| A | M | ||
| B | N | ||
| C | O | ||
| D | QUARESIMA, Penitenza, Conversione | P | |
| E | Q | ||
| F | R | ||
| G | S | ||
| H | T | ||
| I | U |
PREGHIERA: Adorazione, Lode, Azione di grazie, Intercessione |
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| J | V | ||
| K |
FESTE DI CRISTO: Sacro Cuore" Trasfigurazione, Santa Croce, Cristo Re |
W | CARITÀ |
| L | X | ||
| Z |
PROVE, Sofferenze, Gioie |
| Z1 | San Francesco di Sales | LA PAZIENZA, UNITA ALLE ALTRE VIRTÙ |
| Z2 | San Cipriano | IMITARE LA PAZIENZA DI DIO |
| Z4 | San Bernardo |
«NELL'ANGUSTIA IO SONO CON LUI» (Sal. 90,15) |
| Z6 | Maurice Blondel | LA SOFFERENZA È IN NOI COME UNA SEMENTE |
| Z7 | Yves De Montcheull | SENSO CRISTIANO DELLA SOFFERENZA |
| Z8 | Isabelle Rivière | RISERVARE PER SÉ, È PRIVARE GLI ALTRI |
| Z41 | San Francesco d'Assisi | LA GIOIA PERFETTA |
| Z42 | P. A. Liégé | GIOIA EVANGELICA E DISTACCO CRISTIANO |
| Z43 | Jean Leclerc | IL VANGELO DEL BUON UMORE |
Z1 LA PAZIENZA, UNITA ALLE ALTRE VIRTÙ
San Francesco di Sales *
Nato nel 1567 nei pressi di Annecy, Francesco di
Sales diede, giovanissimo, i segni di una vocazione all'apostolato sacerdotale.
Divenuto sacerdote dopo gli studi a Parigi e a Padova, è dapprima
prevosto della Chiesa di Ginevra e predica agli abitanti del Chablais per
ricondurli al cattolicesimo. Nel 1602 è elevato al seggio episcopale di
Ginevra. Sotto la sua direzione S. Giovanna di Chantal fonda la
Visitazione. Morì in un monastero di questo Ordine, a Lione, nel
1622.
La dolcezza, l'affabilità, la carità e una deliziosa
bonarietà appaiono dappertutto nella sua vita e nei suoi scritti, ma nascondono un temperamento ardente che ha saputo pacificarsi aprendosi
alla grazia di Dio.
Bisogna
tollerare con pazienza non solo di essere ammalati, ma anche di esserlo della malattia che Dio vuole, dove egli vuole, tra le persone che vuole e con i disagi che vuole: e così per tutte le altre sofferenze. Quando sopraggiungerà il male, adopera pure tutti i rimedi che saranno possibili e conformi al volere di Dio, perché fare diversamente sarebbe tentare la sua divina Maestà. Ma poi, fatto questo, attendi con piena rassegnazione quell'effetto che Dio vorrà. Se a lui piacerà che i rimedi vincano il male, lo ringrazierai umilmente; se invece gli piacerà che il male prevalga sui rimedi, benedici lo con pazienza.* Introduction
à la vie dévote, parte 3", cap. 3° - Edizione completa delle Visitandine - tomo 3 - pp. 133-138.
San Cipriano *
Nato verso il 200 da genitori pagani, il giovane e
brillante retore Cipriano condusse una vita dissoluta in quella «giostra del
piacere» che era allora Cartagine. Convertito grazie al benefico influsso del
sacerdote Ceciliano, alla sua scuola assimilò la dottrina cristiana. Nel 248 divenne vescovo di Cartagine, sede importantissima
a cui facevano capo
tutte le Chiese d'Africa, in numero di 150 circa. Fu un pastore così dedito alla
sua missione che le sue opere e il suo pensiero si possono capire solo
nel contesto storico della sua vita di vescovo: e il suo fu un tempo di
persecuzioni e di insorgenti
eresie.
Nel 250 scoppiò la terribile persecuzione di Diocleziano:
Cipriano andò volontariamente in esilio per il bene dei suoi figli di cui
continuò ad occuparsi. Non poté tuttavia sfuggire
L'origine e la grandezza della pazienza vanno cercate in Dio.
L'uomo deve amare ciò che è caro a Dio: ora, la maestà divina raccomanda quel
bene che essa ama. Se Dio è per noi signore e padre, imitiamo la pazienza del
signore come quella del padre: i servi infatti devono avere un profondo rispetto
verso i loro padroni, e i figli non devono essere indegni dei loro padri.
E davvero, com'è grande la pazienza di Dio! Egli fa nascere
il giorno, fa levare il sole sui buoni come sui cattivi; bagna la terra con le
sue piogge, e nessuno è escluso dai suoi benefici, dal momento che l'acqua viene
donata indistintamente ai giusti e agli ingiusti. Noi lo vediamo agire con una
pazienza sempre uguale nei confronti dei colpevoli e degli innocenti, delle
persone che lo riconoscono e di quelle che lo negano, di coloro che sanno
ringraziare e degli ingrati: per tutti indistintamente egli fa che le stagioni
obbediscano al suo comando, gli elementi prestino il loro servizio, i venti
soffino, le sorgenti zampillino. Grazie a lui, le messi crescono in abbondanza,
l'uva matura nei vigneti, gli alberi si curvano sotto il peso dei frutti, i
boschi verdeggiano e i prati si coprono di fiori. Le offese lo amareggiano
spesso, anzi, continuamente; e tuttavia, Dio non dà sfogo alla sua indignazione,
e aspetta pazientemente il
giorno fissato per il giudizio. E benché la vendetta sia in
suo potere, egli preferisce pazientare a lungo, preferisce cioè nella sua
clemenza, differire, aspettando che l'ostinata malizia dell'uomo, se mai
possibile, subisca finalmente un mutamento; aspettando che l'uomo, immerso nel
fango dei suoi errori e dei suoi peccati, si converta finalmente a Dio. Egli
stesso infatti ci dice: Non voglio la morte del peccatore, ma che si
converta e viva (Ez. 33, 11). E ancora: Ritornate a me (Mal.
3, 7), volgetevi al Signore vostro Dio, perché egli
* De Bono Patientiae,
3-5: PL 4, 624-625.
Z4 «NELL'ANGUSTIA IO SONO CON LUI» (Sal.
90,15)San Bernardo *
San Bernardo (1090-1153) si fece monaco a Citeaux e, tre anni dopo divenne il primo abate di Chiara valle. I doni di natura e di grazia hanno conferito a questo letterato, teologo e mistico, un fascino tutto particolare. La sua opera conserva ancora oggi un grande valore spirituale. I suoi discorsi fondati sul pensiero della Bibbia e saturi di reminiscenze scritturali, come nel testo che segue, costituiscono per il lettore che sa gustar/i, un incontro saporoso con la Parola di Dio, quasi /'inizio di un dialogo col Signore.
Nell'angustia io sono con lui, dice Dio. E io, sulla
terra, cercherò altro che l'angustia? Quanto a me, mio bene è
stare vicino a Dio; non solo, ma porre fa mia speranza nel Signore
Dio (Sal. 72, 28), perché egli dice: lo lo libero, io gli dò
gloria (Sal. 90, 15).
Nell'angustia io sono con lui. Mia delizia è stare tra
i figli dell'uomo (Prov. 8, 31). Emmanuele, Dio con noi... E' disceso per
essere vicino a chi ha il cuore colmo di dolore, per essere con noi
nell'angustia. Verrà il giorno in cui saremo rapiti sulle nubi incontro al
Signore, nell'aria, e casi saremo sempre col Signore (1 Tess. 4, 17),
purché adesso ci preoccupiamo di averlo con noi come compagno di strada, che ci
restituirà la nostra patria celeste; o piuttosto come via, lui che allora sarà
la patria stessa.
E' bene per me, Signore, essere nell'angustia, purché tu sia
con me; lo preferisco al regnare senza di te, all'essere senza di te nei
piaceri, senza di te nella gloria. E' meglio per me stringermi a te
nell'angustia, averti con me nel crogiolo della prova, che essere senza di te
sia pure in cielo. Chi altri infatti c'è per me nel cielo? Fuori di te
che cosa posso desiderare sulla terra? (Sal. 72, 25). L'oro è provato nella
fornace, e i giusti nella tentazione dell'angustia (cfr. Eccl. 27, 5). Qui,
Signore, qui tu sei con loro; qui tu sei presente in mezzo a quelli che si
radunano nel tuo nome...
Perché abbiamo paura, perché esitiamo, perché cerchiamo di
sfuggire a questo crogiolo? E' vero, il fuoco infuria; ma il Signore è con noi
nell'angustia. Se Dio è per
* Sermones in Psalmum «Qui habitat», 17, 4, 6 - Ed. Cist. Roma 1966, vol. IV - pp. 489-491.
Z6 LA SOFFERENZA E' IN NOI COME UNA SEMENTE
Maurice Blondel *
Nato a Digione nel 1861, Maurizio Blondel ha pubblicato la sua opera più importante, L'Azione, nel 1893. Ebbe l'audacia d'intraprendere una ricerca deliberatamente spiritualistica all'inizio di un secolo, il XX appunto, soggiogato dal materialismo e dallo scientismo. La sua influenza, innegabile quantunque discreta, su numerosi pensatori cristiani, gli conferisce una specie di paternità intellettuale sui movimenti che si sono manifestati nella Chiesa da una cinquantina d'anni in poi. Alla sua morte, avvenuta nel 1949, il pensiero di Blondel cominciò a guadagnarsi il diritto di cittadinanza nel cattolicesimo, in seno al quale era stato precedentemente criticato in modo aspro e violento. L'Azione si presenta come una lunga e acuta analisi dell'uomo posto davanti a se stesso nella concretezza della sua attività, delle sue sofferenze, del suo amore. /I filosofo scopre nella volontà umana un dinamismo che spinge l'uomo fino alle ultime trincee, di fronte al suo destino ed ai problemi che esso gli pone.
La misura del cuore dell'uomo si ha dal modo in cui egli accetta la sofferenza.
La sofferenza è, infatti, in lui l'impronta di un altro diverso da lui.
Perfino quando essa esce da noi per entrare, con il suo pungiglione penetrante,
nella coscienza, ciò avviene sempre nonostante il desiderio spontaneo e lo
slancio primitivo della volontà. Per quanto possiamo in anticipo essere
rassegnati nell'offrirci ai suoi colpi, per quanto invaghiti possiamo essere del
suo fascino austero e vivificante, essa, anche se prevista, rimane pur sempre
un'estranea ed un'importuna. La sofferenza è sempre diversa da quella che ci
aspettavamo, ed al suo attacco, anche colui che l'affronta, che la desidera e la
ama, non può nel medesimo tempo trattenersi dall'odiarla. Essa uccide in noi
qualche cosa per sostituirla con un'altra che non ci appartiene. Ecco il motivo
per cui essa ci svela lo scandalo della nostra libertà e della nostra ragione:
noi non siamo ciò che vogliamo essere. Per volere tutto ciò che siamo, tutto
ciò che dobbiamo essere, bisogna che comprendiamo, che ne accettiamo la lezione
e il servizio.
La sofferenza, dunque, agisce in noi come una semente: con essa, qualche cosa
entra in noi, senza di noi, malgrado noi; accettiamola, dunque, addirittura
prima di sapere che cosa in effetti essa sia. Il seminatore getta il suo grano
più
prezioso, lo nasconde con la terra, lo dissemina al punto da sembrare che non ne
rimanga nulla.
Ma è proprio perché la semente viene sparsa, che attecchisce e non è più
possibile toglierla via; essa marcisce per divenire feconda. Il dolore è simile
a questa decomposizione, necessaria alla nascita di un'opera più completa.
Colui che non ha sofferto per una cosa. né la conosce né la ama. Anche se
questo insegnamento può essere riassunto in un'unica parola, richiede tuttavia
del coraggio per essere capito. Il senso del dolore consiste nel rivelarci
quanto sfugge alla conoscenza ed alla volontà egoista, nell'indicarci la via
dell'amore effettivo, distaccandoci da noi stessi per darci agli altri.
Il dolore, infatti, non opera in noi il suo benefico effetto senza il nostro
concorso attivo: è una prova in quanto costringe le segrete inclinazioni della
volontà a rendersi manifeste. Esso guasta, inacidisce, indurisce coloro che non
riesce ad intenerire e che non sa per nulla migliorare. Rompendo l'equilibrio
della vita indifferente, il dolore ci impone di optare tra quel sentimento
personale che ci porta al ripiegamento su noi stessi escludendo con violenza
ogni intrusione, e quella bontà che si apre ai germi di rinnovamento di cui le
prove della vita sono causa diretta.
Ma la sofferenza non è soltanto una prova; essa è anche una testimonianza
d'amore ed un rinnovamento della vita interiore, come un bagno che ringiovanisce
per l'azione. Essa ci impedisce di assuefarci a questo mondo e ci fa sentire in
esso come sommersi in un malessere incurabile. Che cosa significa, in effetti,
assuefazione, se non il raggiungimento di un equilibrio con l'ambiente limitato
in cui viviamo al di fuori di noi stessi? E' indubbio che, nella calma di una
vita mediocre o nel raccoglimento della meditazione, sembra che la vita riesca
spesso a trovare un suo adattamento; ma di fronte ad un dolore reale ogni teoria
risulta vana o assurda. La sofferenza: ecco veramente il nuovo, l'inspiegato.
l'ignoto. l'infinito che attraversa la vita come una spada rivelatrice.
* L'Action (1893), Presses Universitaires de France 1950 pp. 380-381.
Z7 SENSO CRISTIANO DELLA SOFFERENZA
Yves De Montcheull *
Professore all'Istituto Cattolico di Parigi, Padre Yves de Montcheuil fu fucilato dalle truppe d'occupazione all'età di 45 anni, il 10 agosto 1944, come cappellano dei partigiani del Vercors. Il suo pensiero ha lasciato una traccia profonda nella teologia del suo tempo. Fre coloro la cui presenza invisibile ispirò il Vaticano II - quali un Newman, un Teilhard de Chardin - è forse colui che, dopo Karl Adam Moelher, ha maggiormente orientato la presa di coscienza della Chiesa come mistero, come sacramento del Cristo (Lumen Gentium).
La sofferenza non è segno dell'abbandono di Dio. Essa non è, come gli spiriti
non ancora sufficientemente illuminati dell'Antico Testamento hanno creduto,
segno che Dio abbandona chi patisce ai suoi nemici. In realtà colui che soffre
sulla croce, è colui per il quale il Padre testimoniava: Questo è il
mio Figlio diletto, nel quale mi san compiaciuto (Mt. 3, 17). Chi è
crocefisso, è colui nel quale Dio si compiace. Chi ha familiarità con la
reazione di tante anime dell'Antico Testamento di fronte alla sofferenza - la
cui eco risuona lungo tutto lo svolgersi della Bibbia - dovrebbe cogliere la
trasformazione avvenuta. Il senso della sofferenza è mutato, non tanto per
dichiarazioni o teorie nuove, quanto per l'atto stesso di Cristo e per la sua
particolare posizione. Colui che soffre può ad ogni istante ripetere quella che
fu l'ultima espressione di Cristo sulla croce: Padre, nelle tue mani
raccomando il mio spirito! (Lc. 23, 46). Egli può essere consegnato al
tormento dell'abbandono sensibile: la fede gli darà la certezza che perfino
nelle tenebre, volendolo, egli si trova nelle mani di un Padre che lo ama. Egli
non è lontano da Dio; al contrario, è a lui vicino più di quanto non sia
prossimo a tutto ciò che lo opprime.
Questa visione di fede trascina con sé tutto un modo particolare di giudicare
le circostanze che hanno fatto calare su di noi la sofferenza. Noi non abbiamo
più, allora, quella sensazione così penosa, così demoralizzante, d'essere
consegnati a un destino ostile, d'essere afferrati da un ingranaggio che ci
stritola, e contro cui non possiamo fare nulla. Noi non siamo il giocattolo di
forze cieche, in quanto il Padre, il
cui amore ci avvolge nel momento cruciale della nostra sofferenza, è il Dio
creatore da cui tutto dipende.
Dobbiamo sempre ricordarci che egli è colui del quale Gesù diceva ai suoi
discepoli: Non si vendono forse due passerotti per un soldo? Eppure nemmeno
uno di essi cadrà in terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli
del vostro capo sono tutti contati (Mt. 10, 29-30; Lc. 12, 6-7). Grande
consolazione è sentire attorno a noi l'affetto nella sofferenza, perfino quando
questo affetto è impotente, quando viene da qualcuno che nulla può sugli
avvenimenti. A maggior ragione, è fonte di grande pace credere all'amore di
colui che permette alla sofferenza di raggiungerci e colpirci. Questa fede ci
ispira l'abbandono; ci adatteremo allora ai disegni di Dio su noi. Solo
nell'abbandono potremo estirpare dalla nostra sofferenza ogni impulso di rivolta
e di rancore, che tanto facilmente si insinuano; né l'accoglieremo più con la
rassegnazione degli stoici che non ha niente a che fare con la rassegnazione
cristiana. Ora, il fatto che il Figlio di Dio ha sofferto, dà forza a questi
sentimenti e solidità al nostro abbandono, in quanto ci assicura che, nel
momento cruciale della nostra sofferenza, noi siamo avvolti dall'amore di Dio.
Infatti, il simbolo della sofferenza, la croce, é nel medesimo tempo il simbolo
dell'amore. Essa toccò in sorte a colui che il Padre ama soprattutto. La
sofferenza, fisica o morale che sia, (lutto, separazione, insuccesso,
delusione)... non è per questo attenuata o assopita. Essa acquista, invece, una
qualità ed una risonanza del tutto diverse. Essa viene interiormente
trasformata, prende un senso nuovo.
* Leçon sur le Christ, Édition de l'Épi, Parigi 1949 - pp. 138-140.
Z8 RISERVARE PER SÉ, È PRIVARE GLI ALTRI
Isabelle Rivière *
La sorella di Alain Fournier sposò Jacques Rivière nel 1909. L'autrice di Il dovere dell'imprevidenza e di Il mazzolino di rose rosse, mai ha smesso, durante la sua vita di meditar la Parola di Dio. Seppe armonizzare la cultura letteraria con la sua fede e arricchire così il cattolicesimo francese di opere che testimoniano un profondo senso cristiano.
Tutta la miseria umana è
intessuta d'avarizia: la miseria dei corpi con il rifiuto di cedere il proprio;
la miseria delle anime, con il rifiuto di dare il proprio tempo e il proprio
cuore.
Tutte le sofferenze acute o
nascoste, tutte le amarezze, le umiliazioni, gli affanni, gli odi, le angosce di
questo mondo, sono una fame inappagata. Fame di pane, fame di aiuto, fame
d'amore.
Dal bambino che singhiozza
perché la mamma innervosita lo ha schiaffeggiato senza motivo, al nonno troppo
anziano che i nipoti ormai dimenticano di abbracciare; dalla giovi netta
sgraziata che resta dimenticata nel suo angolo, alla sposa che il marito ormai
non guarda più, alla moglie abbandonata che si getta nel fiume; dall'amico il
cui amico ha mancato volutamente all'appuntamento, al giovane ventenne che
muore, solo, di notte nel suo letto d'ospedale, mentre l'infermiera prende il caffé
in cucina; dal bambino della Assistenza Pubblica sino all'uomo che sta
per essere ghigliottinato, tutti hanno sofferto per la mancanza, per
l'insufficienza d'amore. Ognuno aveva diritto a un po' della vita e del cuore
d'un altro, che l'altro gli ha negato. Ognuno, per vivere, aveva bisogno di ciò
che un altro ha riservato per sé, che gli era inutile e che si è rovinato per
mancanza d'uso.
Si accusa Dio della sofferenza
umana, si nega la sua bontà perché si vedono pianger gli uomini, si brandisce
contro di lui il famoso «problema del male» come vessillo di ribellione - e
non si vuoi riconoscere che egli ci ha dato tutto il necessario per costruire la
nostra felicità, terrena
ed eterna, contemporaneamente alla felicità di altre
creature: tutta una vita da sfruttare per tale finalità, e questo cuore
infaticabile per amare. Non ci si vuole accorgere che il male non esiste in sé,
che non è l'invenzione di qualche malvagio, insinuatosi nella nostra vita per
farci soffrire, ma è unicamente il nostro rifiuto di utilizzare ciò che
possediamo, il rifiuto di rispondere allorché siamo chiamati, la nostra
carenza, la nostra deficienza, una parsimonia di noi stessi tanto stupida e
criminale quanto quella del mendico che muore d'inedia sul saccone intessuto
d'oro.
Ma, almeno, questi non fa torto che a sé; mentre noi, in
realtà, lasciamo nell'abbandono tutti coloro che han bisogno di noi, per quella
meschinità tirchia e degna di disprezzo di non averne a sufficienza neppure per
noi... Come ci si tranquillizza con poca spesa quando si fa qualcosa per gli
altri! Quanto vicina è la barriera oltre la quale si drizza, senza possibilità
di replica, la frase: «Ma che posso fare, di più?» Quando si è lasciata
cadere una discreta elemosina a un mendicante, avendo cura di non incontrarci
col suo sguardo, per paura di scoprirvi quale granello di sabbia sia quella
moneta nell'abisso delle sue necessità, ci si allontana gonfi di soddisfazione,
incantati nel constatarci sì generosi. Ma che è mai questo, confrontato con
l'obbligo di tutte le ore che abbiamo contratto dalla nostra nascita nei
confronti di tutti i nostri fratelli? E chi con l'elemosina non ha dato anche il
suo cuore, quand'anche avesse gettato milioni nel berretto bisunto, non avrebbe
dato che del vento.
* Sur le devoir d'imprévoyance. Le Cerf, Parigi, pp. 209-211.
San Francesco d'Assisi
*«Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo» (Gal. 6, 14). Tutta la fisionomia e la vita di Francesco sono racchiuse in questa tensione d'amore. /I Cristo si svela a lui nel Vangelo e lo sradica da se stesso per abbarbicarlo all'amore della Croce e a quello di madonna Povertà. Seguito nella sua trasformazione da numerosi discepoli, stabilisce per essi una nuova regola di vita, che viene presto riconosciuta e approvata dalla Chiesa. Sigillato dalle piaghe di Cristo crocifisso, che in un'estasi riceve sul monte della Verna, muore dopo pochi anni ad Assisi nel 1226.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli
Angeli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il
cruciava, chiamò frate Leone, H quale andava un poco innanzi, e disse così: «O
frate Leone, avvegnadio che i frati minori in ogni terra dieno grande esempio di
santità e di buona edificazione, nientedimeno scrivi e nota diligentemente che
non è ivi perfetta letizia».
«...O frate Leone, se il frate minore sapesse tutte le scienze e
tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare non solamente le cose
future, ma eziandio i segreti delle coscienze e degli animi, scrivi che non è in
ciò perfetta letizia».
«...O frate Leone, benché il frate minore sapesse sì bene
predicare, ch'egli converHsse tutti gl'infedeli alla fede di Cristo, scrivi che
non è ivi perfetta letizia».
E durando questo modo di parlare bene due miglia, frate Leone
con grande ammirazione il domandò e disse: «Padre, io ti priego dalla parte di
Dio, che tu mi dica dove è perfetta letizia». E santo Francesco gli rispuose:
«Quando noi giungeremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e
agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo
la porta d~lIo luogo, e il portinaio verrà adirato e dirà: «Chi siete voi? - e
noi diremo: Noi siamo due de' vostri frati; - e colui dirà: Voi non
dite vero; anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le
limosine de' poveri; andate via.- E non ci aprirà e faracci stare fuori alla
neve e alla acqua col freddo e colla fame insino alla notte, se noi tante
* I Fioretti di S. Francesco, VIII - Ed. La Verna 1966 - pp. 39-43.
Z42 GIOIA EVANGELICA E DISTACCO CRISTIANO
P. A. Liégé *
Padre Liégé nato nel 1921, entrato tra i domenicani nel 1939, ha fatto i suoi studi teologici al Saulchoir ed in Germania (Tubinga). Professore di teologia fondamentale dal 1947. poi di teologia pastorale e di predicazione. i suoi centri d'interesse sono la pastorale e la teologia missionarie, la catechesi e il catecumenato, l'educazione dei giovani alla fede.
Chi con ferma risoluzione ha accettato che nulla gli appartiene che non debba
essere messo al servizio degli altri, è sicuro di dover spesso contraddire i
propri gusti, gli immediati bisogni. anche se legittimi. Dovrà per questo
rinunciare un poco alla sua salute e molto alla cura della sua persona. Il
distacco e lo sforzo che dovrà fare su di sé, prenderanno l'aspetto del dono e
del servizio ai fratelli, per Gesù Cristo.
Per il credente, queste prerogative acquistano una sfumatura ancor più marcata,
in quanto egli entra nel mistero dell'apostolato. Il martirio non è forse la
testimonianza che va fino alla donazione della propria vita? Ogni testimone del
Cristo lo sa necessariamente, anche se non è affatto detto che debba arrivare
fino al dono della sua vita fisica. Gesù Cristo ha predetto che i suoi
testimoni sarebbero stati segno di contraddizione, oggetto di persecuzioni, in
quanto il discepolo non è superiore al maestro (cf. Mt. 5, 11; Gv. 15, 18-26).
Ma prima del martirio stesso, l'apostolo di Gesù sarà indotto, più ancora di
qualsiasi servitore di un ideale umano, a sacrificare le proprie preoccupazioni
personali, il proprio tempo, il proprio interesse, la propria onorabilità ed il
proprio riposo, ai compiti urgenti del Regno. Vale la pena di rileggere. a
questo punto. il racconto appassionato di Paolo ai Corinti: nella fatica e
nelle avversità, sovente in prolungate veglie, nella fame e nella
sete, in frequenti digiuni, nel freddo e nella nudità. E, oltre a ciò,
il mio peso quotidiano, l'ansia per tutte le Chiese (2 Coro 11, 27-28). Non
si tratta di crociera, quanto di lotta.
Per l'Apostolo, del resto, ogni rinuncia, accettata nell'amore
e nell'aspirazione ansiosa al Regno, ha una
fecondità ecclesiale: Ora io godo delle sofferenze in cui mi trovo per voi, e
completo, nella mia carne, quel che manca ai patimenti di Cristo a pro del
suo corpo, che è la chiesa (Col. 1, 24).
A questo punto ancora, proprio
perché la vita tende a diffondersi ed a espandersi, il cristiano passa
attraverso la prova e pratica la rinuncia: noi portiamo sempre e dovunque
nel nostro corpo le sofferenze di Gesù morente, affinché . anche la
vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Coro 4, 10).
Si scoprirà allora la gioia
legata al distacco cristiano. Dio predilige coloro che danno con gioia, ed
appaga, a modo suo, questa gioia. E' la gioia di San Francesco d'Assisi, il
quale compone il Cantico delle Creature proprio subito dopo aver ricevuto le
stigmate della Passione del Signore, allorché la vista lo stava abbandonando, i
suoi fratelli si allontanavano da lui, ed egli stava terminando la sua vita, a
quarant'anni circa, estenuato dalla fatica al servizio di Cristo e dei fratelli.
E' questa la gioia evangelica, e non quella del mondo, la gioia del cristiano
convertito che conosce Dio.
* V/vre en chrelien, «Je sais, Je croisu 36, Librerie Arthème Fayard. Parigi 1960 - p. 82.
Jean Leclerc *
Monaco dell'abbazia benedettina di Clervaux, nel Granducato di Lussemburgo, dal 1928, P. Jean Leclerc è nato nel 1911 ad Avesnes (Francia). Laureato in teologia e storia, insegna a Roma nel Collegio S. Anselmo e alla Gregoriana, e cura l'edizione critica delle opere di san Bernardo. I suoi impegni di erudito non gli impediscono di partecipare, con dinamismo, al rinnovamento monastico in Occidente. Inoltre, da vari anni, si interessa per la fondazione di monasteri di contemplativi nel Terzo-Mondo, con un senso della Chiesa che traspare anche dalla sua opera scritta, e che non esclude un senso di umorismo autenticamente evangelico.
Oggi, esegeti e teologi parlano non più solamente
dell'umorismo degli scrittori sacri, ma persino dell'umorismo di Dio e di
Cristo... In un libro in cui il messaggio di Gesù è trasmesso ai nostri
contemporanei in un linguaggio ch'essi possano comprendere, un uomo di spirito
nota addirittura che «mai l'umorismo è assente dal Vangelo. Esso sprizza meno
spesso dalle parole in sé che dal contesto in cui sono pronunciate». Come
avrebbe potuto Gesù attrarre i fanciulli, le donne, la gente semplice, se fosse
stato tremendamente serio?... Tempo addietro, un dotto teologo ha dimostrato che
la ripugnanza istintiva di molti cristiani dei tempi passati e attuali ad
ammetter che Gesù abbia riso, deriva dall'aver essi considerato in lui, in modo
pressoché esclusivo, .dl dogma della divinità del Messia. Si
aveva della sua divinità una coscienza così viva che ci si sarebbe
piuttosto orientati a negar la realtà della sua natura umana»...
Quando si tenta di chiarire che cosa sia l'umorismo, le
formule variano, poiché questa sottile realtà è difficile a definirsi...
Secondo alcuni, se l'umorismo in sé non è una virtù, è però
<<l'irradiamento di tutte le virtù»; secondo altri, v'è del buon umore
«allorché si ride, nonostante tutto» specie quando si possiede l'arte di
sorrider di se stessi.
In un'epoca in cui, non più che in altre, le cose non vanno
troppo bene, ma nella quale se ne diviene sempre più coscienti, per un
affinamento della sensibilità e dell'intelligenza, nonché per il potenziamento
dei mezzi di comunicazione di massa che rendono l'uomo partecipe dell'angoscia
altrui; in un'epoca in cui l'ansia costituisce il perno di troppe pubblicazioni
ed in cui essa è predicata, talvolta
persino con solennità, - e ciò è indubbiamente necessario - è opportuno che
sia annunciato anche il vangelo del buon umore, basato sul distacco. Poiché
spesso l'insoddisfazione deriva dal constatare che il mondo non va come
vorremmo, che tutta la Chiesa non pensa come noi desidereremmo.
Un certo distacco in confronto delle nostre opinioni
personali schiuderebbe prospettive più universali, aiuterebbe a situare le
nostre idee e le nostre soluzioni in un contesto in cui noi non siamo i soli ad
essere intelligenti, a pensar giusto, a possedere lo Spirito Santo. La facilità
di sorridere di tutto ciò che non ha importanza e anzitutto del nostro io in
ciò che ha di limitato per noi stessi, è un dono, un carisma: bisogna
domandarlo. E' anche una disposizione psichica che bisogna acquisire, coltivare;
in tal senso, c'è, se non una virtù, almeno una ascesi dell'umorismo. Infine,
è un bene di cui dobbiamo rendere partecipi gli altri; dobbiamo porlo - il che
in realtà significa che dobbiamo porre noi stessi - a disposizione di tutti
coloro che lo possiedono o che ne difettano: perché vi è anche una diaconia
dell'umorismo. Questo servizio è un modo autentico di partecipare a quella
gioia di Dio che Gesù Cristo è venuto a condividere con noi, di darne
testimonianza, di aiutare i fratelli a conservare il coraggio nella lotta contro
qualsiasi sofferenza che l'uomo può infliggere all'uomo.
* Le défi de la vie contemplative, Duclot-Lethielleux, 1970, pp. 360-361 e pp. 367-368.