PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

R1 San Clemente Romano LODE E SUPPLICA A NOME DI TUTTO IL POPOLO CRISTIANO
R2 Carlo Rahner DALL'ALTARE AL CUORE DEL MONDO
R3 Fénelon

LA PREGHIERA DEL MINISTRO DI DIO

R4 Elredo di Rievaulx

PREGHIERA PASTORALE

R5 Don Gnocchi LA MESSA TOTALE
R6 San Pier Crisologo PARTECIPAZIONE AL SACERDOZIO DI CRISTO
R7 Beda il Venerabile STIRPE ELETTA, SACERDOZIO REGALE
R9 San Fulgenzio IL VESCOVO, AMMINISTRATORE DEL SIGNORE, DÀ A CIASCUNO LA SUA RAZIONE DI GRANO
R13 Paolo VI IL SACERDOTE È UN «CHIAMATO»
R14 Paolo VI IL SACERDOTE È «DISCEPOLO» DI CRISTO
R15 Paolo VI IL SACERDOTE È APOSTOLO
     
     
     
     
     
     

R1   LODE E SUPPLICA A NOME DI TUTTO IL POPOLO CRISTIANO

       San Clemente Romano *

San Clemente romano è, secondo Ireneo di Lione, il terzo successore di San Pietro. La tradizione unanime riconosce in lui l'autore della lettera che la Chiesa di Roma indirizzò verso l'anno 96, alla Chiesa di Corinto che minacciava lo scisma: qualche sobillatore aveva destituito alcuni presbiteri dal loro ministero. Sembra abbastanza probabile che Clemente sia stato un giudeo ellenizzante. La sua lettera, grave e sobria, termina con una lunga preghiera, di cui presentiamo una parte. Essa si innesta nella tradizione giudaica delle preghiere di benedizione, e annuncia la liturgia romana, che, d'altra parte, inaugura. In questa preghiera, la lode precede la domanda e continuamente l'accompagna.

Con preghiere e suppliche incessanti, chiederemo che il Creatore dell'universo conservi intatto il numero dei suoi eletti, che egli annovera tra i suoi figli in tutto il mondo, per mezzo del suo diletto Figlio Gesù Cristo: in lui ci chiamò dalle tenebre alla luce, dall'ignoranza alla conoscenza della gloria del suo nome; alla speranza nel tuo nome, Signore, che è principio di ogni creatura.
Tu hai aperto gli occhi del nostro cuore alla conoscenza di te, il solo altissimo nel più alto dei cieli, il santo che riposa tra i santi. Tu umilii l'insolenza dei superbi, tu dissolvi i pensieri dei popoli, tu esalti gli umili ed umilii i superbi. Tu arricchisci e impoverisci, uccidi, salvi e dai la vita, tu, il solo benefattore degli spiriti e Dio di ogni carne. Tu scruti gli abissi, osservi le opere umane, soccorri i pericolanti, o salvatore dei disperati, creatore e custode di ogni spirito. Tu moltiplichi le genti sulla terra, tu che tra tutti ì popoli scegli quelli che ti amano, per mezzo di Gesù Cristo, tuo Figlio diletto, per mezzo del quale ci hai educato, santificato e onorato.
Ti preghiamo, o Signore, di essere nostro soccorso e nostro sostegno. Salva quelli tra noi che sono tribolati, abbi pietà degli umili, rialza i caduti. Mostrati ai bisognosi, guarisci gli infermi, riconduci i traviati del tuo popolo. Sazia gli affamati, libera i nostri prigionieri, solleva i languenti, consola i pusillanimi. Conoscano tutte le genti che tu sei l'unico Dio e che Gesù Cristo è tuo Figlio, e noi siamo tuo popolo e pecore del tuo pascolo.
Con le tue opere hai manifestato l'eterna costituzione del mondo. Tu, o Signore, hai creato l'universo, tu, fedele in tutte le generazioni, giusto nei tuoi giudizi, ammirabile nella forza e nella magnificenza. Tu, saggio nel creare, intelligente nello stabilire le cose create, buono nelle cose visibili, fedele verso coloro che confidano in te, misericordioso e compassionevole.
Rimetti a noi le nostre iniquità, le ingiustizie, le cadute e i falli. Non tener conto del peccato dei tuoi servi e delle tue serve, ma purificaci nella tua verità, e guida i nostri passi nel cammino della santità del cuore, per compiere ciò che è buono e gradito ai tuoi occhi e agli occhi di coloro che ci guidano.
Sì, o Signore, fa' risplendere su di noi il tuo volto, per farei godere di ogni bene nella pace, per proteggerei con la tua mano forte, per difenderei da ogni peccato con il tuo braccio possente, e salvarci da coloro che ci odiano ingiustamente. Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come le hai donate ai nostri padri, quando ti invocavano con cuore puro nella fede e nella verità.

* Klementos pros Korinthios, 59-60 - Corona Patrum Salesiana, series graeca, Volumen VII, S.E.I., Torino 1940, pp. 191-197.

 

R2   DALL'ALTARE AL CUORE DEL MONDO

       Carlo Rahner *

Il teologo tedesco, nato nel 1904, ci spiega come Dio entra nella nostra vita umana mediante il ministero sacerdotale, che testimonia la presenza trasfigurante del Signore nel mondo: il sacerdote attualizza il mistero di Cristo per mezzo dei sacramenti, l'Eucaristia soprattutto, e attraverso la proclamazione della Parola, che insieme prepara e sviluppa la parola sacramentale.

Il sacerdote scende dall'altare, si immerge nel mondo, annunzia il messaggio a tempo e contro tempo, opera e lotta per il Regno di Dio, cercando di sottomettere la terra al dominio di Dio. AI principio e al termine del suo agire c'è l'attualizzazione del mistero di Cristo nell'offerta del sacrificio e nell'amministrazione dei sacramenti; al principio e a'l termine della sua parola 'c'è la parola sacramentale. Ma è proprio per questo che egli ha l'obbligo di dire qualche altra cosa oltre la parola sacramentale. Quando non è in senso stretto «forma» del sacramento, la proclamazione del mistero cristiano, cioè la parola cristiana, in sè non è altro che la preparazione e lo sviluppo della parola propriamente sacramentale. Essa resta sempre subordinata a quest'ultima; costituisce l'insegnamento che preparerà i popoli alla recezione del battesimo; mentre, per quelli che l'hanno ricevuto, rappresenta l'insegnamento dei comandamenti di Dio, affinché la vita battesimale rimanga attiva in essi e porti i frutti dello Spirito.
Colui che mediante la sua parola offre a Dio l'Agnello sull'altare, deve anche proclamare ad alta voce verso il
mondo: «Ecco l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo!» Chi pronunzia su di un uomo le parole sacramentali della grazia e della vita - parole che esprimono la divina volontà di salvezza, ma che divengono efficaci solo a condizione che in esse si esprima anche la fede dell'uomo che accetta la salvezza - quegli le pronunzierà nel dovuto modo unicamente se con la sua propria testimonianza, l'insegnamento e le esortazioni, egli aiuta quell'uomo a sentirle scendere su di sè con una fede autentica. Colui che fa del pane e del vino di questa terra il segno visibile della presenza del Crocifisso e del Risorto, quegli assume proprio per questo fatto il compito di lavorare e combattere affinché questa terra, con gli uomini che la abitano, sia afferrata da Dio; affinché consacrata, introdotta nella sfera di Dio, essa rifletta visibilmente la gloria invisibile di Dio. Colui che rende presente in questo mondo l'amore di Dio, non solo non può mantenere il silenzio sull'importanza eccezionale dell'obbligo che ci deriva dalla volontà d'amore di Dio, ma è anche obbligato a dire agli uomini che Dio vuoi prendere posto nella loro vita. Se il Regno di Dio si fa presente attraverso il ministero del sacerdote, allora bisogna che sia lui a proclamare: «Fate penitenza, il Regno di Dio è tra voi» (cfr. Mi. 3, 2).
Il Cristo ha dovuto rendere testimonianza di se stesso con la Parola che era lui stesso: così anche il sacerdote dovrà rendere testimonianza della presenza di Cristo, che si manifesta grazie a lui e alla sua azione, in un determinato punto dello spazio e del tempo.
Se dunque l'uomo del culto è anche pastore delle anime, non lo è per semplice giustapposizione. Egli è pastore delle anime perché è l'uomo del culto attraverso una parola umana, che deve essere sviluppata, spiegata, difesa; che deve essere accolta nella fede, perché egli rende attuale la realtà di Cristo 'Che è il principio della trasfigurazione del mondo. Questa realtà è il lievito atto a sollevare l'intera creazione che, attraverso la consacrazione della storia del mondo, deve diventare per tutta l'eternità un santo segno indicante che Dio è tutto in tutti (I Cor. 15, 28).

* Sendung und Gnade, Tyrolia-Verlag, Innsbruck-Wien-Munchen, 3. Auflage 1961.

 

R3  LA PREGHIERA DEL MINISTRO DI DIO

       Fénelon *

François de La Mothe-Fénelon nasce nel Périgord nel 1651. Nobile di carattere, dalla sensibilità molto delicata, riceve una formazione classica dai Gesuiti di Cahors. In seguito si prepara al sacerdozio a Parigi, a Saint-Sulpice, dove impara la pedagogia dell'amore di Dio. Nel 1689 diviene istitutore del Duca di Borgogna. Verso quest'epoca incontra Mme. Guyon, la cui amicizia lo stabilisce più solidamente nel suo cammino interiore, compromettendolo però, in parte, nell'affare del quietismo. Nominato arcivescovo di Cambrai nel 1697, cadrà in disgrazia e verrà condannato da Roma. Si sottometterà e si dedicherà fino alla morte (1715) al ministero pastorale e alla predicazione.
Le opere spirituali di Fénelon sono piene di puro amore di Dio verso cui ha indirizzato tutta la sua vita.

Pastori d'Israele, lavorate nella fede pura, senza consolazione se occorre, e possedete l'anima vostra nella pazienza. Piantate, innaffiate e attendete che Dio faccia crescere; se salverete anche una sola anima, le fatiche di tutta la vostra vita saranno sempre bene utilizzate...
Sappiate che Dio è ricco verso tutti coloro che lo invocano (Rom. 10, 12). Egli ci raccomanda di pregare, affinché non perdiamo, per mancanza di preghiera, i beni che egli ci prepara. Promette, invita, ci prega - per così dire - di pregarlo. E' vero che, per pascere un grande gregge,
è necessario un grande amore... Solo dopo aver chiesto anche a voi per tre volte, come a S. Pietro: Mi ami tu? e dopo aver ottenuto per tre volte dal vostro cuore questa risposta: Signore, tu sai che ti amo (Gv. 21, 15-17), il gran pastore vi dice: Pasci le mie pecore. Del resto, ch\i richiede da noi 'un amore così coraggioso e paziente, è proprio colui che ce lo dà. Venite, affrettatevi, compratelo senza denaro (ls. 55, 1). Si compera l'amore con il semplice desiderio; ne resta privato soltanto chi non lo vuole. O bene infinito, basta volerti, per entrare in possesso di te! E' quest'oro puro e ardente, questo tesoro del cuore povero, che appaga ogni desiderio e riempie ogni vuoto. L'amore dà tutto e l'amore stesso si dà a chiunque g.li apre il proprio cuore. Ma osservate l'ordine dei doni di Dio e guardatevi bene dall'invertirlo: soltanto la grazia può dare l'amore e la grazia non si dà se non la invochiamo nella preghiera. Dunque, pregate incessantemente (1 Tess. 5, 17). Se ogni fedele deve pregare così, che cosa dovrà fare il pastore? Tu sei il mediatore fra il cielo e la terra: devi pregare per aiutare coloro che pregano, unendo le tue preghiere alle loro; anzi, prega anche per coloro che non pregano affatto. Parla a Dio in favore di coloro ai quali non oseresti parlare di Dio, quando li vedi induriti e irritati contro la virtù. Sii come Mosè, l'amico di Dio: va sulla montagna, lontano dalla folla, a conversare familiarmente con lui faccia a faccia (Es. 33, 11); poi, ornato della gloria che questo incontro ineffabile avrà posto sul tuo capo, ritorna verso i'l tuo popolo. L'orazione sia per te sorgente di luce nel ministero. Non devi soltanto convertire i peccatori, ma anche dirigere le anime più perfette nelle vie di Dio; devi annunciare la sapienza tra i perfetti (1 Cor. 2, 6); devi essere la loro guida nella preghiera, per difenderli dalle illusioni dell'amor proprio. Sii dunque il sale della terra, la luce del mondo, l'occhio che rischiara il corpo della tua Chiesa e la bocca che pronuncia gli oracoli della tradizione.
Oh, chi mi darà questo spirito di preghiera che può tutto su Dio e che dona al pastore tutto ciò che gli manca per il suo gregge!
È lo spirito di preghiera che forma nuovi apostoli per cambiare la faccia della terra... La vita dell'apostolato consiste nel pregare incessantemente per amare e per fare amare Dio. Pastore delle anime, vivi di questa vita nascosta con Gesù Cristo in Dio e
gusterai quanto è buono il Signore (SI. 33, 9). Allora sarai una colonna della casa di Dio, sarai l'amore e la delizia della Chiesa.

* Discours prononcé au sacre de l'Électeur de Cologne, secondo punto. Oeuvres de Fénelon, t. XVII, A. Lebel - Parigi 1823 pp. 165-168.

 

 

 

R4  PREGHIERA PASTORALE

       Elredo di Rievaulx *

Elredo di Rievaulx (1110-1167), nato nello Yorkshire, passò verso il 1133 dalla corte del Re di Scozia all'Abbazia cistercense di Rievaulx. Dottore di vita spirituale, fu successivamente maestro dei novizi, Abate di S. Lorenzo di Rivesby e Abate di Rievaulx. "E' quasi un altro Bernardo, il nostro Elredo» dicevano di lui i cistercensi che lo conobbero e lo amarono. In effetti, senza uguagliare il suo famosissimo contemporaneo, Elredo ci ha lasciato un'opera di valore, i cui temi principali sono: l'amore tenero verso Dio, la devozione affettiva verso l'umanità del Salvatore e verso la Vergine Maria e l'amicizia spirituale fra gli uomini.

Misericordioso Dio, ascoltami benigno: ti prego per i tuoi. A questa preghiera mi spinge la missione paterna che mi hai affidato, mi inclina l'affetto, mi incoraggia la considerazione della tua bontà. Tu sai, dolce Signore, quanto li ami, che posto occupino nel mio cuore, come li ricopra con la mia tenerezza. Tu sai, mio Signore, che non comando loro con durezza né con violenza, che preferisco giovar loro nella carità piuttosto che dominarli, sottomettermi loro nell'umiltà e diventare in mezzo a loro - per la forza dell'affetto - come uno di loro.
Ascoltami dunque, ascoltami, Signore Dio mio, affinché i tuoi occhi siano aperti su di loro giorno e notte. Apri, o piissimo, ,le tue ali e proteggili, stendi la tua destra e benedicili; infondi nei loro cuori il tuo Spirito Santo, che li conservi nell'unità di spirito e nel vincolo della pace, nella castità della carne e nell'umiltà dell'anima.
Che questo stesso Spirito assista coloro che pregano, che l'abbondanza del tuo amore li 'colmi nell'intimo e la soavità della compunzione ricrei le loro menti, che la luce della tua grazia illumini i loro cuori; la speranza li sollevi, il timore li umilii, la carità li infiammi. Lui stesso suggerisca loro le preghiere che tu, propizio, vuoi esaudire.
Che il tuo dolce Spirito sia in coloro che meditano, affinché illuminati da lui, conoscano Te e rimanga impresso in loro il ricordo di colui che invocheranno nelle avversità e consulteranno nel dubbio. Che questo pio consolatore vada incontro e sostenga quelli che sono provati
nella tentazione e soccorra la loro debolezza nelle angustie e tribolazioni della vita.

Dolce Signore, che con l'aiuto del tuo Spirito, essi siano in pace, modesti e benevoli con se stessi, con i fratelli e con me; che si obbediscano, si servano, si sopportino mutualmente. Che siano ferventi nello spirito, gioiosi nella speranza. Abbiano nella povertà, nell'astinenza, nei lavori e nelle veglie, nel silenzio e nella quiete una costanza instancabile... Sii fra di loro secondo la tua fedele promessa e poiché tu sai ciò di cui hanno bisogno, ti supplico di consolidare ciò che in loro è debole, di non rigettare ciò che è fiacco; risana ciò che è infermo, rallegra le loro tristezze, rianima i tiepidi, conferma ciò che è instabile: così che tutti si sentano aiutati dalla tua grazia nelle loro necessità e tentazioni...
Io li affido alle tue sante mani e a-lla tua tenera provvidenza. Che nessuno li rapisca dalla tua mano né da quelle del tuo servo cui li affidasti, ma che perseverino gioiosamente nel loro santo proposito e, perseverando, ottengano la vita eterna: con il tuo soccorso, o dolcissimo Signor nostro, che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

* Oratio pastoralis, 8 e 10, Steenbrugge (Belgio) 1967, pp. 24-26.

 

R5  LA MESSA TOTALE

       Don Gnocchi *

Don Carlo Gnocchi, nato nel 1902 e morto nel 1956, resta indimenticabile come apostolo dei mutilatini. Dapprima esercita il suo ministero in una parrocchia, poi in un istituto di educazione cristiana e quindi viene mobilitato come cappellano degli alpini. Finita la guerra, per obbligante coerenza interiore, rimane spiritualmente mobilitato per l'assistenza alle vittime più innocenti della guerra stessa: i fanciulli mutilati. Per loro fonda un ente, unico nel suo genere in Europa. Quasi a sigillo di queste sue fondamentali esperienze, scrive alcune opere e per ultima «La pedagogia del dolore innocente», da cui prendiamo la pagina che segue. Don Gnocchi, dopo aver insegnato a tante anime il valore redentivo del dolore, lascia - a simbolo di tutta la sua esistenza il dono dei suoi occhi ad altre creature che, con essi, continuano a guardare il mistero della vita.

Nella Messa quotidiana il fiume di Sangue divino si arricchisce per la confluenza dell'umano dolore e in questo fiume ogni stilla di sofferenza umana e di pianto acquista valore soprannaturale di redenzione e di grazia.
Per quale altra ragione la Messa è e sarà celebrata ogni giorno sulla terra, fino alla consumazione dei secoli, se non per rendere possibile e attuale nel tempo questa mistica confluenza? Col sacrificio del Calvario, la redenzione dell'umanità era definitivamente conclusa e nulla doveva o poteva esservi aggiunto da parte di Dio. Nessuna necessità dunque da parte di Cristo di ripetere ogni giorno tale sacrificio, come avviene, misticamente ma realmente, nella celebrazione quotidiana della Messa.
Ma l'esigenza di questa reiterazione è dalla parte dell'uomo. Per attualizzare, nel tempo e nella storia di ogni uomo e dell'umanità, i'l valore di quel sacrificio divino, bisognava far scorrere il fiume maestoso della redenzione attraverso i secoli e attraverso ogni giornata, per dar modo ad ogni essere e ad ogni tempo di convogliare in quel sacro fiume il piccolo rivolo torbido delle proprie sofferenze e il tedio quotidiano del,la propria esistenza, al solo fine di conferirgli, per tale fe'lice commistione, valore soprannaturale di redenzione
e di grazia.
Ecco perché la Messa deve essere celebrata tutti i giorni di tutti i tempi ed ecco perché si può parlare di una vera rinnovazione e di un complemento necessario che in essa si compie del sacrificio divino; in quanto l'umanità ha modo, in tutti i giorni della sua travagliata esistenza, di celebrare la propria messa di dolore e di unirla alla Messa di Cristo per farne la Messa «totale»; la Messa non soltanto del Cristo-persona sul Calvario, ma la Messa del Cristo-umanità attraverso la storia.

* Pedagogia del dolore innocente - Brescia 1956 - pp. 47-49.

 

R6  PARTECIPAZIONE AL SACERDOZIO DI CRISTO

      San Pier Crisologo *

Contemporaneo e amico di san Leone Magna, san Pier Crisologo fu arcivescovo di Ravenna dal 432 al 440, e mori intorno al 450. Ci resta una sua raccolta di 176 sermoni di ispirazione biblica. Fu molto apprezzato dal Medioevo, che gli diede il nome di «Crisologo» (parola d'oro) a motivo della sua eloquenza e della sicurezza della sua predicazione.

Vi esorto - dice san Paolo - per la misericordia di Dio (Rom. 12,1). Paolo ci esorta, anzi Dio stesso ci esorta attraverso di lui. E Dio lo fa perché vuole essere non soltanto Signore, ma soprattutto padre... Vi esorto a offrire il vostro corpo. Chiedendo questo a tutti gli uomini, l'apostolo li innalza alla dignità del sacerdozio. Offrire il vostro corpo come ostia viva. Ministero inaudito del sacerdozio cristiano: l'uomo è insieme vittima e sacerdote di se stesso. Non cerca più fuori di sé ciò che desidera immolare a Dio; porta con sé e in sé quello che per il suo bene vuole sacrificargli. La vittima rimane immolata, il sacerdote non cambia il suo atteggiamento: la vittima viene sacrificata ma resta in vita, e il sacerdote che la offre non può ucciderla. Sacrificio straordinario, in cui il corpo è offerto senza essere distrutto, e il sangue è dato senza essere sparso.
Vi esorto - dice l'apostolo -, per la misericordia di Dio, a offrire il vostro corpo come ostia viva. Fratelli, questo sacrificio è conforme a quello di Cristo, che, pur vivendo, ha immolato il suo corpo per la vita del mondo: veramente ha fatto del suo corpo una vittima vivente, poiché, sebbene ucciso, egli vive. Si tratta dunque di un sacrificio in cui la morte sconta la sua pena, ma la vittima rimane;
la vittima vive, e la morte viene condannata. Ecco perché per i martiri la morte è una nascita, la fine un inizio: vengono uccisi e vivono, e risplendono in cielo mentre in terra erano considerati ormai perduti per sempre.
Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire il vostro corpo come ostia viva e santa. E' quello che aveva cantato il profeta: Non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai dato un corpo (Sal.
39,7; LXX). Non rifiutarti dunque di essere il sacrificio di Dio e i'I suo sacerdote; non trascurare quello che la sua potenza e la sua generosità ti hanno dato. Indossa la veste della santità, cingiti con la cintura della castità; il Cristo sia come un velo sul tuo capo, la croce rimanga ,come una protezione sulla tua fronte. Poniti sul petto il sacramento della conoscenza di Dio, fa bruciare sempre come un profumo l'incenso della preghiera, impugna la spada dello Spirito, rendi il tuo cuore un altare: e così, nella sicurezza che ti dà la protezione di Dio, conduci il tuo corpo al sacrificio. Dio vuole la fede, non la morte; ha sete dell'intenzione, non del sangue; si lascia placare dalla volontà, non dal sacrificio della vita. Questo, Dio lo ha mostrato quando ha chiesto in sacrificio il figlio del santo patriarca Abramo. Immolando suo figlio, infatti, che cosa offriva Abramo se non il proprio corpo? E che altro cercava Dio in questo padre se non la fede, dal momento che gli comandò di offrire il figlio ma non gli permise di ucciderlo?...
Il tuo corpo vive ogni volta che tu, facendo morire i vizi, sacrifichi a Dio la tua vita per mezzo della virtù. Non può morire colui che ottiene di essere ucciso dal,la spada della vita. Il nostro Dio, che è la via, la verità e la vita (Gv. 14,6), ci ,liberi dalla morte e ci conduca alla vita eterna.

* Sermo CVIII; PL 52, 499 C - 501 A.

 

 

R7  STIRPE ELETTA, SACERDOZIO REGALE

       Beda il Venerabile *

Beda nacque a Yarrow, in Inghilterra (673 c. - 735) e fu chiamato Venerabile già durante la sua vita. Tutti amavano e ammiravano questo monaco e sacerdote, umile, fervente e dotto. A sette anni era stato affidato a un monastero di Northumbria dove divenne monaco. Passò tutta la vita fra Yarrow e il vicino monastero di Wearmouth, amando lo studio e l'insegnamento. I suoi numerosi trattati ci trasmettono la dottrina dei padri, in particolare di sant'Agostino. La sua opera più importante è di carattere storico: La Storia della Chiesa d'Inghilterra.

Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale... (1 Piet. 2,9). Questa magnifica esaltazione del popolo di Dio, fatta un tempo da Mosè, ora l'apostolo Pietro l'attribuisce giustamente alle nazioni che hanno creduto in Cristo. Egli, come pietra angolare, riunì le genti nella salvezza, che in un primo tempo Israele aveva ricevuto per sé solo. Egli chiama queste nazioni stirpe eletta a motivo della loro fede, per distinguerle da quelle che, rifiutando la pietra viva, si sono condannate da sé. Sacerdozio regale, poi, perché sono unite al corpo di colui che è re supremo e vero sacerdote, il quale come re conferisce ai suoi il regno, e come sacerdote purifica i loro peccati mediante il sacrificio del suo sangue. Li chiama regale sacerdozio perché si ricordino di sperare il regno eterno e di offrire incessantemente a Dio il sacrificio di una vita santa.
Sono denominate anche nazione
santa e popolo che Dio si è conquistato (1 Piet. 2,9), secondo quanto dice l'apostolo Paolo, commentando la parola del profeta: Il mio giusto, poi, vivrà di fede; ma se vien meno, non porrò in lui la mia compiacenza; noi però, dice, non siamo dalla parte che si sottrae volgendosi alla rovina, ma della schiera dei credenti che vogliono salvarsi l'anima (Ebr. 10, 38-39). E, negli Atti degli Apostoli: Lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per pascere la Chiesa del Signore, che egli si è acquistata col suo proprio sangue (Atti 20, 28). Noi siamo dunque diventati, nel sangue del nostro redentore, popolo di sua conquista, proprio come il popolo di Israele è stato un tempo riscattato dall'Egitto mediante il sangue dell'agnello. Perciò nel versetto che segue ricorda il mistero dell'antica storia e insegna che esso deve trovare il suo compimento nel nuovo popolo di Dio, dicendo: Perché proclamiate le meraviglie di colui che dalle tenebre vi ha chiamati nella sua luce ammirabile (1 Piet. 2, 9). Come, infatti, quelli che furono liberati per mezzo di Mosè dalla schiavitù egiziana innalzarono un canto di trionfo a Dio, dopo il passaggio del Mar Rosso e l'annegamento dell'esercito del Faraone, così anche noi, dopo aver ottenuto .Ia remissione dei peccati mediante il battesimo, dobbiamo degnamente rendere grazie per questi benefici divini. Gli egiziani che angariavano il popolo di Dio e il cui nome è interpretato come «tenebre» e «tribolazioni», simboleggiano appunto i peccati che ci perseguitano, ma che sono stati distrutti nel battesimo. Anche la liberazione dei figli di Israele e il cammino verso la patria da lungo tempo promessa, corrispondono al mistero della nostra redenzione, mediante la quale, illuminati e guidati dalla grazia di Cristo, camminiamo verso la luce della dimora celeste. Questa luce della grazia era prefigurata dalla colonna di nube e di fuoco che protesse gli Ebrei dalle tenebre della notte durante tutta la loro marcia e li condusse, attraverso vie straordinarie, alla dimora promessa della loro patria.

* In Primam Epistolam Petri, 2: PL 93,50 D-51 C.

 

 

 

R9  IL VESCOVO, AMMINISTRATORE DEL SIGNORE, 
       DÀ A CIASCUNO LA SUA RAZIONE DI GRANO

       San Fulgenzio *

Nato nel 467 e morto nel 532, san Fulgenzio, vescovo di Ruspe (Nord Africa), è il più grande teologo occidentale della sua epoca. Mai tralascia di ispirarsi al pensiero agostiniano, come lo testimonia questo bel sermone in cui pensiero e stile rientrano pienamente nella linea del grande dottore della carità.

Per definire il ruolo dei ministri che egli ha posto a capo del suo popolo, il Signore dice questa frase riportata dal Vangelo: Quale è l'economo fedele e prudente, che il padrone metterà a capo dei suoi domestici, per dar loro, nel tempo stabilito, la porzione di cibo? Beato quel servo, che il padrone, al suo ritorno, troverà agire in tal modo! (Lc. 12,42-43). Chi è questo padrone, fratelli miei? E' senza alcun dubbio il Cristo, che disse ai suoi discepoli: Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché /0 sono (Gv.13, 13). E qual è la famiglia di questo maestro? E' evidentemente quella che il Signore ha riscattato dalle mani del nemico e che ha fatto propria. Questa famiglia è la Chiesa santa e universale che si diffonde con meravigliosa fecondità in mezzo al mondo e si vanta d'essere stata redenta a prezzo del sangue del Signore. Poiché il Figlio dell'Uomo - come egli stesso dice - è venuto non per essere servito, ma a servire e a dar la sua vita in redenzione di molti (Mt. 20,28). E' il buon Pastore che ha sacrificato la vita per le sue pecore. Il gregge del buon Pastore è pure la famiglia del Redentore.
Ma chi è il ministro fedele e saggio? L'apostolo Paolo ce lo indica allorché dice, parlando di se stesso e dei suoi compagni: Così,
ognuno ci consideri come servi di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. Orbene, quel che si richiede ai dispensatori, è che ciascuno sia trovato fedele (1 Coro 4,1-2). E perché nessuno tra di noi possa pensare che solo gli apostoli son divenuti ministri o che un servitore neghittoso e infedele abbandoni il combattimento spirituale e si lasci andare al sonno, il santo Apostolo dimostra chiaramente che anche i vescovi sono dei ministri: Perché è ne
cessario che il vescovo sia incensurabile quale economo di Dio (Tito, 1, 7). Noi siamo dunque i servi del Padre di famiglia, gli amministratori del Signore, e abbiamo ricevuto la razione di grano da distribuirvi.
Se domandiamo a noi stessi quale è questa misura di grano, san Paolo ce lo indica: Ciascuno secondo la misura della fede che Dio gli ha dispensato (Rom. 12,3). Ciò che il Cristo chiama razione di grano, Paolo la definisce misura di fede, per farci comprendere che non vi è altro frumento spio rituale se non il santo mistero della fede cristiana. Questa misura di frumento, noi ve la diamo nel nome del Signore ogni volta che, illuminati dal dono spirituale della grazia, vi parliamo secondo la norma della vera fede. Questa misura, voi la ricevete dai ministri del Signore ogni giorno in cui ascoltate dalle labbra dei servitori di Dio la parola di verità.
Sia essa il nostro cibo, questa misura di grano che Dio ci dà in sorte. Sappiamone trarre il sostentamento dell'onesta condotta per poter pervenire alla ricompensa della vita eterna. Crediamo in colui che dona se stesso a noi come cibo, affinché non veniamo meno lungo il cammino, e che si riserva come nostra ricompensa affinché possiamo trovar la gioia nella patria celeste. Crediamo e speriamo in lui; amiamolo al di sopra di tutto e in tutto, poiché Cristo è nostro cibo e sarà nostra ricompensa. Cristo è l'alimento e il sostegno dei pellegrini in cammino, è il ristoro e l'esultanza dei beati nel loro riposo.

 *  Sermone I, 2-3: CCL 91 A, 889-891.

 

R13  IL SACERDOTE È UN «CHIAMATO»

         Paolo VI *

Nato a Concesio (Brescia), Giovanni Battista Montini lavorò per oltre vent'anni nella Segreteria di Stato con i Pontefici Pio XI e Pio XII; fu arcivescovo di Milano dal 1955 al 1963; quindi fu chiamato a succedere a papa Giovanni XXIII, di cui portò a termine l'opera più grande e geniale: il Concilio Vaticano Il. La molteplice attività di Paolo VI si può riassumere nelle due espressioni programmatiche: Missionario apostolico e Messaggero di pace. Tale infatti egli vuole essere nel suo ufficio di Pastore della Chiesa universale. Attraverso i suoi discorsi e i documenti del suo pontificato egli addita Cristo e il suo Vangelo come unica fonte di salvezza, combatte gli egoismi e le lotte fratricide, predica la pace nella giustizia, mostra a tutti gli uomini che la Chiesa, madre e maestra, è loro vicina.

Domandiamo umilmente al nostro Maestro Gesù: noi, chi siamo? Qual è, davanti a Lui, la nostra identità?
Una prima risposta ci è subito data. Noi siamo dei chiamati. Il nostro Vangelo comincia dalla nostra vocazione. (Ci sembra lecito ravvisare nella storia degli Apostoli quella di noi Sacerdoti). Per quanto riguarda dunque i primi che Gesù scelse come suoi, la storia evangelica è chiarissima e bellissima. L'intenzione del Signore è palese, e, considerata nel quadro messianico e poi nel quadro dell'economia del cristianesimo, interessantissima. E' Gesù che prende l'iniziativa; Egli stesso lo farà notare: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv. 15, 16); e le scene semplici e deliziose, che ci presentano la chiamata dei singoli discepoli, rivelano ('attuazione precisa di scelte determinate (cfr. Lc. 6, 13). sulle quali ci piacerà meditare. Chi Egli chiama? Non sembra ch'Egli abbia riguardo alla classifica sociale dei suoi eletti (cfr. 1 Coro 1, 27). e non sembra nemmeno che Egli voglia profittare di chi con superficiale entusiasmo si esibisce (cfr. Mt. 8, 19-22).
Questo disegno evangelico ci riguarda personalmente.
Ripeto: noi siamo dei chiamati. La famosa questione della vocazione tocca la personalità e il destino di ciascuno di noi...
Dobbiamo pel)sare ad alcuni aspetti di questa vocazione, venuta a battere alla nostra porta. Essa ha segnato
il momento più alto per l'impiego della nostra libertà, che ha pensato, riflesso, voluto, deciso. Essa ha provocato la grande scelta della nostra vita; analoga al «sì» di chi contrae matrimonio la nostra risposta, contro la volubilità dell'uomo senza ideali più grandi di lui, ha impegnata l'esistenza: la forma, la misura, la durata della nostra offerta; è perciò la pagina storica della nostra vicenda umana, la più bella, la più ideale: guai svalutarla! Ed ha subito qualificato la nostra vita col suo formidabile sì, come quella d'un segregato dallo stile comune con cui gli altri conducono la propria; lo dice di sé S. Paolo: Segregato per il Vangelo di Dio. Un sì, che in solo momento ci ha avulsi da ogni nostra cosa: lasciata ogni cosa, lo seguirono (Le. 5, 11); un sì che ci ha messo nel reparto degli idealisti, dei sognatori, dei folli, dei ridicoli in apparenza; e tuttavia anche in quello dei forti, di coloro che sanno perché vivono e per Chi vivono, so in chi ho posto la mia fede (2 Tim. 1, 12); di coloro che si sono proposti di servire e di dare la vita, tutta la vita per gli altri. A tanto siamo chiamati; segregati, sì, dal mondo, ma non separati da quel mondo per il quale dobbiamo essere con Cristo e come Cristo ministri di salvezza (cfr. Ench. Cler. 104, 860, 1387, etc.).
Chiamati da Cristo, chiamati da Dio; il che vuoi dire amati da Cristo, amati da Dio. Vi pensiamo? lo so, dice il Signore, quali io ho scelti (Gv. 13,28); un disegno divino preconcepito si è fissato sopra ciascuno di noi, per cui si può dire di noi ciò che il profeta Geremia riferisce ad Israele da parte di Dio: Ti ho amato d'un amore eterno e perciò ti ho attirato a me pieno di benevolenza (31,3). Un'identità registrata nell'anagrafe del cielo, nel libro del/a vita (cfr. Ap. 3, 5).

 *  Discorso ai quaresimalisti romani; L'Osservatore Romano, 18 febbraio 1972.

 

R14   IL SACERDOTE È «DISCEPOLO» DI CRISTO

          Paolo VI *

(Questo testo fa seguito a quello della scheda R 13)

Siamo chiamati, ma a qual fine? La nostra identità si arricchisce d'un'altra nota essenziale: siamo discepoli. Siamo, direi per antonomasia, i discepoli. Il termine discepolo è correlativo ad un altro termine, che non può mancare, quello di maestro. Chi è il nostro Maestro? Oh! è proprio il caso di ricordare: Uno solo è il vostro Maestro, Voi siete tutti fratelli... Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo (Mt. 23, 8-10).
Gesù ha tenuto a che gli fosse riconosciuto questo titolo di Maestro (cfr. Gv. 13, 13). Gesù ha fatto scuola, dopo aver parlato alla folla, per tutti, al gruppo dei suoi seguaci qualificati, ai discepoli, riconoscendo loro una prerogativa di somma importanza: «A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ciò che non è dato agli altri» (Mt. 13, 11): per il fatto che i chiamati sono discepoli, essi saranno elevati alla funzione di maestri, non di dottrina propria, è chiaro, ma di quella rivelata loro da Cristo, analogamente, nonostante l'infinita distanza, a quanto Cristo ha detto di sé: La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato (Gv. 7, 16). Perciò, nella misura in cui siamo discepoli, possiamo anche dire che la nostra identità sacerdotale comporta una connotazione di magistero: siamo discepoli e siamo maestri; ascoltatori della Parola di Cristo, e annunciatori della Parola medesima.
E' una qualifica molto impegnativa quella su cui adesso noi fermiamo l'attenzione, cioè la prima, la qualifica di discepoli. Essa comporta, voi lo sapete, carissimi confratelli, un duplice dovere fondamentale per la vita del Sacerdote in cerca di autenticità: il primo è quello del culto dell'insegnamento di Cristo, un culto che si ramifica in diverse direzioni, tutte rivolte a scopi essenziali per la nostra definizione sacerdotale; diciamo in fretta: ascoltare; ascoltare la voce dello Spirito di Cristo, cioè le ispirazioni che abbiano carattere di vera provenienza soprannaturale (cfr. Apoc. 2,
6 e ss.; Mt. 10, 19; Gv. 14, 26); ascoltare quindi la voce della Chiesa, quando essa parla nell'esercizio del suo magistero, sia ordinario che straordinario (cfr. Le. 1O, 16); ascoltare l'eco della voce del Signore in chi ci parla in nome del Signore, come fa il Vescovo, e così il maestro di spirito, o qualche amico buono e illuminato; ascoltare anche la voce del Popolo di Dio, quando ci richiama ai nostri doveri, o chiede talvolta da noi qualche servizio conforme al nostro ministero. Ascoltare mediante lo studio della scienza sacra, e ascoltare mediante l'orazione mentale: bene sappiamo come essa abbia ragione di alimento per la nostra vita personale e spirituale (cfr. Gv. 8, 31). Davvero ripetiamo con Gesù: beati quelli che ascoltano la paro/a di Dio e la custodiscono (Le. 8, 21; cfr. 11, 28).
E poi, per essere
veri discepoli: imitare! Quanto vi sarebbe da dire su quest'altra conseguenza del fatto che noi siamo della scuola di Cristo, proprio in questo tempo in cui siamo assaliti dalla secolarizzazione, e dal tentativo di far perdere al Clero i suoi connotati esteriori e, purtroppo, anche quelli interiori. Il così detto «rispetto umano», che ha fatto cadere perfino Pietro, potrebbe tentare anche noi a simulare ciò che non siamo, e a farei dimenticare l'esortazione di S. Paolo: non conformatevi al secolo presente! (Rom. 12, 2), mentre l'<<imitazione di Cristo» dev'essere lo studio pratico per la nostra condotta.

 *  Discorso ai quaresimalisti romani; L'Osservatore Romano, 18 febbraio 1972.

 

R15  IL SACERDOTE È APOSTOLO

         Paolo VI *

(Questo testo fa seguito a quello della scheda R 14)

Ciascuno di noi può dire: sono apostolo. Apostolo, che che cosa vuoi dire? Vuoi dire inviato, mandato. Mandato da chi? e mandato a chi? La risposta all'una e all'altra domanda ce la dà Gesù stesso, la sera della sua risurrezione: come il Padre ha mandato me, così io mando voi (Gv. 20, 21).
Pensate. Vi è davvero di che rimanere sbalorditi: donde viene il mio Sacerdozio e dove tende? e che altro è se non un tramite di vita divina, il quale serve, per estensione della missione salvifica, divino-umana di Cristo, a comunicare i misteri divini all'umanità? Così ci si consideri, dirà San Paolo, come
dispensatori dei misteri di Dio (1 Cor. 4, 1).

Siamo Ministri di Dio
(2 Cor. 6,4). Cioè servitori; non avremo mai dato sufficiente pienezza di significato a questo termine, relativo tanto alla nostra persona ed ancor più alla nostra missione, come Cristo volle definire la sua (cfr. Mt. 20, 28), e com'Egli volle fosse la nostra, in profonda umiltà, in perfetta carità: ...anche voi dovete lavarvi i piedi vicendevolmente (Gv. 13, 14). Ma insieme quale dignità, quali potestà comporta tale servizio: è quello d'un ambasciatore! Per incarico di Cristo, noi siamo ambasciatori, ed è come se Dio esortasse per mezzo nostro (2 Cor. 5,20). E con i poteri sacramentali che faranno di noi strumenti dell'azione stessa di Dio nelle anime. Non è più la sola nostra attività umana che ci caratterizza, ma è l'investitura della virtù divina operante nel nostro ministero. Compreso il senso ed il valore sacramentale del nostro ministero, cioè del nostro apostolato, una collana di altre definizioni possono dare spirituale, ecclesiale ed anche sociale figura al Sacerdote cattolico, così da identificarlo unico fra tutti, sia dentro che fuori della società ecclesiastica. Egli è non solo il Presbitero che presiede al momento religioso della comunità, ma è veramente l'indispensabile ed esclusivo ministro del culto ufficiale, compiuto nella persona di Cristo ed insieme nel nome del popolo, l'uomo della preghiera, il solo operatore del sacrificio Eucaristico, il vivificatore delle anime morte, il tesoriere della grazia, l'uomo delle benedizioni. Egli, il Sacerdote-apostolo, è il teste della fede, egli èil missionario del Vangelo, egli è il profeta della speranza, egli il centro di promozione e di recapito della comunità, egli è il costrutto re della Chiesa di Cristo fondata su Pietro. Ed ecco poi il suo titolo proprio, umile e sublime: egli è il Pastore del Popolo di Dio, è l'operaio della carità, il tutore degli orfani e dei piccoli, l'avvocato dei poveri, il consolatore dei sofferenti, il padre delle anime, il confidente, il consigliere, la guida, l'amico per tutti, l'uomo «per gli altri», e, se occorre, l'eroe volontario e silenzioso.
A ben guardare nel volto anonimo di questo uomo solitario, senza focolare proprio, si scorge l'uomo che non sa più amare come uomo, perché tutto il suo cuore lo ha dato, senza più nulla ritenere per sé, a quel Cristo che ha dato se stesso fino alla croce per lui (cfr. GaI. 2, 20), e a quel prossimo ch'egli s'è prefisso d'amare alla misura di Cristo (cfr. Gv. 13, 15); è questo infatti il senso della sua intensa e beata immolazione celibataria; in una parola, è un altro Cristo.
Questa finalmente è l'identità del Sacerdote; l'abbiamo udito ripetere tante volte: è un altro Cristo. Allora: perché dubitare? perché temere?

 *  Discorso ai quaresimalisti romani; L'Osservatore Romano, 18 febbraio 1972.