PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

U2 Santa Teresa D'Avila PREGHIERA E CARITÀ
U3 Fénelon PREGARE SIGNIFICA ELEVARE IL PROPRIO CUORE A DIO
U4 Max Thurian ESSERE COSCIENTI DELL'AMICIZIA DI CRISTO
U5 Mons. Antonio Bloom LA PREGHIERA IN UN MONDO SECOLARIZZATO
U6 Mons. Giuseppe Canovai LA PREGHIERA DI CRISTO
U7 Jean Marie Chevignard PREGA IL PADRE CHE È PRESENTE NEL SEGRETO (Mt. 6,6)
U8 Paolo Evdokimov LA SCOPERTA DELLA PREGHIERA
U9 San Cipriano PREGARE IL PADRE CON LE PAROLE DI CRISTO
U10 San Giovanni Maria Vianney LA PREGHIERA È IL NOSTRO TESORO
U11 Giovanni Cassiano LA PREGHIERA CONTINUA
U15 San Cipriano LA PREGHIERA COMUNE DEI CRISTIANI
U16 Nicolas Cabasilas DIO È BUONO CON I PECCATORI CHE LO INVOCANO
U17 Henri Caffarel «ASCOLTATELO»
U18 Roger Troisfontaines «SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE»
U19 Robert Guelluy LA PREGHIERA, FEDELTÀ DELL'AMORE
U20 San Tomaso d'Aquino PROVVIDENZIALE ALL'UOMO È IL PREGARE
U21 San Francesco d'Assisi PREGHIERA, LODE, RINGRAZIAMENTO
     
     
     

 

U2   PREGHIERA E CARITÀ

       Santa Teresa D'Avila *

Nel XVI secolo, la grande Teresa seppe animare la Riforma del Carmelo di un vigoroso affiato apostolico e condurre, col suo buon senso, le suore a lei affidate nelle vie più elevate dell'orazione. In conformità con la più pura tradizione cristiana, nel brano che segue la Santa mostra lo stretto legame esistente tra. l'amore di Dio e l'amore del prossimo, e, non senza 'humour', rimprovera le anime pie che, nella preghiera, cercano le consolazioni di Dio più che il Dio della consolazione.

Solo due cose ci chiede il Signore: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Qui devono convergere i nostri sforzi. Osservando nel modo migliore questi due precetti, noi compiamo la sua volontà: saremo così uniti con Lui. Ma come siamo lontani dall'adempiere questi due precetti, come sarebbe giusto di fronte a un Dio così grande! Piaccia a Sua Maestà di concederei la grazia di giungere a questo stato che, se vogliamo, è già in nostro potere.
A mio parere, il segno più certo per conoscere se adempiamo questi ,due precetti, si ha quando noi osserviamo pienamente l'amore del prossimo; perché se amiamo Dio non possiamo saperlo (anche se ci sono degli indizi sicuri per conoscere che lo amiamo), ma possiamo sapere se amiamo il prossimo. Quando costate rete di essere diventate più capaci nell'amore del prossimo, lo sarete diventate certamente anche nell'amore di Dio. Tanto grande è infatti l'amore che Dio ha per noi, che, in cambio dell'amore che abbiamo per il prossimo, farà crescere in mille modi quello che abbiamo per Lui: di questo non posso dubitare. Ecco dunque perché è di così grande importanza considerare attentamente quanto noi amiamo il prossimo: se questo amore è perfetto, non ci resta altro da fare. lo credo che la nostra natura è così cattiva che, se il nostro amore per il prossimo non si radica nello stesso amore di Dio, non arriverà mai ad essere perfetto.
Poiché questo è tanto importante, cerchiamo, sorelle mie. di esaminarci nelle cose anche piccolissime. senza far caso di quelle grandiose, il cui pensiero ci assale durante l'orazione e che ci illudiamo di poter fare per il prossimo, anche per la salvezza di un'anima sola. Perché, se poi le nostre opere non vi corrispondono, non abbiamo proprio motivo di credere che le faremo in realtà...
Se voi comprendeste com'è importante per noi questa virtù, non vi sforzereste di fare altro. Quando vedo delle anime tutte intente a investigare sul loro tipo di orazione e assai concentrate quando vi sono immerse (sembra che non osino muoversi per non distrarre il loro pensiero e non perdere un po' del gusto e della devozione che vi trovano), mi rendo conto quanto poco esse comprendano quale sia il cammino da seguire per giungere all'unione.
E pensano che tutto lo sforzo stia lì. No, sorelle mie, no; opere vuole il Signore. Se vedi un'inferma a cui puoi dare qualche sollievo, non deve importarti niente di perdere quella devozione e patire con lei; e se soffre qualche dolore, devi sentirlo anche tu; e se fosse necessario digiunare perché possa mangiare, devi farlo: non tanto per amore di lei, ma perché sai che il Signore vuole così.

* Castillo interior, moradas 5, 111, Obras Completas, a cura di Efren de la Madre de Dios e Otger Steggink, Madrid 1962, p. 381.

 

U3 PREGARE SIGNIFICA ELEVARE IL PROPRIO CUORE A DIO

      Fénelon *

François de La Mothe-Fénelon nasce nel Périgord nel 1651. Nobile di carattere, dalla sensibilità molto delicata, riceve una formazione classica dai Gesuiti di Cahors. In seguito si prepara al sacerdozio a Parigi, a saint-Sulpice, dove impara la pedagogia dell'amore di Dio. Nel 1689 diviene istitutore del Duca di Borgogna. Verso quest'epoca incontra Mme. Guyon, la cui amicizia lo stabilisce più solidamente nel suo cammino interiore, compromettendolo però, in parte, nell'affare del quietismo. Nominato arcivescovo di Cambrai nel 1697, cadrà in disgrazia e verrà condannato da Roma. Si sottometterà e si dedicherà fino alla morte (1715) al ministero pastorale e alla predicazione.
Le opere spirituali di Fénelon sono piene di puro amore di Dio verso cui ha indirizzato tutta la sua vita.

Tutta la vita cristiana è una lunga e continua tensione del nostro cuore verso quella giustizia eterna che desideriamo ardentemente fin da quaggiù. La nostra felicità sta tutta nell'esserne sempre assetati. Questa sete costituisce veramente una preghiera: desiderate dunque senza tregua questa giustizia e non smetterete mai di pregare. Non crediate che - per pregare Dio - sia necessario pronunciare una lunga serie di parole e concentrarsi molto. Rimanere in preghiera, significa domandargli che la sua volontà si compia, suscitare qualche buon desiderio, elevare a Dio il proprio cuore, desiderare i beni che egli promette, gemere di fronte alle nostre miserie e ai pericoli di dispiacergli e di violare la sua legge. Ora questa preghiera non richiede né scienza, né metodo, né ragionamenti; non deve essere affatto un lavoro della mente: bastano un istante e un moto profondo del cuore. Si può pregare senza bisogno di formulare un pensiero preciso; basta un movimento del cuore, che dura un attimo; questo stesso momento può essere utilizzato anche per fare qualche altra cosa. La condiscendenza di Dio verso la nostra debolezza è così grande da permetterci di dividere questo momento - secondo la necessità - fra lui e le creature. Sì, in questo momento dedicatevi alle vostre occupazioni basta che offriate a Dio o che compiate, con l'intenzione generale di glorificarlo, le cose più comuni che vi siete impegnati a fare.
Questa è la preghiera ininterrotta a cui ci invita San Paolo (cfr. 1 Tess. 5,
17); preghiera che molti fedeli credono impraticabile, la cui pratica invece sarà molto facile a chiunque comprenderà che la migliore di tutte le preghiere è agire con retta intenzione, risvegliando spesso in sé il desiderio di fare tutto secondo Dio e per Dio.
Ebbene, casa c'è di fastidioso e di scomodo in questa legge della preghiera, dato che essa si riduce solo ad acquistare l'abitudine di agire liberamente, in una vita ordinaria, per salvarsi e piacere al sovrano Maestro?  È forse esigere troppo dagli uomini, volerli sottomettere a chiedere spesso a Dio ciò che non possono trovare in se stessi? Non è infatti cosa giustissima rimanere in queste stato in cui l'uomo vive in dipendenza da Dio, sentendo ad ogni istante la propria debolezza e la necessità del suo aiuto?... Per questo lo Spirito che forma i santi prega in loro e per loro con sospiri ineffabili (Rom. 8, 26); per questo, possedendo le primizie delle Spirito Santo, desideriamo la pienezza di queste Spirito e gemiamo nell'attesa del perfetto compimento dell'adozione divina.

* Entretien sur la prière, parte prima. Oeuvres de Fénelon, tomo XVII - A. Lebel - Parigi 1823 - pp. 323-325.

 

 

U4  ESSERE COSCIENTI DELL'AMICIZIA DI CRISTO

       Max Thurian *

Max Thurian è nato a Ginevra il 16 agosto 1921 e vi ha fatto gli studi alla facoltà universitaria di teologia protestante. Pastore della Chiesa riformata, è frate di Taizé e assistente del priore Roger Schutz. Dirige la rivista «Verbum Caro». Occorre notare che ha studiato in modo particolare l'eucaristia e la penitenza.
Molto fedele alla dottrina della sua chiesa, egli l'approfondisce in modo da consentire un avvicinamento con i teologi ortodossi e cattolici, grazie al costante ritorno alla comune sorgente della fede cristiana.

La vita spirituale del cristiano consiste essenzialmente nella consapevolezza della propria amicizia con Cristo. Questa realtà profonda è stata messa in risalto da S. Giovanni Battista quando, a proposito del suo rapporto con Cristo, ha detto: Chi ha la Sposa, è lo Sposo; ma l'amico dello Sposo, che è presente e lo ascolta, è pieno di gioia all'udire la voce dello Sposo. Ora questa è la mia gioia, ed è perfetta. Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv. 3, 29-30).
Semplici parole che assommano tutto l'atteggiamento cristiano nella vita dello spirito. S. Giovanni Battista ha contemplato Gesù Cristo, lo Sposo, come Signore e Maestro della Chiesa, sua Sposa. Lui, Giovanni, è solo l'amico dello Sposo, non ha potere sulla Chiesa, è solamente un umile servo, fra gli altri. Però sa di essere l'amico dello Sposo e come tale definisce il proprio atteggiamento.
Ogni cristiano può dirsi amico di Cristo e in ciò definisce tutto il suo atteggiamento spirituale. Ora, la vita dello spirito non consiste in un insieme rigido e complicato di norme disciplinari e ascetiche; non è un metodo severo di preghiera e di meditazione; è invece, essenzialmente, la coscienza dell'amicizia del Cristo, sempre presente nella Chiesa, fino alla fine del mondo. Può ,darsi che da questa amicizia nasca una regola, un'ascesi, un metodo... Ma l'amicizia è il fatto primario e fondamentale, il resto è secondario e conseguente.
L'amico del Cristo gli sta vicino e lo ascolta, è inebriato di gioia nell'udire la voce dello Sposo. La vita spirituale è, prima di tutto, uno «starsene lì» a disposizione di Dio, è un riposo davanti alla sua Maestà, un atto di presenza davanti al Signore. Maria, la sorella di Marta, stava anche lei seduta ai piedi del Signore (Lc. 10, 39) in un tranquillo atteggiamento di fiducia. Quindi a noi non viene chiesto uno sforzo di concentrazione o l'osservanza di date regole da premettere alla meditazione vera e propria, ma solo quell'atteggiamento di ricettività in cui siamo coscienti della presenza e dell'amicizia di Cristo. Questo semplice metodo d'orazione può essere applicato a tutti gli istanti della nostra esistenza così spesso agitata. Non è necessario poter disporre di 'lunghi silenzi per prepararsi alla preghiera e alla meditazione. In metropolitana, in autobus, per strada è sempre possibile raccogliersi un attimo per «starsene lì» davanti a Cristo, sicuri della sua amicizia. Bisogna essere convinti che questa «presenza di Dio» è tutta la vita spirituale, anche se sono vari i mezzi che la favoriscono e l'alimentano. Non è il caso di rimpiangere un'età dell'oro in .cui il vivere tranquillo dava la possibilità di una preghiera costante. Nella nostra movimentata civiltà della tecnica e delle masse c'è posto per questa «presenza a Dio» per la quale bisogna trovare mezzi intonati alla nostra vita moderna.

* L'homme moderne et la vie spirituelle - Éditions de 1'Épi Parigi 1961 - pp. 51-53.

 

 

U5 LA PREGHIERA IN UN MONDO SECOLARIZZATO

      Mons. Antonio Bloom *

Mons. Antonio Bloom (nato nel 1914), dopo gli studi di medicina, divenne monaco e fu poi nominato vescovo. Attualmente èesarca del Patriarcato russo per l'Europa occidentale. Esercita un'influenza profonda su tutti coloro che lo avvicinano, di qualunque età o confessione. Sacerdoti o laici, desiderosi di vivere la loro fede in mezzo al mondo, monaci e monache che cercano di vivere più autenticamente la loro vocazione contemplativa, riconoscono in lui una guida spirituale, a cui una lunga e ricca esperienza procura un senso molto concreto della sofferenza e della miseria umana.

La Vita e la preghiera non possono mai essere separate. Una vita senza preghiera è una vita che ignora una dimensione essenziale dell'esistenza... Il mondo in cui viviamo non è un mondo profano. E' un mondo che noi spesso sappiamo profanare anche troppo ma, in sé, è uscito dalle mani di Dio, è amato da Dio. Il valore che Dio gli attribuisce è la vita e la morte del suo unico Figlio. E la preghiera manifesta la nostra conoscenza di questa realtà, la scoperta del fatto che ogni creatura, ogni cosa attorno a noi ha, agli occhi di Dio, un valore sacro e diventa per noi preziosa, diventa amata. Non pregare significa lasciare Dio al di fuori dell'esistenza, e non soltanto lui, ma tutto ciò che egli significa nel mondo che ha creato, nel mondo in cui viviamo.
Ora, ci sembra spesso difficile unire 'la vita e la preghiera. E' assolutamente un errore, che deriva dall'idea sbagliata che ci facciamo della vita e della preghiera. Pensiamo che la vita consista nell'agitarsi e che la preghiera consista nell'andarsene in disparte, nel dimenticare tutto - del nostro prossimo e della nostra situazione umana. E' falso, è una calunnia della vita, una calunnia della stessa preghiera.
Se vogliamo imparare a pregare dobbiamo, in primo luogo, renderci solidali con la realtà complessiva dell'uomo, del suo destino e del mondo intero: assumerla totalmente. In questo consiste ratto essenziale che Dio ha compiuto nell'Incarnazione, l'aspetto globale di ciò che noi chiamiamo intercessione. In genere, quando pensiamo all'intercessione, crediamo che essa si riduca a ricordare cortesemente a Dio ciò che ha dimenticato di fare. In realtà l'intercessione consiste nel fare un passo che ci porti nel cuore di una situazione tragica, un passo simile a quello del Cristo che è divenuto uomo una volta per sempre. Dobbiamo fare un passo che ci porti nel cuore di una situazione da cui non vorremo mai più uscire...
La preghiera nasce da due sorgenti: lo stupore che proviamo di fronte a Dio e alle cose di Dio - il nostro prossimo o il mondo che ci circonda, malgrado le sue ombre - oppure il senso del tragico, il nostro e soprattutto quello degli altri. Berdiaeff diceva: «Se io ho fame, è un fatto fisico; se il mio vicino ha fame, è un fatto morale».
Ecco il tragico come ci appare ad ogni istante: il mio vicino ha sempre fame. Non sempre però ha fame di pane: talvolta ha fame di un gesto di umanità, di, uno sguardo pieno di affetto. Da questa sensibilizzazione alla meraviglia e alla tragedia comincia la preghiera. Quando essa permane, tutto diventa facile: immersi nello stupore preghiamo facilmente, come preghiamo facilmente quando il senso della tragedia ci afferra...
Se cominciate a unire in questo modo la vita alla vostra preghiera, esse non si separeranno mai. E la vita sarà come un combustibile che, ad ogni istante, alimenterà un fuoco sempre più grande, sempre più splendente e che a poco a poco, trasformerà voi stessi in quel roveto ardente di cui parla la Sacra Scrittura.

* Estratti da una sua risposta in occasione di un incontro di giovani a Taizé dal 31 agosto al 3 settembre 1967; «La Documentation Catholique», 1968, 185-187.

 

 

U6  LA PREGHIERA DI CRISTO

      Mons. Giuseppe Canovai *

Giuseppe Canovai nacque a Roma nel 1904 e si spense nel 1942 in Argentina, dove era Uditore presso la Nunziatura Apostolica di Buenos Aires. Questa figura complessa di uomo d'azione e di apostolo, di penitente e di contemplativo, è apparsa in tutta la sua statura negli scritti intimi, pubblicati dopo la sua morte. «Il povero operaio della parola» - come egli stesso si definiva colui che affascinava e trascinava i giovani e conquistava tutti con la sua umanità squisita e spontanea, aveva varcato segretamente le soglie della mistica. Le grazie di preghiera unitiva che gli erano state concesse, ci sono rivelate in parte da questo brano, sulla preghiera di Gesù, che appartiene all'ultima parte del suo diario.

La preghiera di Cristo! E' il mistero più grande e più bello del mistero dell'Incarnazione: l'Uomo Dio che parla con Dio, Dio che parla con Dio: è un comunicarsi di Dio in Dio, un darsi di Dio a Dio, è un particolare aspetto del mistero della Trinità: eppure la preghiera di Cristo uomo è una vera preghiera umana: è il figliolo dell'uomo che si rivolge al Padre, a Lui, Padre in un modo unico e inconfondibile: attraverso il formularsi del suo pensiero di uomo, di creatura, passa il linguaggio eterno e immutabile del Verbo, quello con cui il Verbo ab aeterno si comunica nell'unità divina al Padre in una comunione spirante l'amore; sono parole terrene e pur sono parole eterne: è preghiera di creatura e pur donazione scambievole di Dio a Dio in Dio. L'umanità di Gesù prega in Dio nella persona in cui è stata assunta. Essa è in uno stato di divina, perfetta unione con Dio, assoluta, di cui non è possibile pensare maggiore, e vive nella persona di Dio. La sua umanità prega: è effusione, è comunione purissima e perfetta dell'umanità adorabile al Padre celeste.
La preghiera non stabilisce l'unione, l'unione è nell'unità della persona e nell'unità fiorisce la preghiera ed è l'unione che alimenta e nutre la preghiera: l'umanità adorabile ha bisogno della preghiera, se è lecito dire così, perché è veramente natura umana e dunque ha bisogno di Dio e lo invoca... Oh Signore... eppure... eppure anch'io nell'infinitamente piccolo potrei pregare così! Anche con me tu hai stabilito una dolcissima, un'indicibile unione, mi hai inserito attraverso la comunione del tuo corpo fisico nel tuo Corpo Mistico ed io alla lettera vivo di te e dell'effusione della tua grazia: mi hai costituito in un'unità misteriosa, l'hai confrontata a quella del Padre con te; quella che la tua umanità ebbe con la tua persona è unica, quell'umanità visse dell'essere stesso della tua Persona divina, ma in quella tutti fummo uniti a te perché venimmo a partecipare la natura tua divina,
consortes divinae naturae (2 Piet. 1, 4). Se io sapessi tener vivo in me il ricordo del mistero che hai creato entro di me, la mia preghiera potrebbe essere una lontana ombra della tua, nascere dalla continua unione con te. Donami l'unione continua, ininterrotta, un pensiero continuamente preso, dominato da te e fa' che in questa unione sgorghi la mia preghiera, celebrazione di questa indissolubile unione che hai stabilito con me!

* Don Giuseppe Canovai nei suoi scritti - Ed. Centena, Roma 1964 - pp. 381-383.

 

 

U7  PREGA IL PADRE CHE È PRESENTE NEL SEGRETO (Mt. 6,6)

      Jean Marie Chevignard *

Jean Marie Chevignard (Padre Bernard Marie) è nato a Digione il 5 marzo 1909 e ha fatto professione tra i Domenicani nel 1927. La sua spiritualità, basata su seri studi teologici, si fonda sulla grande intuizione di san Domenico, che non volle avere altra dottrina spirituale all'infuori del Vangelo. Padre Chevignard, che è stato lungamente maestro dei novizi della provincia di Francia, ha potuto rendersi conto della piena corrispondenza di questa intuizione con le attuali esigenze apostoliche. In un linguaggio molto semplice, ci indica una specie di regola di vita cristiana, in cui molto felicemente mette in risalto lo spirito della Chiesa primitiva.

Intimità con Dio: è lecito applicare a Dio questo termine di intimità? Com'è possibile che noi peccatori, ancorati alle tenebrose realtà terrene, ci mettiamo a sognare un'intimità con Dio? E anche supponendo che questo sia concesso a pochi privilegiati, come potrebbero aspirarvi la maggioranza degli uomini impegnati nella lotta per la vita?
Eppure, è un fatto innegabile: il Signore è venuto per farci sapere 'che era volontà del Padre suo stabilire con ciascuno di noi rapporti personali di fede e di amore. Il patto che vuoi concludere con gli uomini, il Regno che vuole instaurare in essi, si trova nel ,loro cuore. E che altro può voler dire tutto ciò se non un desiderio d'intimità? Non dobbiamo aver paura di dirlo e ridirlo; nel cristianesimo tutto è orientato verso questa comunicazione personale tra Dio e i suoi figli. Se questa non esiste, anche solo allo stato di desiderio, noi viviamo ancora sotto il giogo della legge e non nel clima di libertà dello Spirito Santo e dell'amore. Dio dunque si limita ad essere sempre per noi soltanto una legge o un postulato morale più o meno esigente e fastidioso: non è il Dio personale che il Signore è venuto a rivelarci. Non ha ancora preso dimora nei nostri cuori.
E perché questo? Dobbiamo giungere fino alla grande parola di san Giovanni che veramente è il culmine della rivelazione cristiana: Dio è amore (1 Gv. 4,16)... Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unico Figlio (Gv. 3,16). Da questo abbiamo conosciuto l'amore, perché egli ha dato per noi la vita... E noi vi abbiamo creduto (1 Gv. 3,16; 4,16). E' questa la verità che così seriamente professiamo di credere se ci diciamo cristiani.
Allora, se un Dio d'amore ha visitato il suo popolo mediante l'incarnazione e lo ha redento con la croce, se lo nutre con l'Eucaristia e abita nell'intimo di noi stessi, perché non andiamo a raggiungerlo dove si trova? E lui è dappertutto: nelle chiese, nei tabernacoli, al centro del nostro cuore come in quello dei fratelli; nella gioia come nel dolore, nella dilatazione dell'anima libera, come nell'angustia delle preoccupazioni. Perché non cerchiamo di imparare pazientemente a parlare con lui, a tacere davanti a lui? Ad amarlo come ci ama, a soffrire con lui, ad attingere in lui momento per momento questo meraviglioso e divino amore che tutti i fratelli esigono da noi? Questo non è affatto illuminismo o privilegio di anime separate dal mondo: è la ,solida e sostanziale rivelazione di Cristo, offerta a tutti quelli che credono in 'lui. Perché, in fondo, il difficile sta proprio qui: avere il coraggio di credere in lui fino a quel punto; fino a pensare che infinitamente al di là del succedersi dei nostri peccati, delle ingiustizie sociali, delle cattiverie umane, delle nostre prove e della nostra solitudine, un Dio d'amore ci attende e ci chiede di conversare con lui nel segreto: Quanto a te, quando preghi... prega il Padre che è presente nel segreto.

* La Doctrine Spirituelle de l'Evangile - Coll. «L'Eau vive» Edit. du Cerf, Parigi 1958 - pp. 143-145.

 

 

U8  LA SCOPERTA DELLA PREGHIERA

       Paolo Evdokimov *

Paolo Evdokimov, nato nel 1901 a Pietroburgo, emigra in Francia verso l'età di 17 anni. Studia a Aix-en-Provence e a Parigi dove, nel 1950, diventa professore all'Istituto San Sergio. Grande esponente dell'ortodossia contemporanea, questo teologo laico accoppia una profonda conoscenza della tradizione a un senso vivissimo delle urgenze attuali. Ha dedicato numerose pagine alla vita di preghiera, pagine ispirate ai maestri spirituali della Chiesa d'Oriente.

Pregate senza interruzione (1 Tess. 5,17), dice S. Paolo con insistenza, poiché la preghiera è!a sorgente del nostro essere e la forma più intima della nostra vita. Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto (Mt. 6,6): sono parole che ci invitano a rientrare in noi stessi per fare del nostro cuore un luogo sacro; il luogo «segreto» è il cuore umano. Per conoscere noi stessi, per capire se siamo spiritualmente sani, dobbiamo controllare la nostra vita di preghiera, la sua intensità, la profondità, il ritmo.
Gesù, il mattino, molto prima che facesse giorno, si alzò, uscì, se ne andò in un luogo deserto a pregare (Mc. 1,35). Nel linguaggio degli asceti il «deserto» assume un significato interiore e indica la concentrazione di uno spirito raccolto e silenzioso. Questo è i1 livello dove si colloca la preghiera autentica: l'uomo riesce finalmente a stare in silenzio e riceve una visita misteriosa. Per udire la voce del Verbo bisogna prima saper ascoltare il suo silenzio, impararlo soprattutto perché è «il linguaggio del tempo che verrà». «Il silenzio dello spirito» è superiore perfino all'orazione. L'esperienza dei maestri è categorica: se non si è capaci di creare nella propria vita una zona di raccoglimento e di silenzio, è impossibile raggiungere un livello più alto ed essere in grado di pregare sulle pubbliche piazze. Mediante la preghiera acquistiamo la consapevolezza del fatto che, mentre una parte del nostro essere è immersa nell'immediato ed è continuamente divisa tra tante preoccupazioni, un'altra parte di noi stessi la sta a guardare piena di stupore e di compassione. L'uomo che si agita fa ridere gli angeli...
Santa Teresa diceva: «Pregare significa intendersela col Signore come con un amico». Ora l'amico dello Sposo sta lì e lo ascolta (Gv. 3, 29). L'essenziale dello stato di preghiera consiste appunto nello star lì: sentire la presenza di un altro, di Cristo, sentire anche la presenza dell'uomo che incontro e attraverso cui il Cristo m'interpella. Ogni voce umana è voce sua, ogni volto è il suo volto. È il volto del pellegrino d'Emmaus, quello del giardiniere di Maria Maddalena, quello del vicino di casa. Dio si è incarnato perché l'uomo potesse contemplare il suo volto in tutti i volti. La preghiera perfetta cerca la presenza di Cristo e la riconosce in ogni essere umano. L'unico viso del Cristo è l'icona, ma le sue icone sono innumerevoli: ora questo significa che ogni viso umano è anche l'icona del Cristo. La preghiera può e sa scoprirlo.
Agli inizi, la preghiera non è del tutto tranquilla. Diceva Péguy che non bisogna pregare come oche che attendono il mangime! Ricco di emotività l'uomo lascia fluire tutto il contenuto psichico del suo essere: prima che si giunga a sentire la stanchezza di questo monologo, i maestri consigliano di occupare il tempo della preghiera con salmi e letture. Condannano sempre la prolissità. È bastata una sola parola del pubblicano per suscitare la misericordia di Dio; una parola sola, tutta di fede, ha salvato il buon ladrone. Le chiacchiere dissipano, il silenzio raccoglie l'anima. La preghiera del Signore è brevissima, ma contiene tutto il necessario. Gli uomini veramente spirituali si limitavano a pronunciare il nome di Gesù, ma in questo nome contemplavano il Regno.
Quando l'uomo ha veramente capito questa lezione, cerca di rettificare il suo atteggiamento per accordarlo con la parola che esprime l'aspirazione della liturgia: «Fa' della mia preghiera un sacramento della tua presenza».

* La prière de l'Eglise d'Orient, Ed. Salvator, Mulhouse 1966 pp. 21-24.

 

U9  PREGARE IL PADRE CON LE PAROLE DI CRISTO

         San Cipriano *

Nato verso il 200 da genitori pagani, il giovane e brillante rètore Cipriano condusse una vita dissoluta in quella «giostra del piacere» che era allora Cartagine. Convertito grazie al benefico influsso del sacerdote Ceciliano, alla sua scuola assimilò la dottrina cristiana. Nel 248 divenne vescovo di Cartagine, sede importantissima a cui facevano capo tutte le Chiese d'Africa, in numero di 150 circa. Fu un pastore così dedito alla sua missione che le sue opere e il suo pensiero si possono capire solo nel contesto storico della sua vita di vescovo: e il suo fu un tempo di persecuzioni e di insorgenti eresie.
Nel 250 scoppiò la terribile persecuzione di Diocleziano: Cipriano andò volontariamente in esilio per il bene dei suoi figli di cui continuò ad occuparsi. Non potè tuttavia sfuggire alla persecuzione successiva del 258, durante la quale morì decapitato.

Fratelli carissimi, i precetti evangelici non sono altro che insegnamenti a noi dati da Dio: sono le fondamenta su cui si edifica la speranza, la solida base su cui si innalza la fede, il cibo che dà forza al cuore, il timone che dirige il cammino, l'aiuto che ci fa ottenere la salvezza. Essi, mentre in terra illuminano le intelligenze disposte a seguirli, conducono al regno dei cieli. Sono molte le parole che Dio ha voluto far giungere a noi attraverso i profeti, suoi servi, ma le più importanti sono quelle dette dal Figlio, quelle che la Parola di Dio, presente già nei profeti, afferma con la sua stessa voce. Non comanda più di preparare la via a chi deve venire: viene lui stesso, e ci mostra e ci apre la via. E così noi che, incauti e ciechi, andavamo errando un tempo nelle tenebre della morte, ora, illuminati dalla luce della grazia possiamo camminare per la via della vita sotto la guida e la direzione del Signore.
Fra gli altri consigli salutari, fra i precetti divini ordinati alla salvezza del suo popolo, il Signore ci ha dato anche la formula della preghiera, ci ha comandato di pregare come insegnava lui. Colui che ci ha dato la vita ci ha insegnato anche come pregare, con la stessa bontà con cui ha voluto offrirci tutti gli altri suoi doni. Così, quando parliamo al Padre con la preghiera che il Figlio ci ha indicato, possiamo essere ascoltati più facilmente. Gesù aveva annunciato come prossima l'ora in cui i veri adoratori avrebbero adorato il Padre in spirito e verità (cfr. Gv. 4, 23); e questa promessa l'ha poi adempiuta, in modo che noi, avendo ricevuto con la sua azione santificatrice lo spirito e la verità, potessimo poi adorare in spirito e verità grazie al suo insegnamento. E davvero come ci potrebbe essere preghiera più spirituale di quella che ci è stata data da Cristo, dallo stesso Cristo che ci invia lo Spirito Santo? Come potremmo rivolgere al Padre una preghiera più vera di quella pronunciata dalle labbra del Figlio, che è la Verità?..
Preghiamo dunque, fratelli carissimi, come ci ha insegnato Dio facendosi nostro maestro. Affettuosa e familiare è la preghiera in cui ci rivolgiamo a Dio con le sue stesse parole, in cui ci facciamo sentire attraverso la preghiera di Cristo. Che il Padre riconosca, quando noi preghiamo, le parole del proprio Figlio. Sia presente anche nella nostra voce colui che abita nel nostro cuore. E poiché l'abbiamo come avvocato presso il Padre per i nostri peccati (cfr. 1 Gv.2, 1), quando, peccatori, supplichiamo per le nostre colpe, serviamoci delle parole del nostro avvocato. Gesù ha detto infatti: Se domanderete qualche cosa al Padre mio in mio nome, egli ve la darà (Gv. 16, 23). Quanto più facilmente otterremo quello che chiediamo in nome di Cristo, se lo facciamo con la sua stessa preghiera!

* De Oratione Dominica, 1-3: PL 4, 519-521.

 

 

U10  LA PREGHIERA È IL NOSTRO TESORO

          San Giovanni Maria Vianney *

Il santo curato d'Ars di cui tutti conoscono la vita, non ci ha lasciato un'opera letteraria vera e propria, ma i suoi modesti Sermons e Catéchismes sono un'eloquente testimonianza della sua vita veramente evangelica e, con la loro semplicità familiare, riescono a commuovere profondamente. Veritas ex corde: la verità scaturisce dal cuore.

Guardate, figli miei: il cristiano ha il suo tesoro in cielo, non in terra. Allora, il nostro cuore deve andare là dove si trova il nostro tesoro.
L'uomo ha un compito bellissimo: pregare e amare. Pregare, amare: ecco la felicità dell'uomo su questa terra.
La preghiera è essenzialmente l'unione con Dio. Quando si ha il cuore puro, unito a Dio, si avverte nell'anima una quiete, una dolcezza inesprimibile, una luce sfolgorante. In questa intimità Dio e l'anima sono come due pezzi di cera fusi in uno: è impossibile separarli. Che cosa meravigliosa quest'unione di Dio con la sua piccola creatura! E' per noi una fortuna di cui non ci rendiamo ben conto.
Avevamo meritato la punizione di non poter pregare, ma Dio, così buono, ci ha permesso di parlargli. La nostra preghiera è come il profumo dell'incenso che egli accetta con immenso piacere.
Figlioli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata, lo rende capace di amare Dio. La preghiera è un preludio del cielo, un aprirsi del paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. E' come un miele che si versa nell'anima e addolcisce tutto. Di fronte a una preghiera ben fatta, le pene si sciolgono come neve al sole.
Quando si prega il tempo passa velocemente e così piacevolmente che non ci si accorge della sua durata. Sentite: quando percorrevo la regione della Bresse, nel tempo in cui i poveri parroci erano quasi tutti malati, io pregavo il buon Dio mentre facevo la strada. E vi posso assicurare che il tempo non mi pareva lungo.
Ci sono persone che si tuffano nella preghiera come il pesce nell'acqua, perché appartengono totalmente al Signore. Non c'è nessuna divisione nel loro cuore. Quanto ammiro queste anime generose! San Francesco d'Assisi e santa Coletta vedevano il Signore e gli parlavano come siamo soliti fare tra noi. E invece noialtri, quante volte veniamo in chiesa senza sapere perché, senza sapere quel che vogliamo chiedere! Però, quando si va da qualcuno, si sa benissimo perché ci si va. Vi sono di quelli che hanno l'aria di dire al buon Dio: «Ecco, ti dirò due parole per liberarmi di te e non pensarci più...». Mi dico spesso che, quando veniamo ad adorare nostro Signore, potremmo ottenere tutto quello che vogliamo, se solo glielo chiedessimo con fede profonda e grande purezza di cuore.

* Catéchisme sur la prière, testo presentato da A. Monnin in Esprit du Curé d'Ars, Téqui 1899 - pp. 87-89.

 

 

 

U11  LA PREGHIERA CONTINUA

        Giovanni Cassiano *

Cassiano, morto nel 430, si fece monaco a Betlemme dove rimase due anni. Intraprese in seguito col suo amico Germano un lungo pellegrinaggio in Egitto, dove visitò tutti i centri monastici. Fu ordinato diacono a Costantinopoli da S. Giovanni Crisostomo e sacerdote a Roma, dove fu amico del futuro papa Leone Magno. Verso il 415, fondò a Marsiglia due monasteri, uno di uomini, l'altro di donne. Là compose le «Istituzioni Cenobitiche» e le ventiquattro «Conferenze», che riferiscono una serie di incontri con alcuni monaci celebri. Le due conferenze dell'abate Isacco (9 e 10) sono consacrate alla preghiera continua, raccomandata dall'Apostolo. La preghiera, nel suo grado sommo, si identifica alla carità che ci unisce a Dio.

8Il Signore, fonte d'inviolabile santità, per radicarsi in una perfetta purezza, non aveva alcun bisogno di quei mezzi esteriori che per noi sono l'allontanamento dagli uomini e la solitudine... Eppure anche Gesù si ritira, solo, sul monte a pregare (Mì. 14, 23), per insegnarci col suo esempio che anche noi, se vogliamo pregare Dio con cuore puro e indiviso, dobbiamo separarci come Lui dal disordine e dalla confusione della folla. Solo così, pur restando ancora in questa vita, potremo in qualche modo conformarci alla beatitudine promessa ai santi nell'eternità e potremo far sì che anche per noi Dio sia tutto in tutti (I Coro 15, 28).

In tal modo si realizzerà in noi la preghiera che il Salvatore rivolse al Padre in favore dei suoi discepoli: L'amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro (Gv. 17, 26); e ancora: Siano tutti uno come tu Padre sei in me e io sono in te, anch'essi siano uno in noi (ibid. 21). Quando si sarà avverata questa preghiera del Signore - che non può essere annullata - allora quell'amore perfetto col quale Dio per primo ci ha amato (1 Gv. 4, 10), si, trasmetterà anche ai nostri cuori.
Ciò avverrà quando ogni nostri amore, ogni desiderio, sforzo, ricerca, pensiero, ciò di cui viviamo, parliamo, respiriamo, non sarà altro che Dio; quando l'unità che regna tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e il Padre si trasfonderà nel nostro cuore e nella nostra anima, cioè quando, imitando l'amore puro e indissolubile col quale Dio ci ama, a nostra volta lo ameremo con un amore perpetuo e inseparabile e saremo talmente uniti a Lui, che ogni nostro respiro, ogni pensiero, ogni parola, non saranno che Lui. Così giungeremo al fine di cui abbiamo parlato e che il Signore chiede per noi nella sua preghiera: Siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità (Gv. 17, 22-23); e ancora: Padre, io voglio che quelli che tu mi hai dati, siano anch'essi con me dove sono io (ibid. 24).
Questo è l'ideale del solitario, a questo deve tendere ogni suo sforzo: avere la grazia di possedere, fin da questa vita, una somiglianza della beatitudine eterna e gustare in questo mondo un'anticipazione della vita e del'la gloria celeste.

* Conferenza X, 6-7: PL 49, 827-828. Ediz. italiana: Paoline, voI. I, pp. 424-26.

 

U15   LA PREGHIERA COMUNE DEI CRISTIANI

          San Cipriano *

Nato verso il 200 da genitori pagani, Cipriano condusse dapprima, in quella «babele di piaceri" che era Cartagine, una vita dissoluta, pur essendo un retore brillante. Si converti grazie al/'influenza di un prete, Ceciliano, e si formò alla sua scuola. Nel 248, Cipriano divenne vescovo dell'importante sede di Cartagine, da cui dipendevano tutte le Chiese d'Africa (più di 150 vescovadi). Fu da allora talmente pastore che le sue opere ed il suo pensiero non possono capirsi se non nel contesto storico della sua vita di vescovo, sempre sotto la minaccia di persecuzioni e di scismi.
Nel 250 scoppiò la terribile persecuzione di Diocleziano. Per il bene del suoi, Cipriano si auto condannò all'esilio, da dove continuò ad occuparsi di loro. Egli non poté sfuggire ad una nuova persecuzione, nel
258, durante la quale mori decapitato.

Il Signore della pace e dell'unità non ha voluto che la preghiera fosse un atto isolato e privato. Così, quando qualcuno prega, non deve farlo per sé solo. Noi non diciamo: "Padre mio che sei nei cieli", né: "Dammi il mio pane quotidiano». Nessuno chiede solo per sé di ottenere il perdono delle offese, di non essere indotto in tentazione e di essere liberato dal male. Per noi, la preghiera è pubblica e comune; e quando preghiamo, non preghiamo per uno solo, ma per tutto il popolo, poiché noi, che formiamo tutto un popolo, siamo una sola ed unica entità. Il Dio della pace ed il Signore della concordia ci ha insegnato l'unità: egli ha voluto che ognuno pregasse per tutti, così come egli ci ha portati tutti dentro di sé.
Questa legge della preghiera è stata osservata dai tre giovani rinchiusi nella fornace. Essi pregarono all'unisono, uniti in un sol cuore e nello stesso spirito. La Sacra Scrittura ne è testimone; e quando essa ci mostra il modo in cui questi uomini hanno pregato, essa ci dà un esempio che dobbiamo imitare, fino al punto da divenire simili a loro. Allora i tre, all'unisono, si misero a cantare, glorificando e benedicendo Dio (Dan. 3, 51). Essi parlavano ad una sola voce; eppure Cristo non aveva ancora insegnato loro a pregare. Ora, mentre pregavano, la loro parola fu efficace, in quanto la loro preghiera, pacifica, semplice e spirituale, commosse il Signore. Allo stesso modo, dopo l'Ascensione
del Signore, noi troviamo gli apostoli in preghiera coi discepoli: Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera (At. 1, 14)...
Ecco come il Signore ci ha detto di pregare: Padre nostro che sei nei cieli (Mt. 6, 9). L'uomo nuovo, rinato e restituito al suo Dio mediante la sua grazia, dice in primo luogo Padre, perché comincia a diventare suo figlio. Venne in casa sua, dice il Vangelo, e i suoi non lo ricevettero. Ma a quanti lo accolsero, a quelli che credono nel suo nome, diede il potere di diventare figli di Dio (Gv. 1, 11-12). Colui che ha creduto nel suo nome ed è divenuto figlio di Dio, deve dunque cominciare a rendere grazie, proclamandosi figlio di Dio e chiamando Padre, Dio che è nei cieli...
Che grande indulgenza e che immensa bontà del Signore nei nostri riguardi! Ha voluto che noi offrissimo la nostra preghiera a Dio dandogli il nome di Padre. E come Cristo è figlio di Dio, egli ha voluto che anche noi portassimo il nome di figli di Dio. Nessuno di noi oserebbe pretendere di dargli tale nome nella preghiera, se non ci fosse stato accordato da lui stesso.
Noi dobbiamo ricordarci, fratelli diletti, e dobbiamo renderei conto, che quando chiamiamo Dio, Padre nostro, noi dobbiamo comportarci da figli di Dio, affinché egli si compiaccia di noi, come noi troviamo diletto in lui. Comportiamoci come templi di Dio, e Dio dimorerà in noi.

 * La preghiera del Signore, 8-9, 11; PL 4, 523-526.

 

U16   DIO È BUONO CON I PECCATORI CHE LO INVOCANO

         Nicolas Cabasilas *

Nicola Cabasilas (circa 1320-1363), nato a Tessalonica, rimase sempre laico. Nel 1347, divenne a Constantinopoli il consigliere e l'amico dell'imperatore Giovanni Cantacuzeno. Conobbe ed ammirò profondamente il suo contemporaneo Arcivescovo Gregorio Palamas, la cui dottrina egli difese. La sua teologia è tutta sacramentaria. Ci sono rimasti parecchi suoi scritti teologici e spirituali di alto valore, fra i quali: La spiegazione della divina liturgia, e La vita in Gesù Cristo. '

Per la sua natura, le sue aspirazioni ed i suoi pensieri, l'uomo tende a Cristo, non solo perché, essendo Dio, egli attira tutto a sé, ma anche per la sua natura umana. In lui si trovano l'appagamento delle aspirazioni dell'uomo e le gioie dei suoi pensieri. Portare il suo amore o il suo pensiero a qualsiasi cosa al di fuori di Cristo, significa deviare in modo manifesto dall'unica condizione essenziale ed allontanarsi dalle tendenze comunicate alla nostra natura fin dalle origini.
Affinché Cristo sia sempre l'oggetto delle nostre meditazioni, ed affinché ad ogni istante la nostra attenzione si concentri su di lui, cerchiamo di invocare sempre, a qualsiasi ora, colui che è il principio dei nostri pensieri. Per invocarlo, non c'è affatto bisogno né di preparazione alla preghiera, né di ambiente adatto, né di esprimersi a voce alta perché egli è presente ovunque. Impossibile che non sia in noi, in quanto è più vicino a coloro che lo cercano, di quanto non lo sia il loro stesso cuore. Di conseguenza, noi dobbiamo credere che ci esaudirà al di là delle nostre preghiere, e non dubitarne malgrado i nostri difetti. Cerchiamo piuttosto di aver fiducia, poiché egli è buono con gli ingrati ed i peccatori che lo invocano. Lungi dal disprezzare le preghiere dei suoi servi ribelli, è disceso sulla terra e, per primo, ha chiamato coloro che non l'avevano ancora chiamato e che non avevano perfino mai pensato a lui: lo sono venuto, ha detto, a chiamare i peccatori (Mt. 9, 13). Se ha ricercato coloro che non lo desideravano, che cosa non farà se lo si prega? Se ha amato coloro che lo
odiavano, come potrà respingere coloro che lo amano? Perché, se noi siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figlio quando eravamo nemici, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvi per mezzo della sua vita (Rom. 5, 10).
Consideriamo inoltre in che cosa consiste la nostra preghiera. Noi non siamo certamente degni di ottenere ciò che degli amici possono chiedere e ricevere, ma piuttosto quanto viene concesso a dei servi ribelli e a dei grandi colpevoli. Non invochiamo il Signore perché ci accordi ricompense e favori, ma perché ci faccia misericordia. Domandare a Cristo, amico degli uomini, la misericordia, il perdono o la remissione dei peccati e, dopo tale preghiera, non ripartire a mani vuote, a chi può convenire se non ai colpevoli? Infatti non sono i sani che han bisogno del medico (Mt. 9, 12). Certamente, se è stato reputato giusto che gli uomini dovessero rivolgersi a Dio con voce supplichevole, questa non può essere che la voce di coloro che hanno bisogno di misericordia, cioè dei peccatori.
Invochiamo Dio con la nostra bocca ed anche con i nostri desideri e i nostri pensieri, onde poter applicare a tutto ciò per cui abbiamo peccato, il rimedio salutare, perché non vi è nessun altro nome in cui dobbiamo essere salvati (Ebr. 4, 12).

 * La vita in Gesù Cristo, libro 6: PG 150, 682-683.

 

U17   «ASCOLTATELO»

          Henri Caffarel *

Henri Caffarel è stato ordinato sacerdote nel 1930. Il suo ministero sacerdotale ha avuto inizio presso il Segretariato della J.o.C. Dal 1938, egli ha lavorato principalmente presso i centri di spiritualità familiare. E' per questi ultimi ed insieme con essi che ha fondato nel 1945 «L'Anneau d'Or», rivista di spiritualità familiare, e poi nel 1947 le Équipes Notre-Dame, un movimento che raggruppa più di ventimila centri di spiritualità familiare. Per rispondere al loro desiderio d'imparare a pregare, pubblica dal 1957 «Les Cahiers sur l'oraison» in cui fa partecipe il lettore di diverse ricerche e testimonianze sulla preghiera, come questa che stiamo per leggere.

Mentre i Vangeli ci offrono innumerevoli parole pronunciate dal Cristo, non ne riportano che tre pronunciate dal Padre. Quanto preziose dovrebbero essere per noi! Una di esse è un consiglio; l'unico consiglio del Padre ai propri figli. Con che infinita, filiale deferenza dobbiamo noi accoglierlo e con quanta sollecitudine seguirlo! Tale consiglio, che racchiude in sé il segreto di ogni santità, è semplice e si esprime con una parola sola. Ascoltate/o, dice il Padre, indicandoci il suo diletto Figlio.
Quella di sapere ascoltare è una grande arte. Cristo stesso ci mette sull'avviso: Guardate dunque in qua/ modo ascoltate (Le. 8, 18). Se siamo ciglio della strada, terreno roccioso o incolto, la sua Parola non potrà crescere in noi. Dobbiamo invece essere quella terra buona in cui i semi trovano quanto è loro necessario per sbocciare, svilupparsi, maturare.
Ascoltare non è peraltro soltanto ed esclusivamente un fatto d'intelligenza. E' il nostro essere, preso nella sua interezza, (anima e corpo, intelligenza e cuore, immaginazione, memoria e volontà) che deve essere attento alla parola di Cristo, aprirsi ad essa, cederle il posto, lasciarsi investire, invadere, prendere da essa, e ad essa dare una adesione senza riserve.
Comprenderete ora perché uso il verbo ascoltare più volentieri di quanto non usi il verbo meditare. Ha un accento più evangelico, e soprattutto designa non tanto un'attività
che si compie da soli, quanto un incontro, uno scambio, un rapporto affettivo fra due cuori: questo è essenzialmente l'orazione.
A dire il vero, senza la grazia nessuno saprebbe ascoltare Cristo, in quanto noi siamo tutti sordi per nascita, figli di una razza di sordi. Ma nel nostro battesimo Cristo ha pronunciato la parola che, dopo la guarigione del sordomuto della Decapoli, ha aperto le orecchie a milioni di discepoli: Effata (Mc. 7, 34).
Quando le offriamo accesso attraverso la preghiera, la parola di Cristo ci converte, ci fa passare dalla morte alla vita (Gv. 5, 24), ci resuscita; essa diventa in noi e per noi, fonte zampillante, vita eterna.
Ma ascoltare la Parola non è sufficiente. Beato, dice Cristo, colui che ascolta la parola di Dio e la custodisce (Lc. 11, 28), chi se ne compiace, si nutre e la porta con sé, come Maria portava nel seno il fanciullo che aveva concepito e che era la Parola sostanziale. Attraverso sua madre, Gesù santificava coloro che ella incontrava, faceva trasalire di gioia il Battista nel seno di Elisabetta. Così vuoi fare attraverso noi.
Ma dire tutto questo non è ancora sufficiente. E' importante che la Parola ascoltata, custodita, sia messa attivamente in pratica (Giac. 1, 25). Questo ci fa capire che bisogna, durante tutto il corso della giornata, essere attenti alla sua presenza che agisce in noi, abbandonati ai suoi suggerimenti, ai suoi impulsi. Sarà il suo dinamismo che ci farà moltiplicare le opere buone, lavorare, faticare, vivere, morire per la venuta del Regno del Padre. E se noi saremo fedeli, la nostra gioia sarà grande, in quanto Gesù ha detto: Mia madre ed i miei fratelli san coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc. 8, 21).

 *  Présence à Dieu, Ediz. du Feu nouveau, Parigi 1970 - pp. 130-132.

 

U18   «SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE»

          Roger Troisfontaines *

Professore alle Facoltà universitarie di Namur (Belgio), P. Roger Troisfontaines, S.J., nato a Liegi nel 1916, è licenziato in teologia e ha ottenuto la laurea in filosofia e lettere alla università di Lovanio. La sua opera principale Dall'esistenza all'essere, segna una data nella evoluzione dell'esistenzialismo sviluppato da Gabriel Marcel.
Ben radicato nella filosofia classica, /'insegnamento di P. Troisfontaines si apre alla ricerca
- vitale per la Chiesa. di una unione progressiva alla totalità del reale. Egli promuove un personalismo autenticamente cristiano, offrendo un'esperienza di vita e di preghiera pervasa di spirito evangelico.

Uno degli aspetti della preghiera di Cristo che traspare dal Vangelo è che Gesù non ha esitato a chiedere. Egli proclama persino che lo farà ancora nella sua vita gloriosa: lo pregherò il Padre, che vi darà un altro Consolatore (Gv. 14, 16). Cade ogni meschina obiezione. Certo, il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno e il moltiplicare le parole è cosa oziosa e pagana (cf. Mt. 6,7-8). Ben altro è il conversare col Padre sui nostri difetti e fragilità, sui nostri desideri e aspirazioni, ossia il rimetterei nella verità di ciò che siamo noi - o di ciò che non siamo - e di ciò che egli è.
Anche quando impetra e supplica, la preghiera non è un «mezzo» e non v'è da chiedersi se essa «serva» o «a che serva». Avanziamo forse tali obiezioni rispetto all'amore o all'amicizia? Ora, la preghiera è carità in atto, rientra nell'ordine dei fini, dei valori. Pregare, è amar Dio e gli uomini; amarli, è pregare. Così Gesù visse la preghiera.
Ed è così che egli ci invita a pregare: con fiducia, senza interruzioni (si cessa forse d'amare?), nell'intimo o in comunione con altri, con quei gemiti ineffabili suscitati in noi dallo Spirito o con formule prefissate. Egli ci suggerisce di chiedere al Padre lavoratori per la messe, l'acqua viva che sgorga nella vita eterna, la gioia perfetta, lo Spirito Santo.
A
richiesta dei discepoli, insegna il Pater: Padre nostro che sei nei cieli; il Padre suo è anche nostro e di tutti gli uomini. Dobbiamo credere in questa filiazione divina e cercare come trasmettere al mondo la Buona Novella: come saremo i testimoni dell'Amore?
Le prime domande esprimono ciò che fu la ragione di vita del Cristo, il suo cibo: Sia santificato il tuo nome, che tu sia, Padre, glorificato, conosciuto e amato come tu sei in verità. Venga il tuo regno, il Regno che non è di questo mondo ma vi si prepara, quel Regno che riunisce tutti gli uomini, per la loro salvezza, mediante la loro personale amicizia con l'unico Re, Gesù Cristo. Che la tua volontà d'amore universale si compia sulla terra come in cielo (Mt. 6, 9-10). In seguito, chiediamo per noi stessi il pane di questo giorno: oggi, domani e il giorno escatologico. Chiediamo il perdono dei nostri peccati, ed estendiamo agli altri questa concordia, come ogni impulso d'amore. Infine, chiediamo la vittoria sulle tentazioni e sullo Spirito del male, sostenuti dall'esempio del Cristo e dalla sua preghiera per noi.
Che la contemplazione assidua e amorosa del Signore in preghiera sia la nostra quotidiana istruzione e la gioia della nostra vita: Signore, insegnaci a pregare.

* Collectanea Cisterciensia, Scourmont, 1971, pp. 25-26.

 

U19   LA PREGHIERA, FEDELTÀ DELL'AMORE

         Robert Guelluy *

Professore all'Università di Lovanio in Belgio dal 1963, il canonico Gue!luy è nato nel 1913. Si interessa di metodologia della teologia: pur considerando nel suo giusto valore il metodo deduttivo e razionale, pratica una teologia induttiva sfumata, in cui trovano posto l'evento, l'esperienza cristiana e la preghiera. La sua opera e la sua predicazione testimoniano il suo amore verso Dio, nostro Creatore e Padre, che si manifesta in Gesù Cristo e suscita in noi l'accoglimento della fede.

Il colloquio con Dio è necessario per il semplice motivo che la Buona Novella evangelica instaura tra lui e noi dei rapporti di reciproco amore: allorché si ama alcuno, bisogna dirglielo talvolta, e non è sufficiente che si lavori per lui. la preghiera è dovere d'amicizia: Cristo venne per insegnarci a vivere, non come servi, ma come amici.
Quando una amicizia deriva da Dio e allorché è essa che vivifica tutto ciò che si è e tutto ciò che si fa, questa amicizia merita che le si dedichi qualche istante per riscoprirla con fiduciosa gratitudine.
Noi non crediamo spontaneamente alle buone notizie, non siamo propensi a prender sul serio l'amicizia di Dio. Quindi, affinché le nostre vite siano evangeliche, e il Dio di Gesù Cristo sia veramente nostro Dio, bisogna riservarci del tempo per meditar con lui la Rivelazione che egli ci ha fatto, in relazione a ciò che noi siamo per lui ed egli per noi.
Quale sarà la durata di questa preghiera esplicita, quali i ritmi? le risposte a tali domande ci verranno contemporaneamente dalla preghiera e dall'azione che ne evidenzierà valori e lacune.
le risposte varieranno secondo le vocazioni, gli stadi della vita spirituale e della vita in genere, e non saranno mai definitivi.
Dobbiamo diffidare d'una fedeltà che può renderei il cattivo servizio di inorgoglirei segretamente dei nostri sforzi; diffidare anche delle buone scuse che ci tranquillizzino della nostra fuga del raccoglimento.
L'essenziale è imporsi dei tempi di preghiera non per
spirito di disciplina. ma per fedeltà alla grazia. Tale fedeltà, lealmente impostata, potrà a volte imporre dei tempi di sosta, dedicati alla meditazione della Parola di Dio sotto il suo sguardo, e talvolta potrà essere anche una sosta molto lunga. E' possibile d'altra parte che, durante periodi abbastanza lunghi, la preghiera si riduca alla sola virtù dell'azione sorretta dallo spirito di fiduciosa disponibilità. L'essenziale è restare «nell'ascolto di Dio»; sarebbe più dannoso non imporsi un tempo prolungato di silenzioso raccoglimento allorché ci si sente attratti dalla logica stessa della vita di pietà, nel momento in cui il lavoro è più assillante o ci si trova ad esempio oppressi da una grande sofferenza, che derogare da un orario tradizionale di preghiera.
La preghiera esplicita deve evangelizzare il cuore e convogliarlo verso il prossimo che si è tentati di sfuggire; questo incontro, evangelicamente vissuto, deve a sua volta far rinascere il bisogno di una preghiera più cosciente.
La preghiera metodica farà sgorgar la preghiera spontanea nella misura in cui sarà vissuta come grazia, piuttosto che come una conquista umana; la preghiera spontanea a sua volta farà ritornare alla preghiera metodica.

 *  Présence de Dieu, Casterman, 1970, pp. 39-41.

 

U20  PROVVIDENZIALE ALL'UOMO È IL PREGARE

        San Tomaso d'Aquino *

San Tomaso d'Aquino (1225-1274) nacque presso Monte Cassino. Dopo i corsi di filosofia a Napoli entrò fra i Frati Predicatori e proseguì gli studi a Parigi, indi a Colonia dove fu discepolo di Sant'Alberto Magno. Nel 1257, contemporaneamente a san Sonaventura, ebbe il titolo di maestro in teologia. La sua opera è immensa. E' noto che san Tomaso adottò, cristianizzandola, la filosofia aristotelica. Sempre distinse il dominio della ragione, accessibile e dimostrabile, da quello della fede fondata sulla Rivelazione. La sua teologia nasce dalla ricerca della loro necessaria concordanza. Filosofo, commentatore della Sacra Scrittura, teologo, che porta la scolastica al massimo splendore, e mistico, Tomaso d'Aquino è uno dei grandi geni religiosi dell'umanità.

Nel provvidenziale disegno di Dio, è dato a tutto ciò che esiste il mezzo di pervenire al proprio fine come conviene alla sua natura. Gli uomini stessi hanno ricevuto, per ottenere ciò che sperano da Dio, un mezzo idoneo alla condizione umana. Questo esige che l'uomo si serva della preghiera per ottenere dagli altri ciò che egli spera, specie se colui cui si rivolge gli è superiore. Per questo è raccomandato agli uomini di pregare per ottenere da Dio ciò ch'essi sperano da lui. Ma la necessità della preghiera differisce a seconda che si tratti di ottenere qualcosa da un uomo o da Dio.
Allorché la preghiera si indirizza a un uomo, essa deve anzitutto esprimere il desiderio e il bisogno del richiedente. Occorre che intenerisca, sino a farlo commuovere, il cuore di colui che si implora. Ora, questi due elementi sono superflui nella preghiera che si eleva a Dio. Pregando, non dob. biamo assillarci di manifestare i nostri desideri o le nostre necessità a Dio che tutto conosce. Perciò il salmista dice al Signore: Signore, ti sta dinanzi ogni mio desiderio (SI. 37, 10). E leggiamo nel Vangelo: Il Padre vostro sa ciò di cui avete bisogno (Mt. 6,8). Né si tratta di piegare, con parole umane, la volontà divina a volere ciò che all'inizio non voleva, poiché è detto nel libro dei Numeri: Dio non è come l'uomo che può mentire, né come il figlio dell'uomo, che può mu
tarsi (23,19) e nel libro di Samuele: Perché egli non è un uomo, per doversi pentire (1 Sam. 15,29).
Tuttavia
la preghiera è necessaria all'uomo per ottenere la grazia di Dio; e ciò in rapporto a colui stesso che prega, affinché consideri le proprie deficienze e pieghi il cuore a desiderar con fervore e pietà ciò che egli spera di ottenere con la preghiera. E così l'uomo si rende atto a ricevere.
Un'altra sfumatura distingue la preghiera a Dio da quella rivolta all'uomo. La preghiera indirizzata a un uomo esige anzitutto un certo grado di familiarità, per cui si avrà accesso a colui che si supplica. Invece la preghiera a Dio ci fa per se stessa familiari di Dio, perché l'anima nostra si eleva verso di lui, si intrattiene affettuosamente con lui e lo adora in spirito e verità. Questa intimità acquisita pregando, incita l'uomo a continuar la preghiera con fiducia. Per questo è detto nel salmo: Innalzo a te il mio grido, o Dio, ossia ho pregato con fiducia, perché mi esaudisci (16,6). Ammesso all'intimità con Dio da una prima preghiera, il salmista prosegue nella preghiera con fiducia maggiore. Così, nella preghiera a Dio, l'assiduità o l'insistenza nel domandare non è importuna, bensì gradita a Dio; perché dice il Vangelo: bisogna pregare sempre senza stancarsi mai (Lc. 18,1) e altrove il Signore ci invita a domandare: Chiedete e vi sarà dato; picchiate e vi sarà aperto (Mt. 7,7).

 * Compendium theologiae, 2" parte, cap. 1. Testo latino in Opuscula omnia, Lethielleux, Parigi 1927, t. Il pp. 199-200.

 

U21   PREGHIERA, LODE, RINGRAZIAMENTO

          San Francesco d'Assisi  * 

«Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo» (GaI. 6, 14). Tutta la fisionomia e la vita di Francesco sono racchiuse in questa tensione d'amore. Il Cristo si svela a lui nel Vangelo e lo sradica da se stesso per abbarbicar/o all'amore della Croce e a quello di Madonna Povertà. Seguito nella sua trasformazione da numerosi discepoli, stabilisce per essi una nuova regola di vita, che viene presto riconosciuta e approvata dalla Chiesa. Figura tra le più umane, umile, semplice e gioioso, sa innalzare tutta la creazione a cantico di lode verso il suo Creatore. Sigillato dalle piaghe di Cristo crocifisso, che in un'estasi riceve sul monte della Verna, muore dopo pochi anni ad Assisi nel 1226.

«Onnipotente, altissimo, santissimo e sommo Iddio, Padre santo e giusto, Signore e Re del cielo e della terra, per te medesimo ti rendiamo grazie, poiché per il tuo santo volere e per l'unico Figl iuol tuo nello Spirito Santo creasti tutte le cose spirituali e materiali, e noi fatti a tua immagine e somiglianza ponesti nel paradiso e poi per nostra colpa siamo caduti. Anche ti ringraziamo perché, come per mezzo del Figliuol tuo ci creasti, così pure per la vera e santa carità con la quale ci hai amati (Gv. 17,26), hai fatto nascere lui stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre Vergine beatissima Santa Maria, ed hai disposto che pel merito della sua croce, del suo sangue e della morte sua noi fossimo redenti dalla schiavitù. E ti ringraziamo, perché lo stesso tuo Figlio verrà di nuovo nella gloria della sua maestà per mandare i maledetti, che non fecero penitenza e non vollero conoscerti, nel fuoco eterno e per dire a tutti quelli, i quali ti conobbero, adorarono e servirono nella penitenza: Venite, benedetti dal Padre mio, entrate in possesso del regno, che vi è stato preparato dal principio del mondo (Mt. 25,34).
E poiché noi miseri e peccatori non siamo degni di nominarti, supplici preghiamo il Signor Nostro Gesù Cristo Figlio tuo diletto, nel quale ti sei compiaciuto (Mt. 17,5), di ringraziarti di tutto egli stesso, insieme con lo Spirito Santo Paraclito, come piace a te ed a loro, dal momento che egli ti basta a tutto, e per mezzo suo tanto bene hai fatto a noi.
Alleluia. E preghiamo umilmente per amor tuo la gloriosa madre beatissima Maria sempre Vergine, i beati Michele, Gabriele, Raffaele e tutti i cori degli spiriti beati dei serafini, cherubini e troni, dominazioni, principati e potestà, virtù, angeli, arcangeli, i beati Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Pietro, Paolo ed i beati patriarchi, profeti innocenti, apostoli, evangelisti, discepoli, martiri, confessori, vergini, i beati Elia ed Enoch e tutti i santi, i quali furono, sono e saranno, affinché, come a te piace, per tanti benefici rendano grazie a te sommo e vero Dio, eterno e vivo, col tuo Figlio carissimo e Signor Nostro Gesù Cristo e con lo Spirito Santo Paraclito, nei secoli dei secoli, così sia. Alleluia»...
Nient'altro dunque dobbiamo desiderare, nient'altro volere, in nient'altro trovare piacere e diletto, ali 'infuori del Creatore, Redentore e Salvator nostro, solo vero Dio, il quale è bene perfetto, ogni bene, tutto il bene, verace e sommo bene e solo è buono, pio e mite, soave e dolce, che solo è santo, giusto, vero e retto, che solo è benigno, innocente e puro, dal quale, per il quale e nel quale si trova ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti i penitenti e giusti, di tutti i beati che insieme godono in cielo. Quindi nulla ci trattenga, nulla ci divida, nulla si frapponga. Ma noi tutti, in ogni luogo, ora e tempo, ogni giorno e sempre crediamo con fermezza ed umiltà e portiamo nel cuore, amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifichiamo ed esaltiamo, magnifichiamo e ringraziamo l'altissimo e sommo eterno Dio, Trinità ed Unità, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, salvatore di quelli che in lui credono e sperano ed amano lui, che è senza principio e fine, immutabile, invisibile, inenarrabile, ineffabile, incomprensibile, imperscrutabile, benedetto, degno di lode, glorioso, sovraesaltato, sublime, eccelso, soave, amabile, dilettevole e tutto sempre sopra tutto desiderabile nei secoli dei secoli.

 *  Prima Regola dei Frati Minori, c. XXIII; Ed. Vita e Pensiero, Milano 1944; pp. 60-63.