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VITA CONSACRATA, Consigli evangelici |
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PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione |
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FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re |
W | CARITÀ |
| L | X | ||
| Z |
| T1 | Papa Paolo VI | SETE DI VITA PERSONALE |
| T2 | Sant'Atanasio | NON VOLGERSI INDIETRO |
| T3 | Sant'Ireneo | LA SCELTA DI DIO È GRATUITA |
| T4 | Teodoro di Tabenna | RINNOVARSI SECONDO LO SPIRITO DEI FONDATORI |
| T5 | Papa Paolo VI | «BEATI VOI, O POVERI» (Lc. 6,20) |
| T6 | Anonimo del IV secolo | VITA COMUNITARIA E AMORE FRATERNO |
| T61 | Jacques Gulliet | IL TEMPO CONTATO |
| T62 | Beato Paolo Giustiniani | AVERE SEMPRE GESÙ DAVANTI AGLI OCCHI |
| T68 | Charles de Foucauld | I POVERI E I FANCIULLI CHIAMATI PRIMI DA CRISTO |
Papa Paolo VI *
La Chiesa ha bisogno ancor oggi della vita monastica; il mondo ancor oggi ne ha bisogno. Ci dispensiamo di recarne le prove, che del resto ciascuno vede scaturire da sé dalla sola nostra affermazione: sì, la Chiesa ed il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che san Benedetto esca dalla comunità ecclesiale e sociale, e si circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di lì ci faccia ascoltare l'incantevole accento della sua pacata ed assorta preghiera, di lì quasi ci lusinghi e ci chiami alle soglie claustrali, per offrirci il quadro di un'officina del «divino servizio», d'una picco,la società ideale, dove finalmente regna l'amore, l'obbedienza, l'innocenza, la libertà dalle cose e l'arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace, in una parola, il Vangelo. San Benedetto ritorni per aiutarci
a ricuperare la vita personale; quella vita personale, di cui oggi abbiamo brama ed affanno, e che lo sviluppo della vita moderna, a cui si deve il desiderio esasperato dell'essere noi stessi, soffoca mentre lo risveglia, delude mentre lo fa cosciente.* In Cristo nella Chiesa, Ed. Ancora, Milano 1969 - pp. 63-66. Discorso a Montecassino del 24 Ottobre 1964.
Sant'Atanasio *
Sant'Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, consacrò tutta la sua esistenza alla lotta contro l'eresia ariana, che negava la divinità di Cristo. Fu /'intrepido difensore della fede di Nicea e passò in esilio più di 17
anni. Assiduo frequentatore di monaci, scrisse la "Vita di Antonio», la più antica biografia monastica da noi conosciuta. In essa intende dimostrare che ogni vita, per essere veramente cristiana, deve essere dinamica ed esige uno sforzo sempre nuovo nel protendere in avanti il proprio cammino.Un giorno tutti i monaci si erano radunati
intorno ad Antonio, desiderosi di sentire un suo discorso, ed egli, fattosi
avanti, in lingua egizia disse così: «Per istruirci vi sono già le Sacre
Scritture; tuttavia è bello esortarci a vicenda nella fede ed incoraggiarci con
dei discorsi. Voi, perciò, come figli al padre, riferitemi ciò 'che sapete ed
io, in qualità di anziano tra voi, vi comunicherò quello che so ed ho
sperimentato. In primo luogo, deve esserci da parte di tutti, "identico
sforzo per non desistere da ciò che si è iniziato e per non scoraggiarsi nella
fatica. Non si dica: «Abbiamo già vissuto tanto tempo nell'ascesi!» ma,
piuttosto, quasi ricominciando ogni giorno, cresciamo nel fervore. Brevissima
infatti è la vita dell'uomo, se la si paragona all'eternità, così che tutto
il nostro tempo è nulla di fronte alla vita eterna.
Mentre, nel mondo, ogni cosa è venduta al suo giusto prezzo e si scambiano
valori uguali, la promessa della vita eterna si acquista con poco... Pur avendo
combattuto sulla terra, tuttavia non sulla terra riceviamo l'eredità, ma nei
cieli conseguiremo quel che ci è stato promesso. Deposto questo corpo
corruttibile, lo riceveremo rivestito di incorruttibilità (cfr. I Cor. 15, 53).
Perciò, figlioli, non scoraggiamoci, non pensiamo che l'attesa sia lunga o che
stiamo compiendo grandi cose. Infatti le sofferenze del
tempo presente non sono in proporzione con la gloria futura che si manifesterà
in noi... (Rom. 8, 18).
Figli miei, perseveriamo nell'ascesi e fuggiamo l'accidia. Il Signore infatti ci
viene in aiuto, così come sta scritto: «Dio coopera nel bene con colui che ha
scelto il bene» (cfr. Rom. 8, 28)... Dopo aver così cominciato e procedendo
ormai nel cammino della virtù, protendiamoci maggiormente in avanti verso ciò
che dobbiamo raggiungere (cfr. Fil. 3, 14) e che nessuno si volga indietro come
la moglie di Lot; tanto più che il Signore ha detto: Chiunque ha messo mano
al/'aratro e si volge indietro, non è degno del Regno dei cieli (Le.
9, 62). Volgersi indietro non è altro che scostarsi dal proposito fatto e
riportare la mente alle cose del mondo.
* Bios tou osiou patros emon Antonion, 16-20
- PG. 26, pp. 865-872.
T3 LA SCELTA DI DIO È GRATUITA
Sant'Ireneo *
Sant'Ireneo di Lione (seconda metà del II secolo), originario dell'Asia Minore, è il primo grande teologo dell'età patristica. Il suo pensiero, d'ispirazione sostanzialmente biblica, è insieme semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione di unità: la ricapitolazione universale nel Cristo. Uno dei temi fondamentali di Ireneo si trova nella pagina che ora leggeremo: Dio ama l'opera delle sue mani. «Dio ha creato l'uomo per avere qualcuno a
cui donare i suoi benefici».Abramo, per aver seguito il Verbo volontariamente
e senza costrizione - a motivo della generosità della sua fede - divenne l'amico
di Dio (Giac. 2, 23). Il Verbo di Dio non contrasse tale amicizia con
Abramo per indigenza, Lui, che è perfetto fin da principio - prima che
Abramo fosse, dice, lo sono. (Gv. 8, 58), ma per poter donare allo
stesso Abramo la vita eterna, Lui che è il bene esistenziale: infatti
l'amicizia di Dio dà l'immortalità a coloro che se ne impadroniscono con la
violenza.
Così pure, da principio, Dio non creò Adamo quasi avesse bisogno dell'uomo, ma
per avere qualcuno in cui deporre i suoi benefici. Perché, non solo prima di
Adamo, ma prima di 1utta la creazione, il Verbo - pur rimanendo nel Padre - lo
glorificava ed era dal Padre glorificato, come afferma egli stesso: Padre,
glorificami con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse
(Gv. 17, 5).
E neppure ci comandò di seguirlo perché avesse bi. sogno del nostro servizio,
ma soltanto per procurare a noi la salvezza. Infatti, seguire il Salvatore è
partecipare alla salvezza e seguire la luce è percepire la luce. Quando gli
uomini sono nella luce, non sono loro che illuminano la luce, ma da essa vengono
illuminati e resi risplendenti: in verità non le apportano nulla, ma ricevendo
beneficio dalla luce, ne sono illuminati. Così per il nostro servizio verso
Dio: non apporta nulla a Dio, perché Dio non ha bisogno del servizio degli
uomini; ma a coloro che lo servono e lo seguono, Dio dona la vita,
l'incorruttibilità e la gloria eterna. Accorda i suoi benefici a coloro che lo
servono, perché lo servono e a coloro che lo seguono, perché lo seguono, ma
non riceve da essi alcun vantaggio: Egli è infatti ricco, perfetto e non ha
bisogno di nulla. Se Dio ricerca il servizio degli uomini è per potere, Lui che
è buono e misericordioso, accordare i suoi benefici a coloro che perseverano
nel suo servizio. Perché, come Dio non ha bisogno di nulla, cos1 l'uomo ha
bisogno della comunione con Dio. Infatti la gloria dell'uomo è di perseverare e
rimaner saldo nel servizio di Dio. Per questo il Signore diceva ai suoi
discepoli: Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv.
15, 16), volendo rendere noto con ciò che non erano loro a
glorificarlo seguendolo, ma proprio perché seguivano il Figlio di Dio,
erano glorificati da Lui.
* Adversus haereses, I. IV, 13, 4-14, 1 «Sources Chrétiennes» n. 100, Le Cerf, Parigi 1965, pp. 537-541.
T4 RINNOVARSI SECONDO LO SPIRITO DEI FONDATORI
Teodoro di Tabenna *
Teodoro di Tabenna, morto nel 365, fu il discepolo prediletto di san Pacomio. Gli successe nel governo delle comunità da lui fondate, sebbene solo come coadiutore di Ortesio, un altro dei discepoli immediati di Pacomio. San Girolamo tradusse in latino la sua Lettera a tutti
i monasteri; ci restano inoltre di Teodoro alcuni frammenti di catechesi in lingua copta.Rendiamo grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché ci ha fatti degni di ricevere da lui un po' di gioia in mezzo a tutte le nostre pene. Infatti ha messo pace nel nostro cuore affranto, accrescendo la nostra umiltà
e fortificando la nostra fede. Allora preghiamolo a gran voce e con lacrime, perché ci conceda misericordia e perdono. Chiediamogli di non mettersi a fare i conti con noi e di non prendere in esame i nostri peccati, ma piuttosto di rinnovarci, purificando le cattive tendenze dell'anima e del corpo. Ci renda degni di dire: Hai strappato la mia veste di sacco, mi hai rivestito di gioia (Sal. 29, 12).* Catechesi
3, in L. Th. Lefort, Oeuvres de Sto Pacome et de ses diseiples, Lovanio 1956; testo copto: esco 159 - pp. 50, 3D-51, 25e 58, 10-23.
T5 «BEATI VOI, O POVERI» (Lc. 6,20)
Papa Paolo VI *
Fare oggi l'elogio della povertà sembra assurdo. La ricchezza
ha assunto una tale importanza da rendere un controsenso non solo l'elogio, ma
anche la semplice tolleranza della povertà. Bisogna spiegare quale sia la
povertà, su cui si fonda lo spirito religioso del cristianesimo. Si tratta forse
della povertà economica? Sì, anche di questa, ma però con due avvertenze; e cioè
che nostro Signore non ci impone la miseria, cioè la privazione delle cose
necessarie alla vita. Egli ci ha insegnato a chiedere al Padre celeste il pane
di cui noi abbiamo bisogno; Lui stesso lo ha moltiplicato per sfamare la folla
che lo aveva seguito; Lui stesso ha raccomandato l'elemosina, ch'è un rimedio
all'indigenza, e ha riconosciuto nell'operosità rivolta alla mercede ,e al
guadagno la legge della vita presente; Lui stesso è stato il «figlio del
fabbro». E seconda avvertenza: la povertà economica non è presentata nel Vangelo
come un bene per se stessa, ma come riflesso di un'altra povertà, indispensabile
questa per il cristiano, la povertà nello spirito...
Il Vangelo cioè parla d'una condizione d'animo, d'una povertà
ascetica, senza stabilire un rapporto necessario con la condizione economica del
cristiano: anche un indigente, che mette le sue supreme aspirazioni e la sua
totale fiducia nei beni economici, può mancare della povertà cristiana; così
come un ricco, che non faccia dei beni economici il suo orgoglio, il suo egoismo
e lo scopo della sua vita, può avere la povertà cristiana: e perciò si può
comprendere come di questa povertà, che ha sede nel cuore, si debba parlare a
tutti, prescindendo dalle loro condizioni economiche e sociali, sebbene queste
da quella interiore virtù possano poi essere non poco modificate.
La povertà evangelica è infatti l'avvertenza
dell'insufficienza umana e del conseguente bisogno di Dio; è la sconfessione del
primato dell'economia e della capacità dei beni temporali a soddisfare il cuore
dell'uomo; è la rinuncia a cercare in questo mondo
* G. B. Montini,
arcivesoovo di Milano: Lettera pastorale per la Santa Quaresima del 1963, Milano 1963 - pp. 26-29; 52.
T6 VITA COMUNITARIA E AMORE FRATERNO
Anonimo del IV secolo *
La terza omelia sulla vita cenobitica, da cui è presa la pagina seguente, sviluppa una concezione monastica molto vicina a quella di San Basilio, con un accento particolare sulla libertà dello Spirito. Essa fa parte delle «50 omelie spirituali» un tempo attribuite a San Macario il Grande (405, Basso Egitto), ma che una critica più recente fa risalire all'inizio del V secolo e colloca nell'ambiente siriano.
E' importante che i fratelli vivano insieme in grande carità. Sia che preghino,
sia che leggano la Scrittura, sia che si occupino di qualche lavoro, essi
debbono avere come fondamento l'amore fraterno. In questo modo, sarà possibile
assaporare la gioia della partecipazione a queste diverse occupazioni, ed a
tutti coloro che pregano, a tutti coloro che leggono, a tutti coloro che
lavorano, sarà dato di edificarsi reciprocamente nella trasparenza dell'anima e
nella semplicità...
Qualsiasi cosa facciano, i fratelli debbono mostrarsi caritatevoli e sereni gli
uni con gli altri. Colui che lavora, così dirà di colui che prega: «Anch'io
posseggo il tesoro di mio fratello, dal momento che ci è comune». Da parte
sua, colui che prega dirà di colui che legge: «Anch'io vengo arricchito dal
beneficio che egli trae dalla sua lettura! ». E colui che lavora, dirà ancora:
«E' nell'interesse della comunità che compio questo servizio».
Le molteplici membra del corpo
non formano che un corpo solo. Esse si sostengono vicendevolmente, ciascuna
assolvendo al proprio compito. L'occhio vede per tutto il corpo; la mano lavora
per le altre membra; il piede, camminando, le porta tutte; una soffre appena
soffre l'altra. Ecco come i fratelli debbono comportarsi gli uni con gli altri (cf.
Rom. 12, 4-5). Colui che prega, non giudicherà colui che lavora perché non
prega. Colui che lavora, non giudicherà colui che prega dicendo: «Ecco uno che
perde tempo, mentre io sto qui a lavorare». Colui che serve non giudicherà gli
altri. AI contrario, ciascuno, qualunque cosa faccia, agirà per la gloria di
Dio (cf. 1 Cor. 10, 31; 2 Cor. 4, 15).
Colui che legge, penserà con amore di colui che
prega e dirà a se stesso: «Egli prega anche per me". E colui che prega
penserà nei riguardi di colui che lavora: «Ciò che fa, lo fa per il bene di
tutta la comunità".
Così una grande concordia ed una serena armonia formeranno il vincolo della
pace (Et. 4, 3), che li unirà tra loro e li farà vivere con carità e
semplicità sotto lo sguardo benevolo di Dio. Evidentemente, l'essenziale è di
perseverare nella preghiera. Del resto, è necessaria un'unica cosa: ciascuno
deve possedere nel suo cuore questo tesoro che è la presenza viva e spirituale
del Signore. Sia che lavori, preghi o legga, ciascuno deve poter dirsi in
possesso di questo bene imperituro che è lo Spirito Santo.
* Terza omelia, 1-3. Testo greco in Die 50 geist/ichen Homilien des Makarios. Walter de Gruytn & Co., Berlino 1964 . pp. 20-22; cf. PG 34, 467-470.
Jacques Gulliet *
Nato nel 1909 nei dintorni di Lione, l'autore dei «Temi biblici» mette volentieri la sua conoscenza della Scrittura al servizio di un'iniziazione alla vita spirituale. In «Gesù Cristo, ieri e oggi», da cui è
tratta questa pagina, centra vigorosamente «la fede operante per mezzo della carità» sulla persona di Cristo, che presenta come l'esclusiva fonte della santità. In nessun luogo, forse, la povertà di Gesù ci tocca tanto come nei racconti evangelici, dove vediamo il Padrone della storia, sottomesso eppur libero riguardo al tempo.Gesù non si appartiene: uno dei segni di questo
spogliamento è il suo modo di vivere nel tempo, di usare il tempo... Stretto
dai limiti di un tempo da cui non può sottrarre un istante, tuttavia non è mai
teso, affannato. Povero del suo tempo, non ne è mai avaro. Un segno abituale
della ricchezza è di essere, o di apparire, molto occupato. Il ricco, o colui
che mira ad esserlo, conta i minuti che gli sfuggono, come altrettanti guadagni
che sfumano. Lui, Gesù, non si mostrava mai preso dall'impazienza o dalla
fretta di finire. Segno della sua padronanza su se stesso, segno soprattutto
della sua totale dedizione agli altri. Il suo tempo non è più prezioso di
quello degli infelici che lo assediano; il suo tempo, in realtà, non è suo, ma
di tutti coloro che hanno bisogno di Lui.
Un episodio molto significativo: l'incontro e la guarigione dell'emorroissa (Mc.
5, 25-34). La donna, malata da dodici anni, che attraverso la folla, riesce a
toccare il mantello di Gesù, non mirava, nella sua fede, che alla potenza del
Signore e pensava, nella sua modestia, di risparmiargli ogni disturbo, ogni
perdita di tempo. Il suo ragionamento sembrava infatti particolarmente
opportuno, dal momento che il capo della Sinagoga, con la sua figlioletta agli
estremi, supplicava Gesù di affrettarsi. Gesù, che poco prima l'aveva seguito
immediatamente, ora si ferma, come se dimenticasse l'angoscia del padre. Ma non
può lasciare senza uno sguardo di comprensione una tale fede! Si ferma,
interroga, vuole sapere. Tempo perso in apparenza, tempo dato a questa donna,
tempo che recupera,
* Jésus-Christ hier et aujourd'hui, Coll. «Christus» n. 11, Desclée De Brouwer, Parigi 1963, pp. 98-100.
T62 AVERE SEMPRE GESÙ DAVANTI AGLI OCCHI
Beato Paolo Giustiniani *
Nel 1510 un giovane patrizia di Venezia, nato nel 1476, entrava nel Santo Eremo di Camaldoli, vicino ad Arezzo. Avrebbe avuto un influsso grandissimo nell'Ordine dei Camaldolesi, allora in declino e poco fedele all'ideale di solitudine. Paolo fu eletto due volte priore, ma nel 1520 lasciò l'Eremo per essere più libero di attuare la riforma tanto necessaria e fondò una nuova congregazione basata sull'eremitismo. Morì a soli 52 anni, nel 1528, ma lasciò un'impronta benefica e duratura nella vita monastica sia con la santità della vita che con le opere spirituali. Nell'archivio degli Eremiti di Monte Corona da lui fondati, si conservano dodici volumi manoscritti di cui solo il trattato Dell'amore di Dio è stato finora pubblicato.
Dobbiamo avere lui solo come un'accesa fiaccola sempre dinanzi agli occhi, il quale tanto si fece al Padre eterno ubbidiente, che dicea il cibo suo non essere altro, che far la volontà del Padre (cfr. Gv. 4, 34), ammaestrandoci che veramente il cibo dell'animo religioso non deve essere altro che fare la volontà de' suoi superiori, e chi di questo cibo non si pasce, non può né durare, né crescere in alcuna perfezione di vita religiosa, quando ben di tutte le altre virtù abbondasse. Che siccome il corpo nostro non può né durare, né accrescere, né conservarsi senza il cibo suo, se ben l'ungessi di tutti li preziosi unguenti, e l'ornassi di tutti li delicatissimi vestimenti;
così l'animo del monaco, del quale, ad imitazione del suo Signore, è il cibo della santa ubbidienza, se ben fosse da molte grazie dello Spirito Santo unto, e da molte virtù circondato, se gli manca il pane ed il cibo della ubbidienza, non si potrà mai a perfezione alcuna produrre, o accrescere...* Trattato dell'ubbidienza, Padova 1758 - pp. 143-148.
T68 I POVERI E I FANCIULLI CHIAMATI PRIMI DA CRISTO
Charles de Foucauld *
Il dono di sé al Cristo, attraverso una conformità di vita più perfetta possibile, guida /'itinerario spirituale del visconte Charles de Foucauld, divenuto dopo la sua conversione Fratel Carlo di Gesù. Nato a Strasburgo in Francia nel 1858, fu assassinato a Tamanrasset nel Sahara centrale nel 1916. Figura singolare della storia religiosa contemporanea, egli ha precorso, quasi profeticamente, il richiamo del Vaticano Il, assillato di render la Chiesa più presente nel mondo dei poveri. La testimonianza di vita contemplativa in mezzo alle masse offerto dalle Congregazioni che si ispirano all'eremita del Sahara perpetua la risposta a questo richiamo.
Gesù ha scelto, come
genitori, due poveri lavoratori, e come primi adoratori, dei poveri pastori.
Gesù non respinge i ricchi, è morto per essi, li chiama tutti a sé, li ama,
ma si rifiuta di condividere le loro ricchezze e chiama i poveri per primi.
Quanto siete divinamente buono, mio Dio! Se aveste chiamato
anzitutto i ricchi, i poveri non avrebbero osato avvicinarsi a voi, si sarebbero
creduti obbligati a restar in disparte per la loro miseria, vi avrebbero
guardato da lontano, lasciando i ricchi a stringersi intorno. Ma, chiamando per
primi i pastori, avete chiamato a voi tutti: i poveri, poiché mostrate loro con
ciò, sino alla fine dei secoli, ch'essi sono i primi chiamati, i
prediletti, i privilegiati; i ricchi, poiché da una parte essi non sono
timidi, dall'altra dipende da essi farsi poveri come i pastori. Se vogliono, se
sentono l'impulso di farsi simili a Voi, se temono che i loro beni li
allontanino da voi, possono ridursi, in un attimo, perfettamente poveri.
Quanto siete buono! Come avete adottato il metodo migliore
per chiamare attorno a voi, con un solo gesto, tutti i vostri figli senza
eccezione! E quale balsamo avete sparso sino alla fine dei tempi sul cuore dei
poveri, dei piccoli, dei diseredati del mondo, mostrando sin dalla nascita
ch'essi sono i vostri prediletti, i vostri favoriti, i primi chiamati; saranno
sempre chiamati attorno a voi che avete voluto essere uno di loro ed esser circondato da essi, dalla culla e
per tutta la vita.
Iddio non ha unito la salvezza alla scienza,
all'intelligenza, alla ricchezza, all'esperienza, a doti rare che non tutti
hanno avuto in sorte, no. L'ha collegata con ciò che sta nelle mani di tutti,
assolutamente tutti, giovani e vecchi, uomini di ogni età e condizione, d'ogni
impegno e posizione. L'ha unita con ciò che tutti possono dargli, ciò che
qualunque uomo può dargli, con un po' di buona volontà: un po' di buona
volontà è quanto occorre per conquistare
quel cielo che Gesù unisce all'umiltà, al farsi piccoli, al prender l'ultimo
posto, a obbedire; ch'egli collega alla povertà di spirito, alla purezza di
cuore, all'amore della giustizia, allo spirito di pace. Nutriamo fiducia,
poiché per la misericordia di Dio la salvezza è sì vicina noi, nelle nostre
mani, e che ci basta un po' di buona volontà per ottenerla.
* Méditations sur l'Evangile, in Oeuvres Spirituelles, Ed. du Seuil, Parigi, 1958, p. 174 e 183-184.