavo ancora con g'emiti, o Signore, perché tu venissi in mio aiuto: il mio spirito era invece tutto intento alla ricerca e senza pace nelle discussioni. Lo stesso Ambrogio era per me un uomo qualsiasi, fortunato secondo il giudizio del mondo, perché onorato dalle più alte autorità: solo il suo celibato mi appariva gravoso e pieno di pena. Ma quali speranze egli nutrisse, quali lotte sostenesse contro le tentazioni che gli venivano dal'la sua stessa grandezza, quali consolazioni trovasse nelle avversità e quali gioie saporose gustasse la bocca segreta che aveva nel cuore, ruminando il tuo pane, io non potevo saperlo e non l'avevo mai provato.
E neppure lui sapeva le mie tempeste e il pericolo che correvo di precipitare nell'abisso. Non mi era infatti possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo, impedito com'ero dall'ascoltarlo e dal parlargli da una turba di uomini affaccendati, a cui si prestava interamente, soccorrendoli nelle loro angustie. Quando non era occupato con costoro - il che gli accadeva per un tempo
brevissimo - ristorava il corpo con l'alimento indispensabile o l'anima con la lettura.
Ma quando leggeva, i suoi occhi correvano sulle pagine e il cuore ne penetrava il senso, mentre la voce e la lingua riposavano. Spesso, trovandoci là - non era infatti proibito a nessuno di entrare, né c'era l'usanza di annunziargli
i visitatori - lo vedemmo leggere tacitamente e mai in altra maniera. E dopo essere rimasti seduti a lungo senza dire nulla - e chi avrebbe osato disturbare una persona così immersa nella sua concentrazione? - andavamo via, supponendo che egli avesse piacere di non essere distratto, durante il poco tempo che trovava per ricreare il proprio spirito, lontano dal tumulto degli affari degli altri...
Certo è che non mi si offriva nessuna occasione di rivolgere a quel tuo oracolo così santo, cioè al cuore di quell'uomo, le domande che desideravo, a meno che si trattasse di 'un'udienza molto breve. Invece le mie tempeste esigevano di trovarlo disponibile a lungo per riversarsi su di lui, ma completamente disponibile non lo trovavano mai. Lo ascoltavo tuttavia tutte le domeniche mentre spiegava rettamente la parola di verità in mezzo al popolo e sempre più mi convincevo che tutti i nodi degli astuti cavilli, intrecciati dai miei ingannatori contro i Libri divini, potevano essere sciolti.

* Confessionum libri XIII, I. VI, c. Il, 111 - SEI - Torino 1952 pp. 178-181.

 

 

O10  «CHE CON OGNI MIO DISCORSO IO PARLI DI DIO»

         San Tommaso d'Aquino *

Tommaso (1225-1274), educato dapprima in un monastero benedettino, entrò in seguito fra i Domenicani, nonostante la forte opposizione della sua famiglia. Studiò a Parigi e a Colonia; nel 1245 cominciò a insegnare all'università di Parigi, quindi passò a Roma e poi a Napoli, da tutti stimato per la sua maturità e chiarezza di giudizio. La sua opera principale, che porta il sigillo dell'originalità, è la "Summa theologica», esposizione geniale che non tralascia nessuno dei grandi problemi dell'uomo.
Pacifico gigante che sa esplodere quando si tratta di difendere una giusta causa, quasi freddo nella sua intelligenza speculativa, Tommaso trova nella preghiera, nella tenera devozione al santissimo Sacramento, il più valido mezzo di risolvere le sue difficoltà. Questo eccezionale teologo è anche il mistico che dice di avere - nelle sue visioni - «conosciuto cose accanto alle quali tutti i suoi scritti non sono che paglia».

La Sapienza divina fatta carne afferma di essere venuta nel mondo per manifestare ,la verità: lo sono nato e venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità (Gv. 18,37)... E la bocca stessa della Sapienza ci mostra, con le parole che proponiamo, che il sapiente ha un duplice compito: esporre, dopo averi a meditata, la verità divina, che è la verità per antonomasia: La mia bocca proclama la verità (Prov. 8, 7); e impugnare l'errore che si oppone alla verità: Le mie labbra detestano l'empietà (ibid.). Questo termine designa ciò -che è falso rispetto alla verità divina in quanto si oppone alla religione, che è chiamata anche «pietà». Perciò la falsità, che le è contraria, prende anche il nome di «empietà».
Fra tutti gli interessi degli uomini, lo studio del,la sapienza è il più perfetto, il più alto, il più utile e il più gioioso. Il più perfetto, perché l'uomo che si dà allo studio della sapienza partecipa già in qualche modo alla vera beatitudine. Dice il sapiente: Beato l'uomo che persevera nella sapienza (Eccli. 14,22). Il più alto: attraverso questo studio infatti, l'uomo raggiunge in modo tutto speciale la somiglianza con Dio, che nella sapienza ha fatto tutte le cose (cfr. Sal. 103,24). E poiché la somiglianza fa nascere l'amore, lo studio della sapienza unisce a Dio in un sin
golare rapporto di amicizia; per questo la Scrittura dice che la sapienza è per gli uomini un tesoro inesauribile, e quelli che ne fanno uso si attirano l'amicizia di Dio (Sap. 7,14). E' l'interesse più utile, perché, grazie alla sapienza, giungiamo al regno dell'immortalità: Il desiderio della sapienza conduce infatti al regno eterno (Sap. 6, 21). Il più gioioso: La sua compagnia non provoca amarezza, né tedio il vivere con lei, ma letizia e gioia (Sap. 8, 16).
E' perciò dalla misericordia di Dio che attingo la fiducia di continuare a svolgere il compito del sapiente. Sebbene questo superi le mie forze, dichiaro che è mia intenzione mettere in luce, secondo 'le mie capacità, la verità professata dalla Chiesa cattolica, cercando di allontanare gli errori che le si oppongono. «Questa sento essere la missione specifica della mia vita: che con ogni mio discorso io parli di Dio e lo esprima con tutto me stesso» (Sant'Ilario).

* Summa contra Gentiles, I, 1-2, Desclée & c. - Herder, Roma 1934 - pp. 1-2.

 

 

O11  LO SPOSO DELLA VERGINE MARIA

         San Claudio de la Colombière *

Nato nel 1641 nel Delfinato in Francia, Claudio de la Colombière compì i suoi studi a Lione prima di entrare nel noviziato della Compagnia di Gesù nel 1658. Durante i suoi studi di teologia a Parigi fu precettore dei figli di Colbert. Ordinato sacerdote nel 1669 e nominato professore di retorica a Lione divenne in seguito superiore della sede della Compagnia di Gesù a Paray-le-Monial. Fu per molto tempo direttore spirituale della santa visitandina Margherita Maria Alacoque e perciò contribuì largamente a diffondere la devozione al Sacro Cuore. Durante il suo ministero come cappellano alla corte ducale di York, fu vittima di ingiuste accuse e dovette ritornare a Lione. Morì qualche anno dopo, cioè nel 1682, a Paray-le-Monial.

Della vita di S. Giuseppe veramente sappiamo molto poco. Nel Vangelo sono riferite solo tre o quattro azioni di lui; un antico autore ha notato che non è riportata neppure una sua parola. E' probabile che gli evangelisti tutti presi, tutti intenti com'erano a parlare delle grandi cose concernenti il Salvatore del mondo, non siano stati in grado di pensare ad altro. A meno che lo Spirito Santo non abbia voluto con questo farci capire più chiaramente il silenzio e l'umiltà di S. Giuseppe, il suo amore per la solitudine e la vita nascosta. Tuttavia non si può negare che questa silenzio costituisca una gran perdita per noi. Se il Signore ci avesse permessa di conoscere nei particolari la vita di questo gran santo vi avremmo travato di sicuro esempi bellissimi, norme molto sagge specialmente per quanti vivono nello stato matrimoniale. Ma se è vero che noi abbiamo ragione di rimpiangere infinitamente questa mancanza, io penso però che dobbiamo rattristarcene unicamente per noi stessi e non nei confronti di S. Giuseppe. Supponendo che i libri santi non avessero detto di lui nulla all'infuori del fatto che egli fu lo sposo di Maria (Mt. 1, 16), questo già sarebbe stato sufficiente per darci l'idea di una santità straordinaria e per far lavorare in questo campa l'eloquenza di tutti gli oratori cristiani.
Quanto a me, oggi, invece di lamentarmi della scarsità delle fonti devo confessare che quelle sole parole
- «sposo di Maria» - mi sembrano cariche di un altissimo significato tanto che io mi trovo come sopraffatto dal numero e dall'eccellenza delle cose in esse racchiuse...
Anche se non ci sono altri motivi per fare l'elogio di san Giuseppe, bisogna farlo, penso, per il solo desiderio di piacere a Maria. Possiamo essere certi della sua intensa partecipazione agli onori che si tributano a questo santo, cosa di cui essa stessa si sente onorata. Infatti lo riconosce come suo vero sposo ed ha sempre nutrito nei suoi riguardi i sentimenti che una moglie fedele deve avere per l'uomo a cui Dio l'ha unita così strettamente. Inoltre l'uso che S. Giuseppe ha fatto dell'autorità di capo di famiglia, il rispetto da lui avuto per Ila purezza verginale di lei, hanno suscitato in Maria una gratitudine, pari solo all'amore che lei stessa nutriva per questa virtù, e quindi anche un gran desiderio di veder glorificato S. Giuseppe...
Tutta la vita di questo gran santo si può dividere in due parti: il tempo prima del matrimonio e quello successivo ad esso. Della prima parte noi non sappiamo proprio niente e della seconda abbiamo scarse notizie. Tuttavia io mi permetto di affermare che l'una e l'aHra sono state molto sante. Il primo periodo è stato santo perché si è concluso con un matrimonio meraviglioso. Il secondo è ancora più santo poiché è vissuto interamente in questo matrimonio. Intendo dire -che quella mirabile unione è stata frutto della grandissima santità già raggiunta allora da S. Giuseppe, e nello stesso tempo fu causa della santità ancora più eccelsa al'la quale S. Giuseppe venne successivamente elevato.

* Panégyrique de saint Joseph, esordio. Dalla raccolta di Mons. Villepelet: «Les plus beaux textes sur saint Joseph», La Colombe, Ed. du Vieux Colombier, Parligi 1959 - pp. 113-115.

 

 

O12  IL SEGRETO DI DIO RIVELATO A GIUSEPPE

         Papa Pio XI *

Achille Ratti (1857-1939), uomo di carattere deciso e intrepido, fu papa in un periodo estremamente difficile e delicato. Il suo motto era: "Pax Christi, in regno Christi» e egli lo visse pienamente. Si adoperò a ristabilire in ogni luogo la presenza della Chiesa: fu apostolo della pace di fronte alle minacce sempre più incombenti della guerra e ,difensore della fede di fronte ai regimi totalitari. Fu il papa del cattolicesimo sociale, del rinnovamento intellettuale e - soprattutto - delle missioni.
Morì offrendo la sua vita per ottenere la pace. La sua voce era risuonata tanto forte che, in mezzo al tumulto della seconda
guerra mondiale,
rimase agli uomini la certezza che la parola di Cristo non sarebbe passata.

Che cosa era, è stato ed è nel concetto della SS. Trinità: Padre, Figliolo e Spirito Santo, questo uomo; in che luce era veduto, di quale fiducia onorato, reputato degno e fatto degno? Fu l'uomo privilegiato da Dio e fu fatto degno a forza di grazie, di tutti i doni necessari appunto per ricevere tale fiducia. Fu la grande liberalità di Dio; si tratta di uno di quei casi nei quali Iddio commisura appunto ai grandi favori che vuoi fare, le sue grazie...
Il santo, il Figlio di Dio, il redentore dell'umano genere
è affidato a Giuseppe. Il Figlio di Dio! Ecco la fiducia, ecco il tesoro confidato alla custodia, alla cura, al governo di san Giuseppe. Ed è proprio con l'annuncio di questa patria potestà, per la quale egli sarebbe stato l'impositore di quel nome, ,che Giuseppe custodirà il tesoro della divinità di Gesù Cristo stesso. Era già immensamente grande quello della verginità di Maria, e sembrava che più prezioso di esso non potevasi affidare ad un uomo, eppure - è la semplice, divina, gloriosa verità - un ancor più ricco e vistoso tesoro viene ad aggiungersi alla verginità di Maria ed è la divinità stessa di Gesù...
Che cosa si può aggiungere a queste due fiducie, a questi due depositi di valore infinito? Si può aggiungere ancora qualche ,cosa! ...La fiducia che affida un segreto. In tutti gli umani rapporti non c'è nulla che possa paragonarsi alla fiducia, alla prova di un segreto, specialmente quando si tratta di un segreto intimo che sta proprio in fondo al cuore e all'animo, e ne esprima le più alte aspirazioni. Nessun tesoro può essere posto a confronto di quella ricchezza morale che è costituito dal segreto. Esso ha tanto maggiormente valore quanto più indica un'anima che passa in un'altra anima, un cuore che si trasfonde in un altro cuore, svelando ciò che vi può essere di più custodito e di più intimo. Quale dunque il valore del segreto che viene confidato da una parte altissima! Qui il segreto è cominciato dalla SS. Trinità, qui si contiene il segreto di Dio nascosto nelle profondità della divinità, della Trinità, negli infiniti, negli impenetrabili misteri del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: è il mistero, il segreto della divina Incarnazione, della redenzione che la divina Trinità rivela all'uomo.
Veramente più in alto non si può andare. Siamo nell'ordine della redenzione, dell'Incarnazione, nell'ordine della ipostatica unione, della personale unione di Dio con l'uomo! E' in quest'attimo che il cenno di Dio ci invita a considerare l'umile e grande Santo, è in quest'attimo che egli detta la parola che spiega tutto nei rapporti tra San Giuseppe e tutti i grandi profeti e tutti g,1i altri grandi santi, anche quelli che hanno avuto elevati uffici pubblici come gli apostoli: nessun'altra celebrità può superare quella di aver avuto la rivelazione dell'unione ipostatica del Verbo divino.

* Discorso del 19 Marzo 1935 - L'Osservatore romano, 20-21 marzo 1935 p. 1.

 

 

O13  LE QUALITÀ DELL'ABATE

         San Benedetto *

San Benedetto nacque verso il 480 nel territorio di Norcia. Interwppe gli studi che stava compiendo a Roma per farsi eremita, prima nel borgo di Affile e poi a Subiaco dove più tardi costituì dodici monasteri di cenobiti (coloro cioè che vivono in comune sotto una Regola e un Abate). Verso il 530 si stabilì a Monte Cassino, dove scrisse una Regola, notevole per la sua discrezione, come osserva giustamente il suo biografo S. Gregorio Magno. San Benedetto, patriarca dei monaci d'Occidente, non è fondatore di un monachesimo nuovo: la sua Regola tuttavia ben presto prese il sopravvento sulle altre «come l'espressione più felice e più pratica della saggezza tradizionale del cenobitismo». Nel 1964, Paolo VI ha proclamato San Benedetto patrono d'Europa.

L'abate deve ricordare sempre quel che è e come viene chiamato, sapendo che si esige di più da colui al quale si è affidata maggiore responsabilità. Occorre che si renda conto esattamente della difficoltà e delicatezza del compito che si è assunto di guidare le anime e di adattarsi, con spirito di servizio, alle diverse necessità di molti...
Dopo essere stato eletto, l'abate pensi sempre quale peso si è assunto; pensi a chi dovrà rendere conto del suo governo e sappia che deve giovare più che dominare. Per questo bisogna che sia dotto nella legge di Dio, per sapere da quale fonte attingere «il nuovo e il vecchio». Integro, sobrio, comprensivo, faccia sempre in modo che la misericordia la vinca sulla giustizia: e allora anche lui otterrà di essere trattato nella stessa maniera.
I vizi li dovrà odiare, ma i fratelli li ami sempre. Anche quando si tratterà di correggere, lo faccia con prudenza e moderazione, perché non succeda che a voler raschiare troppo la ruggine si rompa il vaso. Consideri sempre con diffidenza la sua fragilità e si ricordi che la canna incrinata non bisogna spezzarla. Non diciamo con questo che debba tollerare il rafforzarsi dei vizi, ma che deve eliminarli con prudenza e carità, nel modo che giudicherà utile per ciascuno in particolare. E si sforzi di essere amato piuttosto che temuto.
Starà attento a non diventare .causa di agitazione, a non essere inquieto, pignolo, ostinato, geloso e troppo facile al sospetto, perché non avrebbe mai pace. Nei suoi ordini sia previdente e assennato: tanto nel,le cose di Dio che negli affari temporali, si comporti con discernimento e moderazione, tenendo presente la discrezione del Patriarca Giacobbe che diceva: Se faccio camminare troppo i miei greggi, mi morranno tutti in un giorno (Gen. 33, 13). In base a questo e ad altri esempi, suggeriti dalla discrezione che è madre delle virtù, disporrà tutto in modo che i forti possano desiderare di più e i deboli non si scoraggino.

* Sancti Benedicti Regula - II et LXIV - «La Nuova Italia» editrice, Firenze 1958 - pp. 32, 172, 174.

 

O14  O TRINITÀ ETERNA!

        S. Caterina da Siena *

La figura di S. Caterina, complessa e affascinante, si staglia con statura gigantesca nella storia del misticismo italiano. Nel corso della sua breve vita (1347 c. - 1380) la vita politica, ecclesiastica e spirituale fu dominata dall'influsso di questa illetterata fanciulla senese. Il suo sistema dottrinale non è condotto in un modo logico, come testimoniano i numerosi scritti da lei dettati. La Santa domenicana abbraccia nella sua esperienza mistica la Trinità e il suo mondo, costruito sul Crocifisso. Il sangue di Cristo anima in maniera originale ed efficacissima questo sistema trinitario e l'anima infuocata di Caterina lo vede riversato come pioggia di purificazione e di grazia su tutte le creature. La preghiera che riportiamo conclude il suo Dialogo, in uno slancio di lode alla Tirinità e di ringraziamento per il dono della fede.

O abisso, o Deità eterna, o mare profondo! E che più potevi dare a me che dare te medesimo? Tu se' fuoco che sempre ardi e non consumi; tu se' fuoco che consumi nel calore tuo ogni amore proprio dell'anima; tu se' fuoco che tolli ogni fredezza; tu allumini; col lume tuo m'hai fatta cognoscere la tua verità; tu se' quello lume sopra ogni lume, col quale lume dài all'occhio dell'intelletto lume sopranaturale in tanta abondanzia e perfezione che tu chiarifichi el lume della fede, nella quale fede veggo che l'anima mia ha vita, e in questo lume riceve te, lume. Nel lume della fede acquisto la sapienza nella sapienza del Verbo del tuo Figliuolo; nel lume della fede so' forte, costante e perseverante; nel lume della fede spero: non mi lassa venire meno nel cammino. Questo lume m'insegna la via, e senza questo lume andarei in tenebre; e però ti dissi, Padre eterno, che tu m'alluminassi del lume della santissima fede.
Veramente questo lume è uno mare, perché notrica l'anima in te, mare pacifico, Trinità eterna. L'acqua non è turbida, e però non ha timore, perché cognosce la verità; ella è stillata, chè manifesta le cose occulte; unde, dove abbonda l'abbondantissimo lume della fede tua quasi certifica l'anima di quello che crede. Ella è uno specchio, secondo che tu, Trinità eterna, mi fai cognoscere; ché raguardando in questo specchio, tenendolo con Ila mano dell'amore, mi rappresenta me in te, che so' creatura tua, e te in me, per l'unione che facesti della deità nell'umanità nostra. In questo lume cognosco e rapresentami te, sommo e infinito Bene: Bene sopra ogni bene, Bene felice, Bene incomprensibile; Bene inestimabile; Bellezza sopra ogni bellezza; Sapienza sopra ogni sapienza, anco tu se'essa sapienza. Tu, cibo degli angeli, con fuoco d'amore ti se' dato agli uomini! Tu, vesti mento che ricuopri ogni nudità, pasci gli affamati nella dolcezza tua. Dolce se' senza alcuno amaro. O Trinità eterna, nel lume tuo il quale desti a me, ricevendolo col lume del,la santissima fede, ho cognosciuto, per molte e admirabili dichiarazioni spianandomi, la via della grande perfezione, acciò che 'con lume e non con tenebre io serva te, sia specchio di buona santa vita, elevimi dalla miserabile vita mia; ché sempre, per lo mio difetto, t'ho servito in tenebre. Non ho conosciuta la tua verità, e però non l'ho amata.

Perchè non ti conobbi? Perchè io non ti viddi col glorioso lume della santi,ssima fede, però che la nuvila dell'amore proprio offuscò l'occhio dell'intelletto mio. E tu, Trinità eterna, col lume tuo dissolvesti la tenebre. E che potrà agiognere all'altezza tua a rendarti grazie di tanto smisurato dono e larghi benefici quanto tu hai dati a me, della dottrina della verità che tu m'hai data? che è una grazia particulare, oltre alla generale che tu dài all'altre creature. Volesti condescendere allia mia necessità e dell'altre creature, che dentro ci si specchiaranno. Tu risponde, Signore: tu medesimo hai dato, e tu medesimo risponde e satisfa, infondendo uno lume di grazia in me, a ciò che con esso lume io ti renda grazie. Veste, veste me di te, Verità eterna, sì che io corra questa vita mortale con vera obbedienzia e col lume della santissima fede, del quale lume pare che di nuovo inebbri l'anima mia.

* Il libro - Ed. Paoline, Siena 1969 - pp. 607-608.

 

 

O15  «CIÒ CHE OCCHIO NON VIDE E ORECCHIO NON UDÌ» (1 Cor. 2, 9)

         Sant'Agostino

S. Agostino (354-430), vescovo d'Ippona in Africa, romano per cultura, pensatore di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il Dottore della grazia e, più ancora, della .carità.
In questa celebre pagina delle Confessioni, Agostino ci rivela la profonda comunione di spirito che lo univa alla madre, alla quale doveva la sua conversione.

Eravamo soli, mia madre e io, appoggiati al davanzale di una finestra: sotto di noi si poteva vedere il giardino interno della casa che ci ospitava, a Ostia, presso la foce del Tevere. Lontani dai rumori della folla, dopo la fatica di un lungo viaggio, ci disponevamo ad imbarcarci. Conversavamo dunque, soli, con grande dolcezza. Dimentichi del passato, protesi verso l'avvenire (Fil. 3, 13), oi domandavamo, alla presenza della verità che sei tu, Signore, come sarà quella vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì né penetrò nel cuore dell'uomo (1 Cor. 2,9)... E mentre ne parlavamo ed eravamo tesi ad essa col desiderio, la raggiungemmo per un istante con tutto lo slancio del nostro cuore e, sospirando, lasciammo le primizie dello spirito (cfr. Rom. 8,23) per ridiscendere al vuoto suono delle nostre bocche, dove la parola ha principio e ha fine...
E dicevamo così: se .in qualcuno il tumulto della carne facesse silenzio, silenzio facessero le immagini della terra e delle acque e dell'aria, silenzio anche i cieli, e l'anima stessa in sé facesse silenzio e si superasse non pensando più a sé, silenzio i sogni e le visioni della fantasia; se ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che passa in qualcuno facesse completamente silenzio - a saperle ascoltare, infatti, tutte queste cose dicono: «Non ci siamo fatte da noi, ma ci ha fatto colui che rimane in eterno» - e se, detto questo, tornassero nel silenzio per essersi poste in ascolto di colui che le ha create, e lui solo parlasse, non più per loro mezzo, ma da se stesso e noi udissimo la sua parola, non attraverso lingua umana o voce di angelo o fragore di nube o enigma di parabole, ma lui stesso, che amiamo in queste cose, proprio lui si facesse sentire a noi senza di esse, - come ora che, tesi in tutto il nostro essere, abbiamo raggiunto con la penetrazione di un istante l'eterna sapienza che sta al di sopra di ogni -cosa - se questa condizione si prolungasse e scomparissero tutte le altre visioni che le sono molto inferiori ed essa sola rapisse e assorbisse e immergesse nelle gioie interiori colui che la contempla: e la vita eterna fosse così come ci è apparsa in quest'istante di intuizione che ci ha fatto sospirare, non è forse questo ciò che vuoi dire: Entra nella gioia del tuo Signore? (Mt. 25,21).
E questo, quando? Non forse nel giorno in cui tutti risorgeremo, ma non tutti saremo trasformati? (1 Cor. 15,51)...
Allora mia madre mi disse: «Figlio mio, per quanto mi riguarda, in questa vita non trovo più nessuna attrattiva. Che cosa faccio quaggiù, perché ci resto ancora? Non lo so: ormai non ho più desideri sulla terra. C'era una cosa sola che mi facesse desiderare di rimanere ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico prima di morire. Dio mi ha concesso tutto questo in misura maggiore di quello che aspettavo: ti vedo infatti disprezzare le felicità terrene per servire lui. Che cosa faccio ancora qui?».

* Confessionum libri XIII - SEI, Torino 1952 - pp. 332-335.

 

 

O16  LA LIBERTÀ DEI FIGLI DI DIO

        Daniel Rops *

Nato a Epinal in Francia nel 1901, Henri Petiot, detto Daniel Rops, è morto il 27 luglio 1965. Storico e scrittore di valore è stato ammesso tra gli accademici di Francia nel 1955. Lavoratore infaticabile, ha saputo far fruttificare i suoi doni eccezionali, specialmente nella poderosa opera in otto volumi «Storia della Chiesa di Cristo». Abbiamo qui un vivace ritratto del fondatore dell'Oratorio san Filippo Neri.

In tutta la storia della Chiesa non vi è certamente nessun santo che come san Filippo Neri abbia dato una testimonianza tanto valida della libertà dei figli di Dio. Egli fondò l'Oratorio, uno degli istituti più singolari - almeno agli inizi - esistenti in seno alla Chiesa. Per le vie di Roma incontriamo, verso il 1590, questo brav'uomo dall'aspetto strano, calvo, con la barba incolta,la corporatura alta e dinoccolata, che si agita gesticolando e parla e ride con tutti. Nulla di artificioso in lui: questo è il meno che si possa dire. Gli piace moltissimo lanciare una battuta, fare qualche scherzo bonario e giungere fino a mettere in ridicolo se stesso: sa lui il perché. Si direbbe che ha deciso di non farsi prendere sul serio: ma è proprio questa umiltà che tocca le anime, questa delicata disinvoltura... la sua «continua ilarità di spirito» è comunicativa, e il suo umorismo, da cui non volle mai staccarsi, si situa al punto di incontro della tenerezza con l'ironia, del consiglio morale con lo scherzo, là dove esplode, nella gioia, la libertà del cristiano.
Ma, nello stesso tempo, questo personaggio così curioso, così sconcertante per molti aspetti, quest'uomo d'una meravigliosa purezza d'animo,
è un grande mistico che il cielo ricolma di grazie visibili e di carismi. Come si racconta, il Cristo stesso l'ha segnato con il suo sigillo, in un misterioso colloquio di cui Filippo non parla mai, ma che certamente è stato determinante nella sua vita; si dice che in quell'istante il suo cuore si è rivelato troppo piccolo per contenere l'immensità del suo amore soprannaturale; perciò si è gonfiato tanto che le costole si sono sollevate per fargli posto. Quando Filippo prega si direbbe che non appartenga più alla terra, che stia per volare al cielo verso cui tende le sue mani scarne e diafane. E' evidente che al capezzale dei malati - uno dei posti che egli predilige - Dio si serve di lui per guarigioni miracolose... I penitenti che si inginocchiano al suo confessionale, come più tardi quelli del curato d'Ars, non hanno bisogno di manifestare le proprie colpe: il santo legge nel loro cuore meglio di quanto lo facciano loro stessi. E se uno volesse chiedergli: «Padre da che cosa vede che ho commesso questa colpa?», si sentirebbe rispondere, in uno scoppio di risa: «Dal colore del tuo pelo!».
Questo era il Filippo che Firenze aveva visto nascere nel 1515 da una povera famiglia di bottegai e che a 17 anni, invece di andare a imparare i segreti del mestiere presso uno degli zii, si era improvvisamente messo al servizio di Cristo. Per anni, vivendo di espedienti, dormendo nelle chiese o sotto i portici, portando il suo pane nel cappuccio del mantello, era stato uno di quegli apostoli laici, uno di quei bizzarri testimoni della Parola, che oggi sembrano una cosa inconcepibile e che allora,invece, erano piuttosto numerosi. In tutti i quartieri, fossero anche i più malfamati, egli predicando all'aperto ad ascoltatori ben disposti, otteneva conversioni sorprendenti. Lo si vedeva spesso nelle catacombe, in preghiera davanti alla tomba di qualche martire; si recava regolarmente in pellegrinaggio alle «sette chiese», le più celebri e sante basiliche della città. La confraternita della Carità, che riuniva membri appartenenti a tutte le classi sociali, non aveva servitore più devoto, più dedito al prossimo, di quell'uomo eccentrico che aveva sempre Dio sulle labbra... Più tardi accettò di diventare sacerdote, anche se - come pare - non aveva compiuto studi di teologia molto regolari. Ma lo Spirito di Dio, per soffiare, non ha assoluto bisogno né della teologia, né dei teologi: ed era appunto questo Spirito che parlava per bocca sua.

* L'Eglise de la Renaissance et de la Réforme catholique, Fayard, Parigi 1955, pp. 160-162.

 

O17  CREDERE È COME TOCCARE

            Anonimo del XIII secolo *

Donna, perché piangi? Chi cerchi? (Gv. 20, 13. 15). Eppure, angeli del cielo, voi sapevate benissimo perché piangeva e chi cercava: perché dunque la fate piangere di nuovo, col rinnovarle il ricordo? Ma era vicina la gioia di una consolazione insperata: e allora si poteva lasciar traboccare tutto l'impeto del dolore e del pianto. Volgendosi vide Gesù in piedi, ma non riconobbe che era Gesù(Gv. 20, 14). Che scena dolce, commovente e piena di bontà, quella in cui la persona cercata e desiderata si mostra, ma nascondendosi. Gesù si nasconde per essere cercato con un ardore sempre più grande, per farsi trovare con una gioia che, dopo la ricerca, è più viva; per essere trattenuto con maggior premura e non essere lasciato andare finché non sia introdotto, per restarvi, nel talamo del suo amore. Questa è l'arte che la Sapienza usa per giocare con l'universo, lei che è felice di stare con i figli degli uomini (Prov. 8, 31).
Donna, perché piangi, chi cerchi? Colui che cerchi è con te, e non lo sai? Possiedi la vera, eterna felicità e piangi? Hai dentro di te quello che cerchi al di fuori. E veramente stai fuori, piangendo vicino a una tomba. Il tuo cuore è il mio sepolcro: io non vi riposo morto, ma vivo in eterno. La tua anima è il mio giardino. Hai avuto ragione di pensare che ero il giardiniere. lo sono il secondo Adamo: coltivo e custodisco il mio paradiso. Il tuo pianto, il tuo amore e il tuo desiderio sono opera mia: tu mi possiedi dentro di te senza saperlo, perciò mi cerchi al di fuori. E allora ti apparirò all'esterno, per riportarti nel tuo intimo e farti trovare all'interno quello che cerchi fuori.
Maria, io ti conosco per nome, tu impara a conoscermi per fede. Rabboni, cioè Maestro. E questa parola vuoi dire: insegnami a cercarti, insegnami a toccarti, a ricoprirti di aromi. Non toccarmi, risponde Gesù, ...perché non sono ancora asceso al Padre (Gv. 20, 17): tu non hai ancora creduto che io sono eguale, coeterno e consustanziale al Padre. Credi dunque questo e sarà come se mi avessi toccato. Tu vedi l'uomo, perciò non credi, perché non si crede quello che si vede. Dio non lo vedi: credi e lo vedrai. Credendo mi toccherai, come quella donna che toccò la frangia della mia veste e subito fu guarita (cfr. Mt. 9, 20-22). Perché? Perché mi ha toccato con la sua fede. Toccami con quella mano,cercami con quegli occhi, affrettati a correre verso di me con quei piedi, e non sarò lontano da te. Infatti io sono un Dio vicino (cfr. Deut. 4, 7), sono parola nella tua bocca e nel tuo cuore. Niente è più vicino all'uomo del suo cuore. Lì dentro io mi faccio trovare da tutti quelli che mi hanno voluto trovare, mentre le cose esteriori riguardano solo la vista. Sono anch'esse opere mie, ma passeggere e caduche: invece io, loro Creatore, abito nelle più intime profondità dei cuori puri.

* Meditatio in Passionem et Resurrectionem Domini, 38: PL 184, 766.

 

O18  BEATI COLORO CHE ACCOLGONO CRISTO

           Sant'Agostino *

Sant'Agostino (354-430), vescovo di Ippona in Africa, romano per cultura, pensato re di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il Dottore della grazia e, più ancora, della carità.
Nei suoi sermoni, Agostino sviluppa i pensieri più elevati nel modo più semplice, facendo appello all'esperienza quotidiana dei suoi fedeli.

Una donna di nome Marta lo ricevette in casa sua (Lc. 10, 38). Le parole di nostro Signore Gesù Cristo che leggiamo nel Vangelo, ci ricordano che unico è il bene a cui tendiamo, anche quando ci affatichiamo nelle molteplici attività di questo mondo. Tendiamo alla meta perché ci troviamo in cammino e non siamo ancora a casa nostra; siamo ancora per la strada e non in patria; siamo nel tempo del desiderio e non del godimento. Protendiamoci dunque in avanti e camminiamo alacremente e senza soste per poter giungere al termine del nostro viaggio.
Marta e Maria erano due sorelle, unite fra loro non solo dal vincolo del sangue, ma anche dalla pietà. Erano entrambe legate al Signore e si misero insieme al suo servizio nel tempo della sua vita mortale. Marta lo accolse come si accoglie di solito un pellegrino: era tuttavia la serva che riceve il suo Signore, la malata il suo Salvatore, la creatura il suo Creatore. Marta, che doveva essere nutrita dallo Spirito, riceveva Gesù per nutrirne il corpo. Il Signore infatti aveva voluto assumere la natura di un servo e in quella natura aveva accettato, non per necessità ma per condiscendenza, che dei servi lo nutrissero. Non è stata forse una prova della sua immensa bontà l'accettare di essere nutrito, di assumere un corpo soggetto alla fame e alla sete?...
Ecco dunque il Signore accolto come un ospite, lui che è venuto in casa sua e non è stato ricevuto dai suoi. Ma a tutti quelli che l'hanno
accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv. 1, 12); ha adottato i servi e li ha resi suoi fratelli, ha liberato i prigionieri e li ha trasformati in eredi al pari di lui. Forse qualcuno di voi dirà: «Beati quelli che hanno avuto la felicità di ospitare Cristo a casa loro!» No, non essere triste, non lamentarti perché sei nato in un'epoca in cui non puoi più vedere il Signore nel suo corpo di carne. Egli non ti ha privato di questo favore immenso; infatti ha detto: Tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei, l'avete fatto a me (Mt. 25, 40)...
Ecco per te, Marta, una parola di pace: tu sei benedetta nel tuo solerte servizio, perché la tua fatica avrà come ricompensa il riposo. Ora tu sei occupata in molte faccende e ti preoccupi di dare il nutrimento necessario alla vita mortale degli uomini, sia pure santi. Ma quando sarai giunta nella patria, troverai forse pellegrini da accogliere come ospiti, affamati a cui dare del pane, assetati da ristorare, malati da visitare, contendenti da riconciliare, morti da seppellire? Non ci sarà più niente di tutto questo: ma allora che cosa ci sarà? Troverai quello che Maria ha scelto, perché lassù non avremo nessuno da nutrire, ma saremo nutriti. Lassù godremo perfettamente e in pienezza quello che già quaggiù Maria aveva scelto, quando raccoglieva le briciole che cadevano dalla ricca mensa della parola di Dio. Volete sapere dunque che cosa ci sarà lassù? Il Signore stesso lo ha detto, parlando dei suoi servi: In verità vi dico: li farà sedere a tavola e, passando dall'uno all'altro, egli stesso li servirà (Lc. 12, 37).

* Sermo CIII, 1, 2, 6: PL 38, 613, 615.

 

 

O19  DIO È IL CIBO DEL POVERO

L'anonimo del '300 che scrive in volgare la vita e i miracoli di san Francesco, ha pagine squisitamente poetiche anche per sorella Chiara, «la pianta spirituale» del Poverello, colei che «perfetta vita ed alto merto in cielo». Conquistata all'ideale di povertà e di rinunzia totale di Francesco, Chiara d'Assisi, con la sua umile opera di consiglio e di preghiera, collabora in modo decisivo all'orientamento apostolico e contemplativo della vita francescana. ti suo primo biografo ci ha lasciato di lei questo ritratto: «Nobile di nascita, ma più nobile di spirito; vergine nel corpo, castissima nella mente... costante nel bene, sposata per sempre all'amore divino; sapiente e nello stesso tempo umile; Chiara di nome, più chiara per la vita, chiarissima per i costumi» (Tommaso da Celano, Vita I).

Santa Francesca, quando stava ad Ascesi, spesse volte visitava santa Chiara dandole santi ammaestramenti. Ed avendo ella grandissimo desiderio di mangiare una volta con lui, e di ciò pregandolo molte volte, egli non le voleva mai fare quella consolazione. Onde vedendo i suoi compagni il desiderio di santa Chiara, dissono a santo Francesco: «Padre, a noi pare che questa rigidità non sia seconda la carità divina, che suora Chiara, vergine così santa, a Dio diletta, tu non esaudisca in così piccola cosa, come è mangiar teco; e specialmente considerando ch'ella per la tua predicazione abbandonò le ricchezze e le pompe del mondo. E di vero, s'ella ti domandasse maggiore grazia che questa non è, sì la dovresti fare alla tua pianta spirituale». Allora santo Francesco rispuose: «Pare a voi che io la debba esaudire?» E i compagni: «Padre, sì, degna cosa è che tu le faccia questa consolazione». Disse allora santo Francesca: «Da poi che pare a voi, pare anche a me. Ma a ciò ch'ella sia più consolata, io voglio che questo mangiare si faccia a Santa Maria degli Angeli; imperò che ella è stata lungo tempo rinchiusa in Santo Damiano, sì che le gioverà di vedere un poco il luogo di Santa Maria, dov'ella fu tonduta e fatta sposa di Gesù Cristo ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio».
Venendo dunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara esce dal monastero con una compagna e, accompagnata da' compagni di santo Francesco, venne a Santa Maria degli
Angeli... E fatta l'ora di desinare, si pongono a sedere insieme santo Francesco e santa Chiara, e uno de' compagni di santo Francesco colla compagna di santa Chiara, e poi tutti gli altri compagni s'acconciarono alla mensa umilmente. E per la prima vivanda santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente e sì meravigliosamente che, discendendo sopra di loro l'abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio ratti...
Poi, dopo grande spazio, ritornando in sé santo Francesco e santa Chiara insieme con gli altri, e sentendosi bene confortati del cibo spirituale, poco si curano del cibo corporale. E, così, compiuto quel benedetto desinare, santa Chiara bene accompagnata si ritornò a Santo Damiano. Di che le suore, veggendola, ebbono grande allegrezza; però ch'elle temeano che santo Francesco l'avesse mandata a reggere qualche altro monastero, sì come egli avea già mandato suora Agnese, santa sua sirocchia, per badessa a reggere
il monastero di Monticelli di Firenze; e santo Francesco alcuna volta avea detto a santa Chiara: «Apparecchiati, se bisognasse ch'io ti mandassi in alcuno luogo»; ed ella, come figliuola della santa obbedienza, avea risposto: «Padre, io sono sempre apparecchiata ad andare dovunque voi mi manderete». E però le suore si rallegrarono molto, quando la riebbono; e santa Chiara rimase d'allora innanzi molto consolata. A laude di Cristo. Amen.

* I Fioretti di S. Francesco, XV - Ed. La Verna 1966 - pp. 62-66.

 

 

O20  «L'AMORE È FORTE COME LA MORTE» (Cant. 8,6)

          Françoise-Madeleine de Chaugy *

Quarta superiora della Visitazione di Annecy, Francesca-Maddalena di Chaugy fu la segretaria di santa Giovanna di Chantal di cui ha conservato molti ricordi.
Discepola di san Francesco di Sales, la Chantal percorse sotto la sua guida l'aspro sentiero della santità e nel 1610 diede vita all'Ordine della Visitazione, a cui comunicò il fervore della sua carità piena di gioia. Contemplativa di una semplicità meravigliosa, fondò la spiritualità della sua famiglia religiosa sulla base di un solido equilibrio umano. Chiuse nel 1641,
a 69 anni, la sua splendida vita ricca di sofferenza e di amore.

Fu in un giorno del 1632 che santa Giovanna Francesca di Chantal pronunziò queste parole di fuoco, che vennero immediatamente raccolte con la massima fedeltà: «Mie care figlie, la maggior parte dei nostri santi Padri, le colonne della Chiesa, non sono stati martirizzati: perché credete che sia successo così?» Dopo che ogni suora ebbe risposto, la Madre riprese: «Per me, credo che la causa sia questa: esiste un altro martirio che si chiama il martirio d'amore nel quale Dio, mentre mantiene in vita i suoi servi e le sue serve per farli lavorare alla sua gloria, li rende allo stesso tempo martiri e confessori; so - aggiunse poi - che a questo martirio sono destinate le suore della Visitazione e Dio lo farà soffrire a quelle che con gioia lo vorranno».
Una suora allora chiese in che cosa consistesse questo martirio: «Date a Dio in modo assoluto la vostra volontà e allora lo sentirete. L'amore divino - continuò essa a dire fa passare la sua spada attraverso le parti più intime e segrete della nostra anima e separa noi da noi stessi. So di una persona che l'amore ha costretto a separazioni tali che il distacco si è rivelato molto più sensibile del dolore che essa avrebbe provato se i tiranni avessero separato la sua anima dal corpo col taglio della spada».
Noi abbiamo capito benissimo che parlava di se stessa. Una suora le chiese quanto tempo durava questo martirio. Rispose: «Dal momento in cui ci siamo consegnati a Dio senza condizioni fino al momento della morte; ma certamente questo vale per i cuori generosi che, senza nessun ritorno su di sé, sono fedeli all'amore; infatti i cuori fiacchi che hanno poco amore e poca costanza, il Signore non si mette a martirizzarli, ma si contenta di lasciarli tirare avanti alla meglio per paura che gli sfuggano, perché egli non violenta mai il libero arbitrio».
Le chiesero se questo martirio d'amore poteva eguagliare il martirio del corpo: «Non cerchiamo di fare dei paragoni, sebbene io pensi che l'uno non sia affatto inferiore all'altro, perché l'amore è forte come la morte (Cant. 8, 6) e i martiri d'amore soffrono mille volte di più restando in vita, per fare la volontà di Dio, che se dovessero dare mille vite per testimoniare tutta la loro fede, tutto l'amore e tutta la fedeltà».

* Sainte Jeanne-Française Frémyat de Chanta/, sa vie et ses aeuvres, Ubrairie Plan, Parigi 1893 - pp. 355-357.

 

 

O26   LA PACE DEL CUORE, PEGNO DEL RIPOSO ETERNO

          San Beda il Venerabile * 

Nato a Jarrow, in Inghilterra, San Beda (circa 673-735), ancora vivo, veniva chiamato il Venerabile. Tutti amavano ed ammiravano questo prete monaco, umile, fervente e dotto. Fin dall'età di sette anni era stato affidato ad un monastero della Northumbria, dove in seguito diventò monaco. Passò tutta la sua vita a Jarrow, o nel vicino monastero di Wearmouth, provando piacere nello studio e nell'insegnamento. I suoi numerosi trattati ci trasmettono la dottrina dei Padri e soprattutto quella di Sant'Agostino. La sua opera più importante, di carattere storico, è intitolata: La Storia della Chiesa d'Inghilterra.

Lo Spirito Santo darà ai giusti la pace perfetta nell'eternità. Ma fin da ora, dona loro una pace grandissima quando accende nei loro cuori il fuoco celeste della carità. Infatti l'Apostolo dice: La speranza non inganna, perché l'amore di Dio è stato diffuso in abbondanza nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato (Rom. 5, 5).
La vera, o meglio, la sola pace delle anime su questa terra consiste nell'essere ripieni dell'amore divino ed animati dalla speranza del cielo, tanto da arrivare a considerare come poca cosa i successi o le disgrazie di questo mondo, a spogliarsi completamente dei desideri terreni, a rinunciare alle bramosie del mondo ed a rallegrarsi delle ingiurie e delle persecuzioni subite per Cristo, così che si può dire con l'Apostolo: Noi ci gloria ma nella speranza della gloria di Dio. Non solo, ma ci gloria ma pure delle tribolazioni (Rom. 5, 2-3). E' in errore colui che crede di poter trovare la pace nel godimento dei beni della terra e nella ricchezza. Le frequenti tribolazioni di quaggiù e la fine stessa di questo mondo, dovrebbero renderlo consapevole d'aver posto le fondamenta della sua pace nella sabbia.
Al contrario, tutti coloro che, toccati dal soffio dello Spirito Santo, hanno preso su di sé il giogo soavissimo dell'amore di Dio, e che, seguendo il suo esempio, hanno imparato ad essere dolci ed umili di cuore, godono fin d'ora di una pace che è già l'immagine del riposo eterno. Separati, nel profondo del loro cuore, dalla frenesia degli uomini, essi hanno la gioia di riconoscere ovunque il volto del
loro creatore, ed hanno sete di raggiungere la sua perfetta contemplazione, dicendo con l'apostolo Giovanni: Noi sappiamo che quando ciò verrà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è (1 Gv. 3, 2).
Se desideriamo giungere alla ricompensa di questa visione, noi dobbiamo costantemente richiamarci alla memoria il Santo Evangelo e mostrare i insensibili alle seduzioni mondane. In tal modo, noi diverremo degni di ricevere la grazia dello Spirito Santo che il mondo non è capace di accogliere. Amiamo il Cristo ed osserviamo con perseveranza i suoi comandamenti che abbiamo cominciato a seguire. Più lo ameremo, più ci meriteremo di essere amati dal Padre, ed egli stesso ci accorderà la grazia del suo amore immenso nell'eternità. Ora, ci concede di credere e di sperare; allora, noi lo vedremo faccia a faccia e si manifesterà a noi nella gloria che già aveva presso il Padre prima che il mondo fosse.

 * 12ma omelia per la vigilia di Pentecoste; PL 94, 196-197.

 

O27  I GENITORI DELLA MADRE DI DIO

        Beato Cosma *

Il testo qui riportato, estratto da un sermone sui santi Gioacchino ed Anna, si situa bene nella tradizione liturgica orientale in cui il lirismo proprio del genere innico si inserisce agevolmente perfino nell'omelia per la festa.
Ne è autore il beato
Cosma, greco, vissuto tra il 750 e /'850. Oratore laico, coprì cariche importanti alla Corte di Costantinopoli, in particolare quella di preposto all'abbigliamento dell'imperatore, che gli fece attribuire il soprannome di «Vestitor».

Oggi rendiamo grazie per i genitori della Madre di Dio. Essi stanno all'origine della salvezza di tutti noi e la loro festa è anche festa della loro figlia... Questo è il momento di esclamare: Il Signore ha benedetto la casa del re Davide con la sua lontana discendente, Maria, madre della Vita. Ha benedetto la casa dei giusti Gioacchino ed Anna con la loro santa figlia, la tutta pura e sempre vergine Maria, Madre del Cristo e Madre di Dio.
Veramente beatissimi i genitori della Madre di Dio! Il mondo intero è loro debitore: i profeti, perché per loro merito le profezie pronunciate sull'incarnazione del Cristo si sono avverate; gli apostoli, perché in virtù della loro figlia son divenuti figli della luce; i santi martiri, perché ad essi debbono la loro celeste corona; i santi e i giusti, perché potranno ereditare i beni futuri; i peccatori, perché le preghiere della Madre di Dio otterranno ad essi misericordia.
Diciamo noi pure ad alta voce e con riconoscenza: Esulta, Gioacchino, venerabile padre di colei che, dopo Dio è la speranza nostra. Esulta, Anna, madre venerabile della madre della nostra vita.
Esulta, padre: tu sei il buon seminatore, il coltivatore di un campo fertile. Esulta, madre feconda: tu sei la radice della nostra salvezza.
Esulta, padre: tu sei il coltivatore della vigna che ha dato l'uva buona. Esulta, madre: tu sei il campo privilegiato della buona terra.
Esulta, padre: tu hai piantato il paradiso spirituale. Esulta, madre: tu sei l'albero che porta un ramo che non può marcire.
Esulta, padre: tu sei lo scrigno della perla senza difetto. Esulta, madre: tu sei la roccia che contiene il purissimo smeraldo.
Esulta, padre: tu sei la vena da cui è sgorgata la sorgente della Vita. Sii felice, madre: tu sei la giara con la quale è stata soddisfatta ogni sete di progenitura.
Le nostre labbra son colme di lodi per la vostra mirabile santità. Tuttavia siamo incapaci di celebrare come si conviene la vostra unione coniugale che Dio ha fecondato; non lo potremmo che facendo nostra la voce di Cristo, nipote vostro secondo la carne, onde benedirvi entrambi esclamando: Rallegratevi, esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt. S, 12).

 *  Sermon sur saints Joachim et Anne, parents de la Mère de Dieu, 1,6.7: PG 106, 1005, 1010-1011.

 

O28   LA VEGLIA D'ARMI DEL CAVALIERE-PELLEGRINO

        Sant'Ignazio di Loyola *

Ignazio di Loyola (1491-1556), ferito a Pamplona in Spagna nel 1521, ci riferisce egli stesso nel Racconto del pellegrino come iniziò la conversione che doveva far di lui il cavaliere di Dio. Queste prime folgorazioni sono già un'esperienza delle mozioni divine ch'egli doveva discernere e descrivere con tanta maestria negli Esercizi Spirituali, frutto del suo ritiro a Manresa.

Giunto a una grossa borgata prima di Montserrat, il pellegrino volle acquistare la veste che aveva deciso di portare per recarsi a Gerusalemme. Comperò perciò della tela per sacchi grossolana e ruvida; quindi ne fece fare una lunga tonaca che gli cadeva fino ai piedi. Si procurò anche un bastone da pellegrino e una piccola zucca vuota, e mise tutto davanti ali 'arcione della sella.
Riprese il cammino verso Montserrat, sognando come sempre le imprese che avrebbe realizzato per amore di Dio. E poiché aveva la mente piena delle storie di Amadigi di Gallia e altri libri del genere, gli venne l'ispirazione di imitarli. Così risolse di fare una veglia d'armi per tutta una notte, senza sedersi o coricarsi, ma un po' in piedi, un po' in ginocchio dinanzi all'altare di Nostra Signora di Montserrat, dove aveva deciso di spogliarsi dei suoi abiti per rivestirsi delle insegne di Gesù Cristo.
Uscito dalla borgata, proseguì meditando come sempre sui suoi progetti. Giunto a Montserrat, dopo aver pregato ed essersi messo d'accordo col confessore, stese per iscritto una confessione generale impiegandovi tre giorni. Inoltre concordò col confessore che avrebbe conservato la mula e che la sua spada e il suo pugnale sarebbero stati appesi nella chiesa all'altare di Nostra Signora. Quello fu il primo uomo che mise a parte della sua risoluzione, poiché sino allora non l'aveva comunicata a nessun confessore.
La vigilia della Madonna di marzo 1522, scesa la notte, quanto più discretamente possibile si ingegnò di trovare un povero. Spogliandosi di tutte le sue vesti, gliene fece dono e si rivestì dell'abito dei suoi sogni. Andò a inginocchiarsi
dinanzi all'altare di Nostra Signora e, tenendo in mano il bastone, passò la nottata un po' inginocchiato un po' ritto, allontanandosi all'alba per non venir riconosciuto.
Non prese la strada che conduce dritta per Barcellona, dove avrebbe incontrato molte persone che lo avrebbero riconosciuto e gli avrebbero reso omaggio, ma deviò verso una borgata denominata Manresa, ove intendeva passare alcuni giorni in un ospedale. Voleva anche scrivere alcune note nel suo libro che conservava con cura e si portava dietro con grande consolazione.
Era già a una lega da Montserrat, allorché fu raggiunto da un uomo che lo rincorreva e che gli domandò se realmente avesse regalato le sue vesti ad un povero, come quello dichiarava. Egli lo confermò e i suoi occhi si riempirono di lacrime, per compassione di quell'infelice cui aveva lasciato i suoi abiti; capì che gli aveva recato delle noie, facendolo prender per ladro.

 *  Le Récit du Pèlerin, Autobiographie de Saint Ignace de Loyola, presentata da A. Thiry, «Museum Lessianum». Desclée de Brouwer, 1956, pp. 59-62.

 

O29   LA PREGHIERA NELLA VITA DEL CURATO D'ARS

         Giovanni XXIII *

Nato nel 1881 a Sotto il Monte presso Bergamo, da umile famiglia contadina, il buon Papa Giovanni, eletto all'età di 77 anni, ha fatto risplendere sul mondo la pura luce delle Beatitudini. /I suo nome resta unito al Concilio Vaticano Il, che egli convocò come atto di fede in una nuova Pentecoste per la Chiesa e per il mondo. La morte lo colse a Roma il 3 giugno 1963, dopo un'agonia dolorosa che riunì gli uomini di tutte le razze, le nazioni e le religioni in un impulso di unanime simpatia. Offrendo la vita per il suo gregge, questo pastore semplice e audace, il cui cuore era aperto a tutti, rese la sua ultima testimonianza a Gesù Cristo.

Ai sacerdoti di questo secolo, facilmente sensibili all'efficacia dell'azione e facilmente tentati pure da un attivismo pericoloso, quanto è salutare questo modello di preghiera assidua in una vita interamente consacrata alle necessità delle anime! Quel che impedisce a noi sacerdoti di essere santi - egli diceva - è la mancanza di riflessione; non si rientra in se stessi; non si sa quel che si fa; ci è necessaria la riflessione, la preghiera, l'unione con Dio. Egli stesso restava, secondo la testimonianza dei contemporanei, in uno stato di continua preghiera, da cui non lo distraeva né la fatica spossante delle confessioni né gli altri compiti di pastore. «Conservava una unione costante con Dio in mezzo alla sua vita eccessivamente occupata».
Ascoltiamo ancora lui stesso. Egli è inesauribile quando parla delle gioie e dei benefici della preghiera. «L'uomo è un povero che ha bisogno di domandare tutto a Dio». «Quante anime possiamo noi convertire con le nostre preghiere! ». E ripeteva: «La preghiera, ecco la felicità dell'uomo sulla terra». Questa veniva copiosamente gustata da lui stesso, mentre il suo sguardo illuminato dalla fede contemplava i misteri divini e, con l'adorazione del Verbo incarnato, elevava la sua anima semplice e pura verso la Santissima Trinità, oggetto supremo del suo amore. E i pellegrini che si affollavano nella chiesa di Ars comprendevano che l'umile sacerdote manifestava loro qualche cosa del segreto della sua vita interiore con quell'esclamazione frequente che gli era cara:  
«Essere amati da Dio, essere uniti a Dio, vivere alla presenza di Dio, vivere per Dio: oh! che bella vita e che bella morte! ».
Noi vorremmo, Venerabili Fratelli, che tutti i sacerdoti delle vostre diocesi si lasciassero convincere dalla testimonianza del Santo Curato d'Ars, della necessità di essere uomini di preghiera e della possibilità di esserlo, qualunque sia l'aggravio talora estremo delle occupazioni del loro ministero. Ma è necessaria una fede viva, come quella che animava Giovanni Maria Vianney e gli faceva compiere meraviglie. "Che fede! - esclamava uno dei suoi confratelli - Vi sarebbe di che arricchire tutta una diocesi!».
Con San Pio X "riteniamo dunque per certo che il sacerdote per essere degnamente all'altezza del suo grado e ufficio, deve essere dedito in modo esimio all'esercizio della preghiera... Più intensamente degli altri deve il sacerdote obbedire al precetto di Cristo: Bisogna pregare sempre; sul cui esempio San Paolo tanto raccomandava: "Insistete nella preghiera, vegliando in essa in rendimento di grazie; pregate senza interruzione"». E volentieri, a conclusione di questo punto, riprendiamo Noi stessi la parola d'ordine che il Nostro immediato Predecessore Pio XII dava ai sacerdoti, fin dall'inizio del suo Pontificato: "Pregate, pregate sempre di più e con maggiore insistenza».
La preghiera del Curato d'Ars, che trascorse per così dire gli ultimi trent'anni della sua vita in chiesa, dove lo trattenevano i suoi innumerevoli penitenti, era soprattutto una preghiera eucaristica. La sua devozione a Nostro Signore presente nel Santissimo Sacramento dell'altare era veramente straordinaria: "E' là - dl~eva - Colui che ci ama tanto; perché non lo dovremmo amare noi?». E certamente egli amava e si sentiva irresistibilmente attratto verso il tabernacolo: "Non c'è bisogno di parlar molto per ben pregare - spiegava egli ai suoi parrocchiani -. Si sa che il buon Dio è là, nel santo tabernacolo; gli si apre il cuore, ci si rallegra della sua presenza. E' questa la migliore preghiera».

  * Lettera enciclica nel Centenario della morte del Santo Curato d'Ars, «L'Osservatore Romano», 7 agosto 1959.

 

O30  «PREDICA LA PAROLA DI DIO»

         Pio XII *

Dopo una lunga carriera nelle Congregazioni romane e come nunzio in Germania, il cardinale Eugenio Pacelli, nato a Roma nel 1876, divenne Segretario di Stato. Alla morte di Pio XI, fu eletto papa il 2 marzo 1939. Mentre le nazioni si combattevano durante la seconda guerra mondiale e si andava progressivamente consolidando il blocco dei paesi comunisti, Pio XII mai cessò di predicare con forza la pace di Cristo, il suo Regno di giustizia e d'amore. Per estender la luce del Vangelo a tutti i settori della civiltà moderna, in rapida evoluzione, moltiplicò gli interventi, i discorsi e i documenti, trattando, sia temi propriamente religiosi, sia problemi socioeconomici. Morì nel 1958 a Castelgandolfo, dopo aver servito instancabilmente la Chiesa.

La storia della Chiesa, è la storia della parola di Dio, di quella parola, che, come crea la luce e l'universo e a coronamento della creazione plasma l'uomo e lo pone a prova nel paradiso delle delizie; così dalla tomba risuscita i morti, comanda ai venti e alle tempeste, e, poiché - secondo l'Apostolo (1 Coro 1,21) - nella sapienza di Dio il mondo non conobbe Dio per mezzo della sapienza, piacque a Lui di salvare i credenti per mezzo della stoltezza della predicazione. E' una parola che risuona di eternità in eternità attraverso i secoli; e beati coloro che la ascoltano perché è parola di vita eterna! E' una parola, che il Verbo di Dio fatto uomo, dal suo fece passare sul labbro dei suoi apostoli come parola di riconciliazione fra il cielo e la terra, quando disse loro: Andate, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Questa parola risuonò nel mondo, risuonò qui in Roma fra le catene di Pietro e di Paolo, perché la parola di Dio non s'incatena dal ferro dei dominatori terreni. E io ascolto Paolo, il grande predicatore della fede e della verità, posto nel mondo come dottore delle genti, tramandare la parola. ricevuta da Cristo, dal suo al labbro del diletto discepolo Timoteo e dirgli: Predica la parola.
Ma la visione del sommo predicatore delle genti suscita, cristiani ascoltatori, dinanzi al nostro spirito un'altra visione di predicatori della parola di Dio, schiera eroica e fulgida, alla cui testa noi ammiriamo Domenico di Guzman, al
quale è sacro il solenne rito di questi giorni, inneggianti alla gloria che da sette secoli circonda il suo altare. Nella luce di Paolo noi contempliamo il grande Patriarca dei Predicatori, che attraverso l'imitazione di Paolo si fa imitatore di Cristo, docile a Cristo e a Paolo, il quale ci grida: Seguite il mio esempio come io seguo l'esempio di Cristo (1 Cor. 4, 16; 11,1). Così appare Iddio mirabile nei suoi santi, mentre l'uno, prendendo luce da Cristo, la tramanda all'altro, e, illuminandosi a vicenda, tutti crescono in una medesima divina luce; a quel modo che il sole illumina i pianeti, che con le stelle l'un l'altro si sorridono dei loro raggi per far più bello il sereno delle nostre notti. Come Paolo, anche Domenico si fa predicatore di Cristo, legato e ambasciatore di Lui: Predica la parola. Come Paolo, anche Domenico sente incessanti gl'impulsi dello zelo e della sollecitudine per tutti i fedeli della Chiesa e aduna intorno a sè un drappello di compagni nell'apostolato da spargere per il mondo, con conforto o con disagio, in tempi lieti o in tempi tristi: intervieni opportunamente e importunamente. Come Paolo, anche Domenico si fa maestro di ogni scienza e virtù, redarguendo le false dottrine, incitando ed esortando al bene, riprendendo e correggendo i mali costumi, ma con pazienza inalterata, con saggezza celeste: conforta, rimprovera, esorta con tutta longanimità e ogni genere di insegnamento (2 Tim. 4, 5).

 *  Discorsi e panegirici del Cardo Eugenio Pacelli (1931-1938). Soc. Ed. Vita e pensiero 1939, pp. 443-444.

 

O31  IL VERBO MI HA VISITATO

         San Bernardo *

San Bernardo (1090-1153) si fece monaco a Citeaux e, tre anni dopo, divenne il primo abate di Clairveaux in Francia. Le doti di natura e di grazia profuse in questo letterato, teologo e mistico, gli hanno dato un fascino suo proprio. La sua opera rimane ancor oggi di grande valore. Nei sermoni sul Cantico dei Cantici, egli ci tramanda, da artista consumato, il frutto d'una lunga esperienza spirituale.

Sopportate un po' della mia stoltezza (2 Cor. 11, 1)... Ammetto - e lo confesso con semplicità - che il Verbo mi ha visitato, ed anche molto spesso. Ma, sebbene frequentemente egli sia penetrato in me, non ho mai, in nessun caso, avvertito il momento della sua venuta. Ho sentito che era presente; ricordo che è stato con me; talvolta ho potuto anche presentire che egli sarebbe venuto; ma non ho mai avvertito il suo arrivo o la sua partenza. Com'è egli venuto o andato? Non lo so... Non è per gli occhi che egli entra, poiché non ha né forma né colore che si possono discernere; non per le orecchie, perché il suo arrivo non produce suono alcuno; la sua presenza non può nemmeno essere avvertita dal tatto, poiché è intoccabile. Di dove è dunque venuto? Dobbiamo creder che egli non sia venuto affatto, poiché non proviene dall'esterno? In realtà, non rientra nel numero delle cose esteriori. Ma egli non avrebbe modo di venire neppure dall'intimo di me stesso, poiché egli è buono e in me, lo so benissimo, non v'è nulla di buono. Sono salito sino al vertice di me stesso, e ho visto che il Verbo risiedeva ancor più in alto. Come un esploratore curioso, san disceso nel più profondo del mio essere, ma egli era ancor più in basso. Allorché ho rivolto gli sguardi verso l'esterno, ho constatato che egli era ancora al di là di tutto quel che mi è esteriore; poi mi san rivolto verso l'interno, ma egli era ancor più nell'intimo. Ho riconosciuto alfine la verità di quelle parole che avevo letto nella Scrittura: In lui viviamo, ci muoviamo e siamo (Atti, 17,28). Beato colui che è inabitato dal Verbo, vive per lui e da lui è mosso.
Mi domanderete allora: poiché non possono scoprirsi le tracce della sua venuta, come ho potuto sapere che egli era presente? Perché è vivente ed efficiente; appena penetrato in me, ha ridestato l'anima mia assopita, ha vivificato, intenerito, spronato il mio cuore intorpidito e arido come pietra. Ha cominciato a strappare e a distruggere, a edificare e a piantare, a innaffiare la mia aridità, a rischiarare le mie tenebre, a schiudere ciò ch'era sbarrato, a infuocare la mia tiepidezza ed anche a raddrizzare i sentieri tortuosi ed a spianare i tratti rugosi dell'anima mia, sì ch'essa potesse benedire il Signore e tutto quello che è in me benedicesse il suo santo Nome (cf. Sl. 102, 1)...
Dai moti del cuore ho avvertito che egli era là. Ho riconosciuto la sua forza e la sua potenza perché i vizi e le passioni si estinguevano nella calma. Il mettere in discussione e sotto accusa i sentimenti miei più nascosti mi ha portato ad ammirare la profondità della sua sapienza. Ho sperimentato la sua dolcezza e la sua bontà per il lieve progresso della mia vita. E vedendo rinnovarsi il mio spirito nell'intimo di me stesso, ho scoperto un po' della sua bellezza. Infine, abbracciando con uno sguardo l'insieme di queste esperienze ho tremato dinanzi ali 'immensità della sua maestà.

 * Sermon sur la Cantique, 4-6. Testo latino in J. Leclercq. S. Bernardi Opera, voI. 2, Edizioni Cistercensi, Roma 1957, pp. 242-243.

 

O32  «TU ERI CON ME ED IO ERO CON TE»

         Sant'Agostino *

Sant'Agostino (354-430), vescovo di Ippona in Africa, è Romano per cultura. Pensatore geniale, ci ha lasciato un'opera monumentale di incomparabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e uomo di spirito, è il Dottore della grazia e, ancor più, il Dottore della carità.
Questi passi delle
Confessioni sono l'eco della sua esperienza mistica nelle ore privilegiate in cui lo Spirito lo eleva a Gesù Cristo.

Sotto la tua guida, Signore, entrai nell'intimità del mio essere: I 'ho potuto perché tu ti sei fatto mio sostegno (SI. 29, 11; Volgata). Entrai e, con l'occhio dell'anima, vidi, al di sopra dello stesso occhio dell'anima, al di sopra dell'intelligenza, l'immutabile luce, non già quella comune e visibile a ogni vivente, né una specie di luce della stessa natura, ma più grande e che avrebbe, ad esempio, molto, molto più splendore nel suo irradiarsi e invaderebbe tutti con la sua grandezza. No, non era questo, ma altra cosa, ben diversa da tutte le possibili nostre luci!
Non era sopra il mio intelletto, come olio sull'acqua, né come il cielo sopra la terra; ma era sopra, perché è essa stessa che mi ha fatto, ed io ero inferiore, perché io sono stato fatto da essa. Chi conosce la verità, conosce questa luce, e chi la conosce, conosce l'eternità. La si conosce attraverso la carità.
O eterna verità e vera carità e cara eternità! Sei tu il mio Dio;
a te sospiro dì e notte!
Allorché per la prima volta ti ho conosciuta, tu mi hai sollevato per farmi vedere
che c'era per me l'Essere da vedere
e che io non ero ancora tale da poter vederlo. 
Tu hai colpito incessantemente la debolezza del mio sguardo
con la violenza dei tuoi raggi
e io ho tremato d'amore e d'orrore.
E ho scoperto ch'ero lontano da te
nella regione della dissomiglianza
come se sentissi la tua voce dirmi da lontano:
«Io sono il cibo dei grandi; cresci e mi mangerai.
E tu non cambierai me in te,
come l'alimento del tuo corpo;
ma sei tu che sarai trasformato in me».

Cercavo la via, per rimettermi in forza e poterti godere; ma non la trovavo, finché non abbracciai il Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, Uomo anche lui, che è al di sopra di tutte le cose, Dio benedetto nei secoli (1 Tim. 2,5; Rom. 9,5); egli chiama e dice: lo sono la Via, la Verità e la Vita (Gv. 14,6); e quel cibo che per debolezza io non potevo assumere, Egli lo mescola alla carne, poiché /I Verbo si è fatto carne (Gv. 1,14), affinché per l'infanzia nostra la tua sapienza divenga latte, la sapienza mediante cui tu hai creato tutte le cose.

Tardi ti ho amato
bellezza sì antica e sì nuova,
troppo tardi ti ho amato!
Tu eri nell'intimo, e io fuori di me
e là ti cercavo,
e sulla bellezza delle cose che hai fatte,
io, misero infelice, mi gettavo.
Tu eri con me e io non ero con te;
mi trattenevano lontano da te, quelle cose che,
se non esistessero in te, non esisterebbero affatto!
Tu hai chiamato, hai urlato ed hai spezzato la mia sordità; 
tu hai brillato, hai mostrato il tuo splendore e hai dissipato la mia cecità;
tu hai sparso il tuo profumo, io ho respirato e ora aspiro a te; io ho assaporato, ed ho fame e sete;
tu mi hai toccato e ardo dal desiderio della tua pace.

 *  Le Confessioni, VII, 10 e 18; X, 27.