PICCOLI GRANDI LIBRI   LETTURE PATRISTICHE
Centro Azione liturgica - Roma - 1971 -
EDIZIONI MESSAGGERO DI S. ANTONIO - PADOVA 1972

A

AVVENTO, Speranza, Parusia

M

MARIA VERGINE

B

NATALE, Incarnazione, Umanità di Cristo

N

APOSTOLI, MARTIRI, Fede, Testimonianza 

C

EPIFANIA, Battesimo del Signore 

O

SANTI e SANTE

D QUARESIMA, Penitenza, Conversione P

OGNISSANTI, Vocazione universale alla santità 

E

GIOVEDI' SANTO, SS.mo Sacramento, Eucaristia

Q

DEFUNTI, Morte, Resurrezione della carne

F

VENERDI' SANTO - PASQUA, Mistero pasquale, Battesimo

R

SACERDOZIO: Sacerdozio ministeriale, Sacerdozio dei fedeli

G

ASCENSIONE, Cielo, Glorificazione 

S

MATRIMONIO, Vita coniugale, Celibato 

H

PENTECOSTE, Spirito Santo, Cresima, Missione

T

VITA CONSACRATA, Consigli evangelici

I

COMMENTI DELLA SACRA SCRITTURA

U

PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione

J

TRINITÀ, Dio creatore, Provvidenza

V

LAVORO, TEMPO LIBERO 

K

FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re

W CARITÀ
L

CHIESA, Parola di Dio, Liturgia, Dedicazione

X

GIUSTIZIA, Pace, Unità

 

BENEDETTO XVI CATECHESI

PAPA FRANCESCO CATECHESI

Z

PROVE, Sofferenze, Gioie

 

Z1 San Francesco di Sales LA PAZIENZA, UNITA ALLE ALTRE VIRTÙ
Z2 San Cipriano IMITARE LA PAZIENZA DI DIO
Z4 San Bernardo

«NELL'ANGUSTIA IO SONO CON LUI» (Sal. 90,15)

Z6 Maurice Blondel LA SOFFERENZA È IN NOI COME UNA SEMENTE
Z7 Yves De Montcheull SENSO CRISTIANO DELLA SOFFERENZA
Z8 Isabelle Rivière RISERVARE PER SÉ, È PRIVARE GLI ALTRI
Z41 San Francesco d'Assisi LA GIOIA PERFETTA
Z42 P. A. Liégé GIOIA EVANGELICA E DISTACCO CRISTIANO
Z43 Jean Leclerc IL VANGELO DEL BUON UMORE
     
     
     
     
     

Z1 LA PAZIENZA, UNITA ALLE ALTRE VIRTÙ

     San Francesco di Sales *

Nato nel 1567 nei pressi di Annecy, Francesco di Sales diede, giovanissimo, i segni di una vocazione all'apostolato sacerdotale. Divenuto sacerdote dopo gli studi a Parigi e a Padova, è dapprima prevosto della Chiesa di Ginevra e predica agli abitanti del Chablais per ricondurli al cattolicesimo. Nel 1602 è elevato al seggio episcopale di Ginevra. Sotto la sua direzione S. Giovanna di Chantal fonda la Visitazione. Morì in un monastero di questo Ordine, a Lione, nel 1622.
La dolcezza, l'affabilità, la carità e una deliziosa bonarietà appaiono dappertutto nella sua vita e nei suoi scritti, ma nascondono un temperamento ardente che ha saputo pacificarsi aprendosi alla grazia di Dio.

Bisogna tollerare con pazienza non solo di essere ammalati, ma anche di esserlo della malattia che Dio vuole, dove egli vuole, tra le persone che vuole e con i disagi che vuole: e così per tutte le altre sofferenze. Quando sopraggiungerà il male, adopera pure tutti i rimedi che saranno possibili e conformi al volere di Dio, perché fare diversamente sarebbe tentare la sua divina Maestà. Ma poi, fatto questo, attendi con piena rassegnazione quell'effetto che Dio vorrà. Se a lui piacerà che i rimedi vincano il male, lo ringrazierai umilmente; se invece gli piacerà che il male prevalga sui rimedi, benedici lo con pazienza.
Io sono del parere di S. Gregorio: quando verrai accusata giustamente per una colpa da te commessa, umiliati profondamente e confessa di meritare l'accusa mossa contro di te. Se invece l'accusa è falsa, scusati in bel modo, negando di essere colpevole, perché devi questo riguardo alla verità e all'edificazione del prossimo: se però, dopo la tua vera e legittima scusa, continuano ad accusarti, non turbarti e non cercare di fare accettare la tua scusa, perché - dopo aver reso omaggio alla verità  devi renderlo anche all'umiltà. In questo modo non verrai meno alla sollecitudine che devi avere per la tua buona fama, né all'affetto che devi nutrire verso la tranquillità, la dolcezza del cuore e l'umiltà.
Lamentati il meno possibile dei torti ricevuti perché è certo che, in genere, chi si 'lamenta cade in qualche peccato, dato che il nostro amor proprio ci fa sempre sentire le ingiurie più grandi di quanto non siano: ma soprattutto non lamentarti con persone facili a sdegnarsi e a pensar male. Se fosse opportuno dolerti con qualcuno - o per rimediare all'offesa o per calmare il tuo spirito - devi procurare che ciò avvenga con anime miti e che amano veramente Dio, perché altrimenti, invece di sollevarti il cuore, lo getterebbero in maggiori inquietudini e invece di cavarti dal piede la spina che ti punge, te la ficcherebbero dentro più di prima...
Il vero paziente non piange il suo male, né desidera di essere compianto dagli altri, ma ne parla con un linguaggio schietto, verace e semplice, senza lamenti, senza rammarichi, senza esagerazioni. Se lo compiangono, lo sopporta pazientemente, tranne quando lo compatiscono di un male che non ha; perché allora dichiara modestamente che non ha quel male e se ne sta tranquillo tra la verità e la pazienza, dicendo il male che ha, senza lagnarsene... Quando sarai malata, offri tutti i tuoi dolori, pene e debolezze a Nostro Signore e supplicalo di unirti ai tormenti che egli ha sofferto per te. Obbedisci al medico, prendi le medicine, gli alimenti e gli altri rimedi per amore di Dio, richiamando alla mente il fiele che Gesù ha preso per nostro amore. Desidera ,di guarire per servirlo; non rifiutare di patire per obbedirgli e sii disposta anche a morire se così gli piace, per lodarlo e godere in lui.

* Introduction à la vie dévote, parte 3", cap. 3° - Edizione completa delle Visitandine - tomo 3 - pp. 133-138.

 

Z2  IMITARE LA PAZIENZA DI DIO

        San Cipriano *

Nato verso il 200 da genitori pagani, il giovane e brillante retore Cipriano condusse una vita dissoluta in quella «giostra del piacere» che era allora Cartagine. Convertito grazie al benefico influsso del sacerdote Ceciliano, alla sua scuola assimilò la dottrina cristiana. Nel 248 divenne vescovo di Cartagine, sede importantissima a cui facevano capo tutte le Chiese d'Africa, in numero di 150 circa. Fu un pastore così dedito alla sua missione che le sue opere e il suo pensiero si possono capire solo nel contesto storico della sua vita di vescovo: e il suo fu un tempo di persecuzioni e di insorgenti eresie.
Nel 250 scoppiò la terribile persecuzione di Diocleziano: Cipriano andò volontariamente in esilio per il bene dei suoi figli di cui continuò ad occuparsi. Non poté tuttavia sfuggire
alla persecuzione successiva del 258, durante la quale morì decapitato.

L'origine e la grandezza della pazienza vanno cercate in Dio. L'uomo deve amare ciò che è caro a Dio: ora, la maestà divina raccomanda quel bene che essa ama. Se Dio è per noi signore e padre, imitiamo la pazienza del signore come quella del padre: i servi infatti devono avere un profondo rispetto verso i loro padroni, e i figli non devono essere indegni dei loro padri.
E davvero, com'è grande la pazienza di Dio! Egli fa nascere il giorno, fa levare il sole sui buoni come sui cattivi; bagna la terra con le sue piogge, e nessuno è escluso dai suoi benefici, dal momento che l'acqua viene donata indistintamente ai giusti e agli ingiusti. Noi lo vediamo agire con una pazienza sempre uguale nei confronti dei colpevoli e degli innocenti, delle persone che lo riconoscono e di quelle che lo negano, di coloro che sanno ringraziare e degli ingrati: per tutti indistintamente egli fa che le stagioni obbediscano al suo comando, gli elementi prestino il loro servizio, i venti soffino, le sorgenti zampillino. Grazie a lui, le messi crescono in abbondanza, l'uva matura nei vigneti, gli alberi si curvano sotto il peso dei frutti, i boschi verdeggiano e i prati si coprono di fiori. Le offese lo amareggiano spesso, anzi, continuamente; e tuttavia, Dio non dà sfogo alla sua indignazione, e aspetta pazientemente il giorno fissato per il giudizio. E benché la vendetta sia in suo potere, egli preferisce pazientare a lungo, preferisce cioè nella sua clemenza, differire, aspettando che l'ostinata malizia dell'uomo, se mai possibile, subisca finalmente un mutamento; aspettando che l'uomo, immerso nel fango dei suoi errori e dei suoi peccati, si converta finalmente a Dio. Egli stesso infatti ci dice: Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez. 33, 11). E ancora: Ritornate a me (Mal. 3, 7), volgetevi al Signore vostro Dio, perché egli
è clemente e misericordioso, paziente e pieno di compassione e disposto a condonare il male (Gioe. 2, 13)...
Il Signore ci ha detto: ...Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt. 5, 48). Con queste. parole intende mostrarci che, figli di Dio e rigenerati dall'alto, noi raggiungiamo la perfezione piena solo quando la pazienza di Dio Padre abita in noi, quando la somiglianza divina, perduta col peccato di Adamo, si manifesta e risplende nelle nostre azioni. Che gloria è per noi diventare simili a Dio, che felicità possedere una virtù paragonabile a quella che noi lodiamo in lui!

* De Bono Patientiae, 3-5: PL 4, 624-625.

 

 

Z4  «NELL'ANGUSTIA IO SONO CON LUI» (Sal. 90,15)

         San Bernardo *

San Bernardo (1090-1153) si fece monaco a Citeaux e, tre anni dopo divenne il primo abate di Chiara valle. I doni di natura e di grazia hanno conferito a questo letterato, teologo e mistico, un fascino tutto particolare. La sua opera conserva ancora oggi un grande valore spirituale. I suoi discorsi fondati sul pensiero della Bibbia e saturi di reminiscenze scritturali, come nel testo che segue, costituiscono per il lettore che sa gustar/i, un incontro saporoso con la Parola di Dio, quasi /'inizio di un dialogo col Signore.

Nell'angustia io sono con lui, dice Dio. E io, sulla terra, cercherò altro che l'angustia? Quanto a me, mio bene è stare vicino a Dio; non solo, ma porre fa mia speranza nel Signore Dio (Sal. 72, 28), perché egli dice: lo lo libero, io gli dò gloria (Sal. 90, 15).
Nell'angustia io sono con lui. Mia delizia è stare tra i figli dell'uomo (Prov. 8, 31). Emmanuele, Dio con noi... E' disceso per essere vicino a chi ha il cuore colmo di dolore, per essere con noi nell'angustia. Verrà il giorno in cui saremo rapiti sulle nubi incontro al Signore, nell'aria, e casi saremo sempre col Signore (1 Tess. 4, 17), purché adesso ci preoccupiamo di averlo con noi come compagno di strada, che ci restituirà la nostra patria celeste; o piuttosto come via, lui che allora sarà la patria stessa.
E' bene per me, Signore, essere nell'angustia, purché tu sia con me; lo preferisco al regnare senza di te, all'essere senza di te nei piaceri, senza di te nella gloria. E' meglio per me stringermi a te nell'angustia, averti con me nel crogiolo della prova, che essere senza di te sia pure in cielo. Chi altri infatti c'è per me nel cielo? Fuori di te che cosa posso desiderare sulla terra? (Sal. 72, 25). L'oro è provato nella fornace, e i giusti nella tentazione dell'angustia (cfr. Eccl. 27, 5). Qui, Signore, qui tu sei con loro; qui tu sei presente in mezzo a quelli che si radunano nel tuo nome...
Perché abbiamo paura, perché esitiamo, perché cerchiamo di sfuggire a questo crogiolo? E' vero, il fuoco infuria; ma il Signore è con noi nell'angustia. Se Dio è per
noi, chi sarà contro di noi? (Rom. 8, 31). E se è lui che ci libera, chi ci rapirà dalla sua mano? Chi potrà strapparci dalla sua mano? Infine, se è lui che ci dà gloria, chi potrà gettarci nell'ignominia? Se lui ci stabilisce nella gloria, chi ci umilierà?...
Lo soddisfo con la lunghezza dei giorni (Sal. 90, 16). E' come se, più chiaramente, dicesse: so quello che desidera, so quello di cui ha sete e quello che gusta di più. No, egli non gusta né argento né oro, né i piaceri, né la curiosità o gli onori mondani. Tutto ciò è per lui una perdita: egli disprezza queste cose e le considera come spazzatura. Si è svuotato di se stesso fino in fondo e non sopporta di essere occupato da qualcosa che non può colmarlo. Sa bene a immagine di chi egli è stato creato, di quale grandezza è capace, e non tollera di accrescersi con cose meschine per poi perdere il bene supremo.
Lo soddisfo con la lunghezza dei giorni: sì, ma soddisfo solo chi non può essere appagato che dalla luce vera, chi non sa essere colmato che dalla luce eterna. E quella lunghezza di giorni non avrà termine, quella chiarezza non conoscerà tramonto, quella sazietà non provocherà disgusto.

* Sermones in Psalmum «Qui habitat», 17, 4, 6 - Ed. Cist. Roma 1966, vol. IV - pp. 489-491.

 

 

 

Z6   LA SOFFERENZA E' IN NOI COME UNA SEMENTE

       Maurice Blondel *

Nato a Digione nel 1861, Maurizio Blondel ha pubblicato la sua opera più importante, L'Azione, nel 1893. Ebbe l'audacia d'intraprendere una ricerca deliberatamente spiritualistica all'inizio di un secolo, il XX appunto, soggiogato dal materialismo e dallo scientismo. La sua influenza, innegabile quantunque discreta, su numerosi pensatori cristiani, gli conferisce una specie di paternità intellettuale sui movimenti che si sono manifestati nella Chiesa da una cinquantina d'anni in poi. Alla sua morte, avvenuta nel 1949, il pensiero di Blondel cominciò a guadagnarsi il diritto di cittadinanza nel cattolicesimo, in seno al quale era stato precedentemente criticato in modo aspro e violento. L'Azione si presenta come una lunga e acuta analisi dell'uomo posto davanti a se stesso nella concretezza della sua attività, delle sue sofferenze, del suo amore. /I filosofo scopre nella volontà umana un dinamismo che spinge l'uomo fino alle ultime trincee, di fronte al suo destino ed ai problemi che esso gli pone.

La misura del cuore dell'uomo si ha dal modo in cui egli accetta la sofferenza. La sofferenza è, infatti, in lui l'impronta di un altro diverso da lui. Perfino quando essa esce da noi per entrare, con il suo pungiglione penetrante, nella coscienza, ciò avviene sempre nonostante il desiderio spontaneo e lo slancio primitivo della volontà. Per quanto possiamo in anticipo essere rassegnati nell'offrirci ai suoi colpi, per quanto invaghiti possiamo essere del suo fascino austero e vivificante, essa, anche se prevista, rimane pur sempre un'estranea ed un'importuna. La sofferenza è sempre diversa da quella che ci aspettavamo, ed al suo attacco, anche colui che l'affronta, che la desidera e la ama, non può nel medesimo tempo trattenersi dall'odiarla. Essa uccide in noi qualche cosa per sostituirla con un'altra che non ci appartiene. Ecco il motivo per cui essa ci svela lo scandalo della nostra libertà e della nostra ragione: noi non siamo ciò che vogliamo essere. Per volere tutto ciò che siamo, tutto ciò che dobbiamo essere, bisogna che comprendiamo, che ne accettiamo la lezione e il servizio.
La sofferenza, dunque, agisce in noi come una semente: con essa, qualche cosa entra in noi, senza di noi, malgrado noi; accettiamola, dunque, addirittura prima di sapere che cosa in effetti essa sia. Il seminatore getta il suo grano più
prezioso, lo nasconde con la terra, lo dissemina al punto da sembrare che non ne rimanga nulla.
Ma è proprio perché la semente viene sparsa, che attecchisce e non è più possibile toglierla via; essa marcisce per divenire feconda. Il dolore è simile a questa decomposizione, necessaria alla nascita di un'opera più completa. Colui che non ha sofferto per una cosa. né la conosce né la ama. Anche se questo insegnamento può essere riassunto in un'unica parola, richiede tuttavia del coraggio per essere capito. Il senso del dolore consiste nel rivelarci quanto sfugge alla conoscenza ed alla volontà egoista, nell'indicarci la via dell'amore effettivo, distaccandoci da noi stessi per darci agli altri.
Il dolore, infatti, non opera in noi il suo benefico effetto senza il nostro concorso attivo: è una prova in quanto costringe le segrete inclinazioni della volontà a rendersi manifeste. Esso guasta, inacidisce, indurisce coloro che non riesce ad intenerire e che non sa per nulla migliorare. Rompendo l'equilibrio della vita indifferente, il dolore ci impone di optare tra quel sentimento personale che ci porta al ripiegamento su noi stessi escludendo con violenza ogni intrusione, e quella bontà che si apre ai germi di rinnovamento di cui le prove della vita sono causa diretta.
Ma la sofferenza non è soltanto una prova; essa è anche una testimonianza d'amore ed un rinnovamento della vita interiore, come un bagno che ringiovanisce per l'azione. Essa ci impedisce di assuefarci a questo mondo e ci fa sentire in esso come sommersi in un malessere incurabile. Che cosa significa, in effetti, assuefazione, se non il raggiungimento di un equilibrio con l'ambiente limitato in cui viviamo al di fuori di noi stessi? E' indubbio che, nella calma di una vita mediocre o nel raccoglimento della meditazione, sembra che la vita riesca spesso a trovare un suo adattamento; ma di fronte ad un dolore reale ogni teoria risulta vana o assurda. La sofferenza: ecco veramente il nuovo, l'inspiegato. l'ignoto. l'infinito che attraversa la vita come una spada rivelatrice.

 * L'Action (1893), Presses Universitaires de France 1950 pp. 380-381.

 

Z7   SENSO CRISTIANO DELLA SOFFERENZA

       Yves De Montcheull *

Professore all'Istituto Cattolico di Parigi, Padre Yves de Montcheuil fu fucilato dalle truppe d'occupazione all'età di 45 anni, il 10 agosto 1944, come cappellano dei partigiani del Vercors. Il suo pensiero ha lasciato una traccia profonda nella teologia del suo tempo. Fre coloro la cui presenza invisibile ispirò il Vaticano II - quali un Newman, un Teilhard de Chardin - è forse colui che, dopo Karl Adam Moelher, ha maggiormente orientato la presa di coscienza della Chiesa come mistero, come sacramento del Cristo (Lumen Gentium).

La sofferenza non è segno dell'abbandono di Dio. Essa non è, come gli spiriti non ancora sufficientemente illuminati dell'Antico Testamento hanno creduto, segno che Dio abbandona chi patisce ai suoi nemici. In realtà colui che soffre sulla croce, è colui per il quale il Padre testimoniava: Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi san compiaciuto (Mt. 3, 17). Chi è crocefisso, è colui nel quale Dio si compiace. Chi ha familiarità con la reazione di tante anime dell'Antico Testamento di fronte alla sofferenza - la cui eco risuona lungo tutto lo svolgersi della Bibbia - dovrebbe cogliere la trasformazione avvenuta. Il senso della sofferenza è mutato, non tanto per dichiarazioni o teorie nuove, quanto per l'atto stesso di Cristo e per la sua particolare posizione. Colui che soffre può ad ogni istante ripetere quella che fu l'ultima espressione di Cristo sulla croce: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito! (Lc. 23, 46). Egli può essere consegnato al tormento dell'abbandono sensibile: la fede gli darà la certezza che perfino nelle tenebre, volendolo, egli si trova nelle mani di un Padre che lo ama. Egli non è lontano da Dio; al contrario, è a lui vicino più di quanto non sia prossimo a tutto ciò che lo opprime.
Questa visione di fede trascina con sé tutto un modo particolare di giudicare le circostanze che hanno fatto calare su di noi la sofferenza. Noi non abbiamo più, allora, quella sensazione così penosa, così demoralizzante, d'essere consegnati a un destino ostile, d'essere afferrati da un ingranaggio che ci stritola, e contro cui non possiamo fare nulla. Noi non siamo il giocattolo di forze cieche, in quanto il Padre, il
cui amore ci avvolge nel momento cruciale della nostra sofferenza, è il Dio creatore da cui tutto dipende.
Dobbiamo sempre ricordarci che egli è colui del quale Gesù diceva ai suoi discepoli: Non si vendono forse due passerotti per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà in terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati (Mt. 10, 29-30; Lc. 12, 6-7). Grande consolazione è sentire attorno a noi l'affetto nella sofferenza, perfino quando questo affetto è impotente, quando viene da qualcuno che nulla può sugli avvenimenti. A maggior ragione, è fonte di grande pace credere all'amore di colui che permette alla sofferenza di raggiungerci e colpirci. Questa fede ci ispira l'abbandono; ci adatteremo allora ai disegni di Dio su noi. Solo nell'abbandono potremo estirpare dalla nostra sofferenza ogni impulso di rivolta e di rancore, che tanto facilmente si insinuano; né l'accoglieremo più con la rassegnazione degli stoici che non ha niente a che fare con la rassegnazione cristiana. Ora, il fatto che il Figlio di Dio ha sofferto, dà forza a questi sentimenti e solidità al nostro abbandono, in quanto ci assicura che, nel momento cruciale della nostra sofferenza, noi siamo avvolti dall'amore di Dio. Infatti, il simbolo della sofferenza, la croce, é nel medesimo tempo il simbolo dell'amore. Essa toccò in sorte a colui che il Padre ama soprattutto. La sofferenza, fisica o morale che sia, (lutto, separazione, insuccesso, delusione)... non è per questo attenuata o assopita. Essa acquista, invece, una qualità ed una risonanza del tutto diverse. Essa viene interiormente trasformata, prende un senso nuovo.

 * Leçon sur le Christ, Édition de l'Épi, Parigi 1949 - pp. 138-140.

 

Z8   RISERVARE PER SÉ, È PRIVARE GLI ALTRI

       Isabelle Rivière *

La sorella di Alain Fournier sposò Jacques Rivière nel 1909. L'autrice di Il dovere dell'imprevidenza e di Il mazzolino di rose rosse, mai ha smesso, durante la sua vita di meditar la Parola di Dio. Seppe armonizzare la cultura letteraria con la sua fede e arricchire così il cattolicesimo francese di opere che testimoniano un profondo senso cristiano.

Tutta la miseria umana è intessuta d'avarizia: la miseria dei corpi con il rifiuto di cedere il proprio; la miseria delle anime, con il rifiuto di dare il proprio tempo e il proprio cuore.
Tutte le sofferenze acute o nascoste, tutte le amarezze, le umiliazioni, gli affanni, gli odi, le angosce di questo mondo, sono una fame inappagata. Fame di pane, fame di aiuto, fame d'amore.
Dal bambino che singhiozza perché la mamma innervosita lo ha schiaffeggiato senza motivo, al nonno troppo anziano che i nipoti ormai dimenticano di abbracciare; dalla giovi netta sgraziata che resta dimenticata nel suo angolo, alla sposa che il marito ormai non guarda più, alla moglie abbandonata che si getta nel fiume; dall'amico il cui amico ha mancato volutamente all'appuntamento, al giovane ventenne che muore, solo, di notte nel suo letto d'ospedale, mentre l'infermiera prende il caffé in cucina; dal bambino della Assistenza Pubblica sino all'uomo che sta per essere ghigliottinato, tutti hanno sofferto per la mancanza, per l'insufficienza d'amore. Ognuno aveva diritto a un po' della vita e del cuore d'un altro, che l'altro gli ha negato. Ognuno, per vivere, aveva bisogno di ciò che un altro ha riservato per sé, che gli era inutile e che si è rovinato per mancanza d'uso.
Si accusa Dio della sofferenza umana, si nega la sua bontà perché si vedono pianger gli uomini, si brandisce contro di lui il famoso «problema del male» come vessillo di ribellione - e non si vuoi riconoscere che egli ci ha dato tutto il necessario per costruire la nostra felicità,
terrena
ed eterna, contemporaneamente alla felicità di altre creature: tutta una vita da sfruttare per tale finalità, e questo cuore infaticabile per amare. Non ci si vuole accorgere che il male non esiste in sé, che non è l'invenzione di qualche malvagio, insinuatosi nella nostra vita per farci soffrire, ma è unicamente il nostro rifiuto di utilizzare ciò che possediamo, il rifiuto di rispondere allorché siamo chiamati, la nostra carenza, la nostra deficienza, una parsimonia di noi stessi tanto stupida e criminale quanto quella del mendico che muore d'inedia sul saccone intessuto d'oro.
Ma, almeno, questi non fa torto che a sé; mentre noi, in realtà, lasciamo nell'abbandono tutti coloro che han bisogno di noi, per quella meschinità tirchia e degna di disprezzo di non averne a sufficienza neppure per noi... Come ci si tranquillizza con poca spesa quando si fa qualcosa per gli altri! Quanto vicina è la barriera oltre la quale si drizza, senza possibilità di replica, la frase: «Ma che posso fare, di più?» Quando si è lasciata cadere una discreta elemosina a un mendicante, avendo cura di non incontrarci col suo sguardo, per paura di scoprirvi quale granello di sabbia sia quella moneta nell'abisso delle sue necessità, ci si allontana gonfi di soddisfazione, incantati nel constatarci sì generosi. Ma che è mai questo, confrontato con l'obbligo di tutte le ore che abbiamo contratto dalla nostra nascita nei confronti di tutti i nostri fratelli? E chi con l'elemosina non ha dato anche il suo cuore, quand'anche avesse gettato milioni nel berretto bisunto, non avrebbe dato che del vento.

 * Sur le devoir d'imprévoyance. Le Cerf, Parigi, pp. 209-211.

 

 

Z41  LA GIOIA PERFETTA

        San Francesco d'Assisi *

«Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo» (Gal. 6, 14). Tutta la fisionomia e la vita di Francesco sono racchiuse in questa tensione d'amore. /I Cristo si svela a lui nel Vangelo e lo sradica da se stesso per abbarbicarlo all'amore della Croce e a quello di madonna Povertà. Seguito nella sua trasformazione da numerosi discepoli, stabilisce per essi una nuova regola di vita, che viene presto riconosciuta e approvata dalla Chiesa. Sigillato dalle piaghe di Cristo crocifisso, che in un'estasi riceve sul monte della Verna, muore dopo pochi anni ad Assisi nel 1226.

Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il cruciava, chiamò frate Leone, H quale andava un poco innanzi, e disse così: «O frate Leone, avvegnadio che i frati minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione, nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è ivi perfetta letizia».
«...O frate Leone, se il frate minore sapesse tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio i segreti delle coscienze e degli animi, scrivi che non è in ciò perfetta letizia».
«...O frate Leone, benché il frate minore sapesse sì bene predicare, ch'egli converHsse tutti gl'infedeli alla fede di Cristo, scrivi che non è ivi perfetta letizia».
E durando questo modo di parlare bene due miglia, frate Leone con grande ammirazione il domandò e disse: «Padre, io ti priego dalla parte di Dio, che tu mi dica dove è perfetta letizia». E santo Francesco gli rispuose: «Quando noi giungeremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta d~lIo luogo, e il portinaio verrà adirato e dirà: «Chi siete voi? - e noi diremo: Noi siamo due de' vostri frati; - e colui dirà: Voi non dite vero; anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de' poveri; andate via.- E non ci aprirà e faracci stare fuori alla neve e alla acqua col freddo e colla fame insino alla notte, se noi tante
ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente senza turbazione e senza mormorare di lui, e penseremo umilmente e caritativamente che quello portinaio veramente ci conosca e che Iddio il faccia parlare contro di noi, frate Leone, scrivi che ivi è perfetta letizia. E se noi persevereremo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: «Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né non ci albergherete, - se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buon amore, o frate Leone, scrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l'amore ,di Dio con grande pianto, che ci apra e mettaci pur dentro; e quelli più scandolezzato dirà: «Costoro sono gaglioffi importuni; io li pagherò bene come ei sono degni -; e uscirà fuori con uno bastone nacchieruto e piglieracci per lo cappuocio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali noi dobbiamo sostenere per suo amore, o frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le grazie e doni della Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, è vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci passiamo gloriare; però che non sono nostri ma di Dio; onde dice l'Apastolo: Che hai tu che non abbi da Dio? e se tu l'hai avuto da lui, perché te ne glori, come se tu l'avessi da te? (I Corinti 4, 7). Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, però che «questo è nostro» e perciò dice l'Apostolo: «Io non mi voglio gloriare, se non nella croce del nostro signore Gesù Cristo» (Galati 6, 14). Al quale sia sempre onore e gloria in secula secularum. Amen.

* I Fioretti di S. Francesco, VIII - Ed. La Verna 1966 - pp. 39-43.

 

 

Z42   GIOIA EVANGELICA E DISTACCO CRISTIANO

         P. A. Liégé  * 

Padre Liégé nato nel 1921, entrato tra i domenicani nel 1939, ha fatto i suoi studi teologici al Saulchoir ed in Germania (Tubinga). Professore di teologia fondamentale dal 1947. poi di teologia pastorale e di predicazione. i suoi centri d'interesse sono la pastorale e la teologia missionarie, la catechesi e il catecumenato, l'educazione dei giovani alla fede.

Chi con ferma risoluzione ha accettato che nulla gli appartiene che non debba essere messo al servizio degli altri, è sicuro di dover spesso contraddire i propri gusti, gli immediati bisogni. anche se legittimi. Dovrà per questo rinunciare un poco alla sua salute e molto alla cura della sua persona. Il distacco e lo sforzo che dovrà fare su di sé, prenderanno l'aspetto del dono e del servizio ai fratelli, per Gesù Cristo.
Per il credente, queste prerogative acquistano una sfumatura ancor più marcata, in quanto egli entra nel mistero dell'apostolato. Il martirio non è forse la testimonianza che va fino alla donazione della propria vita? Ogni testimone del Cristo lo sa necessariamente, anche se non è affatto detto che debba arrivare fino al dono della sua vita fisica. Gesù Cristo ha predetto che i suoi testimoni sarebbero stati segno di contraddizione, oggetto di persecuzioni, in quanto il discepolo non è superiore al maestro (cf. Mt. 5, 11; Gv. 15, 18-26).
Ma prima del martirio stesso, l'apostolo di Gesù sarà indotto, più ancora di qualsiasi servitore di un ideale umano, a sacrificare le proprie preoccupazioni personali, il proprio tempo, il proprio interesse, la propria onorabilità ed il proprio riposo, ai compiti urgenti del Regno. Vale la pena di rileggere. a questo punto. il racconto appassionato di Paolo ai Corinti: nella fatica e nelle avversità, sovente in prolungate veglie, nella fame e nella sete, in frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. E, oltre a ciò, il mio peso quotidiano, l'ansia per tutte le Chiese (2 Coro 11, 27-28). Non si tratta di crociera, quanto di lotta.
Per l'Apostolo, del resto, ogni rinuncia, accettata nell'amore e nell'aspirazione ansiosa al Regno, ha una fecondità ecclesiale: Ora io godo delle sofferenze in cui mi trovo per voi, e completo, nella mia carne, quel che manca ai patimenti di Cristo a pro del suo corpo, che è la chiesa (Col. 1, 24).
A questo punto ancora, proprio perché la vita tende a diffondersi ed a espandersi, il cristiano passa attraverso la prova e pratica la rinuncia: noi portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo le sofferenze di Gesù morente, affinché . anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Coro 4, 10).
Si scoprirà allora la gioia legata al distacco cristiano. Dio predilige coloro che danno con gioia, ed appaga, a modo suo, questa gioia. E' la gioia di San Francesco d'Assisi, il quale compone il Cantico delle Creature proprio subito dopo aver ricevuto le stigmate della Passione del Signore, allorché la vista lo stava abbandonando, i suoi fratelli si allontanavano da lui, ed egli stava terminando la sua vita, a quarant'anni circa, estenuato dalla fatica al servizio di Cristo e dei fratelli. E' questa la gioia evangelica, e non quella del mondo, la gioia del cristiano convertito che conosce Dio.

* V/vre en chrelien, «Je sais, Je croisu 36, Librerie Arthème Fayard. Parigi 1960 - p. 82.

 

Z43   IL VANGELO DEL BUON UMORE

         Jean Leclerc *

Monaco dell'abbazia benedettina di Clervaux, nel Granducato di Lussemburgo, dal 1928, P. Jean Leclerc è nato nel 1911 ad Avesnes (Francia). Laureato in teologia e storia, insegna a Roma nel Collegio S. Anselmo e alla Gregoriana, e cura l'edizione critica delle opere di san Bernardo. I suoi impegni di erudito non gli impediscono di partecipare, con dinamismo, al rinnovamento monastico in Occidente. Inoltre, da vari anni, si interessa per la fondazione di monasteri di contemplativi nel Terzo-Mondo, con un senso della Chiesa che traspare anche dalla sua opera scritta, e che non esclude un senso di umorismo autenticamente evangelico.

Oggi, esegeti e teologi parlano non più solamente dell'umorismo degli scrittori sacri, ma persino dell'umorismo di Dio e di Cristo... In un libro in cui il messaggio di Gesù è trasmesso ai nostri contemporanei in un linguaggio ch'essi possano comprendere, un uomo di spirito nota addirittura che «mai l'umorismo è assente dal Vangelo. Esso sprizza meno spesso dalle parole in sé che dal contesto in cui sono pronunciate». Come avrebbe potuto Gesù attrarre i fanciulli, le donne, la gente semplice, se fosse stato tremendamente serio?... Tempo addietro, un dotto teologo ha dimostrato che la ripugnanza istintiva di molti cristiani dei tempi passati e attuali ad ammetter che Gesù abbia riso, deriva dall'aver essi considerato in lui, in modo pressoché esclusivo, .dl dogma della divinità del Messia. Si aveva della sua divinità una coscienza così viva che ci si sarebbe piuttosto orientati a negar la realtà della sua natura umana»...
Quando si tenta di chiarire che cosa sia l'umorismo, le formule variano, poiché questa sottile realtà è difficile a definirsi... Secondo alcuni, se l'umorismo in sé non è una virtù, è però <<l'irradiamento di tutte le virtù»; secondo altri, v'è del buon umore «allorché si ride, nonostante tutto» specie quando si possiede l'arte di sorrider di se stessi.
In un'epoca in cui, non più che in altre, le cose non vanno troppo bene, ma nella quale se ne diviene sempre più coscienti, per un affinamento della sensibilità e dell'intelligenza, nonché per il potenziamento dei mezzi di comunicazione di massa che rendono l'uomo partecipe dell'angoscia altrui; in un'epoca in cui l'ansia costituisce il perno di troppe pubblicazioni ed in cui essa è predicata, talvolta persino con solennità, - e ciò è indubbiamente necessario - è opportuno che sia annunciato anche il vangelo del buon umore, basato sul distacco. Poiché spesso l'insoddisfazione deriva dal constatare che il mondo non va come vorremmo, che tutta la Chiesa non pensa come noi desidereremmo.
Un certo distacco in confronto delle nostre opinioni personali schiuderebbe prospettive più universali, aiuterebbe a situare le nostre idee e le nostre soluzioni in un contesto in cui noi non siamo i soli ad essere intelligenti, a pensar giusto, a possedere lo Spirito Santo. La facilità di sorridere di tutto ciò che non ha importanza e anzitutto del nostro io in ciò che ha di limitato per noi stessi, è un dono, un carisma: bisogna domandarlo. E' anche una disposizione psichica che bisogna acquisire, coltivare; in tal senso, c'è, se non una virtù, almeno una ascesi dell'umorismo. Infine, è un bene di cui dobbiamo rendere partecipi gli altri; dobbiamo porlo - il che in realtà significa che dobbiamo porre noi stessi - a disposizione di tutti coloro che lo possiedono o che ne difettano: perché vi è anche una diaconia dell'umorismo. Questo servizio è un modo autentico di partecipare a quella gioia di Dio che Gesù Cristo è venuto a condividere con noi, di darne testimonianza, di aiutare i fratelli a conservare il coraggio nella lotta contro qualsiasi sofferenza che l'uomo può infliggere all'uomo.

 *  Le défi de la vie contemplative, Duclot-Lethielleux, 1970, pp. 360-361 e pp. 367-368.