PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI  CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

X1 San Basilio NON ACCUMULARE TESORI PER SE STESSI
X2 Roger Schutz IL CRISTIANO E L'ELABORAZIONE DI UNA NUOVA SOCIETÀ
X3 Primo Mazzolari MISERICORDIA E GIUSTIZIA
X4 San Gregorio di Nissa LA MISERICORDIA E LA BENEFICENZA SONO AMICHE DI DIO
X7 Jacques Guillet «BEATI I POVERI!»
X8 San Gregorio Nazianzeno AMARE I POVERI
X9 San Gregorio Nazianzeno A TUTTI, DIO DISTRIBUISCE EQUAMENTE I SUOI DONI
X10 San Gregorio Nazianzeno AMIAMO CRISTO NEI POVERI
X11 Gérard Huyghe FAR COMPRENDERE AI POVERI LA BUONA NOVELLA DELLA SALVEZZA
X12 I Vescovi del Belgio ELEVARE OGNI UOMO E TUTTO L'UOMO
X13 Helder Camara EUCARISTIA E GIUSTIZIA SOCIALE
X21 Dominique Pire

CHE COS'È LA PACE?

X23 Tommaso da Kempis L'UOMO UMILE E PACIFICO PIACE A DIO
X24 Paolo VI OGNI UOMO È MIO FRATELLO
X25 Marcelle Auclair «BEATI I PACIFICI!»
X41 Sant' Agostino LA MANIFESTAZIONE DELLO SPIRITO È DATA A CIASCUNO IN VISTA DEL BENE COMUNE
X42 Paul Couturier LO SCANDALO DEL CRISTO DIVISO
X43 San Gregorlo di Nissa UNICA È LA MIA COLOMBA
X44 Sant'Ignazio d'Antiochia ESSERE ACCORDATI CON IL VESCOVO COME LE CORDE ALLA LIRA
X45 Paul Couturier LA CARITÀ AL PRIMO POSTO
X46 Teilhard de Chardin AZIONE UNIFICANTE DELLA PUREZZA DI CUORE E DELLA CARITÀ
X47 Lacordaire

IL FIGLIO DELL'UOMO

X53 Paul Couturier LA PREGHIERA DI CRISTO PER L'UNITÀ
     

 

X1   NON ACCUMULARE TESORI PER SE STESSI

       San Basilio *

San Basilio il Grande, nato verso il 330 e morto nel 379, fu vescovo di Cesarea in Cappadocia. Monaco austero, pastore di anime attento ai bisogni dei poveri e dei malati, e uomo di governo, San Basilio fu ad un tempo oratore, esegeta, moralista, difensore intrepido della fede minacciata dagli intrighi degli Ariani, e teologo di notevole valore. Si distingue per la sua energia e per il suo senso dell'equilibrio e della misura. L'insegnamento sociale di San Basilio conserva ancor oggi tutto il suo valore e, nelle sue opere, le esortazioni alla carità sono molto frequenti.

Sta' ben attento che a te non capiti la stessa fine del ricco stolto. Questa parabola è stata scritta, perché cerchiamo di non diventare simili a lui. Prendi esempio, uomo, dalla terra e, come lei, porta il tuo frutto, per non apparire inferiore a lei che è inanimata. La terra produce i frutti, alimentandoli con i suoi succhi, non per il proprio vantaggio, ma per servire te.
Tu invece, quando fai della beneficenza, in definitiva raccogli per te stesso, perché i frutti delle opere buone tornano a vantaggio di chi le compie. Hai dato qualcosa a chi aveva fame? Quello che hai dato diventa veramente tuo e ti ritorna moltiplicato. Come il grano, caduto a terra, torna in guadagno per 'chi semina, così anche il pane deposto nel seno del povero rende col tempo un frutto copioso. Che il termine della tua mietitura sia per te !'inizio della semina celeste, come dice la Scrittura: Seminate per voi secondo giustizia (Osea 10, 12).
Per qual motivo, quindi, ti inquieti e ti tormenti, lottando con fango e mattoni per chiudere sotto chiave i tuoi beni?
Il buon nome vale più delle grandi ricchezze (Prov. 22, 1). Se dai molto valore ai beni materiali per la considerazione che ispirano, rifletti quanto più vantaggioso sia, per acquistar gloria, l'essere chiamato padre di migliaia di fanciulli, che non l'avere nella borsa migliaia di stateri. Che tu lo voglia o no, dovrai lasciare quaggiù le tue ricchezze; invece, porterai via con te, davanti al Signore, il tuo amore per le opere buone. Allora tutta la moltitudine dei tuoi beneficati, attorniandoti davanti al Giudice di tutti, ti chiamerà padre, benefattore e con tutti quei nomi che indicano l'amore per gli uomini.
Non vedi che, per l'onore di un momento, per gli applausi e l'acclamazione del popolo, c'è della gente che sperpera le proprie ricchezze, nei teatri, negli spettacoli di lotta e di pugilato, per i mimi, per le lotte degli uomini con gli animali, che a qualcuno destano nausea? E tu, da parte tua, saresti così avaro a fare delle spese, quando stai per entrare in una gloria tanto grande? Dio stesso ti approverà. Gli angeli acclameranno di gioia, tutti gli uomini che esistono dalla creazione del mondo, ti diranno beato. La gloria eterna, la corona di giustizia, il Regno dei cieli saranno la tua ricompensa per aver distribuito con saggezza dei beni perituri...
Quanta riconoscenza dovresti avere per chi ti ha fatto del bene! Quanto dovresti essere lieto e raggiante per lo onore di non essere tu a disturbare le porte degli altri, ma perché sono gli altri che si ammassano presso le tue! Tu ora sei tutto triste e scontroso ed eviti ogni incontro, per paura che, in qualche modo, ti si costringa a tirar fuori dalle mani la minima cosa. Sai dire una sola parola: «Non ho niente, non ti darò niente perché sono povero». Veramente, sei proprio un poveretto, manchi davvero di qualsiasi bene: povero di amore, povero di fede in Dio, povero di speranza eterna.

* Eis to reton tou kata Loukan «kathelo...»PG 31, 265 B, 268 A; 276 A.

 

 

X2   IL CRISTIANO E L'ELABORAZIONE DI UNA NUOVA SOCIETÀ

       Roger Schutz *

Pastore riformato di origine svizzera, Roger Schutz si è domicitiato nel 1940 nel villaggio di Taizé in Borgogna. Ha composto una Regola, magna charta della vita della Comunità, formatasi a poco a poco attorno a lui per pregare ed operare In vista della Unità di tutti I cristiani. Ha pubblicato «Vivere l'oggi di Dio», «Dinamica del provvisorio» e «Unanimità nel pluralismo».

Un cristiano avrebbe forse paura di insudiciarsi le mani se si occupasse della promozione dell'uomo? Quando vieta ogni impegno nelle scienze umane, nell'economia e nella politica, il pietismo è temibile. Accettare la volontà di Dio non consiste nel dire semplicemente Signore, Signore (Mt. 7, 21), ma nel contribuire coraggiosamente al bene comune.
Uno dei caratteri autentici del cristiano, negli anni che verranno, sarà la sua capacità di preparare un nuovo genere di rapporti. Per il laico, si tratterà dell'impegno in una politica nel senso più ampio della parola: non lotta di parte i cui orizzonti si immiseriscono e dove ognuno rischia di servire gli interessi di un clan, ma piuttosto la edificazione della città umana...
Noi siamo tutti incalzati dalla necessità di creare una comunione di beni. Questa non può abbracciare un ambiente ristretto, una sola comunità locale o anche nazionale. In una rinnovata consapevolezza dei bisogni di tutti gli uomini sulla faccia della terra, il cristiano sarà sempre più sollecitato a disporre di tutti i suoi beni in vista del vantaggio dell'umanità, per poter introdursi in una società in cui tutto è partecipato ed equamente ripartito...
Dipende dai cristiani che la nuova società si costruisca con loro e non senza di loro. Ma qui la tensione si fa acuta. Alcuni, per fanatismo, vogliono imporre una soluzione esclusiva. Ora il mezzo di un accordo pacifico risiede nella certezza della complementari età degli impegni.
La violenza delle discussioni raffredda la generosità. L'intolleranza elo spirito di condanna tra noi uomini, tormentati da quanto si svolge sotto i nostri occhi, taglia fuori ancora di più quelli che avrebbero voluto collaborare. Non è inutile ricordarlo: coloro la cui storia porta le tracce più profonde dell'intolleranza, diventano, in certe circostanze, capaci talora - a loro volta - di una intransigenza che si avvicina a quella dell'inquisizione. S'impone dunque la necessità di accostamenti pluralistici per entrare nelle nuove tensioni create dallo sviluppo della società. Alcuni, seguendo il proprio genio, saranno una presenza nascosta tra i più poveri; ad altri toccheranno invece grandi realizzazioni. Altri poi, con una riflessione lungamente maturata, si prefiggeranno lo scopo di demolire le tirannie. Tutto questo insieme appartiene all'elaborazione di una nuova società.

* Violence des pacifiques, Les Presses de Taizé, Taizé 1968, pp. 195-198.

 

X3  MISERICORDIA E GIUSTIZIA

       Primo Mazzolari *

Don Primo Mazzolari (1890-1959): parroco, predicatore, conferenziere, scrittore, giornalista e polemista. In tutto e soprattutto, sempre: Sacerdote, uomo di Dio. Non ci sono schemi in cui possa essere racchiusa la sua opera, perché il suo metodo era l'amore, un amore senza misura. Nella sua vita don Primo aveva in realtà avvertito il Cristo e lo aveva fatto avvertire, oltre che nel mistero dell'Eucaristia, nella stessa presenza dei poveri: il tesoro - come egli diceva - della sua parrocchia. Aveva qualcosa del profeta che parla senza preoccuparsi dei rischi personali che la sua parola gli può far correre. Autentico scrittore sa interessare, conquistare, convincere; sa stabilire una giusta sintesi tra il passato e il nuovo, tra la cultura e la vita, rimanendo ancorato a sicuri principi che danno il senso esatto della situazione.

Zaccheo, presto, scendi; perché oggi devo fermarmi a casa tua... (Le. 19, 5). Il Padre porta scolpito nel cuore il nome di ciascuno di noi. Egli ci ha creato a uno a uno e ci chiama per nome a uno a uno. Chi scrive il proprio nome nel cuore dell'uomo lo scrive sulla sabbia: chi lo scrive nel cuore di Dio lo scrive sulla roccia, una roccia che sanguina...
Posso chiudere il cuore, non posso dire: Tu non mi hai mai parlato. Il dialogo con l'Immenso è continuo e implacabile nella sua amabilità. Appunto perché non grida sulle piazze, né alza la voce ai crocicchi delle strade, non spegne il lucignolo fumigante, né spezza la canna fessa (Mt. 12, 19-20), diventa estremamente duro ricalcitrare. Dove mi riparerò? Adamo ed Eva si nascondono dopo il peccato e Dio li rincorre. La sua voce è un soffio, ma se il nostro cuore si fa pietra, la parola si fa fuoco. Non può tornar vuota la Parola.
Zaccheo, presto, scendi... L'Eterno ha fretta: e sarebbe una bestemmia se l'Eterno non fosse l'Amore. Dio può attendere anni e anni: c'è però un attimo in cui matura la mia salvezza o il mio perdimento ed è giusto che Colui che è venuto per salvarmi abbia fretta.
Il Signore ha fretta per me: egli sa che chi sta male non può attendere, che il povero non può attendere, che la giustizia non può attendere. E dalla croce pesa nel tempo il peso di ogni croce. Signore, affrettati a venire in mio aiuto (si/. 69, 2). Spesso non riesco a gridarglielo come dovrei, ma Lui comprende: soprattutto comprende quello che non può condividere. Egli ha fretta di scaricarmi di una croce, che non è la buona croce dell'uomo. Nel fornire le ragioni della sua fretta, Egli rovescia le posizioni per non indisporre. Se avesse detto a Zaccheo: «Fa presto a buttar via il tuo peccato», l'altro, non ancora pienamente avvertito del suo star male, avrebbe potuto offendersi. Dicendogli che oggi, proprio oggi, deve fermarsi a casa sua, non l'umilia, anzi, gli rende onore davanti alla gente che si è messa in ascolto con attenta curiosità.
Oggi. Un invito porta sempre la data. Gesù fissa l'incontro con urgenza. Chi non ha urgenza vuoi dire che non brucia: e se non brucia, come posso credere che egli mi voglia veramente bene? Oggi, al pari di devo, viene fuori dalla carità,che a molti pare meno impegnativa della giustizia, ma non lo è...
Io dono la metà dei miei beni ai poveri (Lc. 19, 8)... Zaccheo intuisce che la prima ingiustizia non è il possedere con frode, ma il possedere molto, mentre tanti hanno niente. Il niente dei poveri, davanti a Dio, vale incomparabilmente. Siccome «i poveri li abbiamo sempre con noi»(cfr. Mt. 26, 11), ci dobbiamo regolare con essi come si è regolato il Signore, che è nato povero ed è vissuto, ha parlato ed è morto su misura dei poveri... I poveri sono dappertutto e hanno tutti il volto del Signore... Gesù, in casa di Zaccheo, si comporta come a Betlemme: non condanna nessuno, non si mette contro nessuno, non fa neanche il povero, «è» il povero, che è tutt'altra cosa di un mestiere: è la condizione dell'uomo.

* Zaccheo - Ed. La Locusta, Vicenza 1967, pp. 29, 32; 49-54.

 

X4  LA MISERICORDIA E LA BENEFICENZA SONO AMICHE DI DIO

      San Gregorio di Nissa *

Gregorio, vescovo di Nissa (335-394), è fratello di S. Basilio, che egli considera sempre come suo maestro, per quanto gli sia superiore per profondità e originalità teologica. Poeta e mistico, è anche il pensatore più vigoroso e più brillante dei Padri greci del IV secolo. Le sue doti intellettuali non gli impedivano, di essere molto umano e attento ai bisogni dei suoi fratelli. Lo spirito evangelico di questo vescovo ne fece il grande difensore dei poveri.

Per quanto ogni parola della Scrittura ci educhi a divenire simili al nostro Signore e Creatore, nella misura in cui è possibile ad un essere mortale imitare Dio sommamente beato, noi tuttavia facciamo sempre tornare ogni cosa a nostro personale vantaggio e quello che non tratteniamo per le necessità della nostra vita lo riponiamo in serbo per i nostri eredi. Non si fa nessun conto degli sventurati, non ci si dà minimamente pensiero, con un briciolo d'amore, dei poveri. O gente incapace di misericordia!
Se qualcuno vede un altro privo di pane, che manca perfino della razione di cibo indispensabile alla vita, non corre subito in suo aiuto con generosità, non gli tende la salvezza, ma lo sta a guardare da lontano, come si guarda un albero dai rami fiorenti, che avvizzisce miseramente per mancanza di acqua. E tutto questo avviene quando egli personalmente possiede dei beni materiali sovrabbondanti e quando sarebbe in grado di far rifluire, a vantaggio di molti, il soccorso delle sue ricchezze. Il flusso di una sorgente irriga molte distese campestri che le si aprono attorno: allo stesso modo, l'agiatezza economica di una casa potrebbe essere sufficiente per salvare folle di poveri: a, patto però che non si sia preoccupati soltanto di sé o si rifiuti di mettere in comune i propri beni, come pietre, che, cadute nello sbocco di una sorgente, ne ostruiscono il fluire delle acque. Non viviamo soltanto secondo la carne: viviamo un po' anche per Dio... La misericordia e la beneficenza sono opere gradite a Dio. Quando tali virtù abitano in un uomo, lo divinizzano; imprimono in lui la somiglianza perfetta del bene, perché sia immagine dell'Essenza prima, santa e superiore ad ogni intelligenza...
Perciò voi tutti, che siete stati creati esseri ragionevoli e possedete l'intelligenza, maestra e interprete delle realtà divine, non lasciatevi sedurre dalle realtà effimere. Cercate di acquistarvi ciò che non delude mai chi ne entra in possesso. Segnatevi dei limiti nell'uso dei beni della vita. Non tutto è vostro: fatene parte coni poveri, i prediletti di Dio. Tutto è di Dio, il nostro Padre comune. E noi siamo fratelli, perché abbiamo la stessa origine. Per dei fratelli, la cosa migliore e più equa è avere in sorte la loro eredità secondo parti uguali. Ma se, in una suddivisione ingiusta, uno o due usurpano la porzione migliore, gli altri, almeno, ne ricevano una parte. Se qualcuno poi volesse assolutamente essere padrone di tutto, escludendo i fratelli anche dalla terza o quinta parte, questi sarebbe un crudele tiranno, un barbaro intrattabile, una bestia insaziabile...
Serviti perciò dei beni materiali, ma non abusarne.

* Peri philoptokhias kai eupoiias - PG. 46 - pp. 464-465.

 

 

X7   «BEATI I POVERI!»

        Jacques Guillet *

Nato nel 1909 nel Lionese, l'autore dei Thèmes bibliques mette volentieri la sua conoscenza della Scrittura al servizio di un'iniziazione alla vita spirituale. In Jésus-Christ hier et aujourd'hui. da cui è preso il brano seguente, egli impernia con vigore «la fede che opera mediante la carità» sulla persona del Cristo, presentata come unica fonte di santità.

Cristianesimo uguale carità: eccoci di fronte al problema ed al rimprovero di tante persone: «Che ne avete fatto della giustizia, di quella giustizia per la quale morirono i profeti?... Voi tradite il povero, beatificandolo».
Per vedere con chiarezza in questa difficoltà, che è sicuramente seria e giustificata da troppi esempi, bisogna considerare un po' da vicino il Vangelo ed il modo con cui esso si riallaccia all'Antico Testamento. Ouest'ultimo fondava la giustizia sull'attenzione data al povero. Là dove il grido del miserabile si perde, la comunità vive nell'ingiustizia. Il Vangelo non toglie nulla a questa esigenza. E' senz'altro vero che esso proclama beati i poveri e gli affamati, cioè, giustamente, coloro che vengono ridotti a gemiti e lamenti dalla miseria e dalla sofferenza. Ma se Gesù riconosce in modo solenne la loro condizione di eletti, ciò è dovuto al fatto che il Regno di Dio è vicino, e che, infine, è sul punto di manifestarsi quel Dio il cui orecchio sa raccogliere tutto il dolore del mondo. Dio sta per venire a riconoscere i suoi, cioè coloro le cui voci egli seguiva di nascosto, perdute nel tumulto del mondo in cammino. Se per loro viene predetto uno stato di beatitudine, ciò è dovuto al fatto che alla fine il loro appello si è fatto sentire e che per loro è in arrivo la risposta.
Significa forse ciò che il mondo sia cambiato? La risposta può essere affermativa e negativa. Negativa, in quanto la miseria e l'ingiustizia resteranno e si faranno ancor più oppressive molti secoli dopo il Vangelo. Ma la risposta può essere pure affermativa, nella misura in cui il Regno di Dio è già all'opera, nella misura in cui la carità di Dio ip Gesù Cristo si irradia attraverso i cristiani.
Si faccia però attenzione: il povero non è beato perché è povero, ma perché vede aprirsi il Regno di Dio; l'affamato non è beato perché ha fame, ma per la carità che lo sazia. Le Beatitudini non possono dunque autorizzare il cristiano a rassegnarsi alla miseria degli uomini; al contrario, esse lo obbligano ad uno sforzo incessante per dimostrare che sono reali dando così in anticipo, con i suoi atti, un'idea di quella che sarà la generosità di Dio. Nel momento stesso in cui Gesù pronunciava le Beatitudini, egli guariva gli ammalati e moltiplicava i pani, per dare viva dimostrazione che esse stavano per avverarsi. I cristiani, il cui compito è di custodire le Beatitudini, le annunciano veramente soltanto se la loro carità brilla nel mondo come un segno della presenza divina. Si va ripetendo che il povero rappresenta Gesù Cristo, ma bisogna pensare ciò che si dice: il povero rappresenta in verità Gesù Cristo per il cristiano, soltanto se questi si decide a vestirlo, a nutrirlo ed a fargli visita. Invocare il Vangelo per lasciare il povero alla miseria, è un'illusione pericolosa. E' vero che il povero lasciato nudo ed affamato, è ancora Gesù Cristo, ma è Gesù Cristo che fa ricadere sull'ingiustizia l'indignazione dei poveri ed il peso della collera divina.

* Jésus Christ hier et aujourd'hui, Desclée de Brouwer Parigi 1963 - pp. 30-32.

 

X8  AMARE I POVERI

       San Gregorio Nazianzeno *

Gregorio Nazianzeno (329-390) è, con Basilio e il fratello di questi, Gregorio di Nissa, uno dei tre grandi della Cappadocia. Contemplativo e poeta, ebbe un'esistenza molto tormentata. Monaco al seguito di Basi/io, dovette contro sua volontà divenire arcivescovo e fu in seguito elevato alla sede di Costantinopoli. Stanco degli intrighi di questa città, si ritirò dapprima a Nazianzo, quindi nella solitudine, ove scrisse le sue opere principali.

Il primo comandamento e il maggiore, fondamento della Legge e dei profeti è l'amore che, mi sembra, dà la più grande prova di sé nell'amore dei poveri, nella pietà e compassione verso il prossimo. Nulla fa onore a Dio quanto la misericordia, poiché nulla gli è più affine, lui che la misericordia e la verità precedono (SI. 88, 15) e che preferisce la misericordia alla giustizia (cf. Osea, 6,6). Nulla quanto la benevolenza verso il prossimo attira la benevolenza dell'amico degli uomini: la sua ricompensa è giusta, egli pesa e misura la misericordia.
A
tutti i poveri dobbiamo aprire il cuore, ed anche a tutti gli infelici, quali che siano le loro sofferenze. Questo è !'intimo significato del comandamento che ci impone di rallegrarci con coloro che sono nella gioia e di piangere con coloro che piangono (cf. Rom. 12,15). Essendo noi stessi degli uomini, non è forse opportuno che siamo benevoli verso gli uomini?
Vegliamo sulla salute del prossimo con altrettanta premura che sulla nostra, sia esso sano o malato. Poiché noi formiamo un sol corpo in Cristo (Rom. 12,5): ricchi o poveri, schiavi o liberi, sani o infermi. Per tutti, non v'è che un solo Capo, principio di tutto: il Cristo. Ciò che le membra del corpo sono l'una per l'altra, ognuno di noi lo è per ciascuno dei suoi fratelli, e tutti lo sono per tutti. Non bisogna dunque trascurare né abbandonare coloro che san caduti prima di noi in uno stato di infermità in cui tutti possiamo cadere.
Piuttosto che rallegrarci d'essere in buona salute è
molto meglio compatire le disgrazie dei fratelli... Sono fatti ad immagine di Dio come noi e, nonostante la loro apparente miseria, hanno custodito meglio di noi la fedeltà di tale immagine. In essi, l'uomo interiore ha rivestito il Cristo stesso ed hanno ricevuto le stesse caparre dello Spirito (2 Cor. 5,5). Hanno le stesse leggi, gli stessi comandamenti, gli stessi patti, le stesse assemblee, gli stessi misteri, la stessa speranza. Cristo è morto anche per essi, colui che toglie i peccati del mondo (Gv. 1,29). Partecipano all'eredità della vita celeste, essi che furono privati di molti beni quaggiù. Sono i compagni delle sofferenze di Cristo, lo saranno della sua gloria...
La natura umana ci impone di aver compassione gli uni degli altri. Insegnandoci la solidarietà nelle necessità, ci inculca il rispetto e l'amore agli uomini.

 *  De l'amour des pauvres, 4-6, 14, 15: PG 35, 683, 867, 875.

 

X9   A TUTTI, DIO DISTRIBUISCE EQUAMENTE I SUOI DONI

       San Gregorio Nazianzeno *

(Questo testo fa seguito a quello della scheda X 8)

Amici e fratelli miei, non siamo economi cattivi dei beni che ci sono stati affidati, per non sentirei dire: «Vergognatevi, voi che trattenete gli altrui beni; imitate la giustizia di Dio e non vi saranno più poveri». Non affatichiamoci per ammassare e tenere in serbo allorché altri sono sfiniti dalla fame; così non meriteremo il rimprovero amaro e la minaccia del profeta Amos: State a sentire voi che dite: quando passerà il mese, per vendere le merci, il sabato per aprire i magazzini del grano? (8,5)...
Imitiamo la legge sublime e primaria di Dio che fa sorgere il suo sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt. 5,45). Egli rende padroni di immense pianure, di sorgenti, di fiumi, di foreste tutti coloro che vivono sulla terra. Per tutte le specie di uccelli crea l'atmosfera, e l'acqua per gli animali acquatici. Per la vita di tutti, fornisce in abbondanza le risorse fondamentali che non possono essere né accaparrate dai forti, né misurate da leggi, né delimitate da barriere; ma egli le dispensa a tutti in modo che nulla manchi a nessuno. Così Dio afferma l'uguaglianza nella natura mediante la giusta distribuzione dei suoi doni, così egli mostra la ricchezza della sua bontà.
Gli uomini, invece, allorché ammassano oro, argento, vesti tanto lussuose quanto inutili, diamanti e cose simili che provocano le guerre, la discordia e la tirannia, son presi allora da folle arroganza, sbarrano il cuore alle sofferenze dei fratelli e non acconsentono neppure a concedere ad essi un po' del superfluo perché abbiano di che vivere. Meschina aberrazione! Nemmeno son capaci di comprendere che povertà e ricchezza, condizione libera - come si dice - e stato servile, come altre categorie analoghe, si formarono tardi nelle comunità umane ed esplosero come epidemie contemporaneamente al peccato di cui esse erano le conseguenze. Ma al principio non fu così (Mt. 19,8). AI principio, il Creatore lasciò l'uomo libero e signore di sé, tenuto ad un unico comandamento e ricco delle delizie del paradiso. Dio voleva questo per tutto il genere umano nato dal primo uomo. Libertà e ricchezza dipendevano dall'osservanza di un solo comandamento. La violazione di esso ebbe come conseguenza la vera povertà e la schiavitù.
Da quando gelosia e dispute sono esplose per la maliziosa tirannia del serpente che ci seduce con il piacere e che spinge i più forti contro i più deboli, la famiglia umana si è lacerata in nazioni estranee le une alle altre. L'avarizia ha soppiantato la naturale generosità e si è servita della legge per dominare con la forza.
Tu però, considera l'uguaglianza originaria e non le divisioni successive, la legge del Creatore e non quella dei potenti. Aiuta la natura per quanto puoi, onora la libertà delle origini, rispetta la tua persona, proteggi la tua razza contro il disonore, soccorrila nelle infermità, sostienila nella povertà...
Non cercar di distinguerti dagli altri se non per la tua bontà. Fatti Dio per gli infelici, imitando la divina misericordia.

 *  De l'amour des pauvres, 24-26: PG 35, 890-891.

 

X10   AMIAMO CRISTO NEI POVERI

          San Gregorio Nazianzeno *

(Questo testo fa seguito a quello della scheda X 9)

Nulla imparenta l'uomo a Dio quanto la facoltà di fare il bene. E se i beni di uno sono più grandi di quelli dell'altro, siano essi almeno proporzionati a ognuno. Dio ha creato l'uomo e l'ha sollevato dopo la caduta; quindi tu non disprezzare colui che è caduto. Dio ha avuto per l'uomo una infinita compassione: gli ha dato la Legge e i profeti dopo la legge naturale non scritta; gli ha dato un maestro come guida, un pedagogo per correggerlo e istruirlo. Da ultimo, ha dato se stesso in riscatto per la salvezza del mondo...
Ogni essere dotato di corpo va soggetto a disgrazie corporali, specie se prosegue la sua strada imperturbabile, senza por mente a coloro che son caduti prima di lui. Fin che navighi col vento in poppa, stendi la mano a coloro che stanno naufragando. Quando stai in buona salute e nell'abbondanza, soccorri gli infelici. Non attender di imparare a tue spese quanto l'egoismo sia un male e quanto sia bello l'aprire il cuore a coloro che si trovano nel bisogno. Stai attento, perché la mano di Dio si fa pesante sui presuntuosi che dimenticano i poveri. Sappi trarre ammaestramento dalle altrui disgrazie e concedi fraternamente all'indigente almeno un minimo soccorso. Non sarà cosa trascurabile per colui che manca di tutto; e neppure per Dio, se hai fatto il tuo possibile. La tua premura nel dare contemperi il valore del dono: se non hai nulla, offri il tuo dispiacere. Grande conforto all'infelice è la vera pietà che sgorga dal cuore, e una compassione sincera addolcisce la sofferenza...
D'altra parte, credi forse che la carità non sia obbligatoria, ma libera? Che non sia una legge, ma un semplice consiglio? Lo vorrei anch'io e lo penserei volentieri. Ma il lato alla sinistra di Dio mi spaventa, là dove ha ammassato i capri per rivolgere loro i suoi rimproveri, non perché essi abbiano rubato, saccheggiato, commesso adulterio o perpetrato altri delitti simili, ma perché non hanno onorato Cristo nella persona dei suoi poveri (cf. Mt. 26,41-45).
Se volete credermi, voi seguaci di Cristo, fratelli e coeredi suoi, intanto che non è troppo tardi, facciamo visita al Cristo, serviamo il Cristo, ristoriamo il Cristo, vestiamo il Cristo, accogliamo il Cristo, onoriamo il Cristo e non solo offrendogli un pasto, come fanno alcuni, o degli unguenti aromatici come Maria Maddalena, o una sepoltura come Giuseppe d'Arimatea, o i servizi funebri come Nicodemo, o oro, incenso e mirra come i Magi.
E' la misericordia e non il sacrificio
(Mt. 9, 13) che desidera il Signore dell'universo, la compassione anziché migliaia di agnelli grassi. Presentiamogliela dunque attraverso le mani di coloro che sono colpiti dalla miseria, e il giorno in cui noi abbandoneremo questo mondo essi ci riceveranno nei tabernacoli eterni (Lc. 16,9), nel Cristo stesso, nostro Signore al quale appartiene la gloria per l'eternità. Amen.

 *  De l'amour des pauvres, 27, 28, 39-40: PG 35, 891-894, 895, 910.

 

X11   FAR COMPRENDERE AI POVERI LA BUONA NOVELLA DELLA SALVEZZA

         Gérard Huyghe *

Vescovo di Arras (Francia) dal 1962, dopo essere stato arciprete di Dunkerque e rettore del seminario maggiore di Lille. Gérard Huyghe è nato a Wle in Francia il 31 agosto 1909. Osservatore attento dell'evoluzione della vita religiosa nella sua diocesi, ha affidato i risultati delle sue indagini a numerosi articoli e libri, come Equilibrio e adattamento e Guidati dallo Spirito, che si pongono sulla stessa linea della sua azione al Concilio.

Il cristiano che ha scoperto il Dio vivente deve porsi in ascolto del mondo per avvertirne i lamenti e le sofferenze, e udire le invocazioni che salgono d'ogni parte.
Il richiamo più assillante proviene dalla fame e dalla sete di giustizia e di libertà. I popoli non vogliono più essere colonizzati e non accettano nemmeno d'esser aiutati, se questo soccorso deve prendere l'aspetto di ciò ch'essi definiscono come neo-colonialismo. Operai e salariati non ammettono più che il loro lavoro sia sempre insidiato dal gioco della leggi economiche che ignorano l'uomo o lo misconoscono, e non accettano che la loro insicurezza sia ingegnosamente mascherata con provvedimenti sociali in cui sospettano il paternalismo. I poveri fanno sentire la loro
voce collettiva a livello mondiale. Qui non si tratta più di quei poveri di un tempo che ricevevano il loro vitto alle porte dei monasteri o il loro pranzo alla tavola d'una famiglia cristiana nelle ricorrenze delle grandi feste. I poveri oggi sono ovunque, nel mondo. Sono tra noi, dove lo sviluppo dell'economia porta il benessere a un numero sempre crescente di lavoratori, ma dove le esigenze della tecnica creano nuovi strati di sottoproletariato abbandonati più che mai alla propria miseria. Si trovano specialmente in quei paesi del terzo-mondo che si definiscono sotto-sviluppati e dove la fame attanaglia continenti interi.
La Chiesa deve raccogliere la loro voce, per portare ad essi la risposta che Gesù è venuto a darci; la Chiesa che non è una potenza contrapposta alle potenze temporali,
la
Chiesa che non si presenta bardata di prospere istituzioni, la Chiesa che si pone al servizio degli uomini e che è in mezzo ad essi come voce del Vangelo e come coscienza dell'umanità. E' il volto della Chiesa che ci mostrò Papa Giovanni XXIII, e fu per questo che il minimo suo atto ebbe sì vasta risonanza. Le sue parole rispondevano a un'oscura attesa degli uomini e questi ravvisavano in esse l'eco di un Vangelo misconosciuto. Un cristiano che vive è la Chiesa nell'ambiente in cui egli è posto e, prima di pronunciare una parola, egli deve lasciar riecheggiare nel suo cuore l'invocazione alla giustizia e alla felicità che sale da ogni parte.
Troppo a lungo abbiamo dimenticato che Dio voleva la salvezza di tutti gli uomini (1 Tim. 2,4), salvezza del corpo e salvezza dell'anima. Per troppo tempo abbiamo ammesso che potesse sussistere una aristocrazia di persone ben nutrite a fianco di moltitudini languenti d'inedia e questo era accettato tanto più volentieri in quanto i cristiani erano spesso dalla parte della gente ben nutrita. Attualmente, i cristiani veri non possono più sopportare una cosa simile, e rientra nelle possibilità attuali della Chiesa di far comprendere la Buona Novella della salvezza ai poveri, poiché essi cominciano a intravvedere il loro posto in essa.
Soltanto allora la Chiesa potrà proclamare le dimensioni della sua Speranza. Questa speranza trascende ogni desiderio umano, anche il più legittimo. Tuttavia, essa non può essere proposta se il cuore degli uomini non riceve prima una risposta umana ai propri bisogni.
Il cristiano, che ha scoperto il Dio vivente, ha dinanzi a sè una missione affascinante... Lo Spirito è sempre all'ope. ra nell'uomo di buona volontà; la sua fede non cesserà di potenziarsi, poiché l'amore di Dio è infinito, e manca ancora molto perché gli uomini siano evangelizzati.

* Conduits par l'Esprit, Le Cerf, Parigi, 1964, pp. 246-248.

 

X12   ELEVARE OGNI UOMO E TUTTO L'UOMO

          I Vescovi del Belgio *

Se l'idea di comunità umana progredisce negli spiriti, noi, cristiani, che riconosciamo in ogni uomo non solo la dignità umana ma una vocazione ad esser figli di Dio, che riconosciamo in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini per riunirli in un solo popolo di Dio, che crediamo che in lui riceviamo tutti, in compartecipazione e per l'eternità, la stessa vita divina, come potremmo, senza rinnegar la nostra fede, non esser i profeti e gli artefici di questa comunione e di questa unità di tutti gli uomini?
Per mezzo della fede comprendiamo che la solidarietà umana proclamata e realizzata da Cristo è quell'amor fraterno in cui passa tutta la potenza dell'amore di Dio stesso, ed è questo che deve divenire la nota caratteristica tra gli uomini sin da questo mondo, prima dell'avvento finale del mondo futuro.
Ma se abbiamo la pretesa di praticare la carità di Cristo, dobbiamo sapere che questa carità inizia con 'l'esigere la giustizia, il rispetto dei diritti d'ogni uomo e d'ogni comunità umana. E' questa una verità che bisogna richiamare a coloro che ancora credono che basti qualche gesto di beneficenza per non essere più complici d'una ingiustizia permanente.
La fede ci fa capire che la grande speranza della salvezza portata da Gesù Cristo deve cominciare a realizzarsi immediatamente con la lotta contro il peccato, per liberare l'uomo nella sua completezza e farci vivere un abbozzo e una prima realizzazione di quella nuova terra e di quei nuovi cieli in cui dimora la giustizia (cf. 2 Pietro 3,13). La verità di questa speranza, attraverso la storia di questo mondo in divenire, deve essere non solo proclamata da noi, ma anche tradotta in atto.
Nella fede comprendiamo che la redenzione compiuta
da Gesù Cristo a prezzo del suo sangue non riguarda solo gli individui nella loro vita privata e personale; deve estendersi a tutto ciò ch'è stato colpito e viziato dalla colpa umana. E dobbiamo ammettere che le strutture economiche, sociali, politiche che mantengono quasi automaticamente popoli interi in uno stato di sub-umanità, sono delle strutture viziate dal peccato degli uomini e che necessitano di un rinnovamento. Di questa trasformazione delle istituzioni umane noi dobbiamo essere i profeti e gli artefici.
Non soli tuttavia; non solamente tra noi, cattolici, ma piuttosto in una ricerca costante e in stretta collaborazione con tutti i nostri fratelli cristiani (ed è questo un esercitare l'ecumenismo autentico), con tutti coloro che credono come noi nell'amore d'un Dio che ci ha salvato dal peccato e dal. la morte, con tutti gli uomini che credono nella dignità dell'essere umano: assumendoci la difesa dell'uomo, ci impegniamo per una causa nella quale si è impegnato Dio stesso.

* Déclaration pastorale sur les problèmes du développement, gennaio 1970, -La Documentation Catholique», 1 marzo 1970.

 

X13   EUCARISTIA E GIUSTIZIA SOCIALE

          Helder Camara *

Profeta della pace e della giustizia, è solo con la «violenza dei pacifici» che l'arcivescovo brasiliano di Recife (nato a Fortaleza nel 1909) si sforza di conseguire un assestamento delle strutture sociali su scala nazionale e mondiale. /I miglioramento delle condizioni umane di milioni di figli di Dio, sia nei paesi industrializzati che nei paesi in fase di sviluppo, è per questo pastore - al quale è stato conferito il Premio Martin Luther King - una delle fondamentali esigenze del Vangelo di Cristo che egli annuncia per la missione affidatagli dalla Chiesa.

Allorché la comunità cristiana partecipa all'eucaristia, essa vede, nelle mani del celebrante, al momento dell'offertorio, il pane «frutto della terra e del lavoro dell'uomo»e giunge a vivere un insegnamento di giustizia sociale che dovrebbe contrassegnare la nostra vita. Come non pensare che il pane appare ai nostri occhi, come frutto del denaro e che vi sono milioni e milioni di uomini - i due terzi del mondo - che mancano di pane?
Per tutto il tempo della celebrazione eucaristica sentiamo affermare che siamo fratelli; ci dirigiamo verso un solo ed unico Padre; facciamo il gesto di metterci attorno ad una stessa tavola; mangiamo lo stesso pane di vita e tuttavia, dopo la messa, ognuno ha la sua famiglia, i suoi impegni, e i cosiddetti fratelli ritornano a livello di sconosciuti, quando pure non di avversari e nemici.
La presenza eucaristica, nella comunione, ha una durata breve: ma intensifica l'unità nostra col Cristo, iniziatasi col battesimo. Resi uno col Cristo, come non considerare, senza profonda emozione, le spaventose conseguenze dell'egoismo sull'individuo, in seno alle famiglie, a livello delle comunità di base, su scala nazionale, continentale o internazionale? Come restare indifferenti, se si scopre il diffondersi deWingiustizia e, di conseguenza, la salita della radicalizzazione dell'odio?
Cibandoci dell'eucaristia, noi ci immergiamo sempre più nel Cristo e sempre più siamo congiunti con tutta l'umanità: la nostra presenza dovrebbe essere quella di Cristo. Come non scoprire, con gli occhi di Cristo, che ai nostri tempi non basta più fare l'elemosina e chiederla per coloro che soffrono la fame? Oggi, l'elemosina delle elemosine è sostenere la giustizia, lavorare allo stabilirsi della giustizia sociale.
I poveri, nel nostro secolo, non sono solamente degli individui e dei gruppi, ma paesi e continenti. La ragione di questa povertà - che sprofonda nella miseria, e persino in una condizione sub-umana, milioni di creature, figli di Dio - risale alle ingiustizie gravissime nella politica internazionale del commercio.
Bisogna ritrovare, nel Pane di vita, le energie per riuscire ad accettare i mutamenti di mentalità, il capovolgimento di vita, la conversione. Se si trattasse solo di far comprendere degli argomenti, anche complessi e difficili, sarebbe ben più facile che impegnarsi per delle riforme di base o, più esattamente, per dei mutamenti di strutture.
Dobbiamo abbandonarci alla grazia divina in modo tale che se dobbiamo applicare la giustizia, non abbiamo a trascurare la carità; e se dobbiamo accettar la giustizia, la grazia ci porti a dimostrare che, nell'eucaristia, non è il pane che noi riceviamo, non è un'ombra che noi abbracciamo, ma Cristo realmente presente...
Nei primi tempi della Chiesa, i pagani restavano scossi nel veder come si amavano - non in modo astratto e solo in parole, ma in modo pratico e con dei fatti - coloro che ricevevano il Pane della Vita. Il mondo ha bisogno nuovamente della testimonianza nostra: che si senta, che si veda, che si scopra che l'eucaristia ci porta a vivere la giustizia e l'amore, come le uniche vie della vera pace.

 *  Parole et Pain, gennaio-febbraio 1971, pp. 75-76.

 

 

X21  CHE COS'È LA PACE?

           Dominique Pire *

Morto a Lovanio il 30 gennaio 1968, il Padre Pire, domenicano, aveva ricevuto cinque anni prima il Premio Nobel per la pace. Sentiva, come cristiano autentico, di doversi interessare a tutti i bisogni degli uomini e, grazie a questa fede viva ed operante, attuò iniziative generose ed efficaci: «L'Europa del cuore», «L'Università della Pace». Dottore in teologia e in scienze politiche e sociali, trattò da competente i problemi della pace e dello sviluppo dei popoli nei numerosi articoli e nelle opere da lui lasciate.

Il problema della pace, insieme a quello del pane quotidiano, è uno dei due massimi problemi del mondo rispetto ai due più grandi flagelli: la guerra e la carestia. Sarebbe certamente una cosa puerile voler classificare questi flagelli per sapere qual è il più grave. Sono importanti, gravissimi tutti e due. La carestia conduce alla morte; e, in certe regioni del mondo, succede che più della metà dei bambini muoiano prima dei tre anni. Ma anche la guerra, e la guerra moderna soprattutto, porta alla distruzione della vita umana, alla distruzione in massa. Per conto mio trovo che la guerra è anche più tremenda della carestia. Difatti la fame si situa prima di tutto a livello dello stomaco, ma la disunione mi sembra più grave perché s,i trova al livello dello spirito e del cuore. La fame può dipendere, in parte, da cause naturali: cicloni, siccità, inondazioni. Ma la guerra, no: viene dall'uomo.
Mi pare che ogni essere umano deve consacrare il meglio delle sue forze alla lotta per la pace e anche, certamente, per il pane quotidiano di tutti gli uomini. Non c'è una missione che esalti più di questa: è qualcosa di entusiasmante, è degna del dono di tutte le nostre forze, di tutta la nostra attenzione, di tutto il nostro cuore...
Credo ci sia una tentazione molto subdola e pericolosa: quella di confondere la pace, la pace vera, con la semplice assenza di guerra. Quel che conta non è tanto il disarmo delle mani, ma piuttosto quello degli spiriti e dei
cuori. Fra due esseri, due comunità che hanno deposto le armi, ma che rimangono ostili, non c'è la pace.  
La pace
consiste, può consistere soltanto in una disposizione benevola e reciproca verso l'altro, cioè verso chi è differente da noi, verso chi ci sta di fronte... La diversità degli uomini è un fatto: razze differenti, opinioni filosofiche e religiose differenti, opzioni politiche differenti, culture differenti. A questo punto cade a proposito la frase di un amico filosofo: "Penso di poter credere che gli uomini riusciranno a intendersi quando avranno accettato reciprocamente le loro contraddizioni». Si può dire che la pace nel suo aspetto positivo è il principio della comprensione reciproca, del rispetto dell'altro come tale, cioè dell'altro in quanto diverso da noi. La faccia positiva della pace è ciò che io chiamo la coesistenza degli spiriti e dei cuori...
Io ho una profondissima considerazione per ogni testimonianza di buona volontà. Perciò rispetto ogni sforzo di buona volontà compiuto in vista dell'aspetto negativo della pace, ogni sforzo per lottare contro gli armamenti. Ma vorrei che i pacifisti andassero oltre e lottassero per la pace positiva. Quando avranno moltiplicato le loro dimostrazioni per protestare contro le armi atomiche, avranno lottato contro la guerra, ma per la pace dovranno ancora fare tutto. Auguriamoci che un giorno, anche lontano, gli uomini rendano la guerra impossibile, grazie a un lungo e paziente lavoro di educazione che li porti a rispettarsi gli uni gli altri nelle loro diversità.

* Deux leçons sur le dialogue fraternel (conferenza tenuta all'Università della Pace), in Vivre ou mourir ensemble, Presses académiques européennes, Bruxelles 1969 - pp. 41-44.

 

 

X23   L'UOMO UMILE E PACIFICO PIACE A DIO

         Tommaso da Kempis *

Tommaso Hemerken, cui si attribuisce, attraverso argomentazioni solide e valide, la Imitazione di Cristo, nacque verso il 1380 a Kempen, nella Renania. Durante la sua adolescenza, egli dimorò a Deventer in una piccola comunità fondata da Gérard Groote, iniziatore di una nuova corrente spirituale, chiamata «Devotio moderna". Verso il 1400, si fece religioso presso la Congregazione di Windesheim, che portava avanti l'opera di Gérard Groote, e fu ordinato sacerdote nel 1413. E' negli anni seguenti che conviene collocare la redazione dei quattro opuscoli che furono riuniti più tardi sotto il titolo di Imitazione di Cristo. Tommaso da Kempis morì nel 1471, dopo di essersi dedicato con molta cura al rimaneggiamento ed al miglioramento della sua opera, che fu molto presto ritrascritta. Si conservano parecchie centinaia di manoscritti, in latino ed in traduzione.

Quando l'uomo si umilia per i suoi difetti, facilmente disarma gli altri, e con poco dà soddisfazione a chi è adirato con lui.
Dio protegge e libera l'umile, ama l'umile e lo consola, verso l'uomo umile si china, all'umile largisce grazia abbondante, e dopo ch'è stato abbassato lo innalza alla gloria. All'umile rivela i suoi segreti, e a Sé soavemente lo attrae ed invita.
L'umile, anche quando ha ricevuto un'offesa, se ne rimane in pace, perché sta con Dio e non col mondo.
Non illuderti d'aver fatto qualche progresso, se non sei
convinto di esser inferiore a tutti.
Tienti prima in pace con te stesso, e allora potrai pacificare gli altri. Giova più un uomo pacifico che uno di grande cultura.
L'uomo dominato dalle passioni trasforma in male anche il bene, e con facilità crede al male. L'uomo buono e pacifico trasforma tutto in bene.
Chi è veramente in pace, non sospetta di nessuno; ma chi è malcontento e alterato, si agita per vari sospetti, e non ha serenità lui né la lascia avere agli altri. Spesso dice quel che non dovrebbe, e trascura quello che sarebbe tenuto
a fare. Bada a quel che dovrebbero fare gli altri, e intanto trascura il suo dovere.
Prima, dunque, esercita lo zelo sopra te stesso, e dopo
potrai fare lo zelante col tuo prossimo.
Tu sai abilmente scusare e truccare le tue azioni, ma non vuoi sentire scuse dagli altri. Sarebbe più giusto che accusassi te stesso e scusassi il tuo fratello.
Se vuoi essere sopportato, sopporta gli altri.
Vedi come sei ancora lontano dalla vera carità e umiltà,
la quale non si sa sdegnare o adirare se non contro di sé.
Non ci vuoi tanto a convivere coi buoni e coi mansueti, ma il saper vivere pacificamente con persone dure e perverse, con i maleducati o con quelli che ce l'hanno con noi, è grazia grande e degna di molta lode, e atto coraggioso.
Tutta la nostra pace in questa misera vita consiste nel sopportare con umiltà, piuttosto che nel non avere contraddizioni.
Chi meglio sa patire, godrà maggior pace. Egli è vincitore di se stesso e padrone del mondo, amico di Cristo ed erede del cielo.

 * Imitazione di Cristo, libro Il, capp. 2 e 3. Trad. di P. V. Gamboso . Ed. Messaggero. Padova 1965.

 

X24   OGNI UOMO È MIO FRATELLO

          Paolo VI *

Nato a Concesio (Brescia), Giovanni Battista Montini lavorò per oltre vent'anni nella Segreteria di Stato con i Pontefici Pio XI e Pio XII; fu arcivescovo di Milano dal 1955 al 1963; quindi fu chiamato a succedere a papa Giovanni XXIII, di cui portò a termine l'opera più grande e geniale: il Concilio Vaticano Il. La molteplice attività di Paolo VI si può riassumere nelle due espressioni programmatiche: Missionario apostolico e Messaggero di pace. Tale infatti egli vuole essere nel suo ufficio di Pastore della Chiesa universale e nei suoi numerosi interventi e viaggi in tutte le parti del mondo. Attraverso i suoi discorsi e i documenti del suo pontificato egli addita Cristo e il suo Vangelo come unica fonte di salvezza, combatte gli egoismi e le lotte fratricide, predica la pace nella giustizia, mostra a tutti gli uomini che la Chiesa, madre e maestra, è loro vicina.

La pace vera deve essere fondata sulla giustizia, sul senso dell'intangibile dignità umana, sul riconoscimento di una incancellabile e felice eguaglianza fra gli uomini, sul dogma basilare della fraternità umana. Cioè del rispetto, dell'amore dovuto ad ogni uomo, perché uomo. Erompe la parola vittoriosa: perché fratello. Fratello mio, fratello nostro.
Anche questa coscienza della fraternità umana universale procede felicemente nel nostro mondo, almeno in linea di principio. Chi fa opera per educare le nuove generazioni alla convinzione che ogni uomo è nostro fratello costruisce dalle fondamenta l'edificio della pace. Chi inserisce nell'opinione pubblica il sentimento della fratellanza umana senza confine prepara al mondo giorni migliori. Chi aiuta a scoprire in ogni uomo, al di là dei caratteri somatici, etnici, razziali, l'esistenza d'un essere eguale al proprio, trasforma la terra da un epicentro di divisioni, di antagonismi, d'insidie e di vendette, in un campo di lavoro organico di civile collaborazione. Perché dove la fratellanza fra gli uomini è in radice misconosciuta, è in radice rovinata la pace. E la pace invece è lo specchio dell'umanità vera, autentica, moderna, vittoriosa d'ogni anacronistico autolesionismo. E' la pace la grande idea celebrativa dell'amore fra gli uomini, che si scoprono fratelli e si decidono a vivere tali.
Questo è il nostro messaggio. Esso fa eco, come voce che scaturisca nuova dalla coscienza civile, alla dichiarazione dei Diritti dell'uomo: «Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali nella dignità e nei diritti; essi sono dotati di ragione e di coscienza, e devono comportarsi gli uni verso gli altri come fratelli ". Fino a questa vetta è salita la dottrina della civiltà. Non torniamo indietro. Non perdiamo i tesori di questa conquista assiomatica. Diamo piuttosto applicazione logica e coraggiosa a questa formula, traguardo dell'umano progresso: «ogni uomo è mio fratello". Que. sta è la pace, ora e in avvenire. E vale per tutti!
Vale, fratelli di fede in Cristo, specialmente per noi. Alla sapienza umana, la quale, con immenso sforzo, è arriva. ta a così alta e difficile conclusione, noi credenti possiamo aggiungere un conforto indispensabile. Quello, innanzitutto, della certezza. La nostra certezza si basa nella parola divina di Cristo maestro, che la scolpì nel suo Vangelo: Voi tutti siete fratelli (Mt. 23, 8)...
E ancora, finalmente, noi siamo in grado di fornire l'argomento supremo: quello della Paternità divina, comune a tutti gli uomini, proclamata a tutti i credenti. Una vera fraternità fra gli uomini, per essere autentica e obbligante, suppone ed esige una Paternità trascendente e riboccante di metafisico amore, di soprannaturale carità. Noi possiamo insegnare la fratellanza umana, cioè la pace, insegnando a riconoscere, ad amare, a invocare il Padre nostro, che sta nei cieli. Noi sappiamo di trovare sbarrato l'adito all'altare di Dio se non abbiamo prima noi stessi rimosso l'ostacolo alla riconciliazione con l'uomo.fratello. E sappiamo che se saremo promotori di pace, allora potremo essere chiamati figli di Dio; ed essere fra coloro che il Vangelo dichiara beati.

 *  Messaggio per la giornata della Pace, 1 gennaio 1971, Oso servatore Romano, 10 dicembre, 1970.

 

X25   «BEATI I PACIFICI!»

          Marcelle Auclair *

Romanziera cattolica, forse più nota per l'assidua collaborazione a riviste femminili, Marcelle Auclair è moglie di Jean Prévost. Nata a Montluçon (Allier, Francia) nel 1889, ha trascorso la giovinezza nel Ci/e; conoscendo lo spagnolo alla perfezione, ha tradotto vari romanzi in lingua francese, nonché una parte delle opere di santa Teresa di Avi/a, di cui inoltre ha scritto una vivace biografia. Vari saggi - tra cui La felicità è in voi - attestano l'ottimismo cristiano che la scrittrice sa infondere in amici e lettori.

E' arduo per i nostri schemi mentali comprendere la non-violenza real izzata da Gandhi, la non-resistenza al male proclamata quasi duemila anni or sono in questi termini: Ma io vi dico di non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote nella guancia destra, porgigli anche l'altra (Mt. 5, 39). Se le parole del Cristo sulla montagna fossero state osservate, il mondo vivrebbe in pace, e nessuno si troverebbe danneggiato. Infatti tali parole proclamano una legge insopprimibile, ed esse non passeranno.
Cerchiamo di interpretarle. Resistere al malvagio, significa ammettere che il malvagio «è», che la malvagità esiste, è darle vita con tutta la potenza del nostro pensiero creatore. Non resistergli, è negare la sua esistenza, è affermare contemporaneamente la pace trionfante, è vivere su un piano spirituale, su un piano divino, che è Pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc. 2,14).
Offrire l'altra guancia, corrisponde a passare dal negativo al positivo. Come è passare dal negativo al positivo l'amare il nostro nemico, come ci è prescritto. Ci è stato richiesto d'esser perfetti per suonare perfettamente la nostra parte, quella che fu affidata all'uomo nella creazione. Vi sono anche troppe dissonanze, perciò suoniamo bene almeno noi, seguendo l'armoniosa partitura che ci è stata imposta. Forse non vi sentite capaci di tale perfezione? Non vi è chiesto nulla che sia impossibile, poiché perfetto è lo Spirito che è in voi: dategli la precedenza sulle deduzioni fantastiche dell'intelletto umano.
Non vi sono transazioni col cielo; sarebbe impossibile trovare, senza mala fede, nell'insegnamento che Cristo è venuto a portare sulla terra, qualsiasi appiglio che giustifichi uno spirito bellicoso. La storia ci parla di guerre sante; non le giudichiamo, poiché ci è anche proibito giudicare; non ci ostiniamo a trovare una paglia nell'occhio degli avi per giustificare la trave che è nel nostro. Abbiamo troppo da fare col momento presente, con questo momento della vita del mondo al quale ci è dato di collaborare. Ne siamo responsabili. Non ci è richiesto null'altro che di attenersi fermamente a ciò che ci è stato insegnato, ordinato nel Vangelo secondo San Matteo (5,38-48), e sintetizzato nella beatitudine: Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio (5,9).
Rifiutiamoci di riconoscere l'esistenza del male, di conferirgli vita resistendogli. Passiamo, in ogni circostanza, dal negativo al positivo, amando il nostro nemico. Vediamo solo la pace, ammettiamo solo la pace, cerchiamo di realizzarla in questo mondo con tutta l'intensità del nostro amore per tutti gli esseri, e spargiamo dei semi di pace col nostro atteggiamento pacifico.

 *  Le bonheur est en vous, Edit. du Seuil, Parigi, 1951, pp. 106

 

X41   LA MANIFESTAZIONE DELLO SPIRITO 
         È DATA A CIASCUNO IN VISTA DEL BENE COMUNE

         Sant' Agostino *

S. Agostino (354-430), vescovo d'Ippona in Africa, romano per cultura, pensatore di genio, ci ha lasciato un'opera monumentale, di inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d'anime e grande spirituale, è il Dottore della grazia e, più ancora, della carità.

Siamo certi, fratelli,che ciascuno ha lo Spirito Santo nella misura in cui ama la Chiesa di Cristo. Infatti, come dice l'Apostolo, lo Spirito Santo è dato «per essere manifestato». E come? Così dice ancora l'Apostolo: A uno è concesso per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, all'altro il linguaggio della scienza secondo quello stesso Spirito, ad un altro la fede mediante lo stesso Spirito, a un altro il dono delle guarigioni in virtù di quest'unico Spirito, a un altro ancora il potere di operare miracoli grazie allo stesso Spirito. (I Cor. 12, 8-10).
In effetti molti doni vengono dati per essere manifestati, ma forse tu non hai nessuno di questi doni di cui ho parlato. Se ami, quello che possiedi non è poco: se infatti ami l'unità, tutto ciò che in lei è posseduto da qualcuno, lo possiedi tu pure. Bandisci l'invidia e sarà tuo ciò che è mio; e se io bandisco l'invidia, è mio ciò che possiedi tu. Il livore separa, la sanità riunisce.
Solo l'occhio, nel corpo, ha la facoltà di vedere: ma è forse per sé solo che l'occhio vede? No, egli vede per la mano, per il piede e per tutte le altre membra: se infatti il piede sta per urtare in qualche ostacolo, non accade certo che l'occhio si volga altrove, evitando di prevenirlo. Solo la mano agisce nel corpo, ma forse essa agisce solo per sè? No, agisce anche per l'occhio: infatti, se sta per arrivare qualche colpo, che ha di mira non la mano, ma soltanto il volto, dice forse la mano: «Non mi muovo, perché il colpo non è diretto a me»? Così il piede, camminando, serve tutte le membra; le altre membra tacciono, e la lingua parla per tutte.
Abbiamo dunque lo Spirito Santo, se amiamo la Chiesa: e l'amiamo se ci manteniamo inseriti nella sua unità
e carità. Infatti lo stesso Apostolo, dopo aver detto che agli uomini sono stati dati doni differenti, così come vengono distribuiti compiti diversi alle membra del corpo, continua dicendo: Ma vi indicherò una via di gran lunga migliore (I Cor. 12, 31) e comincia a parlare della carità. Antepone la carità alle lingue degli uomini e degli angeli, la preferisce ai miracoli della fede, alla scienza e alla profezia; la mette perfino prima di quelle grandi opere di misericordia che consistono nel donare tutto ciò che si ha ai poveri; la preferisce da ultimo anche al martirio del corpo. A tutti questi grandi doni antepone la carità. Abbi dunque la carità e avrai tutto, perché - qualsiasi cosa tu possa avere senza di essa nulla potrà giovarti.
E per provare che la carità, di cui stiamo parlando, si riferisce allo Spirito Santo, ascolta l'Apostolo che dice: La carità di Dio è
diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rom. 5, 5).

* Tractatus XXXII in Joannis Evangelium, 8: PL 35, 1645-1646. Edizione Italiana: Commento al Vangelo di S. Giovanni, I - Città Nuova Editrice, Roma 1965, pp. 460-461.

 

X42  LO SCANDALO DEL CRISTO DIVISO

          Paul Couturier *

Nato e morto a Lione (1881-1953), Paolo Couturier propagò in Europa la «Settimana di preghiere per l'Unità» e ricercò nelle «cellule interconfessionali» un metodo di dialogo ecumenico fondato sulla preghiera.
Il testo seguente, scritto nel 1938, ci fa condividere il dolore del Cristo che vede i suoi disuniti, ma ci riconduce subito alla vera sorgente di ogni speranza e di ogni supplica cristiana: la preghiera di Gesù.

Dallo spaventevole scandalo della divisione dei cristiani, un giorno, sotto la spinta della preghiera, l'Unità totale, quindi anche visibile, uscirà vittoriosa. Perché venga questo giorno, ci vuole una preghiera universale, ardente, ansiosa, ininterrotta.
Come potrebbe essere tale la preghiera di tutti i cristiani per l'Unità, se tutti, cattolici e non cattolici, non hanno capito fino in fondo all'anima quanto sia tremendo lo scandalo delle loro separazioni agli occhi degli increduli che cercano, degli atei che deridono, dei pagani esitanti e disorientati di fronte ai missionari spesso eroici, ma divisi fino all'opposizione? Scandalo agli occhi del mondo moderno smarrito, la cui vita esuberante e disordinata invoca inconsciamente il messaggio evangelico dell'Amore, l'unico che possa fonderlo nell'armonia della pace?
L'umanità in pericolo di morte si ferma sgomenta davanti ai cristiani separati, che presentano al suo sguardo incerto lo spettacolo di un Cristo apparentemente «diviso».
Se risaliamo nel passato, non possiamo fare a meno di costata re che i «secoli di ferro» hanno coinciso con la separazione dall'Oriente, compiuta nel 1054 e che il rinasci mento paganeggiante ha coinciso con la separazione del protestantesimo e con quella dell'anglicanesimo. Queste scissioni avrebbero potuto avere una durata millenaria o plurisecolare, se la preghiera e la carità di tutti i cristiani avessero sovrabbondato?
Del dolore per lo scandalo dato al mondo dalla divisione della cristianità, noi cattolici dovremmo risentire
i1 peso più di chiunque altro e dovremmo camminare in prima fila sulla via della carità comprensiva, che espia mediante l'umiltà, la preghiera e la penitenza. Solo la sofferenza della disunione può aprire i cuori di tutti i cristiani e renderli attenti al dolore che si cela nella preghiera rivolta da Gesù al Padre, la sera dell'ultima Cena: Ti prego per quelli che crederanno in me, affinché tutti siano uno; come tu, Padre, sei in me e io in te, essi pure siano uno in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv. 17, 20-21). Da quella sera lontana la sua preghiera deve discendere in ciascuna delle nostre anime, perché in noi la ripeta Lui, l'Eterno sempre vivente.

* Oecuménisme spirituel, testi di Paul Couturier presentati da Maurice Villain, Casterman, Tournai 1962, pp. 95-96.

 

 

X43   UNICA È LA MIA COLOMBA

         San Gregorlo di Nissa *

Gregorio, vescovo di Nissa (335-394), è fratello di San Basilio, di cui condivide profondamente il pensiero teologico. Poeta e mistico, è anche il più profondo filosofo greco dell'antichità cristiana. La pagina che presentiamo, ci offre uno dei temi fondamentali di Gregorio: l'unità fondamentale della natura umana, disintegrata dal peccato, ricostituita nello Spirito Santo. Sappiamo /'importanza assunta in seguito dall'immagine dell'«unica colomba» nell'ecclesiologia di un Sant'Agostino: è nella Chiesa e per mezzo della Chiesa che lo Spirito realizza l'unità.

88Unica è lei, la mia colomba, la mia perfetta; l'unica della madre sua, l'eletta della sua genitrice (Cant. 6, 9). Il significato di questa ,frase ci viene dato con maggiore chiarezza dalla parola del Signore nel Vangelo. Dopo aver lasciato ai suoi discepoli ogni potere in forza della sua benedizione, Gesù, tramite la preghiera che rivolge al Padre, elargisce ai santi ogni bene, donando ad essi insieme il fondamento stesso della felicità. Esso consiste in questo: che i discepoli non si dividano mai in fazioni opposte per diverse posizioni di principio, nel giudizio concreto di ciò che è opportuno; ma che tutti diventino una cosa sola aderendo insieme al solo, unico bene. In tal modo, come dice l'Apostolo, per «l'unità dello Spirito Santo», profondamente fusi gli uni con gli altri «nel vincolo della pace», tutti diventeranno «un sol corpo e un solo spirito», in forza «dell'unica speranza a cui sono stati chiamati» (cfr. Ef. 4, 3-4).
Sarebbe ancor meglio citare esattamente le parole divine del Vangelo: Che tutti siano una cosa sola, come Tu, Padre, sei in me ed io in te, perché anch'essi siano una cosa sola in noi (Gv. 17, 21). Il vincolo profondo di tale unità è la gloria. Nessun critico, purché analizzi le parole stesse del Signore, potrebbe negare che lo Spirito Santo sia chiamato gloria: E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me (Gv. 17, 22). E veramente Gesù fece dono ai discepoli di questa gloria, quando disse loro: Ricevete lo Spirito Santo (Gv. 20, 22). Il Signore, che la possedeva da sempre, ancor prima della creazione del mondo, fu rivestito di tale gloria quando assunse la natura umana; dopo la
esaltazione di questa, avvenuta per opera dello Spirito, la partecipazione alla stessa gloria viene estesa a tutto il genere umano, a partire dagli apostoli. Per questo dice: Ed io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola: io in loro e tu in me, affinché siano consumati nell'unità (Gv. 17, 22-23).
Perciò, chi fin dall'infanzia
è teso al perfezionamento del suo essere umano mediante uno sviluppo continuo e ha raggiunto la pienezza dell'età spirituale (cfr. Ef. 4, 13); chi convertendo in natura regale il suo essere servile e impuro, diviene degno di ricevere la gloria dello Spirito, questi è la colomba perfetta cui si rivolge lo Sposo, quando dice: Unica è lei, la mia colomba, fa mia perfetta; l'unica della madre sua, l'eletta della sua genitrice.

*  In Canticum Canticorum, Oratio XV - 1116-1117 M, Leiden 1960, pp. 466-468.

 

X44  ESSERE ACCORDATI CON IL VESCOVO COME LE CORDE ALLA LIRA

         Sant'Ignazio d'Antiochia *

Ignazio, vescovo d'Antiochia, fu condannato ad essere divorato dalle fiere a Roma. Vi subì il martirio verso l'anno 110, sotto il regno di Traiano. Anche se veniva condotto al supplizio in catene, durante il suo lungo viaggio scrisse sette lettere, sei delle quali indirizzate a delle chiese locali, la settima al vescovo di una di esse che l'aveva accolto: Policarpo di Smirne. Queste lettere ci rivelano l'animo ardente di 19nazio. Il tema più ricorrente è quello dell'unità: l'unità con Dio e con il Cristo, l'unione con il vescovo di tutti i cristiani uniti tra di loro.

Io non vi impartisco degli ordini, come se fossi chissà chi. Anche se sono in catene per il suo nome, non sono ancora perfetto in Gesù Cristo. Solo ora incomincio ad essere il suo discepolo e parlo a voi come a miei fratelli. lo piuttosto e non voi, avrei avuto bisogno di essere preparato dalla vostra fede, dalle vostre esortazioni, dalla vostra pazienza e longanimità. Ma la carità non mi permette di tacere a vostro riguardo ed io vi ho prevenuti, esortandovi ad essere in accordo con il pensiero di Dio. Gesù Cristo, il principio inseparabile della nostra vita, è il pensiero del Padre. Allo stesso modo i vescovi, stabiliti fino alle estreme parti della terra, sono nel pensiero di Gesù Cristo. .
Perciò è giusto che voi siate in sintonia con il pensiero del vostro vescovo, come del resto già siete. Il vostro venerabile collegio sacerdotale, degno di Dio, è armonicamente unito al vescovo come le corde alla lira. Per questo, nell'unità profonda dei vostri sentimenti e nell'unisono della vostra carità, voi cantate Gesù Cristo. Che ciascuno di voi con-corra a comporre un solo coro, formando una sola sinfonia nell'unanimità di pensiero, accordandovi al tono di Dio nell'unità, per cantare ad una sola voce al Padre per mezzo di Gesù Cristo. Egli vi ascolterà e vi riconoscerà dalle vostre opere buone come membra di suo Figlio. E' quindi vostro vantaggio rimanere in un'unità perfetta, per essere costantemente partecipi
di Dio.
Io, in poco tempo, sono entrato con il vostro vescovo in una familiarità molto profonda, non umana, ma spirituale. Quanto più allora dovrò stimare beati voi, che siete così strettamente fusi con lui, come la Chiesa lo è con Gesù Cristo e Gesù Cristo con il Padre, perché tutto sia all'unisono nell'unità! Nessuno s'inganni: chi non partecipa del sacrificio ecclesiale, rimane privo del pane di Dio. Se la preghiera di due persone riunite ha una tale forza, quanto più ne avrà quella del vescovo e di tutta la Chiesa!

* pros Ephesious Ignatios,  III-V - Corona Patrum Salesiana Series Graeca - VoI. XIV - S.E.I., Torino 1942, pp. 45-49.

 

X45  LA CARITÀ AL PRIMO POSTO

         Paul Couturier *

Nato e morto a Lione (1881-1953), Paul Couturier propagò in Europa la «Settimana di preghiera per l'unità» e ricercò nelle «cellule interconfessionali» un metodo di dialogo ecumenico basato sulla preghiera.
Il testo che leggeremo, scritto nel 1938, mostra che solo la carità, ottenuta da Dio con la preghiera, può abbattere gli ostacoli che intralciano il cammino dei cristiani verso l'unità.

E' assurdo pensare che prima debba attuarsi 1''Unità delle menti nella verità e poi l'unione dei cuori nella carità.
La verità può essere accolta solo da un'anima preparata a riceverla e che si è quasi arresa ad essa, non fosse altro 'che per un incipiente oscuro desiderio d'amore. La carità è l'araldo della verità. Il Verbo ha cominciato la sua opera di salvezza con ,la carità e l'umiltà dell'Incarnazione: prendendo «la forma di schiavo» ha comincia10 a conquistare i cuori degli uomini, unico mezzo ,da lui ritenuto idoneo ad o1tenere, attraverso la loro libertà, l'attenzione della loro mente. I cristiani separati non hanno alcun altro modello da seguire per lavorare tutti insieme in vista della comprensione fraterna, perché tutti - cattolici compresi - sono avvolti da tenebre e da reciproche ignoranze. Per esempio, l'opera di riconciliazione con l'Oriente esige, come una condizione fra le altre, che i latini «rinunzino alla loro visione errata, e così tenace nella maggioranza, circa le dottrine e le istituzioni delle cristianità orientali» come diceva S. S. Pio XI nell'allocuzione concistoriale del 18 dicembre 1924.
È chiaro che l'Unità voluta da Cristo è un'unità organica che afferra e raccoglie in lui l'anima dell'umanità tutta intera. Quindi l'unità dei cristiani comporterà necessariamente, pur nella diversità di culture, da integrarsi in essa armoniosamente, un'unità di pensiero, di fede, di credo, poiché in tutti i cristiani dovrà dominare l'unico pensiero del ,loro unico Salvatore. Ma questa è la meta, non l'inizio.
Sono secoli che si fa della controversia; grandi spiriti, uomini saggi, addirittura geni come Leibniz e Bossuet vi
si sono dedicati, prodigandovi le loro risorse intellettuali e sempre si è verificato il cozzo con l'impossibile. Ma è ora di cominciare dal principio. Dio solo è padrone dell'impossibile. Occorre allora che tutta la massa cristiana venga scossa dalla preghiera universale dei cristiani fin dalle radici, fin nell'intimo della sua profondità e che, sotto la spinta di questo dinamismo soprannaturale, crollino tutti i pregiudizi, si rettifichino i punti di vista meschini, i cuori si compenetrino... e, da ultimo, si giunga all'unità delle menti nella luce eterna dell'unico Cristo. Sarà questa la seconda Pentecoste in cui, sulla cristianità, unanime nella preghiera, scenderà lo Spirito Santo.

* Oecuménisme spirituel, testi di Paul Couturier, presentati da Maurice Villain, Casterman, Tournai 1962 - pp. 116-117.

 

X46  AZIONE UNIFICANTE DELLA PUREZZA DI CUORE E DELLA CARITÀ

         Teilhard de Chardin *

La passione di Cristo ha condotto il padre Teilhard de Chardin a farsi «evangelista» di questa Buona Novella: per mezzo di Gesù Cristo, Dio è attivamente presente nel cuore dell'universo, per orientarlo a sé. Questo messaggio che egli avrebbe voluto proclamare sopra i tetti, prima di tutto lo ha interiorizzato durante tutta una vita di fedeltà personale alla sua vocazione di ricercatore. Entrato nel 1899, a 18 anni, nella Compagnia di Gesù, non cessò mai di cercare Dio attraverso ogni verità: nella scienza, nella filosofia e nella teologia A 74 anni, questo innamorato della luce, ebbe la «gioia di chiudere gli occhi» il giorno della Risurrezione (1955).

E' puro di cuore l'uomo che ama Dio al di sopra di tutto e sa vedere Dio presente in tutte le cose. Sia che riesca ad elevarsi su ogni cosa creata per giungere quasi a toccare la Divinità, sia che con l'azione affronti il mondo per conquistarlo e perfezionarlo - compito, questo, affidato a ogni uomo - il giusto è sempre, tutto e solo, proteso verso Dio. Per lui le cose hanno perduto la molteplicità superficiale. In ciascuna di esse, secondo le loro qualità e attrattive particolari, è Dio che si offre ad una vera conquista. L'anima pura, per un privilegio che le è connaturale, si muove sul piano di una unità superiore e sconfinata. Come non vedere che grazie a questo contatto essa si unificherà fino alle più intime fibre del suo essere?...
Mentre il peccatore, che si lascia andare in balia delle sue passioni, disperde e dissocia il suo spirito,
il santo invece, con un procedimento inverso, sfugge alla complessità degli affetti. Questa infatti è la causa per la quale sussistono negli esseri il ricordo e l'impronta della loro molteplicità originaria. E facendo così egli si spiritualizza. Tutto è Dio per lui, Dio per lui è il tutto e Gesù è insieme il suo Dio e il suo tutto... L'azione specifica della purezza è quella di unificare le potenze interiori dell'anima nell'atto di una passione unica, esclusiva, straordinariamente ricca e intensa. In fondo, l'anima pura è quella che, superando l'attrazione molteplice e dispersiva delle cose, tempra la propria unità (cioè matura la propria spiritualità) nel fuoco della semplicità divina.
Ora l'operazione stessa che la purezza compie nell'intimo dell'individuo, la carità l'attua nell'ambito della collettività delle anime. Si rimane sempre sorpresi (a meno di essere intorpiditi spiritualmente dall'abitudine) quando si vede con quale straordinaria cura, Gesù raccomanda agli uomini di amarsi gli uni gli altri. L'affetto vicendevol-e
è il comandamento nuovo del Maestro, i'l carattere distintivo dei suoi discepoli, il segno sicuro della nostra predestinazione, l'opera principale di ogni esistenza umana. Saremo giudicati sulla carità, condannati o giustificati in base ad essa. Cosa vuoi dire dunque quest'insistenza? Se non fosse in gioco nient'altro all'infuori di un interesse filantropico, di una diminuzione della sofferenza nel mondo, di un maggior benessere terreno, come si spiegherebbe la gravità del tono, le promesse e le minacce del Salvatore?... No, la fraternità cristiana non ha solo il compito di riparare le ingiustizie dell'egoismo e mitigare la pena delle ferite inferte dalla malizia degli uomini... La carità, unendo le anime nell'amore le rende capaci di dar vita a una natura più elevata, che deve nascere dalla loro unione. Essa assicura la loro coesione, ne fonde man mano la molteplicità. La carità spiritualizza il mondo.
Purezza, carità. Si potrebbe esser tentati di credere, a volte, che le virtù cristiane sono qualcosa di statico, e che attraverso di esse l'uomo si fa vane illusioni sullo stato della sua coscienza o si sofferma in una compassione sentimentale e sterile. La morale di Gesù sembra timida e insulsa a quelli che propugnano la lotta vigorosa e aggressiva per conquistare le cime verso le quali la vita ascende. Di fatto, invece, nessuno sforzo terrestre è più costruttivo, più progressivo di quello di Cristo. Non sarà la forza orgogliosa, ma la santità evangelica a salvaguardare e proseguire lo sforzo autentico dell'evoluzione.

* La lutte contre la multitude, in «Écrits du temps de guerre» Edit. Bernard Grasset, Parigi 1965 - pp. 126-127.

 

X47  IL FIGLIO DELL'UOMO

           Lacordaire *

Henry Lacordaire (1802-1861) era un giovane avvocato di sicuro avvenire quando si presentò a San Sulpizio nel 1824; tre anni dopo fu ordinato sacerdote. Insieme a Lamennais fu implicato nella questione del modernismo, ma si sottomise con totale docilità al magistero della Chiesa. Nel 1839 entrò nell'Ordine dei Predicatori. Dotato di eccezionali qualità oratorie, di una delicatissima sensibilità e di una vera passione per le realtà della fede, divenne celebre per le sue prediche a Notre-Dame di Parigi. Di lui si può dire che realizzò in pieno la parola dell'apostolo, annunziando la dottrina evangelica «opportune et importune», spinto com'era dalla carità di Cristo.

Quando Gesù Cristo viene nel mondo, nasce come tutti gli uomini, in una città; nasce sotto una determinata legislazione, in una patria che aveva una sua storia, un suo fondatore, e vantava conquiste e celebrità; Cristo nasce come un uomo atteso da un grande popolo. E qual è la prima cosa che fa mentre si afferma erede delle promesse e delle speranze di questo popolo? Dice forse: «lo sono ebreo; vengo per ingrandire la mia nazione ed estenderla fino ai confini del mondo, più di quanto non abbiano fatto Davide e Salomone, padri nostri»? No, non dice niente di tutto questo, ma annunzia semplicemente: «lo sono il Figlio dell'uomo».
E forse questo non vi sorprende; può darsi che vi sembri una cosa naturale vedere a ogni pagina del Vangelo che Gesù Cristo insiste nel chiamarsi Figlio dell'uomo, mentre prende appena qua e là il titolo di Figlio di Dio. Ora, una tal cosa non è di poca importanza, come voi forse pensate: quella sola espressione, Figlio dell'uomo, comportava tutta una rivoluzione, la più grande che ci sia mai stata. Prima di Gesù Cristo si diceva: «lo sono greco, romano, ebreo»; sotto le minacce o ad una semplice interrogazione si rispondeva con fierezza: «lo sono cittadino romano». Ognuno si faceva forte della propria patria e della propria città; Gesù Cristo vuole per sé un solo titolo, quello di Figlio dell'uomo, e preannunzia così
una nuova era, l'era che segna l'inizio dell'umanità, in cui dopo il nome di Dio nulla sarà più grande del nome dell'uomo. Tutte le azioni di Cristo sono segnate da questo spirito, e tutte insieme, parole e azioni, formano il Vangelo, che è la legge nuova e universale. Portato il Vangelo nel mondo, Gesù Cristo manda i suoi discepoli a trasmetterlo al genere umano: Andate, dice loro, e predicate il Vangelo a ogni creatura (Mc. 16, 15). Propagazione, comunione, universalità: queste diventano la parola d'ordine di ogni azione, e proprio là dove si sentiva solo lo strepito dell'egoismo, ora non risuona che il rapido passo della carità.
Dove sono i Greci? Dove i Romani? dov'è la città, la legge ellenica e il diritto di Roma? San Paolo non riesce a trattenere il canto dell'umanità trionfante che gli gonfia il petto ed esclama: Non c'è più né giudeo, né greco, né schiavo, né libero, non c'è più né uomo né donna: ma voi siete tutti uno in Cristo (GaI. 3, 28). O uomini dei quattro venti del cielo, che vi credete di razze e di leggi diverse, non sapete quel che dite; quaggiù non siete né migliaia né milioni, non siete neppure due, voi siete uno, uno solo. Così, non c'è solo l'uomo, non c'è solo l'umanità, ma l'unità dell'uomo e dell'umanità. Chi tocca l'uomo tocca l'umanità; e chi tocca l'umanità tocca colui che l'ha fatta, Dio che ne è il padre e il protettore.

* Conférences de Notre Dame de Paris, vol. III, Librairie Poussielgue, Parigi 1861 - pp. 81-82.

 

 

X53   LA PREGHIERA DI CRISTO PER L'UNITÀ

          Paul Couturier *

Nato e morto a Lione (1881-1953), Paul Couturier diffuse in Europa la «Settimana di preghiera per l'Unità" e ricercò nelle «cellule interconfessionali" un metodo di dialogo tra fratelli separati: un ecumenismo spirituale.
Il brano che stiamo per leggere, ci conduce una volta di più alla vera sorgente di ogni speranza
e di ogni supplica cristiana: la preghiera di Gesù.

Leggendo il Vangelo di San Giovanni, molti arrivano al capitolo XVII, lo leggono ed anche lo meditano, senza però rendersi conto di essere giunti ad un punto centrale, di essere arrivati su una cima, quella cioè da cui il Calvario appare in tutte le sue dimensioni, acquista il suo vero volto, riceve tutta la sua luce.
La santa Cena è da poco ultimata. Cristo ha appena creato il sacerdozio ed il santissimo sacrificio eucaristico. I suoi apostoli, ad eccezione di Giuda, lo circondano. Essi si sono appena comunicati alla sua persona divina. Cristo li ha appena presi intimamente nella sua oblazione; fa loro le ultime rivelazioni del suo amore. La Passione sta per avere inizio: Egli li amera fino al segno supremo (Gv. 13, 1). AI termine della sua vita terrena, ai piedi del Calvario, sulla soglia della tomba e della resurrezione, !'intimo della sua anima rivela la realtà profonda dell'opera sua. La sua preghiera congloba e riassume tutto: l'Unità, io in essi, tu in me, affinché sian perfetti nell'Unità (Gv. 17, 23). Per questo Cristo «si santifica", cioè «si sacrifica", Per questo ,da sua parola, il suo messaggio li santificherà nella verità", cioè li metterà in quella verità che è l'accordo, ricercato ma sempre parziale, delle nostre con la sua volontà; accordo della volontà che li condurrà alla parziale adesione dell'intelligenza con l'intelligenza divina, alla verità dello spirito.
E' nello spirito di questa preghiera, letta, riflettuta, meditata, contemplata, vissuta, che tutti i cristiani, anche se separati, possono e debbono risentirsi e ritrovarsi uniti, per
supplicarlo di «pacificare, custodire e riunire la sua Chiesa secondo la sua volontà».
Questa preghiera di Cristo e lo spirito di essa dovrebbero animare, vivificare, possedere l'anima di ciascun cristiano che si avvicini al Salvatore nella solitudine della preghiera mentale, o nella vita sacramentale, o nella partecipazione all'agape eucaristica. Se ogni giovedì sera, commemorazione settimanale del grande giovedì, una moltitudine sempre più grande di cristiani di ogni confessione formasse come un'immensa rete che circondasse la terra, come un vasto «monastero invisibile» dove tutti venissero assorbiti nella preghiera di Cristo per l'Unità, non sarebbe forse questa l'alba dell'Unità cristiana, sorgente sul mondo? Ncn è forse questo atteggiamento di «emulazione spirituale» sincera, profonda, ardente, che il Padre attende per realizzare l'unità visibile del corpo della Chiesa, per fare tutti i miracoli necessari onde riunire nella sua Chiesa visibile coloro che l'amano e che sono stati visibilmente segnati dal sigillo battesimale?

 * Oecuménisme spirituel, testi dell'abate Paul Couturier presentati da Maurice Villain, Casterman, Tournai 1962 - pp. 150-151.