Carlo Maria Martini
Non sprecate parole

Esercizi spirituali con il Padre Nostro

Portalupi Editore

Premessa

Introduzione

Il fondamento (omelia)

I meditazione.

II meditazione.

(omelia)

I contesti evangelici del Padre Nostro

«Padre Nostro che sei nei cieli»

Spirito e Parola

Il Padre Nostro nel vangelo di Luca
Il Padre Nostro nel vangelo di Matteo
Qualche osservazione esegetica
Indicazioni per la preghiera

Padre Nostro e «Esercizi» ignaziani
Colui che Gesù chiama Padre
Per la preghiera

La dolcezza nel credere
La forza della Parola

III meditazione.

IV meditazione.

(omelia)

«Sia santificato il tuo nome»

«Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»

«Per questo sono stato mandato»

«"Santo" è il tuo nome»
Una suggestiva polivalenza di significati
I nostri atteggiamenti

Il contesto degli esercizi
Domanda di perdono
Perdono gratuito
Essere perfetti come il Padre
Pregare in verità

È Dio che irriga e fa crescere
Un ministero libero e coraggioso

V meditazione.

VI meditazione.

(omelia)

«Non ci indurre in tentazione»

«Ma liberaci dal male»

Fiducia illimitata nella Parola

Peccato, disordine, mondanità
Perché parlare di tentazione?
Cinque tipi di tentazioni
Fuggire le occasioni

«Strappaci» dalla peccaminosità
Gli inganni del Maligno
Resistere al Maligno

Una testimonianza personale
«Tutto è vostro»

VII meditazione.

VIII meditazione.

(omelia)

«Venga il tuo Regno»

«Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»

Nella libertà dello Spirito

Che cos'è il Regno?
Come lievito e seme
Il venire del Regno
In speranza e pace

Premessa
La volontà di Dio
in Gesù e nei discepoli
La volontà di Dio in noi
Perché venga la Gerusalemme celeste

Un modello di pastore
La legge dell' amore
«Il mio giudice è il Signore»

IX meditazione.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano»

Quale pane?
Chi prega così?
Umiltà, fiducia filiale, solidarietà

Conclusione

 

III MEDITAZIONE

«Sia santificato il tuo nome»

Riprendiamo brevemente il tema della meditazione di questa mattina, per introdurci nella riflessione sulla successiva invocazione: «Padre, sia santificato il tuo nome».

Il padre Michel Ledrus si serve di due o tre formule che mi pare esprimano bene quanto abbiamo tentato di spiegare commentando la parola «Padre». Anzitutto il termine

«"Padre" era per i Greci e per i Romani un titolo di onore per la divinità, piuttosto che un richiamo a una tenerezza patema. Invece, nominando Dio suo "Padre", il cristiano attesta la remissione dei peccati, la giustizia e la santità recuperate per effetto della redenzione; l'adozione filiale, l'eredità eterna e la condotta dello Spirito gratuitamente donate» (op. cit" pp. 18-19).

Questo è il senso cristiano dell' invocazione pronunciata nello Spirito di Gesù Cristo.

E continua:

«L'esclamazione "Padre" esprime, quindi, la misteriosa, intima conoscenza di Dio, posseduta dal fedele che recita il Padre Nostro sotto l'azione dello Spirito santo» (ivi, p. 20); «Monstra te esse Patrem: manifesta che sei Padre! "Dimostraci, Signore, la tua misericordia!" (Sal 84,8). Tutte le lodi di Dio si concentrano nella parola "Padre". L'opera di Cristo si riassume nella manifestazione della paternità di Dio: "Ho manifestato il tuo nome agli uomini" (Gv 17,6)» (ivi, pp. 21-22).

Queste formule ci aiutano a considerare la seguente espressione del Padre Nostro - «Sia santificato il tuo nome» -, che sempre meditiamo nello spirito del Principio e fondamento, di quel principio su cui si fonda tutta la dinamica degli Esercizi ignaziani e tutta la dinamica della vita cristiana.

«"Santo" è il tuo nome»

La formulazione è rara, un po' strana, e non la usiamo nella predicazione e forse nemmeno nella nostra preghiera, all'infuori del Padre Nostro. Avremmo preferito probabilmente al verbo greco agiasthéto, «sia santificato», un altro verbo, col quale ci sentiamo più a nostro agio, ed è il verbo doxàzo (glorificare).

Appare ampiamente nell'ultima preghiera di Gesù, secondo il vangelo di Giovanni, e possiamo comprendere molto bene il significato: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (17,1); «Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare» (v. 4); «E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse»(v. 5); «Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro» (v. 10); «E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola» (v. 22); «Padre, voglio che quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (v. 24).

Ci saremmo trovati meglio filologicamente se anche nel Padre Nostro fosse stato usato appunto il verbo doxàzo: «Padre, glorifica il tuo nome», o: «Sia glorificato il tuo nome».

Il verbo agiàzo (agiasthéto) è certamente più misterioso, più rude, più difficile da penetrare.

Tuttavia è importante per noi capire il senso di questa invocazione, e vogliamo pregare il Padre dicendo: Il tuo nome è grande, il tuo nome è glorioso. Donaci di penetrare nell'intenzione del tuo Figlio quando ha messo sulle nostre labbra la domanda «sia santificato il tuo nome».

Chiediamo alla Vergine Maria, che aveva una percezione profonda del mistero della santità del Nome di Dio, di illuminare la nostra mente e il nostro cuore, così da cogliere gli atteggiamenti che questa domanda vuole suscitare in noi e intravedere il cammino cristiano che ci invita a compiere.

Evocando la figura di Maria, viene alla mente il suo cantico, il Magnificat, là dove ella canta con gioia: «Grandi cose ha fatto in me l'onnipotente / e Santo è il suo nome» (Lc 1,49).

La percezione della santità del Nome è di fatto tipicamente anticotestamentaria e per questo citerò più avanti alcuni passi dei profeti. Ci è richiesto di entrare nella mentalità del Primo Testamento, poiché l'invocazione «sia santificato il tuo nome» sta sul crinale tra il Primo e il Secondo Testamento. È una parola che gli Ebrei comprendono quasi meglio dei cristiani, e Gesù ce la mette nel cuore e sulle labbra perché vuole che ci radichiamo nel Primo Testamento.

Mi propongo dunque di fare una lectio, domandandoci che cosa significa il «Nome» e che cosa significa «sia santificato il tuo nome»; successivamente vi offrirò qualche spunto per una breve meditatio, un'applicazione: quali sono gli atteggiamenti che tale preghiera ci suggerisce?

Una suggestiva polivalenza di significati

Non stupiamoci se non avremo risposte precise alle nostre domande, perché il Padre Nostro è una preghiera ricca, intensa, brevissima, densissima, dai molti significati. Ovviamente di natura sua la preghiera non è una formula matematica ed è possibile coglierne sensi diversi, che probabilmente sono tutti validi.

1. Lo vediamo già considerando la parola «nome». Sappiamo dal Primo Testamento che «il tuo Nome» significa «la tua persona», «la tua potenza», «il tuo essere», «la tua realtà».

Però rimane da chiederci: si intende che Dio sia riconosciuto come Dio - e ne viene, secondo la parola di Mt 22,21, il comando: «Rendete a Dio quello che è di Dio»? Oppure: «Sia santificato il tuo nome di Padre», cioè che tutti ti riconoscano non solo come Dio, ma come Padre, tenero, amante, misericordioso, che invia il Figlio per il perdono dei peccati? Che tutti riconoscano la tua grandezza, la tua potenza, la tua infinità, la tua trascendenza? Oppure che tutti riconoscano in particolare la tua bontà, la tua condiscendenza, il tuo interesse per l'uomo? Probabilmente si intende l'uno e l'altro significato. Personalmente opterei per l'insistenza: sia santificato il tuo nome di Padre, cioè che Tu sia riconosciuto come Colui che ama, conforta, perdona, come Colui che, secondo la parabola del figlio prodigo, aspetta, va incontro, abbraccia, mette la veste nuziale, dà il grande banchetto (cf Lc 15,11-32). La preghiera non lo dice e sta a noi approfondire l'uno o l'altro aspetto.

2. E che cosa significa «sia santificato»? Ho già detto che è un' espressione strana e curiosa.

* Può essere una semplice dossologia («Padre, benedetto sia il tuo nome, venga il tuo Regno»), una specie di apposizione, un intercalare come si ritrova spesso nelle preghiere ebraiche.

Non ritengo comunque probabile tale ipotesi. Potremmo pure rifarci alla berakha, un genere

letterario comune nell' ebraismo. Di fatti quando ci si incontra o si invita un ospite, si dice: baruk ha ba', benedetto colui che viene; e alla domanda: come stai? si risponde: bene, baruk ha shem, benedetto sia il Nome.

L'uso della berakha, del benedire Dio, ha poi la sua applicazione in tanti altri aspetti della vita: c'è la berakha prima del pasto, quella che Gesù ha pronunciato sul pane e sul vino, detta la preghiera di benedizione; c'è la berakha del dopo pasto, ecc.

Il concetto è presente pure nel Nuovo Testamento. È una berakha per esempio il saluto di Elisabetta a Maria: «Eulogeméne sy en gynaixìn», «e benedetto il frutto del tuo seno Gesù» (Le 1,42). Proprio qui vediamo che il verbo berek ha come corrispondente il verbo eulogéin (eulogeméne) e il termine eulogìa.

Lo stesso Benedictus comincia con una berakha: «Eulogetòs kyrios o theòs tou Israel» (Le 1,68). Un'altra forma di berakha la troviamo in Le 11,27: «Una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: "Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!" ».

E ci sono almeno due lettere del Nuovo Testamento che cominciano con una berakha. La seconda lettera ai Corinti: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» v. 3; la lettera agli Efesini: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» v. 3.

In ogni caso, il genere letterario della berakha non mi sembra corrispondere pienamente alla prima invocazione del Padre Nostro «sia santificato il tuo nome».

* È invece probabilmente una vera e propria domanda.

E che cosa si chiede? Si possono intendere diverse cose.

- Nello spirito del profeta Ezechiele, che usa più volte questa formula, la domanda può significare: «Padre, agisci, intervieni nella storia in maniera che il tuo nome sia riconosciuto grande». Il profeta chiede un intervento di Dio che faccia sbalordire la gente ed esclamare: Dio è davvero grande!

«Santificherò il mio nome grande», cioè mi manifesterò con opere tali da far stupire, da far lodare il mio nome «disonorato tra le genti, profanato da voi in mezzo a loro». Voi, col vostro comportamento avete fatto sì che le genti disprezzassero il mio nome; ora io ne mostrerò la grandezza. «Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (cf Ez 36,21 ss.).

«Sia santificato il tuo nome» è un passivo teologico, cioè: Tu santifica il tuo nome, intervieni in questo mondo così oscuro, così confuso, così violento, così cattivo; intervieni per mostrare che ci sei, che sei giusto, che sei santo, che hai in mano le sorti della storia.

Ezechiele sottolinea addirittura una serie di sette interventi santificatori di Dio: «Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri» (vv. 24-28a). Tutti interventi che ricostituiscono Israele disperso e che perciò glorificano Dio; sette interventi conclusi dalla formula dell' alleanza: «Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (v. 28b). Ancora oggi il popolo ebraico vive di questa speranza e la presenza in Israele di milioni di Ebrei radunati da tutte le genti è vista come un intervento glorioso di Dio che ama sempre il suo popolo.

È intèressante rileggere anche Is 29,22-23:

«Pertanto, dice alla casa di Giacobbe il Signore / che riscattò Abramo: / "D'ora in poi Giacobbe non dovrà più arrossire / il suo viso non impallidirà più, / poiché vedendo il lavoro delle mie mani tra di loro, / santificheranno il mio nome, / santificheranno il santo di Giacobbe / e temeranno il Dio di Israele"».

Penso perciò che nell' espressione «sia santificato il tuo nome» siamo di fronte proprio al vocabolario della santificazione, della santità, del kadosh, del Santo. Mi pare che in italiano si tradurrebbe al meglio con la parola trascendente: che sia riconosciuta la trascendenza di Dio, che Dio sia riconosciuto come trascendente e che egli compia nella storia opere per cui gridino tutti: Dio è grande!

A questo punto mi rifaccio di nuovo allo studio di padre Ledrus. Egli è contrario all' opinione di molti, tra i quali Schürman, secondo cui il Padre Nostro contiene un'unica invocazione - «venga il tuo Regno» - e attorno ad essa si collocano tutte le altre. In un certo senso è vero. Ma la stessa domanda «venga il tuo Regno» è sottoposta alla precedente: che il nome di Dio sia glorificato e benedetto, che Egli sia riconosciuto nella sua trascendenza, nella sua santità, come Padre.

Leggo dal testo:

«"Padre, sia santificato il tuo nome" (Le 11,2). Questa versione di san Luca mostra come la prima aspirazione ("sia santificato il tuo nome") è legata all'in'vocazione del Padre, mentre nello stesso tempo si distacca dall' aspirazione successiva e da tutte le domande che seguono, che saranno comunque riferite a questa medesima esaltazione di Dio» (op. cit., p. 33).

Dunque in primo luogo «sia santificato il tuo nome» e per questo «venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà», si adempiano alcune condizioni necessarie quali il pane quotidiano, il perdono, la liberazione dalle tentazioni e dal male.

«Questa espressione innalza la preghiera al livello di un inno eucaristico, la carica di toni di giubilo. Così affiorava anche sulle labbra di Cristo che, con gli occhi alzati verso il cielo, pregava "Padre santo" (Gv 17,11); "Il tuo nome" vuol dire la tua Persona; non solo come determinazione, ma anche come manifestazione di potenza, di onnipotente misericordia (cf Is 59,19: "nome-gloria"; Zac 14,9: "il tuo nome sarà unico"). Significa Dio così come si è rivelato e come si manifesta nel suo disegno di salvezza, e quindi così come è da noi conosciuto nella fede mediante la comunicazione della conoscenza per ora oscura che Dio ha dato di sé.

Santificato vuol dire: Dio sia esaltato, riconosciuto come incomparabile» (trascendente); «Dio sia glorificato nell' attuazione del suo disegno di amore: "10 ho loro reso noto il tuo nome, e lo renderò noto ancora, affinché l'amore col quale tu hai amato me sia in loro e io in loro" (Gv 17,26). L'interesse sommo del Cristo, la passione unica del suo cuore era Dio, Dio solo; questi li trasmise ai suoi discepoli anche nella preghiera che loro insegnò; così che prima di morire poté dire: "Padre, ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato" (Gv 17,6).

Gesù è venuto a insegnarci a "santificare il nome di Dio", cioè a trattare Dio come Dio, a non trattare come Dio nient' altro che Dio e la sua gloria, ad amarlo di un amore sommo ed esclusivo, a esaltarlo al di sopra di tutto e specialmente al di sopra di noi stessi, a non metterlo mai nel nostro cuore in competizione con un bene terreno, a essere entusiasti di lui. La sicurezza e la fiducia che Gesù riesce a comunicarci, insegnandoci a pregare così, ci fa presentire che questo desiderio è già esaudito, nel senso che Dio sta già manifestando la sua misericordia e la sua gloria nel mondo e sta già portando a compimento il suo disegno di salvezza. In ultima analisi, Dio solo è autore della propria glorificazione e chi prega così come Gesù ha insegnato sa di esserne partecipe e ne desidera il compimento in sé e in tutti, oggi, e soprattutto nella manifestazione regale che egli farà di se stesso alla fine del mondo (cf Ez 36,23)» (ivi, pp. 33-34).

Ricordo infine che qualcosa di simile è presente anche in Gv 12,27-28, col verbo doxàzo, tipico, come abbiamo visto dell' evangelista: «"Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome". Venne allora una voce dal cielo: "L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!"».

Intervieni, o Padre!

Qui si parla di quella glorificazione che è la morte di Gesù e la sua risurrezione. Il Padre è santificato in Cristo risorto. E forse Gesù quando andava al Giordano per farsi battezzare pregava già per la santificazione di Dio Padre.

In ogni caso, nella domanda del Padre Nostro la formula rimane passiva e non esplicita questo contenuto.

- È possibile allora un' altra sfumatura di significato: l'auspicio che noi lodiamo il nome di Dio.

L'invocazione «sia santificato il tuo nome» è intesa da molti cristiani come il proposito di dare lode al nome di Dio e di non bestemmiarlo. Dunque: «Sia santificato il tuo nome da noi uomini».

È quell'onore dovuto a Dio di cui parla il profeta Malachia: «Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone. Se io sono il padre, dov'è il timore che mi spetta? Se sono il padrone, dov'è il timore di me? Dice il Signore degli eserciti, a voi, sacerdoti che disprezzate il mio nome» (1,6), sacerdoti che non agiscono secondo le leggi di Mosè e quindi non onorano Dio.

Più profondamente, l'uomo può, entrando in comunione con Gesù, santificarsi e dunque santificare il nome di Dio con la propria vita. Ce lo suggerisce un passo significativo del vangelo di Giovanni, in cui - pur se la versione italiana ha consacrare invece di santificare - occorre lo stesso verbo agiàzo del Padre Nostro: «Consacrali (agìason) nella verità... Per loro io consacro (agiàzo) me stesso, perché siano anch'essi consacrati (òsin egiasménoi) nella verità» (17,17-19), rendendo così testimonianza della santità di Dio.

La formula semplicissima «sia santificato il tuo nome» resta, come vi accorgete, un po' misteriosa, mette insieme significati diversi, intendendo sia l'azione di Dio come l'azione dell'uomo: intervieni, manifestati; e: fa' che anche noi ti lodiamo, ti glorifichiamo, santifichiamo il tuo nome.

Sta a ciascuno di noi, quando recitiamo il Padre Nostro, lasciarci trascinare dallo Spirito, gustando l'uno o l'altro contenuto della supplica.

I nostri atteggiamenti

E ora, nella meditatio e nella contemplatio tento di rispondere alla domanda che ci eravamo prefissi: quali atteggiamenti suggerisce, sostiene, promuove, comporta il pronunciare queste parole? Chi prega così che cosa sente nel cuore quando le ripete?

- Penso anzitutto che debba venire spontaneo il senso della lode e del ringraziamento a Dio. Viene alla mente il momento precedente la risurrezione di Lazzaro, là dove Giovanni riporta: «Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. lo sapevo che sempre mi dai ascolto"» (11,41).

È necessario che chi prega abbia nel cuore questa tonalità di costante ringraziamento, quella tonalità fatta propria da san Paolo nelle sue epistole. Richiamo per esempio l'inizio della lettera ai Colossesi: «Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi» (1,3).

È un versetto che mi colpisce, perché ho conosciuto pochi preti capaci di ringraziare Dio per la loro comunità. Ne ho conosciuti molti che, al contrario, si lamentavano: la gente non risponde, non ascolta, non frequenta. I motivi del loro disagio erano reali, ma io dicevo loro: il fatto che la tua comunità esista è già un miracolo di Dio; il fatto che viva la fede evangelica, battesimale, in un mondo incredulo e pagano, è un miracolo di Dio. Quindi in primo luogo ringrazia il Signore per questo. È l'atteggiamento che avevano gli apostoli: rendere lode a Dio che ti ha chiamato alla fede. Siamo molto peccatori, molto imperfetti, estremamente negligenti, e però abbiamo un dono straordinario, che è diffuso nel popolo cristiano: la fede e la speranza. Vorrei che ogni sacerdote fosse cordialmente grato al Signore per sé e per i suoi fedeli pregando così: ti rendo grazie, o Padre, perché hai chiamato questi tuoi figli e figlie dalle tenebre dell'ignoranza alla conoscenza di Te che sei Amore.

Il ringraziamento per tutto ciò che il Signore fa con amore per noi mi pare sia l'atteggiamento sottostante all'invocazione «sia santificato il tuo nome», che può sgorgare dalla consapevolezza dei doni di Dio e che sa abbondare nelle benedizioni, come recita la lettera agli Efesini: «... rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (5,20).

Coltivare tale atteggiamento che ci fa innalzare il cuore a Dio è cosa molto sana, e purtroppo poco presente nelle nostre comunità cristiane, che di solito, almeno in Occidente, sono lamentose, sono ripiegate su di sé, sono sempre pronte a guardare ciò che non va.

Chi ha letto i miei libri di esercizi degli anni trascorsi, sa che di solito insisto su questo anche per quanto concerne il colloquio penitenziale; occorre iniziare il colloquio penitenziale con un rendimento di grazie a Dio, con una lode al Signore per ciò che ha fatto per me dall'ultima confessione. Quando mi capita di confessare e la gente comincia a sciorinare i propri peccati, interrompo subito e chiedo: ma lei non ha niente di cui ringraziare Dio? E mi sento rispondere: sì, è vero, avrei alcune cose. D'un tratto cambia l'atmosfera, cambia la disposizione interiore. .

Un atteggiamento, questo della lode, che troviamo non solo nelle ultime epistole di Paolo, ma pure nella primissima, quella ai Tessalonicesi: «Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (5,16-18).

È quanto richiama, mi pare, l'invocazione del Padre Nostro che ci invita a lodare Dio, a rendere grazie, a volere che il Padre sia benedetto per la sua grandezza e che essa appaia e si manifesti con chiara evidenza.

Ci interroghiamo: il ringraziamento è il tono di fondo della mia vita? Quando mi sveglio al mattino il mio primo pensiero si rivolge al Padre: grazie, o Signore, perché sei così grande e buono, perché mi hai amato e conservato in questa notte? E alla sera ringrazio per i doni ricevuti?

- Seconda linea di approfondimento.

Da quanto abbiamo detto cercando di spiegare questa parola, appare che la santificazione del nome è anzitutto opera di Dio, è Lui che glorifica il suo nome. Ne segue che siamo invitati ad affidargli la cura della sua gloria.

Non siamo noi a doverla «gonfiare», è Lui stesso che se ne preoccupa e noi chiediamo che la manifesti. Qualche volta noi ci comportiamo come se la sua gloria dipendesse da noi.

Ricordo che un illustre teologo di Milano, mons. Pino Colombo, diceva ironicamente che talora sembriamo voler praticare la respirazione artificiale a Gesù Cristo per farlo risorgere! È un errore grave, perché è lui la vita, la risurrezione, la gloria.

- Un terzo atteggiamento molto importante è proprio di chi realisticamente considera che la gloria di Dio è molto calpestata nel mondo, soprattutto là dove è calpestata la dignità umana, e questo accade un po' dovunque.

Nasce di qui la preghiera di intercessione, affinché le situazioni di ambiguità e di apparente silenzio di Dio siano superate; e ci è concessa allora un po' di lamentela, come del resto troviamo nei salmi: dov'è, Signore, la tua gloria? Dove sei? perché ti nascondi, perché non ti riveli, perché non ti manifesti?

Tuttavia tale interrogazione va fatta nel quadro della gioia e della fiducia che prima abbiamo descritto. Molti pii Ebrei anche nei momenti più neri della loro storia hanno saputo e sanno ancora oggi pregare così: tu, Signore, ti nascondi; tu, Signore, sembri silenzioso. Mostra la tua gloria! Dove sei, Signore? Fa' che Ti vediamo, fa' che tutti riconoscano che Tu sei il nostro re, che hai cura di noi, che non ci hai abbandonato.

Dunque, se abbiamo assunto bene il senso profondo della lode di Dio, possiamo anche entrare nella lamentela con Lui, ma nello spirito e nell' atteggiamento di fede e di intercessione.