PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

T1 Papa Paolo VI SETE DI VITA PERSONALE
T2 Sant'Atanasio NON VOLGERSI INDIETRO
T3 Sant'Ireneo LA SCELTA DI DIO È GRATUITA
T4  Teodoro di Tabenna RINNOVARSI SECONDO LO SPIRITO DEI FONDATORI
T5 Papa Paolo VI «BEATI VOI, O POVERI» (Lc. 6,20)
T6 Anonimo del IV secolo VITA COMUNITARIA E AMORE FRATERNO
T61 Jacques Gulliet IL TEMPO CONTATO
T62 Beato Paolo Giustiniani AVERE SEMPRE GESÙ DAVANTI AGLI OCCHI
T68 Charles de Foucauld I POVERI E I FANCIULLI CHIAMATI PRIMI DA CRISTO
     
     

 

 

T1  SETE DI VITA PERSONALE

      Papa Paolo VI *

La Chiesa ha bisogno ancor oggi della vita monastica; il mondo ancor oggi ne ha bisogno. Ci dispensiamo di recarne le prove, che del resto ciascuno vede scaturire da sé dalla sola nostra affermazione: sì, la Chiesa ed il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che san Benedetto esca dalla comunità ecclesiale e sociale, e si circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di lì ci faccia ascoltare l'incantevole accento della sua pacata ed assorta preghiera, di lì quasi ci lusinghi e ci chiami alle soglie claustrali, per offrirci il quadro di un'officina del «divino servizio», d'una picco,la società ideale, dove finalmente regna l'amore, l'obbedienza, l'innocenza, la libertà dalle cose e l'arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace, in una parola, il Vangelo. San Benedetto ritorni per aiutarci a ricuperare la vita personale; quella vita personale, di cui oggi abbiamo brama ed affanno, e che lo sviluppo della vita moderna, a cui si deve il desiderio esasperato dell'essere noi stessi, soffoca mentre lo risveglia, delude mentre lo fa cosciente.
Ed è questa sete di vita personale, che conserva all'ideale monastico la sua attualità... Correva l'uomo una volta, nei secoli lontani, al silenzio del chiostro, come vi corse Benedetto da Norcia, per ritrovare se stesso: ma allora questa figura era motivata dalla decadenza della società, dalla depressione morale e culturale di un mondo, che non offriva più allo spirito possibilità di coscienza, di sviluppo, di conversazione; occorreva un rifugio per ritrovare sicurezza, calma, studio, preghiera, lavoro, amicizia, fiducia. Oggi non la carenza della convivenza sociale spinge al medesimo rifugio, ma l'esuberanza. L'eccitazione, il frastuono, la febbrilità, l'esteriorità, la moltitudine minacciano l'integrità dell'uomo; gli manca il silenzio con la sua genuina parola interiore, gli manca l'ordine, g,li manca la preghiera, gli manca la pace, gli manca se stesso. Per riavere dominio e godimento spirituale di sé ha bisogno di riaffacciarsi al ,chiostro benedettino.
E ricuperato l'uomo a se stesso nella disciplina monastica è ricuperato alla Chiesa...
Noi non diremo nulla adesso della funzione che il monaco, l'uomo ricuperato a se stesso, può avere, non solo rispetto alla Chiesa - come dicemmo - ma al mondo; al mondo stesso, che egli 'ha 'lasciato, ed a cui rimane vincolato per 'le nuove relazioni, che la sua lontananza stessa viene a produrre con lui: di contrasto, di stupore, di esempio, di possibile confidenza e segreta conversazione, di fraterna complementarietà. Diciamo soltanto che questa complementarietà esiste, e assume un'importanza tanto maggiore quanto più grande è il bisogno che il mondo ha dei valori custoditi nel monastero, e vede non a lui rapiti, ma a lui conservati, a lui presentati, a lui offerti.

* In Cristo nella Chiesa, Ed. Ancora, Milano 1969 - pp. 63-66. Discorso a Montecassino del 24 Ottobre 1964.

 

 

T2   NON VOLGERSI INDIETRO

        Sant'Atanasio *

Sant'Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, consacrò tutta la sua esistenza alla lotta contro l'eresia ariana, che negava la divinità di Cristo. Fu /'intrepido difensore della fede di Nicea e passò in esilio più di 17 anni. Assiduo frequentatore di monaci, scrisse la "Vita di Antonio», la più antica biografia monastica da noi conosciuta. In essa intende dimostrare che ogni vita, per essere veramente cristiana, deve essere dinamica ed esige uno sforzo sempre nuovo nel protendere in avanti il proprio cammino.

Un giorno tutti i monaci si erano radunati intorno ad Antonio, desiderosi di sentire un suo discorso, ed egli, fattosi avanti, in lingua egizia disse così: «Per istruirci vi sono già le Sacre Scritture; tuttavia è bello esortarci a vicenda nella fede ed incoraggiarci con dei discorsi. Voi, perciò, come figli al padre, riferitemi ciò 'che sapete ed io, in qualità di anziano tra voi, vi comunicherò quello che so ed ho sperimentato. In primo luogo, deve esserci da parte di tutti, "identico sforzo per non desistere da ciò che si è iniziato e per non scoraggiarsi nella fatica. Non si dica: «Abbiamo già vissuto tanto tempo nell'ascesi!» ma, piuttosto, quasi ricominciando ogni giorno, cresciamo nel fervore. Brevissima infatti è la vita dell'uomo, se la si paragona all'eternità, così che tutto il nostro tempo è nulla di fronte alla vita eterna.
Mentre, nel mondo, ogni cosa è venduta al suo giusto prezzo e si scambiano valori uguali, la promessa della vita eterna si acquista con poco... Pur avendo combattuto sulla terra, tuttavia non sulla terra riceviamo l'eredità, ma nei cieli conseguiremo quel che ci è stato promesso. Deposto questo corpo corruttibile, lo riceveremo rivestito di incorruttibilità (cfr. I Cor. 15, 53).
Perciò, figlioli, non scoraggiamoci, non pensiamo che l'attesa sia lunga o che stiamo compiendo grandi cose.
Infatti le sofferenze del tempo presente non sono in proporzione con la gloria futura che si manifesterà in noi... (Rom. 8, 18).
Figli miei, perseveriamo nell'ascesi e fuggiamo l'accidia. Il Signore infatti ci viene in aiuto, così come sta scritto: «Dio coopera nel bene con colui che ha scelto il bene» (cfr. Rom. 8, 28)... Dopo aver così cominciato e procedendo ormai nel cammino della virtù, protendiamoci maggiormente in avanti verso ciò che dobbiamo raggiungere (cfr. Fil. 3, 14) e che nessuno si volga indietro come la moglie di Lot; tanto più che il Signore ha detto: Chiunque ha messo mano al/'aratro e si volge indietro, non è degno del Regno dei cieli (Le. 9, 62). Volgersi indietro non è altro che scostarsi dal proposito fatto e riportare la mente alle cose del mondo.

* Bios tou osiou patros emon Antonion, 16-20 - PG. 26, pp. 865-872.

 

 

T3  LA SCELTA DI DIO È GRATUITA

       Sant'Ireneo *

Sant'Ireneo di Lione (seconda metà del II secolo), originario dell'Asia Minore, è il primo grande teologo dell'età patristica. Il suo pensiero, d'ispirazione sostanzialmente biblica, è insieme semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione di unità: la ricapitolazione universale nel Cristo. Uno dei temi fondamentali di Ireneo si trova nella pagina che ora leggeremo: Dio ama l'opera delle sue mani. «Dio ha creato l'uomo per avere qualcuno a cui donare i suoi benefici».

Abramo, per aver seguito il Verbo volontariamente e senza costrizione - a motivo della generosità della sua fede - divenne l'amico di Dio (Giac. 2, 23). Il Verbo di Dio non contrasse tale amicizia con Abramo per indigenza, Lui, che è perfetto fin da principio - prima che Abramo fosse, dice, lo sono. (Gv. 8, 58), ma per poter donare allo stesso Abramo la vita eterna, Lui che è il bene esistenziale: infatti l'amicizia di Dio dà l'immortalità a coloro che se ne impadroniscono con la violenza.
Così pure, da principio, Dio non creò Adamo quasi avesse bisogno dell'uomo, ma per avere qualcuno in cui deporre i suoi benefici. Perché, non solo prima di Adamo, ma prima di 1utta la creazione, il Verbo - pur rimanendo nel Padre - lo glorificava ed era dal Padre glorificato, come afferma egli stesso: Padre, glorificami con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse (Gv. 17, 5).
E neppure ci comandò di seguirlo perché avesse bi. sogno del nostro servizio, ma soltanto per procurare a noi la salvezza. Infatti, seguire il Salvatore è partecipare alla salvezza e seguire la luce è percepire la luce. Quando gli uomini sono nella luce, non sono loro che illuminano la luce, ma da essa vengono illuminati e resi risplendenti: in verità non le apportano nulla, ma ricevendo beneficio dalla luce, ne sono illuminati. Così per il nostro servizio verso Dio: non apporta nulla a Dio, perché Dio non ha bisogno del servizio degli uomini; ma a coloro che lo servono e lo seguono, Dio dona la vita, l'incorruttibilità e la gloria eterna. Accorda i suoi benefici a coloro che lo servono, perché lo servono e a coloro che lo seguono, perché lo seguono, ma non riceve da essi alcun vantaggio: Egli è infatti ricco, perfetto e non ha bisogno di nulla. Se Dio ricerca il servizio degli uomini è per potere, Lui che è buono e misericordioso, accordare i suoi benefici a coloro che perseverano nel suo servizio. Perché, come Dio non ha bisogno di nulla, cos1 l'uomo ha bisogno della comunione con Dio. Infatti la gloria dell'uomo è di perseverare e rimaner saldo nel servizio di Dio. Per questo il Signore diceva ai suoi discepoli: Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv. 15, 16), volendo rendere noto con ciò che non erano loro a glorificarlo seguendolo, ma proprio perché seguivano il Figlio di Dio, erano glorificati da Lui.

* Adversus haereses, I. IV, 13, 4-14, 1 «Sources Chrétiennes» n. 100, Le Cerf, Parigi 1965, pp. 537-541.

 

T4  RINNOVARSI SECONDO LO SPIRITO DEI FONDATORI

       Teodoro di Tabenna *

Teodoro di Tabenna, morto nel 365, fu il discepolo prediletto di san Pacomio. Gli successe nel governo delle comunità da lui fondate, sebbene solo come coadiutore di Ortesio, un altro dei discepoli immediati di Pacomio. San Girolamo tradusse in latino la sua Lettera a tutti i monasteri; ci restano inoltre di Teodoro alcuni frammenti di catechesi in lingua copta.
Il testo qui presentato dà un'idea della spiritualità pacomiana, così profonda nella sua limpida semplicità.

Rendiamo grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché ci ha fatti degni di ricevere da lui un po' di gioia in mezzo a tutte le nostre pene. Infatti ha messo pace nel nostro cuore affranto, accrescendo la nostra umiltà e fortificando la nostra fede. Allora preghiamolo a gran voce e con lacrime, perché ci conceda misericordia e perdono. Chiediamogli di non mettersi a fare i conti con noi e di non prendere in esame i nostri peccati, ma piuttosto di rinnovarci, purificando le cattive tendenze dell'anima e del corpo. Ci renda degni di dire: Hai strappato la mia veste di sacco, mi hai rivestito di gioia (Sal. 29, 12).
Chiediamogli di farci tornare agli inizi della nostra vocazione, cioè all'attesa di quelle promesse fatte da Dio al nostro padre Pacomio, di cui ci siamo impegnati ad osservare i precetti. Ci conceda di camminare realmente nell'adempimento della legge, così che formando tutti un cuore solo,
noi condividiamo gli uni le pene degli altri, praticando la carità fraterna, la misericordia e l'umiltà, secondo la parola dell'apostolo Pietro (1 Piet. 3, 8). Seguendo unanimi la stessa voce, noi potremo mettere in pratica le sue parole in tutte le nostre azioni con fede convinta. Dobbiamo sapere che, ascoltando, noi ci facciamo servi per Gesù, riguardo al quale abbiamo sentito nei Vangeli la voce del Padre che dichiarava: Questo è il mio Figlio diletto in cui ho riposto la mia compiacenza: ascoltatelo (Mt. 17, 5).
Carissimi, noi sappiamo bene di aver fatto tali promesse in presenza del Signore Dio nostro, che ne domanderà conto a ciascuno di noi, al grande secondo la sua posizione elevata, al piccolo secondo la sua posizione modesta. Perciò non dobbiamo essere trascurati, né dimenticare la nostra salvezza, ma anzi rinnovarci in colui che ci dà la forza, Cristo Gesù. Scambiamoci a vicenda l'affetto del nostro cuore e, portando la croce di Cristo, seguiamolo in verità, nello spirito della promessa che abbiamo fatto a lui, volontariamente e senza nessuna costrizione...
Quel che Dio cerca in noi sono i frutti dello Spirito Santo, e occorre non essere negligenti in questo, perché è il punto su cui saremo esaminati. Dunque cerchiamo di stimolarci
a vicenda per poter portare tutto il nostro frutto nelle cose che piacciono a Dio. Sappiamo che ,Dio si occupa di noi; lavoriamo per quel che è necessario al corpo e sforziamoci di diventare un tempio santo per Dio. Allora, fratelli miei, fate tutto il possibile perché nessuno di voi sia escluso, nel giorno in cui si manifesterà la gloria del Signore, dall'assicurazione piena di gioia: Ancora un po', infatti, e colui che deve venire giungerà veramente e non tarderà; il mio giusto vive di fede (Ebr. 10, 37-38). Non deve accadere che, per la nostra viltà o per il sopraggiungere di qualche tempesta, siamo infedeli all'impegno che abbiamo liberamente abbracciato nella Comunità santa.

* Catechesi 3, in L. Th. Lefort, Oeuvres de Sto Pacome et de ses diseiples, Lovanio 1956; testo copto: esco 159 - pp. 50, 3D-51, 25e 58, 10-23.

 

 

T5  «BEATI VOI, O POVERI» (Lc. 6,20)

         Papa Paolo VI *

Fare oggi l'elogio della povertà sembra assurdo. La ricchezza ha assunto una tale importanza da rendere un controsenso non solo l'elogio, ma anche la semplice tolleranza della povertà. Bisogna spiegare quale sia la povertà, su cui si fonda lo spirito religioso del cristianesimo. Si tratta forse della povertà economica? Sì, anche di questa, ma però con due avvertenze; e cioè che nostro Signore non ci impone la miseria, cioè la privazione delle cose necessarie alla vita. Egli ci ha insegnato a chiedere al Padre celeste il pane di cui noi abbiamo bisogno; Lui stesso lo ha moltiplicato per sfamare la folla che lo aveva seguito; Lui stesso ha raccomandato l'elemosina, ch'è un rimedio all'indigenza, e ha riconosciuto nell'operosità rivolta alla mercede ,e al guadagno la legge della vita presente; Lui stesso è stato il «figlio del fabbro». E seconda avvertenza: la povertà economica non è presentata nel Vangelo come un bene per se stessa, ma come riflesso di un'altra povertà, indispensabile questa per il cristiano, la povertà nello spirito...
Il Vangelo cioè parla d'una condizione d'animo, d'una povertà ascetica, senza stabilire un rapporto necessario con la condizione economica del cristiano: anche un indigente, che mette le sue supreme aspirazioni e la sua totale fiducia nei beni economici, può mancare della povertà cristiana; così come un ricco, che non faccia dei beni economici il suo orgoglio, il suo egoismo e lo scopo della sua vita, può avere la povertà cristiana: e perciò si può comprendere come di questa povertà, che ha sede nel cuore, si debba parlare a tutti, prescindendo dalle loro condizioni economiche e sociali, sebbene queste da quella interiore virtù possano poi essere non poco modificate.
La povertà evangelica è infatti l'avvertenza dell'insufficienza umana e del conseguente bisogno di Dio; è la sconfessione del primato dell'economia e della capacità dei beni temporali a soddisfare il cuore dell'uomo; è la rinuncia a cercare in questo mondo
il raggiungimento del nostro destino e la salvezza dei nostri mali profondi e fatali, come il peccato e la morte; è la sapienza che ci disillude dalla febbre dell'oro e della potenza, e che c'insegna come la bontà, l'amore, la carità, la pace, la grandezza morale non si raggiungono per le vie del denaro e della ricchezza; è la pazienza dignitosa e laboriosa nella scarsezza dei mezzi economici e nella modestia delle condizioni sociali; è la condizione per pregare, per bene lavorare, per sperare, per dare e per amare, perché educa a confidare nella Provvidenza e a conoscere il valore delle cose e dei beni morali. E' una liberazione dello spirito, che svincolato dalla suggestione di beni inferiori, può come spirito agire ed amare... Senza questa interiore virtù non potremmo raggiungere la nostra salvezza; la parola di Cristo, a questo riguardo, è di una impressionante severità: Io vi dico che è più facile che un cammello passi per la cruna d'un ago, che non un ricco entri nel Regno dei Cieli (Mt. 19, 24)...
E dovremo subito, quando il benessere ci offre qualche migliore disponibilità, pensare all'elemosina. E' parola antica questa, ma sacra. La Bibbia ne celebra l'obbligo, la pietà, la virtù redentrice in chi la offre, consolatrice in chi la riceve. Tutta la tradizione cristiana risplende di questo fiore di bontà personale e di provvidenza sociale. Essa \'a parte dell'ascetica, della pedagogia, della socialità cristiana, e tanto risponde allo spirito evangelico da confondersi, con le sue espressioni più essenziali ed autentiche: la provvidenza, la misericordia, la carità. Oggi la chiameremo beneficenza, assistenza, soccorso, assicurazione, o altro; ma il concetto dovrebbe rimanere quello originario, cioè quello dell'offerta d'un bene economico, data spontaneamente, al fratello indigente (non perché tale rimanga, ma perché dall'indigenza risorga e alla fine a sé e da sé sia sufficiente); e data gratuitamente, per amore; diciamo tutto: per amore di Dio.

* G. B. Montini, arcivesoovo di Milano: Lettera pastorale per la Santa Quaresima del 1963, Milano 1963 - pp. 26-29; 52.

 

 

 

T6   VITA COMUNITARIA E AMORE FRATERNO

       Anonimo del IV secolo *

La terza omelia sulla vita cenobitica, da cui è presa la pagina seguente, sviluppa una concezione monastica molto vicina a quella di San Basilio, con un accento particolare sulla libertà dello Spirito. Essa fa parte delle «50 omelie spirituali» un tempo attribuite a San Macario il Grande (405, Basso Egitto), ma che una critica più recente fa risalire all'inizio del V secolo e colloca nell'ambiente siriano.

E' importante che i fratelli vivano insieme in grande carità. Sia che preghino, sia che leggano la Scrittura, sia che si occupino di qualche lavoro, essi debbono avere come fondamento l'amore fraterno. In questo modo, sarà possibile assaporare la gioia della partecipazione a queste diverse occupazioni, ed a tutti coloro che pregano, a tutti coloro che leggono, a tutti coloro che lavorano, sarà dato di edificarsi reciprocamente nella trasparenza dell'anima e nella semplicità...
Qualsiasi cosa facciano, i fratelli debbono mostrarsi caritatevoli e sereni gli uni con gli altri. Colui che lavora, così dirà di colui che prega: «Anch'io posseggo il tesoro di mio fratello, dal momento che ci è comune». Da parte sua, colui che prega dirà di colui che legge: «Anch'io vengo arricchito dal beneficio che egli trae dalla sua lettura! ». E colui che lavora, dirà ancora: «E' nell'interesse della comunità che compio questo servizio».
Le molteplici membra del corpo non formano che un corpo solo. Esse si sostengono vicendevolmente, ciascuna assolvendo al proprio compito. L'occhio vede per tutto il corpo; la mano lavora per le altre membra; il piede, camminando, le porta tutte; una soffre appena soffre l'altra. Ecco come i fratelli debbono comportarsi gli uni con gli altri (cf. Rom. 12, 4-5). Colui che prega, non giudicherà colui che lavora perché non prega. Colui che lavora, non giudicherà colui che prega dicendo: «Ecco uno che perde tempo, mentre io sto qui a lavorare». Colui che serve non giudicherà gli altri. AI contrario, ciascuno, qualunque cosa faccia, agirà per la gloria di Dio (cf. 1 Cor. 10, 31; 2 Cor. 4, 15).
Colui che legge, penserà con amore di colui che prega e dirà a se stesso: «Egli prega anche per me". E colui che prega penserà nei riguardi di colui che lavora: «Ciò che fa, lo fa per il bene di tutta la comunità".
Così una grande concordia ed una serena armonia formeranno il vincolo della pace (Et. 4, 3), che li unirà tra loro e li farà vivere con carità e semplicità sotto lo sguardo benevolo di Dio. Evidentemente, l'essenziale è di perseverare nella preghiera. Del resto, è necessaria un'unica cosa: ciascuno deve possedere nel suo cuore questo tesoro che è la presenza viva e spirituale del Signore. Sia che lavori, preghi o legga, ciascuno deve poter dirsi in possesso di questo bene imperituro che è lo Spirito Santo.

 * Terza omelia, 1-3. Testo greco in Die 50 geist/ichen Homilien des Makarios. Walter de Gruytn & Co., Berlino 1964 . pp. 20-22; cf. PG 34, 467-470.

 

T61   IL TEMPO CONTATO

        Jacques Gulliet *

Nato nel 1909 nei dintorni di Lione, l'autore dei «Temi biblici» mette volentieri la sua conoscenza della Scrittura al servizio di un'iniziazione alla vita spirituale. In «Gesù Cristo, ieri e oggi», da cui è tratta questa pagina, centra vigorosamente «la fede operante per mezzo della carità» sulla persona di Cristo, che presenta come l'esclusiva fonte della santità. In nessun luogo, forse, la povertà di Gesù ci tocca tanto come nei racconti evangelici, dove vediamo il Padrone della storia, sottomesso eppur libero riguardo al tempo.

Gesù non si appartiene: uno dei segni di questo spogliamento è il suo modo di vivere nel tempo, di usare il tempo... Stretto dai limiti di un tempo da cui non può sottrarre un istante, tuttavia non è mai teso, affannato. Povero del suo tempo, non ne è mai avaro. Un segno abituale della ricchezza è di essere, o di apparire, molto occupato. Il ricco, o colui che mira ad esserlo, conta i minuti che gli sfuggono, come altrettanti guadagni che sfumano. Lui, Gesù, non si mostrava mai preso dall'impazienza o dalla fretta di finire. Segno della sua padronanza su se stesso, segno soprattutto della sua totale dedizione agli altri. Il suo tempo non è più prezioso di quello degli infelici che lo assediano; il suo tempo, in realtà, non è suo, ma di tutti coloro che hanno bisogno di Lui.
Un episodio molto significativo: l'incontro e la guarigione dell'emorroissa (Mc. 5, 25-34). La donna, malata da dodici anni, che attraverso la folla, riesce a toccare il mantello di Gesù, non mirava, nella sua fede, che alla potenza del Signore e pensava, nella sua modestia, di risparmiargli ogni disturbo, ogni perdita di tempo. Il suo ragionamento sembrava infatti particolarmente opportuno, dal momento che il capo della Sinagoga, con la sua figlioletta agli estremi, supplicava Gesù di affrettarsi. Gesù, che poco prima l'aveva seguito immediatamente, ora si ferma, come se dimenticasse l'angoscia del padre. Ma non può lasciare senza uno sguardo di comprensione una tale fede! Si ferma, interroga, vuole sapere. Tempo perso in apparenza, tempo dato a questa donna, tempo che recupera,
perché il tempo, - come tutta la creazione - gli appartiene. E Giairo, per questi minuti persi, avrà fatto un passo di più nella fede. Così Gesù dispone del tempo, ma ne dispone sempre da povero, per il solo servizio del Regno di Dio.
Povero di fronte al tempo che passa, Egli lo è anche di fronte al tempo che viene. Dire che l'avvenire è a sua disposizione, significa non averlo mai guardato vivere. E' vero che sa perfettamente dove va e che ignora le nostre incertezze, le nostre esitazioni, ma questo non vuoi dire che sia il padrone di quest'avvenire. Lo riceve da suo Padre, non come un tesoro di cui può disporre a suo piacimento, ma come un deposito di cui deve render conto: Finché è giorno, bisogna che io compia le opere di Colui che mi ha mandato. Poi viene la notte, quando nessuno può operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo (Gv. 9, 4 ss.).
Mistero di dipendenza e di povertà: la Luce del mondo, quella che le tenebre non possono sopportare, obbligata a diffondere il suo splendore prima che sopraggiungano .Ie tenebre! Gesù sa sempre quello che sta per fare e non è mai preso alla sprovvista dagli eventi, ma non lo si vede combinare programmi, prevedere orari. Siamo noi che fissiamo programmi e orari per cercare, per quanto sta in noi, di trattenere e di utilizzare il tempo che ci sfugge. Per noi
il tempo è sempre buono (Gv. 7, 6), tessuto di per sé indifferente che adoperiamo per ogni uso. Ma Gesù non ha la possibilità di scelta: dispone soltanto di un'"ora" e non può mai fare altro se non quello che il Padre gli chiede.

* Jésus-Christ hier et aujourd'hui, Coll. «Christus» n. 11, Desclée De Brouwer, Parigi 1963, pp. 98-100.

 

 

T62  AVERE SEMPRE GESÙ DAVANTI AGLI OCCHI

          Beato Paolo Giustiniani *

Nel 1510 un giovane patrizia di Venezia, nato nel 1476, entrava nel Santo Eremo di Camaldoli, vicino ad Arezzo. Avrebbe avuto un influsso grandissimo nell'Ordine dei Camaldolesi, allora in declino e poco fedele all'ideale di solitudine. Paolo fu eletto due volte priore, ma nel 1520 lasciò l'Eremo per essere più libero di attuare la riforma tanto necessaria e fondò una nuova congregazione basata sull'eremitismo. Morì a soli 52 anni, nel 1528, ma lasciò un'impronta benefica e duratura nella vita monastica sia con la santità della vita che con le opere spirituali. Nell'archivio degli Eremiti di Monte Corona da lui fondati, si conservano dodici volumi manoscritti di cui solo il trattato Dell'amore di Dio è stato finora pubblicato.

Dobbiamo avere lui solo come un'accesa fiaccola sempre dinanzi agli occhi, il quale tanto si fece al Padre eterno ubbidiente, che dicea il cibo suo non essere altro, che far la volontà del Padre (cfr. Gv. 4, 34), ammaestrandoci che veramente il cibo dell'animo religioso non deve essere altro che fare la volontà de' suoi superiori, e chi di questo cibo non si pasce, non può né durare, né crescere in alcuna perfezione di vita religiosa, quando ben di tutte le altre virtù abbondasse. Che siccome il corpo nostro non può né durare, né accrescere, né conservarsi senza il cibo suo, se ben l'ungessi di tutti li preziosi unguenti, e l'ornassi di tutti li delicatissimi vestimenti; così l'animo del monaco, del quale, ad imitazione del suo Signore, è il cibo della santa ubbidienza, se ben fosse da molte grazie dello Spirito Santo unto, e da molte virtù circondato, se gli manca il pane ed il cibo della ubbidienza, non si potrà mai a perfezione alcuna produrre, o accrescere...
Con Gesù Cristo diciamo spesso ciascuno: cibo mio altro non voglio che sia, se non fare la volontà del mio superiore per seguitare il mio dolce Signore, il quale fatto al Padre eterno in tutte le cose ubbidiente, mi ha lasciato il suo vivo esempio di ogni perfetta ubbidienza: non ricusò, essendo Dio il Verbo eterno, eguale al Padre, vestirsi della forma dell'uomo, della forma del servo: il Figliuolo di Dio degnò per la ubbidienza del Padre nascere figliuolo del
l'uomo, cioè della beatissima Vergine... Sopportò tutte le umane miserie..., cioè la fame, la sete, le vigilie, li sonni, le lassitudini, le fatiche; né solo queste umane miserie, le quali sono a tutti gli uomini comuni, ma tutte quelle cose, che dure e gravi sogliono parere in questa umana vita: volle sopportare estrema povertà, tal che non avea ove il capo reclinasse, esilii longinqui dell'Egitto e diuturni, la soggezione, la solitudine... Non si scusò, non mormorò di sopportare l'odio de' principi, de' sacerdoti, degli scribi e farisei, le varie tentazioni, con le quali dal nemico nel deserto imprima fu tentato, e poi dagli uomini in tanti e sìdiversi modi...
Sostenne con pazienza la ingratitudine ed infedeltà di quelli, i quali avea tra tutti gli altri eletti, l'infedel tradimento del perverso Giuda, la negazione di Pietro, l'essere da tutti abbandonato nel tempo della sua passione. Al fine sopportò d'essere preso, legato, strascinato, e deriso con isputo, percosso, battuto, tormentato, flagellato, coronato di spine, innocente giudicato, condannato, stracciato, dinudato, confisso in croce, ed in quella bestemmiato, e saziato di obbrobri, e di fele abbeverato, e morire alfine volle, e come semplice agnello offerto al sacrifizio non aperse la bocca sua, non turbò la santa faccia, non mormorò nel cuor suo, non si scusò col Padre. Anzi gli diceva:
Facciasi siccome vuoi tu, Padre eterno, non siccome voglio io (Mt. 26, 39). Perché tante cose ti diletta di sopportare, dolcissimo Gesù, perché sostieni tu tante pene ed amarezze?
Non per altro, se non perché volesti essere ubbidiente a quel Padre, che t'ha mandato; e perché non sei venuto a far la volontà tua, ma di quello che ti mandò, perché il tuo cibo era fare la volontà del Padre eterno.

* Trattato dell'ubbidienza, Padova 1758 - pp. 143-148.

 

 

 

T68  I POVERI E I FANCIULLI CHIAMATI PRIMI DA CRISTO

        Charles de Foucauld *

Il dono di sé al Cristo, attraverso una conformità di vita più perfetta possibile, guida /'itinerario spirituale del visconte Charles de Foucauld, divenuto dopo la sua conversione Fratel Carlo di Gesù. Nato a Strasburgo in Francia nel 1858, fu assassinato a Tamanrasset nel Sahara centrale nel 1916. Figura singolare della storia religiosa contemporanea, egli ha precorso, quasi profeticamente, il richiamo del Vaticano Il, assillato di render la Chiesa più presente nel mondo dei poveri. La testimonianza di vita contemplativa in mezzo alle masse offerto dalle Congregazioni che si ispirano all'eremita del Sahara perpetua la risposta a questo richiamo.

Gesù ha scelto, come genitori, due poveri lavoratori, e come primi adoratori, dei poveri pastori. Gesù non respinge i ricchi, è morto per essi, li chiama tutti a sé, li ama, ma si rifiuta di condividere le loro ricchezze e chiama i poveri per primi.
Quanto siete divinamente buono, mio Dio! Se aveste chiamato anzitutto i ricchi, i poveri non avrebbero osato avvicinarsi a voi, si sarebbero creduti obbligati a restar in disparte per la loro miseria, vi avrebbero guardato da lontano, lasciando i ricchi a stringersi intorno. Ma, chiamando per primi i pastori, avete chiamato a voi tutti: i poveri, poiché mostrate loro con ciò, sino alla fine dei secoli, ch'essi sono i primi chiamati, i prediletti, i privilegiati; i ricchi, poiché da una parte essi non sono timidi, dall'altra dipende da essi farsi poveri come i pastori. Se vogliono, se sentono l'impulso di farsi simili a Voi, se temono che i loro beni li allontanino da voi, possono ridursi, in un attimo, perfettamente poveri.
Quanto siete buono! Come avete adottato il metodo migliore per chiamare attorno a voi, con un solo gesto, tutti i vostri figli senza eccezione! E quale balsamo avete sparso sino alla fine dei tempi sul cuore dei poveri, dei piccoli, dei diseredati del mondo, mostrando sin dalla nascita ch'essi sono i vostri prediletti, i vostri favoriti, i primi chiamati; saranno sempre chiamati attorno a voi che avete voluto
essere uno di loro ed esser circondato da essi, dalla culla e per tutta la vita.
Iddio non ha unito la salvezza alla scienza, all'intelligenza, alla ricchezza, all'esperienza, a doti rare che non tutti hanno avuto in sorte, no. L'ha collegata con ciò che sta nelle mani di tutti, assolutamente tutti, giovani e vecchi, uomini di ogni età e condizione, d'ogni impegno e posizione. L'ha unita con ciò che tutti possono dargli, ciò che qualunque uomo può dargli, con un po' di buona volontà: un po' di buona volontà è quanto occorre per conquistare quel cielo che Gesù unisce all'umiltà, al farsi piccoli, al prender l'ultimo posto, a obbedire; ch'egli collega alla povertà di spirito, alla purezza di cuore, all'amore della giustizia, allo spirito di pace. Nutriamo fiducia, poiché per la misericordia di Dio la salvezza è sì vicina noi, nelle nostre mani, e che ci basta un po' di buona volontà per ottenerla.

 *  Méditations sur l'Evangile, in Oeuvres Spirituelles, Ed. du Seuil, Parigi, 1958, p. 174 e 183-184.