PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

P1 San Gregario Magno IL BUON PASTORE
P2 «Lumen Gentium» RELAZIONI DELLA CHIESA DELLA TERRA CON LA CHIESA DEL CIELO
P3 Henri De Lubac SANTITÀ DI DOMANI
P41 Cardinal Mercier CHIAMATA UNIVERSALE ALLA SANTITÀ
P42 Sant'Alfonso de' Liguori LA NOSTRA PACE E LA NOSTRA GIOIA CONSISTONO NEL FARE LA VOLONTÀ DI DIO
P43 Santa Teresa di Lisieux IL LIBRO DELLA NATURA
P44 Pierre-Yves Emery

RECIPROCITA' DELLE VOCAZIONI

P46 Charles De Foucauld ESSERE LÀ DOVE DIO CI VUOLE
P47 Pierre-Yves Émery PREGHIERA E IMPEGNO UMANO
P48 Philippe Dagonet «LA SAPIENZA DI QUESTO MONDO È STOLTEZZA DAVANTI A DIO»
     
     
     
     
     
     

P1   IL BUON PASTORE

       San Gregario Magno *

San Gregorio Magno (540-604) fu successivamente prefetto della città di Roma, monaco e fondatore di monasteri, diacono e legato a Costantinopoli, ed infine papa in un contesto storico molto fosco. Questo grande mistico, che conservò sempre in cuore la nostalgia della sua vita monastica, seppe essere un pastore ammirevole. Egli è per eccellenza il Dottore della contemplazione e del desiderio di Dio che - della contemplazione stessa - costituisce l'anima.

Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me (Gv. 10, 14). Esaminatevi, fratelli carissimi, per vedere se siete veramente le sue pecore; esaminatevi per vedere se lo conoscete e se non ignorate la luce della verità. lo intendo dire: se conoscete, non nella fede, ma nell'amore; se conoscete - dico - non a parole, ma a fatti. Lo stesso evangelista Giovanni che ci ha detto queste cose, conferma dicendo: Chi afferma di conoscere Dio e non segue i suoi comandamenti, è mentitore (I Gv. 2, 4). E nel nostro testo il Signore aggiunge: Così come il Padre conosce me, io conosco il Padre e dò la mia vita per le mie pecore (Gv. 10, 15). E' come se dicesse chiaramente: in questo si manifesta che io conosco il Padre e che sono da lui conosciuto, perché dò la mia vita per le mie pecore. In altri termini: questa carità che mi fa morire per le mie pecore, dimostra quanto io ami il Padre...
E di queste pecore dice ancora: Le mie pecore odono la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono e io do loro la vita eterna (Gv. 10, 27-28). Un po' sopra aveva detto di loro: se qualcuno entra per mezzo mio sarà salvo; entrerà, uscirà e troverà pascoli (Gv. 10, 9). Entrerà con la fede, uscirà invece passando dalla fede alla visione, dalla facilità a credere alla contemplazione e troverà pascoli nell'eterno festino. Le sue pecore troveranno pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice, è nutrito con pascoli eternamente ubertosi. E quali sono i pascoli di queste pecore se non le gioie intime di un paradiso sempre verdeggiante? Infatti il pascolo degli eletti è il volto sempre presente di Dio. Mentre lo si contempla in maniera indefettibile, la mente si sazia in eterno del cibo della vita...
Cerchiamo dunque, fratelli carissimi, questi pascoli, per godere con tutti i cittadini del cielo. Ci inviti la loro stessa gioia... Fratelli, riempiamo d'ardore il nostro cuore; che la nostra fede si consolidi e si infiammi il nostro desiderio per le cose 'celesti: amare così è già mettersi in cammino. Nessuna avversità ci distolga dall'intima gioia di questa festa, perché se qualcuno desidera raggiungere il fine che si è stabilito, nessuna asperità del cammino potrà arrestare il suo ardore. Nessuna seducente prosperità ci lusinghi, perché sarebbe stolto il viaggiatore che - guardando l'ameno paesaggio - dimenticasse di andare dove voleva.

* Homilia XIV in Evangelia: PL 76, 1129-1130.

 

 

P2  RELAZIONI DELLA CHIESA DELLA TERRA CON LA CHIESA DEL CIELO

       Concilio Vaticano Il: «Lumen Gentium» *

La Chiesa dei viatori, fin dai primi tempi della religione cristiana, coltivò con grande pietà la memoria dei Defunti e, poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati (2 Mc. 12, 46), ha offerto per loro anche dei suffragi. Che gli apostoli e i martiri di Cristo, i quali con l'effusione del loro sangue avevano dato la suprema testimonianza della fede e della carità, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo ha sempre creduto e li ha con particolare affetto venerati insieme con la Beata Vergine Maria e i santi angeli e ha piamente implorato l'aiuto della loro intercessione. A questi ben presto furono aggiunti anche altri che avevano più da vicino imitata la verginità e la povertà di Cristo e finalmente gli altri, il cui singolare esercizio delle virtù cristiane e i divini carismi li raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli.
Mentre infatti consideriamo la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, ci sentiamo spinti da nuovi motivi a ricercare la città futura, e insieme ci è insegnata la via sicurissima per la quale, tra l'e mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perpetua unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell'immagine di Cristo, Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla e ci mostra il contrassegno del suo Regno, verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati.
Non veneriamo però la memoria dei santi solo per il loro esempio, ma più ancora perché l'unione della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità. Poiché, come la cristiana comunione tra i viatori ci avvicina più a Cristo, così il consorzio con i santi
ci unisce a Cristo, dal quale, come da fonte e capo, promana ogni grazia e la vita dello stesso popolo di Dio...
La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in maniera nobilissima, poiché, specialmente nella sacra liturgia, nella quale la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà e tutti, di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, riscattati nel sangue di Cristo e radunati in un'unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio uno e trino. Perciò, quando celebriamo il sacrificio eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre Vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi.

* n. 50 - Documento promulgato il 21 novembre 1964. Enchiridion Vaticanum - Ed. Dehoniane, 1967, pp. 228. 230. 232.

 

P3   SANTITÀ DI DOMANI

        Henri De Lubac *

Nato a Cambrai nel 1896, il teologo di Lyon-Fourvière fu indotto ad interessarsi ai grandi problemi della vita moderna. La sua amicizia con l'Abate Jules Monchanin lo mise in contatto col buddismo. Impegnato da lungo tempo nello studio dell'umanesimo ateo, si trovò nella particolare condizione di comprendere l'opera del suo amico, Padre Teilhard de Chardin. Reagendo ad una esegesi scientifica troppo letteraria e tematica, Henri de Lubac si èimpegnato nella rivalorizzazione dell'interpretazione spirituale della Sacra Scrittura secondo la tradizione patristica. Non per questo la sua opera è, però, disorganica; essa trova la sua unità profonda in un amore indefettibile per la Chiesa, che s'impone in modo tanto chiaro ed illuminato in Paradosso e Mistero della Chiesa, da cui è preso il brano che segue.

Chi mai avrebbe potuto prevedere, in quello che stavano per portare di singolare, un Agostino, un Francesco, un Ignazio? Similmente, nessuno di noi può oggi avventurarsi con serenità nella descrizione dei tratti particolari che caratterizzeranno i santi di domani...
Ciò è dovuto al fatto che la nostra epoca è più mutevole di qualsiasi altra, travolta come è da un turbine vertiginoso, sì che le previsioni sull'argomento mi sembrerebbero oggi doppiamente impossibili. Cioè, non solo significherebbe fare i conti senza lo Spirito, sempre imprevedibile nelle sue invenzioni; ma significherebbe anche speculare sulle caratteristiche ed i bisogni di un'epoca la cui situazione futura ci sfugge... Dobbiamo senz'altro persuaderci in anticipo che il santo da noi atteso, non sarà affatto conforme alle nostre concezioni, ai nostri pronostici o desideri. Quando egli apparirà, forse ci scandalizzerà. Almeno ci disorienterà. Se Dio lo susciterà in mezzo a noi, noi saremo tentati di respingerlo, - a meno che non passiamo accanto a lui senza vederlo... Ma avrà la sua rivincita.
Parlo al futuro. Eppure, ciò che sto per dire è esattamente la parte della storia che ricomincia sempre... Per quanto diverso egli debba essere dai suoi numerosi predecessori, il santo ne riprodurrà però i tratti essenziali. E questi sono gli unici che possiamo dare per scontati a colpo
sicuro. Egli sarà povero, umile, spoglio di ogni bene. Avrà lo spirito delle Beatitudini; non maledirà né adulerà: egli amerà. Prenderà il Vangelo alla lettera, cioè col massimo rigore. Una rigida ascesi l'avrà liberato da se stesso. Avrà preso in eredità tutta la fede d'Israele, ricordandosi però che tale fede è passata attraverso Gesù. Prenderà su di sé la croce del suo Salvatore e si sforzerà di seguirlo.
Essere eccezionale, tutta la sua esistenza sarà niente altro che un esempio ed uno stimolo per la nostra mediocre umanità. Fallibile come ogni uomo, ma docile allo Spirito, egli parteciperà di quella facoltà di giudizio e di discernimento promessa alla Sposa, e non si lascerà spaventare dai più radicali rinnovamenti, più di quanto non si lascerà sedurre dalle novità falsificanti. Come molti dei suoi predecessori, per mezzo di atti nuovi corrispondenti a nuove situazioni, si ergerà a difesa ed a sostegno degli oppressi. Forse sarà anche un trascinatore di uomini. Forse sarà indotto a fondare, senza averlo deliberatamente voluto, qualche nuovo Istituto di uno stile atto, innanzitutto, a stupirci. Potrà addirittura darsi il caso che interpreti un ruolo nello Stato e che le innumerevoli trombe dell'opinione pubblica dovranno occuparsi di lui. Forse, invece, sarà un isolato; forse passerà inosservato alla massa, così come a quell'altra massa, meno voluminosa ma spesso altrettanto grossolana e pesante, delle "élites". Forse nella sua cerchia penseranno che sia anarchico. Forse sarà misconosciuto, tradito, abbandonato dai suoi: sì, anche la semplice umana verità del Vangelo è di tutti i tempi. Sotto forme ed in occasioni che non possiamo prevedere, il santo di domani si rafforzerà nel mistero della sofferenza, nell'abbandono, nell'intima solitudine, nella nausea del peccato. A sua volta, egli sarà un altro Cristo: non già un uomo che voglia superare il Cristo, bensì un uomo il cui ideale e la cui vita saranno conformi alla figura del Figlio di Dio.
Allora, attraverso lui, come attraverso il suo Maestro, ed in totale dipendenza dal suo maestro, il Volto di Dio, ripeto, il Volto di Dio trasparirà.

 * Paradoxe et Mystère de l'Église, Aubier-Montaigne 1967 pp. 214-219.

 

P41  CHIAMATA UNIVERSALE ALLA SANTITÀ

        Cardinal Mercier *

Pastore della Chiesa belga durante i tristi anni 1914-1918, il Cardinal Mercier seppe indicare la via del dovere con le parole e coi fatti. Egli, che si era tanto prodigato per la formazione sacerdotale del suo clero, aveva però capito benissimo quale posto eminente spetti al laico nella Chiesa. Nella pagina qui riportata sembra di ascoltare il Vaticano /I (Lumen Gentium, n. 40).

Abitualmente si applica solo ai predicatori e ai sacerdoti l'esortazione del nostro divin Salvatore nel discorso della montagna: Voi siete il sale della terra... brilli la vostra luce davanti agli uomini in modo tale che vedendo le vostre opere buone, essi glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Mt. 5, 13-16). Ma tale restrizione sembra veramente arbitraria: l'esortazione è generale. Nel testo evangelico essa viene dopo le beatitudini, che si estendono a tutti ed è immediatamente collegata all'esposizione degli obblighi morali che riguardano tutti i membri del Regno dei cieli...
Tutti dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente e con tutte le forze, mentre dobbiamo respingere, sotto pena di dannazione eterna, ciò che è incompatibile con questo amore. Tutti, allo stesso modo, siamo chiamati a salire verso il culmine della perfezione: a salire, da:I piano in cui il movente normale e predominante della condotta è il timore di perdere la carità, al piano in cui l'anima si fa più volentieri guidare dal desiderio di progredire nella virtù; a salire ancora più in alto, fino al totale distacco dal creato e allo spirito di unione a Dio, per lui solo.
Ora,ci sono a questo proposito, nel mondo e talvolta anche in mezzo al clero, dei pregiudizi funesti profondamente radicati, che noi dobbiamo sforzarci di estirpare, di comune accordo. Sì, ripetiamolo, tutti sono chiamati alla pienezza della perfezione evangelica. Riguardo a ciò, non si può fare nessuna distinzione tra laici e religiosi o membri della classe sacerdotale, tra gente del popolo e classi elevate; tra uomini e donne, bambini e adulti: chiunque, giunto all'età di ragione è capace di un atto libero, è chiamato a fare di quest'atto libero un atto d'amore, e a servirsi del suo cuore, dell'anima, della mente, delle energie; a salire fino al piano in cui l'adesione a Dio è l'oggetto predominante della volontà. A tutti è detto:
Siate dunque perfetti, come il vostro Padre celeste è perfetto (Mi. 5, 48)...
Non ci sono caste nella Chiesa. Di fronte alla nostra comune vocazione alla dignità di figli di Dio, sparisce ogni distinzione di razza, di nazionalità, di condizione, di sesso. «La fede nel Cristo Gesù, dice l'Apostolo, ha fatto di voi tutti dei figli di Dio. Tutti quanti voi siete stati dal battesimo destinati al Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Ormai non si tratta più di distinguere tra Giudeo e Greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna; voi appartenete tutti alla persona del Cristo Salvatore e, uniti a lui voi siete per suo mezzo uniti a Dio» (cfr. Gal. 3, 26-28).

* La vie intérieure, vol. I, Action Catholique, Bruxelles 1919, pp. 76, 99-101, 102.

 

P42  LA NOSTRA PACE E LA NOSTRA GIOIA 
        CONSISTONO NEL FARE LA VOLONTÀ DI DIO

        Sant'Alfonso de' Liguori *

Nato a Napoli nel 1696, sant'Alfonso fondò nel 1732 la Congregazione dei Redentoristi. A 66 anni venne eletto, suo malgrado, vescovo di S. Agata dei Goti presso Benevento e da a{{ora si prodigò instancabilmente in favore del suo gregge, predicando senza posa ai sacerdoti e al popolo, catechizzando i fanciulli, assistendo i malati, privandosi di tutto per soccorrere i poveri. Morì nel 1787. Lasciò un gran numero di scritti tra cui numerose le opere di carattere morale. In questo campo egli segna un nuovo indirizzo, ristabilendo - come farà san Francesco di Sales in Francia - la vera nozione di pietà, alterata dal pessimismo giansenistico. Dotato di un profondo senso di umanità, possiede una dottrina particolarmente solida, che lo ha fatto proclamare dottore della Chiesa.

La carità va sempre unita colla verità; onde la carità conoscendo che Dio è l'unico bene, aborrisce l'iniquità che si oppone alla divina volontà e di altro non si compiace, se non di quello che vuole Iddio. Quindi è che l'anima che ama Dio poco si cura di quel che altri dicono di lei e solo attende a fare quel che piace a Dio... Preghiamo pertanto il Signore che ci doni la santa libertà di spirito: la libertà di spirito ci fa abbracciare ogni cosa che piace a Gesù Cristo, nonostante qualunque ripugnanza dell'amor proprio o di rispetto umano.
L'amore di Gesù Cristo mette i suoi amanti in una totale indifferenza, per cui tutto a loro è uguale il dolce e l'amaro: niente vogliono di quel che piace a se stessi
e tutto vogliono di quel che piace a Dio; colla stessa pace s'impegnano nelle cose grandi e nelle piccole, nelle cose spiacevoli e dispiacevoli: basta loro di piacere a Dio. Dice sant'Agostino: «Ama Dio e fa quel che vuoi»...
Ah, Signore, che tutto i'l danno ci viene dal non tenere gli occhi fissi in Voi! Se non mirassimo che a camminare, presto giungeremmo; ma cadiamo ed inciampiamo mille volte ed anche erriamo la via, perché non miriamo attentamente il vero cammino. Ecco pertanto quale deve essere l'unico scopo di tutti i nostri pensieri, delle azioni, dei desideri e delle nostre preghiere, il gusto di Dio; e questo ha da essere il nostro cammino alla perfezione: l'andare appresso alla volontà di Dio. Iddio vuole che ognuno di noi l'ami con tutto il cuore. Amerai il Signore Dio tuo con
tutto il tuo cuore (Mt. 22,37). Quell'anima ama Gesù con tutto il suo cuore, la quale gli dice di vero cuore quel che gli disse l'Apostolo: Signore che volete che io faccia? (Atti, 22,10). Signore, fatemi sapere quel che volete da me, che io tutto voglio farlo. Ed intendiamo che quando noi vogliamo ciò che vuole Iddio, allora vogliamo il nostro maggior bene, perché certamente Iddio non vuole che il meglio per noi...
Ma la nostra uniformità al divino volere ha da essere intera, senza riserva, e costante, senza revocazione. Qui consiste il sommo della perfezione: ed a ciò, ripeto, debbono tendere tutte le nostre operazioni, tutti i desideri e tutte le nostre orazioni.. Molti dicono: Signore, vi dono tutta la mia volontà; non voglio altro se non quel che volete Voi; ma quando poi avvengono le cose contrarie, non sanno quietarsi alla divina volontà. E di qui nasce quel lamentarci di aver mala fortuna in questo mondo, e il dire che tutte le disgrazie sono nostre e di fare una vita infelice. Se noi stessimo uniti colla divina volontà in tutte le avversità, ci faremmo certamente santi e saremmo i più felici del mondo. Questa dunque deve essere tutta la nostra attenzione, di tenere unita la nostra volontà a quella di Dio in tutte le cose che ci succedono o piacevoli o dispiacevoli.

* Pratica di amar Gesù Cristo - Ed. Paoline, Pescara 1963 pp. 162-166.

 

P43  IL LIBRO DELLA NATURA

           Santa Teresa di Lisieux *

Da quando sono stati editi i Manoscritti autobiografici, il messaggio di Santa Teresa di Gesù Bambino (1873-1897) ci giunge senza inutili sentimentalismi. In fondo esso non è che una pura e semplice «traduzione» del Vangelo. Come attesta la vita della giovane carmelitana, la sua «piccola via» conduce a una grande santità.

Salito sulla montagna, Gesù chiamò a sé quelli che volle; ed essi andarono da lui (Mc. 3, 13)... Non chiama quelli che ne sono degni, ma quelli che vuole, o meglio, come dice san Paolo: Dio ha pietà di chi vuole e fa misericordia a chi vuol fare misericordia. Non è quindi opera né di chi vuole, né di chi corre, ma della misericordia di Dio (Rom. 9, 15-16).
Mi sono chiesta per tanto tempo perché il buon Dio abbia delle preferenze, perché le anime non ricevano tutte la stessa misura di grazia; mi meravigliavo vedendolo elargire favori eccezionali a santi che lo avevano offeso, come san Paolo e sant'Agostino, e quasi costringere alcuni a ricevere le sue grazie. Altre volte, nel leggere le vite dei santi che il Signore aveva voluto circondare di tenerezza dalla culla alla tomba, tanto da togliere dal loro cammino tutti gli ostacoli che potevano intralciarli nell'andare verso di lui, io restavo perplessa; quando lo vedevo prevenire queste anime con favori tali che esse non rischiavano più di offuscare lo splendore immacolato della veste battesimale, mi chiedevo perché, per esempio, tanta povera gente muoia senza aver neanche sentito pronunziare il nome di Dio. Gesù ha avuto la bontà di spiegarmi questo mistero. Mi ha messo davanti agli occhi il libro della natura e così ho capito che tutti i fiori da lui creati hanno una loro bellezza: lo splendore della rosa e il candore del giglio non tolgono nulla al profumo della mammola e all'incantevole semplicità della pratolina. Allora ho capito che se tutti i fiori volessero essere rose, la natura perderebbe la sua veste primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di fiorellini.
Nelle anime, che sono il giardino di Gesù, succede proprio la stessa cosa. Egli ha voluto creare i grandi santi che possiamo paragonare alle rose e ai gigli; ma ne ha creati anche di piccoli, e questi devono essere contenti di somigliare a violette o pratoline per rallegrare lo sguardo del buon Dio quando lo china verso terra. In fondo la perfezione consiste nel fare la sua volontà: essere cioè come lui ci vuole.
Non solo, ma ho anche potuto capire che l'amore di Dio si manifesta tanto nell'anima più semplice che non resiste minimamente alla sua grazia, quanto nell'anima più sublime; infatti, siccome discendere è proprio dell'amore, se tutte le anime fossero come quelle dei santi Dottori che hanno illuminato la Chiesa con la loro dottrina, sembrerebbe quasi che il buon Dio non scenda abbastanza, se si limita a entrare nel cuore di questi grandi. Ma lui stesso è il creatore dei bambini che non sanno niente e che fanno udire solo dei vagiti, il creatore di quelli che sono guidati solamente dalla legge naturale; e ha la bontà di entrare nei cuori degli uni e degli altri, perché essi sono per lui come fiori di campo e la loro semplicità lo attira. E' proprio nello scendere fino a questi piccoli che il Signore manifesta tutta la sua infinita potenza. Come il sole illumina i grandi cedri della foresta e contemporaneamente ogni più piccolo fiore quasi fosse l'unico sulla faccia della terra, così il Signore si occupa particolarmente di ciascuna anima come se al mondo non ce ne fosse una simile.

* Manuscrits autobiographiques, collezione «Livre de vie», Ottice centrai de Lisieux 1957 - pp. 20-22.

 

 

 

P44  RECIPROCITÀ DELLE VOCAZIONI

         Pierre-Yves Emery *

Pierre-Yves Emery, fratello di Taizé dal 1953 e pastore dal 1956, unisce a una particolare penetrazione del senso della vita monastica una capacità di comprendere tutte le altre vocazioni esistenti nella Chiesa. E' incaricato di assistere spiritualmente le famiglie e i giovani che entrano in contatto con la sua comunità. La sua presenza discreta e le sue comunicazioni semplici e serene in numerosi convegni, specie quelli sulla vita monastica, contribuiscono efficacemente al rinnovamento post-conciliare. Nei suoi studi concernenti la Tradizione - per esempio delle opere su sant'Agostino - e nei suoi articoli ecumenici egli mette in risalto lo spirito d'unità che caratterizza Taizé.

La chiamata di Cristo, la promessa del Regno sono realtà troppo ricche per poter essere attuate in pienezza in ciascuna delle nostre esistenze. Tutte le nostre vite prese insieme sono appena sufficienti per manifestare tutto il significato di queste realtà. Nello stesso tempo però, l'annunzio del Regno è uno solo ed è lo stesso per tutti; le nostre vocazioni particolari non si completano in una specie di giustapposizione, ma si appartengono reciprocamente e ricevono il loro senso le une dalle altre.
In linea di principio (e forse anche un po' come paradosso), non tocca a me difendere e neppure spiegare l'aspetto specifico della mia vita cristiana e il carattere proprio della mia vocazione. Sono gli altri che lo fanno, quando, nel carattere specifico che è mio, trovano una nota, un segno di quel vangelo di cui anch'essi desiderano vivere, sia pure con una sfumatura diversa dalla mia. Il mio compito consiste nello scoprire, nella vita dei cristiani che hanno una vocazione diversa dalla mia, un'eco del vangelo, qualcosa insomma che vivo anch'io, che anch'io devo vivere, ma secondo la mia vocazione personale.
In questo modo noi potremo rallegrarci gli uni gli altri, stimolarci a vicenda senza neanche proporcelo espressamente, evitando invece di tenerci reciprocamente gli occhi addosso con un sentimento di colpevolezza e di disprezzo, rischio che del resto
è inevitabile quando si stabiliscono dei confronti. Ma si tratta appunto non tanto di far paragoni, quanto di penetrare il senso della propria vocazione - che è amore e sequela di Cristo - nella diversa vocazione dell'altro, nella maniera di amare e seguire il Cristo che è propria dell'altro.
Allora noi potremo parlare con verità di vocazioni complementari, di stati dj vita e di impegni che non consideriamo soltanto come giustapposizioni di diversità. E' certo che nessuno può fare tutto e bisogna rallegrarsi di vedere alcuni compiere determinate opere che permettono ad altri di compierne altre. A livello del «fare» c'è una specializzazione legittima e benefica. Tuttavia, anche a questo livello dell'«agire», bisognerà cercare il modo di esprimere e di vivere concretamente una comunione nella quale si veda chiaramente che il compito di uno è svolto in nome e da parte degli altri.
Ma, al di qua dell'attuazione concreta, dell'agire, la vita cristiana nella diversità delle sue vocazioni non può essere pensata in termini di specializzazione. Solo nella misura in cui io non considero la mia vocazione, il mio stato, la mia forma di vita o il carattere del mio impegno come qualcosa di esclusivo, solo allora io sono giustificato - dagli altri nella specificità della mia vita cristiana. Ma questo è vero unicamente se la complementarietà degli altri, lungi dal rimanere esterna per me, si integra nella vocazione che èla mia: non che io debba riprodurre la loro caratteristica, il loro stato di vita o il loro ministero, ma devo cercare, nell'ambito della mia vocazione particolare, di far mio il motivo che è all'origine delle altre vocazioni, delle altre caratteristiche, degli altri stati di vita.

* La réciprocité des vocations in «Confrontations», Tournai 1969 - pp. 339-340.

 

 

P46  ESSERE LÀ DOVE DIO CI VUOLE

        Charles De Foucauld *

Il dono di sé a Cristo, che si esprime attraverso una linearità di vite la più perfetta possibile, guida l'itinerario spirituale del visconte Charles de Foucauld, divenuto Frate Carlo di Gesù dopo la sua conversione. Nato a Strasburgo nel 1858, venne assassinato a Tamanrasset nel Sahara Centrale nel 1916. Notevole figura della storia religiosa contemporanea. Charles de Foucauld ha precorso, da profeta, l'appello del Concilio Vaticano Il, ansioso di rendere la Chiesa più presente nel mondo dei poveri. La testimonianza di vita contemplativa in mezzo alle masse data dalle Congregazioni che s'ispirano all'eremita del Sahara, continua a rispondere a tale appello.

Non dobbiamo meravigliarci se Gesù non ci permette subito o, addirittura, non ci permette mai di soddisfare il desiderio di seguirlo. Ciò è, del resto, del tutto in conformità con i suoi consigli, per quanto gradito tale desiderio possa essere al suo cuore, ed ispirato alla sua persona. In effetti, il suo modo di vedere e considerare la realtà porta assai più lontano di quanto non faccia il nostro. Egli non solo vuole il nostro bene, ma quello di tutti. Seguendo lo passo passo, forse non procureremmo che il nostro bene o quello di un numero ristretto...
Senza dubbio, è un bene ed una grazia essere partecipi della sua vita, unitamente agli apostoli ed a loro imitazione. Anzi, ci si deve sempre sforzare di accostarci al modello della sua vita. Ma questa non sarebbe che una grazia esteriore. Dio può, colmando il nostro cuore di grazie, farci raggiungere una condizione di santità elevatissima, anche senza questa perfetta imitazione...
La vera, la sola perfezione, non consiste tanto nel condurre questo o quest'altro genere di vita. Essa consiste, invece, nel fare la volontà di Dio, nel seguire il genere di vita che Dio vuole, nel posto da lui voluto e nel modo cui Egli si sarebbe attenuto. Dal momento che lascia la scelta a noi, cerchiamo di seguirlo passo passo nel modo più esatto possibile, e di renderci partecipi della sua vita, nel modo in cui la condusse, come appunto fecero gli apostoli durante la sua esistenza e dopo la sua morte: l'amore ci spinge a questa imitazione. Se Dio ci lascia questa scelta, questa libertà, ciò è dovuto esattamente al fatto che vuole che noi drizziamo le vele al vento del puro amore e che, da lui sospinti, corriamo dietro all'aroma dei suoi profumi, in un'imitazione perfetta, come quella di San Pietro e di San Paolo.
Qualora la sua volontà ci chiamasse altrove, lasciamoci trasportare da lui, conducendo il genere di vita che egli ci indica; ma, ovunque, cerchiamo di avvicinarci a lui con tutte le nostre forze e di comportarci in ogni stato e condizione come egli stesso si sarebbe comportato, qualora la volontà del Padre suo l'avesse messo nella stessa situazione in cui ha posto noi...
La perfezione consiste soltanto in questo. La volontà di Dio, questa sola ed unica volontà, essere dove Dio ci vuole, fare ciò che Dio esige da noi, in tutte le condizioni in cui Dio ci vuole; pensare, parlare, agire come Gesù avrebbe pensato, parlato, agito, se il Padre l'avesse posto in quella medesima situazione.

 * Vocation, meditazione 194 sui Vangeli, in Oeuvres spirituelles, Ediz. du Seuil, Parigi 1958 - pp. 212-215.

 

P47   PREGHIERA E IMPEGNO UMANO

         Pierre-Yves Émery * 

Fratello di Taizé dal 1953 e pastore dal 1956, Pierre-Yves Émery unisce ad un acuto senso della vita monastica una profonda comprensione delle altre vocazioni all'interno della Chiesa. Gli è stato assegnato di svolgere il suo ministero presso i focolari ed i giovani che passano dalla sua comunità. La sua presenza discreta e le sue relazioni serene a numerose assemblee soprattutto monastiche, sono un apporto apprezzabile al rinnovamento post-conciliare. Nei suoi studi sulla Tradizione - ad esempio, sulle opere di Sant'Agostino - e nei suoi articoli ecumenici, Pierre-Yves Émery testimonia lo spirito di unità che è la principale caratteristica di Taizé.

Nella comunione della Chiesa, non si possono semplificare le cose e suddividersi le funzioni: gli uni pregheranno, gli altri si impegneranno fino al collo, se non addirittura fin sopra i capelli. E' innegabile che il tempo della preghiera e la natura degli impegni umani possono differire alquanto da una vita all'altra. Ma la preghiera, prima di essere considerata nella sua regolamentazione, e gli impegni prima di essere progettati in relazione ad un agire preciso, sono da vedersi come espressioni congiunte di una vita che, in quanto tale, viene ricevuta da Dio ed offerta a Dio; ricevuta ed offerta, però, attraverso il modo stesso in cui questa vita è umana, solidale con altre vite umane, sulla terra e nella storia.
In quanto ricevuta da Dio ed offerta a Dio, tutta la vita tende ad essere preghiera, e questo trova espressione particolare nei tempi della preghiera. In quanto inserita nella storia e nel mondo delle cose e degli uomini, è tutta la vita che viene ad essere impegnata. E ciò vale per ogni cristiano... Tutta la sua vita viene chiamata ad essere presenza nel mondo, non escluso il momento in cui entra in camera e chiude la porta per essere a tu per tu con Dio. Nel medesimo tempo, tutta la sua vita viene chiamata ad essere preghiera, non escluse le sue scelte politiche o i suoi svaghi. Pertanto (a meno di cadere nella illusione e nelle formule facili) fino alla venuta del Regno, preghiera ed impegni umani rappresentano nella nostra vita una duplice polarità, una
tensione dinamica che aspira all'unità senza mai pervenire ad essa.
Ed è precisamente in rapporto col Regno che questa bipolarità deve situarsi. Il Regno è venuto e si compie nella storia, come una trasfigurazione della nostra vita umana, in tutte le sue dimensioni e solidarietà: ecco che cosa è che dà senso e dimensioni cristiane ai nostri impegni umani. Essi tendono ad accelerare ed a preparare la venuta del Regno, così come a testimoniare che è venuto.
Ma il Regno non nasce dalle nostre opere; non dobbiamo noi immaginario né come la proiezione, nel futuro eterno, delle nostre scelte e dei nostri desideri umani, né come un semplice equilibrio armonico dei nostri atteggiamenti politici e sociali. No, il Regno è il Cristo; il Regno o la vita eterna, sta nella conoscenza del Padre e di colui che ha mandato, Gesù Cristo (Gv. 17, 3). Noi aspettiamo questo Regno come un'irruzione; ed è appunto quanto la preghiera in particolare esprime. Ma non è che la preghiera indichi semplice attesa; essa è in realtà comunione col Cristo. Ecco in che consiste appunto il Regno. Comunque, resta il fatto che la preghiera è pur sempre l'espressione della nostra attesa del Regno.
In stretta comunione con il celibato consacrato (il quale non ha senso alcuno se non in rapporto al Regno, come un segno e un'attesa) taluni nella Chiesa debbono vivere questa preghiera in modo del tutto particolare: presenza a Dio, ricerca del suo volto, attesa della sua venuta. Tuttavia, non è che essi debbano sentirsi disimpegnati dal mondo, in quanto solo la morte rompe le nostre solidarietà umane; né essi debbono cercare di esserlo, altrimenti la loro preghiera acquisterebbe il senso di una fuga e discrediterebbe ogni preghiera.

 * La réciprocité des vocations, in Prière et Action, Ediz. e.DD. Tournai 1970 - pp. 187-189.

 

P48   «LA SAPIENZA DI QUESTO MONDO È STOLTEZZA DAVANTI A DIO»

           Philippe Dagonet *

.L'undicesima ora, opera da cui è tolto questo passo, raggruppa le omelie trasmesse alla televisione da Padre Philippe Dagonet dal 1953. Incaricato dei programmi del «Giorno del Signore», egli con i suoi collaboratori, cerca di dare della fede, dei cristiani e della Chiesa, una presentazione veritiera che porti un contributo fraterno alla soluzione dei problemi di questi tempi difficili. E' anche questo un metodo di annunciare il messaggio della salvezza.
Entrato nell'Ordine dei Predicatori nel gennaio
1945, a 26 anni, ordinato sacerdote nel 1950, Philippe Dagonet aveva ottenuto in precedenza le licenze in Lettere e Diritto, il diploma della Scuola Nazionale della Francia d'Oltremare ed era stato nominato Amministratore delle Colonie. Attualmente egli dedica i suoi talenti ad altra missione: diffondere tra gli uomini del nostro tempo il Vangelo di Gesù Cristo.

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e la tua mente (Deut. 6,5; Mt. 22,37)... Questo 'tutto', se lo si prende rigidamente alla lettera, è estremamente impegnativo. E' mai possibile? Non è forse una utopia? Dato che l'uomo è uomo, non si posson sopravvalutare le sue capacità. Non sarebbe stato più saggio, più ragionevole, più realista, dire ad esempio: «Tu amerai Dio e il tuo prossimo quanto più possibile, quanto più potrai; farai del tuo meglio, come si usa dire»? Dio conosce quanto l'uomo sia limitato, debole, vacillante. Chi meglio di lui potrebbe saperlo? Perché mai ci chiede di andar oltre le nostre capacità?..
Chi si attende dal Vangelo delle massime ragionevoli
o atte a tranquillizzarlo, ne ha abbastanza per sentirsi completamente sconcertato e deluso. Che pensare, ad esempio, di questa affermazione del discorso della montagna: Beati i poveri (Mt. 5, 3)? Tutte le intelligenze umane, persino le più elevate, avevano sempre proclamato il contrario. Perché dare il primo posto agli ultimi, perché pretendere che le cortigiane debbano precedere i virtuosi del Regno di Dio? Bisogna davvero, quando si è adulti, imitar l'innocenza e la disponibilità dei fanciulli per piacere a Dio? Quale parola più irragionevole dell'affermazione: Colui che vorrà salvar l'anima sua la perderà, ma colui che perderà l'anima sua per me, la salverà (Lc. 9,24)? Che cosa di più sconcertante e scandaloso del morir sulla croce per salvare il mondo?...
Vi è forse in ciò un segno che quanto è proposto da questa Rivelazione non proviene dagli uomini. Padre Pouget osservava: «Uno dei motivi che mi danno la certezza che il Cristo non è stato inventato, è ch'egli è fin troppo sconvolgente». E' vero. Non lo avremmo descritto così, se l'avessimo fatto su misura. Lo avremmo fabbricato secondo i limiti umani, razionali. Non v'è che da consultare le religioni del paganesimo per convincersene. Non abbiamo che da rileggere i saggi dell'Antichità, per aver coscienza di quanto vi sia contemporaneamente di ammirevole e di limitato nello sforzo d'una intelligenza umana che non si appoggia su alcuna Rivelazione. Se, quindi, il messaggio evangelico proviene da Dio, non è anormale ch'esso ci sconcerti, ci spinga agli estremi ed anche al di là dei limiti che non avremmo mai immaginato di poter valicare. Una religione che fosse solamente razionale, in cui nulla ci sradicasse dalle prospettive umane, comuni, sarebbe sospetta a priori. Dio si è fatto uomo, ma non è un super-uomo. Dio è Dio e i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (cf. Is. 55,8). Ciò che per noi è follia, può esser saggezza per lui. Questa è la follia che è saggezza di Dio: Nessuno si illuda; se qualcuno tra voi si stima sapiente secondo il mondo, diventi stolto per divenir sapiente. Perché la sapienza di questo mondo è stoltezza da. vanti a Dio (1 Coro 3,18-19)... E' la follia sublime dell'amore. L'amore di Cristo ci spinge (2 Coro 5,14).

 *  La onzième heure, Le Cerf, 1969, pp. 78-81.